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Full text of "G. B. Vico: studii critici e comparativi"

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^ 1 



ThiI i/2t0."20 




Jl^arbarti éCóllrge 2.ibrarg 



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^ 



G. B. VIGO 



STUDll CRITICI E COMPARATIVI- 



Proprietà Letteraria. 







G. B. VICO 

STUDII CRITICI E COMPARATIVI 

DI 

CARLO CANTONI 

Professore di' Filosofia nel Liceo Cavour 



TORIIKO 

1667. 



ALLA 

VENERATA MEMORIA 

DELL' 

OTTIMO MIO PADRE 



PREFAZIONE 



Qualcuno si meraviglierà che io , presenti al 
Pubblico un nuovo lavóro sul Vico. Egli po- 
trebbe rammentarmi, come già altri ed eccel- 
lenti se ne siano stampati in Italia da uomini 
«gregi e sia baldanza poco perdonabile ad un 
giovane il voler correggere o compiere la loro 
X)pera, inutile fatica il tornare sopra un soggetto 
intieramente esaurito. 

A costui dovrei confessare francamente che 
io non sono del suo parere; né il lettore tro- 
verà questa mia dichiarazione più immodesta 
tu quello che sia V aver composto questo la- 
voro medesimo; giacché se io avessi creduto 
che intorno al Vico non vi fosse più nulla di 
nuovo a dire e più nulla a correggere di 
quanto s era detto da altri, io non avrei voluto 
né aflfaticar me a scriver queste pagine né in- 
comodare 51 Pubblico, quello almeno che per si- 
mili studii si può avere in Italia, a leggerle. 

Non credo con questo di scemare per nulla 



vili PREFAZIONE 

i meriti di coloro, che mi precedettero negli 
studii vichiani. Se io avrò mai per ventura con- 
seguito il fine che mi sono proposto, di aggiun- 
gere o correggere qualche cosa ai loro scritti^ 
non ad altro si èovrà^ attribuire^ che all'avere io 
potuto scrivere dopo di loro. Il che mi port6 
due grandi vantaggi ; Tuno si è quello di aver 
potuto trar partito da quanto era stato detto 
da loro, o almeno da quelli , che ho potuto 
studiare prima di scrivere e stampare le due 
prime parti del mio lavoro; Taltro vantaggia 
mi derivò dai progressi maggiori che venne ^ 
cendo in questi ultimi tempi la Filologia e la 
Storia, progressi che illustrarono molte idee e 
dottrine prima oscure del Vico, come si vedrà 
nella mia seconda parte, nella quale ho cercata 
di mettere a paragone le idee del Vico coi più 
importanti risultati della Scienza storica moderna» 
Gli indovinamenti del Vico erano cosi profondi 
che essi non si poterono pienamente capire se 
non per gradi, quando cioè le medesime cose da 
lui come in nube scòrti furono dall' opera lenta 
e faticosa, ma più sicura di molti altri e special- 
mente dei Tedeschi, pienamente schiariti e messi 
in sodo. Cosi quando si notarono in Italia e in 
Germania le analogie grandissime tra le nuove 
idee d^l Wolf sopra Omero e quelle del Vico, 
nessuno dubitava ancora che dì li a poco un al- 
tro grande tedesco avrebbe dovuto scorgere un 
suo predecessore nel Vico per la Scoria romana. 



FRBPAZIOUE )K 

6 che più tardi si trovassero in ìm acoannate 
le idee di Òttofredo MiiUer sulla mitologia» -^ 
NoB parlo di quei concetti vichinitti, ohe rìguar- 
dwo proprìamente la filosofia doUa ntcrrii^ 
perchè questi furono i primi ^ i più ftieili » ri- 
levarsi in lui, quantunque poi la critica in di^ 
verso modo 11 apprezxasse^ 

Ora dei due lavori più imjportanti per ci^tioa 
scientìfica {atta sul Vico, cioè di quelli del h^ 
nelli e del Ferrari, il primo è antoriore o b^ 
pena contemporaneo alla iondanope della scuola^ 
storica e filologica della G<ermanìa, il seeoado 
fu scrìtta quando in Italia le idee di qu^Ua^ 
non erano ancor molto conosciute? e nom %s^ 
cora pienamente stabilite e diffuse n^l suo 
stesso paese. 

Del resto il lettore troverà nella teraa parte 
un'esposizione dei lavori e delle criticbe pvinr 
eipali &tte sul Vico sino a qui, e vedrà in q[t^lJli 
punti la mia si discosti dalle altre, e in <|ua}i 
convenga. 

Questa terza parte del mio lav*oro, qjUi^m^ 
tunque esca ora insieme alle due prime» vernai 
scritta e stampata in un tempo posteriore* Per 
dar ragione al lettore di questo^ e insieioe di 
alcuste imperfezioni delle due prime parti dehbo 
far cenno di alcuni miei casi personali; il che 
£urò colia massima brevità e discrezione. 

Già sino dal 1864 io mi era proposto di fare 
un lavoro sul Vico ; ma dapprioìa ne fui distolta 



% I^REFAZlOIfB 

da gravissima sventura domestica, poscia man- 
dato dal governo, dietro concórso, a perfezio- 
nare i miei studii in Germania, .non potei dare 
al mio prediletto lavoro sul Vico, che brevissimi 
moftnetiA, quantunque, esso mi stesse* sempre 
sul cuore e ad esso anche con. altri studii indi- 
rettamente mirassi. Avevo sempre Y intenzione di 
darmi ad esso più tardi di proposito e di atten- 
dervi con lungo studio ; ma tornato in Italia nel 
principio dello scorso anno seppi, cìie la Facoltà 
filosofica di Torino, presso la quale io avevo 
compiuto i miei studii, aveva aperto un con- 
corso di aggregazione sulla Storia della filosofia 
moderna. Era libero il tema , ma fissato il ter- 
tnme per presentare il lavoro. Da diverse ca- 
gioni fili impedito per qualche mese dall' atten- 
dere allo studio nonché dal pensare al concorso. 
Quando potei aver la mia piena libertà e tran- 
quillità non mancava più che pòco tempo. Stetti 
in dubbio, ma si trattava di una scienza, alla 
quale avevo dedicato specialmente i miei studii, 
e mi determinai al concorso. Le idee principali 
avevo io già lungamente meditate ; ma per rac- 
cogliere i miei studii sin allora fatti, per com- 
pierli, per ordinarli dovetti assoggettarmi in quel 
breve tempo ad un improba fatica , e vivere 
<|uasi da sonnambulo non pensando che al Vico. 
Era mia intenzione di presentare il lavoro 
completo colle tre partì; ma essendo mancato il 
tempo per la terza, presentai solo le due prime 



inEtEFAiiai^ ti 

alla facoltà , coir intenzione di porger quella 
più tardi al Pubblico unita alle altre due. Csitsti 
per qualche tempo, dopo Tesito del concorso, ad 
eseguire il mio proposito. La maggioranza della 
ammissione esaminatrice non mi aveva giù- 
dicato degno di entrare nella Facoltà, Ognuno 
isa quanto tali accidenti turbino' un giovane nei 
suoi primi passi-; ma attinsi forza parte nel 
mio animo, poiché essendomi dato per irresi- 
stibile inclinazione a questi studii e non per 
ricerca d'onori e guadagni, doveva pur conti- 
nuare , malgrado accidentali o^ftacoli , la mia 
via, piEtrte nei vivi e generosi incoraggiamenti 
che per la continuazione del lavoro da me pre*- 
«éntato tebbi da uomini autorevoli, tra i quali 
annoveravo alcuni ilei miei giudid stessi, €om0 il 
Gorresio, il Boncompagiii, il Bertini, che era il 
professore stesso della materia, su cui versava 
il concorso. Più tardi il Ferri, mio antico profes- 
sore, in un suo articolo stampato nella Nuova 
Antologia ieì gennaio scorso, recava sul mio la- 
Toro un giudizio molto favorevole, non lasciando 
però di indicare francamente un punto importan- 
iissimo, nel quale egli da me divergeva, e che mi 
prepongo di trattare più sotto, fi Ferri nell'arti- 
colo suo annunziava e prometteva la terza parte 
del mio lavoro. Io doveva dunque malgrado il 
rovescio subito compierla, e cosi feci dahdole anzi 
un ampiezza' maggiore di quella che prima mi 
•ero proposto. 



SolanieAie voiTei, che rispètto alle duQ pvìtw 
parti si cocKÌU)Das&e alquanto ad al^ui^i c|if<^» 
évideataiarate cleri vati, dalla fregici, ^tla qnalj^ 
dovettero venire stese e stam^atB* 

Per la medesima ragiqpp si incorse i^ aj^uiai 
gravi errofri tìpogralficpi, cui m pr^a di r€}ttifieaffe 
di^gentementie coiX Erratf^corrige posta in prin- 
cipio del volum/^> uella quale però trs^la^ciamino 
quelli più le^eri e ohe il léttoi^e potasse dft 
rò facilmente correiggere. 

Non vorrei, cbe qualchno trovasse soverphi^r 
loente ampia la ter^a pl^rte dcfl mio scrittoi e la 
considerasse com0 estranea |d soggetto princi- 
pale, mentre io qOn essa mi prpposi specialmente 
di illustraar qi^esto^ C\ke a ciò servapo tutti quei 
ciq)ttoli nei quali trattai d^ll^ condjis^Ai del 
tempo, iti cui vim^ il Vico, o qu^li s^ltri, nei 
quali questi ^en ccmfìrpntato collo sviotlginn^to 
poilteriore diella filosofia civile e politipa e coi 
aiJMCH iBcoIari, IMO <?redo niuno lo possa niett^e 
in: dubbio; perchè. tutti sanno, quai^to importi 
conoscere gU impulsi e la occasioni estripseci^e 
in mez&o alle quali uno scrittore i^eciftlmcinto di 
cose oioraii è venuto sorgendo , per pene^r^e 
nello spirito e nella genesi deUe sute dottrine; 
tutti sanno quanto acconcie siano le compattar 
wiom di diverse menti, che si travagliarono in- 
torno al medesiipo soggetto per mostrare la 
i^^*a natura» la natura caratteristica e ^uliyì- 
duale di ciascuna. 



PRfiP AZIONA XIII- 

Com'è natcìpale in tali lavori, semb^ ehe ta« 
loBsdlmiggettD pphM$ipaJ6 <;eéa il lu<^'ad sltrì; 
ma Qm m' avviene, parhii, Ai dimenticata queUo 
wmi; re «* elki di uàm il &r conos^re in- 
sieme :sd Weo ;anohe alkri sorittorì italiani, d^gni 
per fl love iPabre o per allva ragione d'edere 
ricòfdhti, hon credo che pemò la trattazione di 
quello ne abbia scapitato. Spero ansi di aver 
faétp vtiuo gtndio ndn del tutto privo di me- 
nto e di ut3ità arando par raggruppato in- 
torno ad una figura principale diverse altre 
mmorì; le quali siiilhultratu> reciprocamente e 
a quella danno e da etìsa ricevono maggior 
luce. Ho preQo poi occasione dal Vico per ihr 
megUo conoscere le dottrine di alcrnii' scrittori^ 
dèi ^ali o il noma è caduto in ebUo o le o-^ 
pere sono^ divenute rare ow^o trascurate, e ai 
quaV pure dobbiatno assegnare un posto nella 
stoma del nosÉre ^pensiero. Non vorrei però, che 
altri qui mi pigliasìse per un di quelli, che sono 
dominati della smania di scuotere dai yecchi 
libri la polvere, èhe le ali del tempo vi hanno 
lasciato cadére, per rimetterli nella lettura co- 
mune. Io credo invece, che l'Italia ha più bi- 
sQ^io di conoeeere, che di ricostruire il suo 
passato. Vi sono certo alcuni scrittori, c^ie 
acquistano una grande importanza srientìfiea 
per un tempo lunghissimo; ma questi sono sem- 
pre pochissimi, ed essi soli debbono rimanere 
nella lettura comune di una naaione; mwtre 



l^W PR£FAZI0NC: 

ceo^caodoi <ii xim^^rvi altri, ^i oorre il rischio .di 
far indietreggiai^e la soiènza. Cosi non crediamo 
che dopo i lavori del GaUuppì, del Bosmioi, 
del Gioberti e di altri sulla Monde ài possa 
rimanda gU Italiani a studiare quella scienea 
sui quattro^ grossi volumi dello Stellini , mal- 
grado gli stemperati panegirici del ìiahil (1). 
Ma per' questo né -lo Stellini .né gli altri da me 
esaminati hanno perduto la loro importama pni 
meno . grande per la.sftoria della sciènza ita-^ 
Ikma» storia della quale ho voluto scrivere una^ 
pagina, ma ohe aspetta ingegno più potènte pón 
essere finaimente fatta. 

Ho già acceimato in pa^e le ragioni, per le 
quali volli .consacrare un apposito capitolo . ai 
lavori ohe si sono fatti sul Vico prima di me : è 
una giustificazione del mio e ad un tempo un 
dovuto ' omaggio reso agli altri atitori. Certa- 
mente ho dovuto in questo mio studio superare 
fra gli altri un gravissimo ostacolo*; Non doveva 
egli apparire grande immodestia 1* erigermi a 
giudice di scrittori illustri e che avevano trat- 
tato il mio soggetto medesimo ? Ma a questo 
inconveniente credo di aver felicemente ovviato, 
professando, verso di quegli scrittori tutto quel 
rispetto, di cui sono degni e che sento per loro, 
ma manifestando ad un tempo francamente la 

(1) È Mtore delle Lettere SteUiniane (Milano, 1811), 
libro mo^to leggero. 



mia opinione intorno ai loro gwdizii mxì Vico» 
seio^r prevenzioi^ alcuna e ^on intieria iuipaii^ 
zialità.. Mi meraviglio :anzir che non ù &edà cosi 
più frequentemente e che ^ tenga cosi tal- 
mente fra noi come un affar di amiaiud^ e di 
rela^one la lode e il biasimo cbe npi diamo ai 
libri altrui. . ' 

Ho accennato più isopra ad una gravisdnla 
ossoryaziona fattami dal Ferri nel 9uo articolo 
già citato* ; 

Il Ferri è appunto, di quelli , dai quali, pupi, 
dissentire; 3enza<^ %li ti emiimifica la sua 
stinpia e il &uo affetto. Tanto meno ingrato e 
difficile mi riesce quindi il manifestargli- frtoca^ 
mente alcune mie idee contrarie in un punAó 
rilevavate alle sue. 

NelMe«^e XII del mio* scritto io rappresento 
come una decadenza pur zidk del pensièro del 
Vico la pretesa, che Egli sollevò nella seconda. 
Soi^za nuiQva di voler stabilire a prieri, e dar 
quindi un valore universale ed assoluto a quelle 
leggi dei fatti, che Egli aveva scoperto penetrando 
coli' putissimo sguardo nelle storie del passato» 
Gli è vero, che Egli non &nda tali loggi sopra- 
nna necessità metafìsica, ma le vuol derivane 
dalla natura dello spirito umano. Malgrado ciò^ 
Egli esagerò^ a mio avviso, il valore delle leggi 
storiche da lui trovate, e cadde in ciò, ch'io 
chiamai sisfemati$^r per aver 5gli voluto con 
quelle non solo esprimere il corso e la ragione 



degtif aTveniiDMti passati , uffieio pmprio de&t 
iUoBfAt dalia storia, ma eziandio determinare 
lo svoignveivto fisttiro diell' UmMità, cesa aìtié né 
^ quella né ad altra tréiéma puè, secondo nie, 
venir cbsito di fare. 

Secondo il Ferri invece il derivare dai fiuM 
passati per mezzo dell' induzione quelle gèn^ 
ralità, cfbe danno il concetto di tutta un' epoca 
o quello deH* andamento generale della civStà 
tutt 'intiera non è ancora la filosofia dette storia; 
ami ,per ft»* questa non basta neanco ti eoar- 
cUmare e it ridupre élla méggi&r^ possibile untfè 
tutte k ffineraUtà ricavate- dai fhtti, è necessario 
vn uhimo pasm e colle jore il principio e il 
firn éeir indoitànento con te pofenze della na- 
tura e r ordinamefUo cosmoloffièo , et ww e 
£ attro con la vita del Tutto e colf Assoluto. Or 
il Ferri confessa che a tal compito non si 
può soddis£ftre senza le dottrine metafisiche, 
senea dare alle applicazioni di queste ai fotti 
stòrici un organismo di scienza, senza rìescire 
insomma al sistema. Ora lasdando in disparte 
^e il Vico sia riuscito o no a trovare il vero si- 
stema di questa Metafisica applicata alla Storia, 
\g^ è certo che egli si innalzò a poco a poco, 
dice il Ferri « dal concetto di una scienza sto- 
« rica ricavata dai fatti a quello di una disei* 
« plina superiore, a cui fosse tipo e regola la 
^ verità eterna e il suo principio; dopo co- 
li 'Strutto il suo edifìcio colf osservazione e 



«lOolFìnduiume egli ha creduM di pétesM. jae 
« («prMiÀre la ciita . coUa fioatefiipdàkmft dUia 
*^lc98i immuliaèìli o. deilè Uee bu cyji (iunm 
ri(|i0i temfio e. nella spazio la a^ona * dall' oktul^ 
<M loità «.Ora lyuMta tentativo è lodato Mflam 
fitàtcMknentev Anzi posto «pnie.ittiò.daii.m8niti 
pvinpppalì 4el Viéo> . pecche ^eon lesso £gli ibdloò 
il fondamento unico e indispemabile éi ima 
iMfra filo$ofim dwUa ttwia. '* 

' iìNon eint fM)S8iibHe al.Peiritrattam ampiamente 
la 4{«ieBtk)ne in un articolo biUiogra^oo, ma 
Ej^ la poiit in termini molto neHi e 'predBi (^ 
<)be è nn grande ajuto alia sua solttaionè)!!!»- 
^ndomi i seguenti diieauni: a^O è pepsiMe 
« di ' riaveniM coti* indasione dò ohe rinct'- 
'* vilitnento contieoEie di esseinziale e di^ uni*- 
4 versata e ali<H^ dentro certi confini wrele 
« la parte assoluta e dimostrabfle d^ila atMda; 
« e non è p#$$ibile^ e 'allora la sto^ non 
«r sarà mai u/na «cianiia» Jnoltre si può con^ 
« ginngei^s la pftrle pnivieraala e dimostra^ 
« hilo de&a attuta co' principiiBupronii' delF.ee- 
« sere e flella -^^ganione per ia oiediaKiime 
^ delle TBrità; psìèologjéhe e oosmologi^e ed 
^ allora 4 peesibile la fllo$e£a delk storia; 
>• altrimenti la storia non può far par(i9 diella 
^ filosofia ». 

ISguaréo alla pràna parte di questa ragiona- 
mento rispondo non essere possilnle che la 
"Storia come tale abbia una parte aeéoluéa e di-' 

II 



ffiÒ4lpraMit> e che *di essa ai poasa fare una 
acìéiiza come queUa dei fotÉi fidci. Noi pos- 
riamo prevedere e deiermincutè i &tlì a^iFveiiìre 
della dakiTCk, perchè xioa sólo, in emiié BeBoipre 
costàiktè il soggètto cìue U produpe^ xua. eziandio 
dono invariabili e quindi prevedibili e toleobi'^ 
«bili le coudixiom^ sotto le quali èssi la wafgonK^ 
IM faìftd ^maai la bisogna corre . b^fi diversa* 
morte. G3i è vero, cbe aaefaa in es^ vi ba uà 
elemenIxr'OostaRte e «empire identìoo a séu "the 
èia. natura lutaana^ ma questa si va coHtuiMiat 
taienie tra^onoando^ ed è div^rsit ims^Q oggM 
popdo, ogtà etòr ogni iodividuo* Gli è verp» 
cSke queste diversità sono n«tretìte ent^ certi 
limiti ; ma tuttavia esse soxio par cosà grandi 
^ molteplici, lo spirito umano si mostra cosi 
inesaftiribile nelle sue manifestaaioni, gli avve- 
jaimoBti operano su di lui ia modo oe^ vario 
led. inaspettato, cbe s altri negasse anobe Fesir 
stenza nell* uomo ded libero arbìtrio^ dovrebbe 
ooDsidenare. come, un opera qijiasiJmposahile il 
voler stabilire delle leggi stoi^fdMi asisolute; che 
determinino e ci facciano quindi prevedere i 
Catti storici avvenire. Ma il Feiri. è ben .lungi, 
sou certo» dal negare 1* e»3tenm deUa libeyrtà. 
Or« ammettendo questo non si può in niun 
modo determinare i iatti avvenire dell'Umanità. 
— Già l'accennava egregiamente Jl ;Bos?|ini 
Isella . sua Filosofia della poliUca combattendo 1^ 
49ttriaa cbe vei^ nella storia un progresso 



fVBTAElONB nx 

ccmtìnvio é fatale. — ^ La libertà» Egli dice, è 
una eofs^a $émpre nuwQy ed ogtìi vòlta elie 
esBa si nette in azione dà origmò ad una 
serie nuova di cause ed effetti. Or» la libertà 
è propiiamente quéU' elemento^ che costftiiisce 
ogni uoin^ eoine un individuo distìnto da ttìttir 
gli altri, e fk, che ciascuno abbia un iBiodo 
suo proprio, una legge propria di agire, e una 
legge che può ad ogni momento modifioa(ifsi. 
^- Gb* A vero che insieme a questa forisa del- 
l' al'bHrio agil^ono continuamefote anche neK 
l'uomo gli 'elementi 'fetali del suo essere e del' 
raexzo'fiel quale vive. Ma chi ben' osserva ^©drày 
ccrme Quésti eleménti fetali non determinano. il 
contenuto né il valore morale delle adoni del* 
rd6mò, via pòrgono sólamente a questo imezzv 
i^uifi, gh (Strumenti e le condizioni necessarie per^ 
compierle, impónendo loro certe cbterminatef 
fórme :e certi limiti. Quindi nràlgrado le leggi 
costanti, da éui quegli elementi fetali sono go^: 
vernati, intrecciandosi con una causa libera p¥o- 
dnocmó' anch'essi effetti variabili e non sempre! 
det^rmihabtti. 

Perdhéi dtmque la oonoscema di qujellè d 
fecesse p4r conoscere i casi e le sorti futute 
deB' Umaintà converrebbe» che i fetti storici: 
fofisero ìumicameHie da esse determmàti ', è «i 
doì^Uke quindi negare la libertà o rappre- 
sanala neàT uomo oome un mero conato^ uba* 
forza ip^ottote. E in questa ultima dottt*ina> 



zx ' PVBrmoN a 

son cilstrétti a «feiddrb tAttì coibrtì, cke pur à»^ 
métteilAo sóstanzìablmeEnte ki libertà in ogni ìnf- 
^ti?iduò affisraùmo , bhe pia Egli ya lUargandoi 
il suo caiipo' ^d'à^ì!hìe i e più vài soemondo k/ 
suft iSii^rtà; di tal moddi òhe iMntre l'uopia^ 
nltllà alia téfà |)rivatÀ é quasi del iutlo iìbèro^> 
rU&Hinità cdiùpÌB hi magigiore o i!ltiinor tbmpè* 
un corso ibtalé. 

Hfe qtlest* opihione^ quantunque muova datt*ea^ 
seti^amné di un fatto rero^ noti si puèv <il:ime 
viene eàposta, in nessun modo sostìsnere oMitrò* 
la dottrina della libei^tà. Cèrtamente si può,, 
cónàe vuole il Penfi, trovialre liel borse deirini»^ 
vitimeato un elenpmio èsiekziaie e cóstàMe. QicBsto^ 
è là stessa natura umana^ le cui leggi la s4di*ia 
viene seiikpre più micabilmente illustrando^ IbL 
r uomo non acquistei*À conóscema pei^felta dieUàk 
pi^K^ma n^ra, nò potihà &re la sintedi eom>- 
piata delle isue leggi, se tton quando rUmaMtà 
avri terminato 3 suo Isonzo mortale. 

Ma al Fèrri non basta aneòra (almèn secoodo 
la dottrina, ' che Egli mi contrappone) sottomet-i^ 
tere la storia a leggi costanti ed univodsali^ e p&t 
quel che pare, determinatrìci dei firttìw EgjU Yiv- 
r«t(bo atìcora congiungere queste leggi im 
prinoipii tiniveirsali delFeisifcere e della òognìilohe; 
— ^ cioè insomma Egli vhòI isovrapporre i^a 
st&tte. un disiane m^taftaico trottato colla spe^ 
culttioné ontdogtoa^ coll'ajuto delk psiebisgia 
«f'dellti cosmolò^a, hva sempre fondato a priori^ 



^ui p^ìncipii supreoìi dell'essere. Qui parisi che 
<à troviamo in un impegno maggiore del primo. 
{ prìncipii supremi della cognizione sono quelli, 
•che ci guidano necessariamente nel connettere 
tutte le nostre percezioni e le nostre idee ; essi 
non hanno quindi che un valore formale; in- 
dipendentemente dai fatti e dall' idee , cui si 
riferiscono, essi sono nulla, né mi possono in- 
torno ad essi dir nulla o solamente alcune 
astratte generalità, che non contengono alcuna 
determinazione reale. Quanto ai suprem:i principii 
dell' essere si può dire la medesima cosa, quando 
sì intenda parlare dell'essere in astratto; se 
s intende invece il principio supremo della realtà, 
allora entriamo in una questione del tutto dif- 
ierente* Si chiede cioè se è possibile dedurre a 
priori dall'idea di Dio, e della Provvidenza, cioè 
infine dal concetto morale della creazione la 
legge, colla quale si deve svolgere 1' Umanità. 
— Già il Rosmini rispondeva di no* Ed io credo, 
che Egli non avesse torto^ 

La credenza in un Dio giusto e santo, in una 
mente suprema e perfettissima, autrice e rego- 
btrice del mondo è il fondamento dell' ordine 
morale ; ma noi con questo sappiamo solo, che 
^ mondo è stato creato per un fine buono i t 
ehe questo fine si deve venir realizzando. Ma 
in qual modo e con qual legge costante debba 
con questo connettersi il corso storico dell'Uma- 
3ìità noi non lo sappiamo. Sappiam solo che 



Xkll PREFAZIONE! 

la vita dell' Umanità si vien. compiendo per 
Bàezzo di un meraviglioso intreccio di forze 
governate da un meccanismo inesorabile e fe- 
tale, con forze libere, individuali, che in mezzo 
a quello si volteggiano, che alle sue leggi ne^ 
cessane devono assoggettarsi, ma che entro i 
limiti da queste stabiliti vanno sempre aggiun- 
gendo elementi nuovi agli antichi, e operando 
qtimdi in modo, che a ninno è dato di calco- 
liarne a priori con piena sicurezza le loro s|,zioni 
e l'andamento di queste in un prossimo avvenire, 
nonché trovare le leggi costanti ed assolute che 
le governino e determinino per tutta la distesa- 
dei tempi. 

Ogni individuo deve . su questa terra adope- 
rarsi per il perfezionamento proprio e ad un 
tempo mirare al perfezionamento e ai progressi 
deirintiera civiltà; ma per far questo Egli non 
ha che a consigliarsi colle circostanze partico- 
lari, nelle quali Egli si trova e coi fini pros- 
simi, che a lui è dato raggiungere. Il corsa lon- 
tano dell'umanità gli è ignoto; e questo è un 
bene per lui, giacché Egli può meglio cosi rac- 
cogliersi sul presente e con maggior animo ed 
eiaérgia provvedere alle sue occorrenze e sod- 
dislìM^ alle sue esigenze. Che se Egli sapesse, 
che r umanità in un tempo più o meno lungo* 
é destinata a percorrere necessariamente \m 
dato corso, cosi volendo una legge cosmologica, 
cosi volendo la natura delle coste . perchè non 



PREFAZIONE XXIII 

sarebbe Egli tentato di starsene ozioso spettatore 
del loro andamento senza porvi alcuna mano? 
La filosofia della storia non partirà dunque 
dai principii supremi dell'essere, ma dallo stu- 
dio deir uomo. Essa studierà i rapporti dell'in- 
dividuo colla società e mostrerà come essi si 
sono effettuati nella storia, mostrerà come il 
passato abbia generato il presente, ci dirà dove 
o come siamo venuti, ma non dove si va, non 
la meta finale della vita terrena dell'Umanità. 
— Ma collo scioglimento de' suoi compiti la Fi- 
losofia della storia presenta a questa uno spec- 
chio, nel quale riflettendosi Ella acquisti mag- 
gior coscienza di sé, vegga dove ha progredito, 
e dove caduto, e quindi possa frenare i regressi 
e dei progressi farsi scala per dare alle sue 
idee e a suoi sentimenti un'elevazione e una 
purezza sempre più grande. Cosi la Filosofia 
della storia diventa un ajuto potentissimo della 
Morale. Ma essa ne è anche una riprova. Quando 
il Vico vi mostrerà che ogni civiltà si è fondata 
sulla credenza in un Dio e nell' immortalità de- 
gli spiriti, quando vi mostrerà che ogni civiltà 
comincia colle sepolture, colle nozze solenni, 
colla famiglia, colla coscienza del Diritto e del- 
l' Onesto , EgU avrà ben ragione di esclamare : 
Colui che vuol trarsi fuori di quei principii e 
di quegli elementi della vita sociale veda di non 
trarsi fuori da tutta F Umanità. 



N 



INDICE 



JMìc^. • -, • . . . ^ . jHv- y 

Prefazione « » vii 



ifitfe r. — Cenni biografici v • • • jMp^* 1 

te dottrine minori del Vico. 

tk^ Ih — Priiid{»(i Mètodiei del Vie&esaa Po- 
lemica contro quelli del Garte- 
sianis»»^»*. «.«^'i » 28 

Capo IIL — Il Libro metafisico e le dottrine 

. ipeeehtìTe del Viea «....% i » 88 

Capo IY. — La .fiWsofia giurìdica e la filologia 
prìma del Vico. — Grozio e la sua 
scuola. — G. V. Gravina 9 6S 

Capo V. ^ La filosofìa morale e giurìdica del 

Vico » UH 

P«rCe S«««»tt4*. 

La filosofia storica del Vico. 

Capo IV. — I dlv^r^ perkydl della filosofia storìoa 
del Vico. — n punta <K I^ÉHenxae i 
prìncìpii ftmdaménttii» «^ Lk Proi^ 
vìdenza seconda il' Vibo » 99 

Capo VII. — Il metodo e i canoni psicologici della 

filosofia storìca del Vico . • . • • » Ili 

Capo Vili. — I Principi! dell' Incivilimento e lo 
svolgimento po|itico e giurìdico del- 
FUmanìtà nella Filosofia storìca del 
Vico. — Cenno tulle sue teorie 
civili e politiche » 126 



Capo IX. — L'origine e lo svolgimento delle 
lingue, de\h poesia ^e della mito- 
logia «^hi nn^ofiK ^tirica del Vico, pag, 142 

Capo X. — La sapienza volgare o poetica e la 

discoveiHa del vero Omero .... > 166 

CaW*^ XI. — La* Stòria romàna in Vico; ~ Pà- '"- ' ' ^ 

^* ^ iligdne colto stolgìmèntò posteriore, 

che ebbero questi studii in Ger> 
mania, specialmente nel Niebuhr^ 
•^'"^ ' Schwegfer e Mommsèn'. . : . . . » IBrf 

Capo XIL — I Coi^s/i « fìfoprsiAe^ nazioni e il 

siistema storico generale del Vjco. » 225 

Capo Xllf. ^ Conclusione e Crìtica generale 'd'ella 

Filosflia $(oriea M Vico .(..,.» SgS^ 



Parte Terma. 



) 



Vico a' suoi teìiipi e prcits» i posteri. 
Iiiflnenasà delle sue idee sulla Scienza Italiana.' ^ 

Capo XIV». ~ Vico e il suo tempo >» 249 

Capo XV. — Vico e i Politici italiani contempo- 
ranei e posteriori, che con lui si 
conqyf^tqDQ . ^ •,* ,,-f »> 271 

Capo XVL — I 9egvapi del Vico nel secolo^ passato 

h nel principiò dei presetìte^ .' . . » 305 

Capo XVIL --' Vid^ e I tmii Q^posifori eCntici in ) 

„ Wia.-. . , ^ ^'..•. . . . .) 358 

Capo XVIU^, ^ (Ut fajnt <W Viof wii 4ifi|mania e 

c : ... in Ftnneia ^ ^ . . , ^ ; > . . . . » 899 

^,Y U • . ■ . ■ • . / Ti') 

^ i ......''.' , 



I i. • 



ERRATA-GOBRIGE 



•fiii-LiMa 




2 15 Vallejo Uw Vultejo 


4 35 quale come 


« quale 


29 29 credenza 


n evidenza 


3$ 6 di Socrate 


1* di Aristotile 


31 37 (1) IV, 1« 


1» (1) VI, 16 


42 31 con quello potesse 


« con quello possiamo disegnare 


designare 




47 18 salvarlo (♦) 


salvare 


52 28 che sostiene (1) di 


TI che sostiene (1) ; di ess« 


esse 




54 28 la guai virtù emi- 


la guai virtù eminenie- 


nente è atto diDio 


1» mente è atto in Dio. 


56 14 è proposta 


t» è propria 


66 25 Ed eccoci 


« E così 


80 12-13 ricomincia 


n comincia 


93 16 diancetica 


T) dianoetica 


109 24 Tizii, pagani 


rt vizi! pagani, 


124 9-10 e fa uguale 


t» e fa essa uguale 


186 32 cui poi 


n che poi 


187 4 giunto 


« giusto 


188 27 Titier, Lucerer 


« Tities, Luceres 


219 37 Schweglcr 


• Schlegel 


254 8 des Travaux 


« de Trévoux 


337 19 e concepissero 


fi ed essi dbncepissero 


400 13 percorse solo non 


n precorse non solo 



(*) Correggerà da ai il lettore altri pechi errori ùibìIì t qneito. 



Il . . 1 



y .' t'. '*5 



I -. V 



CAPO I. 

CENNI BIOGRAFICI. 



La storia degli uomini di lettere è conse- 
gnata nei loro scritti ; questi sono le loro imprese. 
Il che vale particolarmente del Vico, il quale 
uè cogli scritti né coli' opera prese parte alcuna 
alle cose publiche e agli avvenimenti politici del 
sua tempo, come il Leibnitz; ma visse appar- 
tato tra le sue pareti domestiche e rinchiuso quasi 
tutta la vita nel suo gabinetto di studio. Gli ò 
tuttavia importante il conoscere le vicende anche 
private, in mezzo alle quali un grande pensa- 
tore fu costretto ad avvolgersi, perchè in esse 
troviamo sovente le occasioni, che furono ecci- 
tamento a* suoi studi e alle sue scoperte. Il Vico 
stesso pubbHcò una sua autobiografia dopo la 
stampa della prima Scienza Nuova, in cui pretese 
far la storia delle sue idee, senza riescirvi, come' 
giustamente nota il Ferrari; tuttavia essa ci ser- 
virà di guida per conoscer meglio Tuomo e 
aver notizia d'alcuni fatti importanti della sua vita* 

Nacque G. B. Vico ai 23 di gennaio del 1668 
da parenti poveri, ma i quali , dice egh stesso, 
lasciarono assai buona fama di se; il padre era^ 
un meschino libraio. Narra egli che a* sette 
anni si fece una frattura al capo, alla quale 
ascrive la sua natura malinconica ed acre, guai 
dee essere degli tcomini ingegnosi e profondi, che, 
per t ingegno balenino in acutezze, per la rifles-^ 



CENNI BIOGRÀFICI 



sione non si dilettino delle arguzie e del falso. 
Per questo fatto sino a 10 anni non potè ripren- 
dere i suoi primi studii presso i maestri suoi; 
ma egli presto s avvide dappoi che con questi 
profittava assai poco e si diede a studiar da sé. 
Studiò dapprima la logica sull'Ispano e sul Paolo 
Veneto, poscia, dopo un anno e mezzo di scio- 
pero procuratogli dalla stanchezza di tali studii 
prematuri, si mise a studiare la metafisica dap- 
prima con un Kicci gesuita, quindi sui libri del 
Suarez; finché recatosi un giorno per caso al- 
l'Università e uditovi il prof, di giurisprudenza 
Aquadies s'innamorò tutto di quella scienza 
e diedesi subito a studiarla, secondo il solito 
suo, da sé sul Valtejo e sul Canisio; perché a 
lui piaceva a differenza del metodo predomi- 
nante nelle scuole tener d'occhio sempre alle 
massime astratte e generali d' equità, e si com- 
piaceva ad un tempo di considerare nel diritto 
romano l'importanza delle parole e delle for- 
mole.- Cosi egli riesci da sé a studiarvi l'una e 
r altra ragione, e quantunque non fosse addot- 
torato, potè già a 16 anni perorare in favore di 
suo padre e vincerne la causa. 

Ma il Vico sentiva un' inclinazione irresisti- 
bile verso la scienza, e non poteva addattarsi agli 
esercizii del foro. Per sua buona ventura trovò 
un protettore in monsignor G. B. Rocca vescovo 
d'Ischia, che l'invitò a recarsi a un suo castello 
sul Cilento, dove avrebbe insegnata la giurispru- 
denza a' suoi nipoti, e dove essendo aria con- 
dicevole alla sua salute e ricca libreria, a- 
vrebbe potuto con maggior lena ed agio atten- 
dere ai suoi studi. E cosi avvenne realmente. — 
Talora nella storia dei grandi uomini si sor- 
passano troppo leggermente certi accidenti e 
certe congiunture, clie forse hanno deciso della 



CAPO I 3 

loro vita intiera; e questo facciamo tanto più oggi, 
imbevuti come siamo di certe teorie di necessità 
sociali, di leggi storiche che reggano inflessibil- 
mente i grandi avvenimenti e i grandi uomini. — 
Se il Vico non fosse stato nove anni nel castello 
di VatoUa, sepolto in una biblioteca, lontano da 
ogni rumore del mondo, colla sola compagnia di 
alcuni ragazzi, colla mente libera da ogni influenza 
estranea, coUanimo non distratto da altra cura 
che quella di erudirsi e di cercare il vero, forse il 
suo pensiero non avrebbe preso appunto quella 
cotal via che prese, ed è certo almeno che là si 
fece un individualità intellettuale, che si senti e 
si fece atto e franco a rivolgersi contro tutti i 
vecchi pregiudizi della scienza e del móndo let- 
terario del suo tempo (1). 1 nove anni passati 
colà dovettero quindi essere i più fruttiferi della 
sua vita, è là che pose la base, se non trovò 
i principii delle sue dottrine posteriori tutto im- 
profondandosi negli studi dell'antica filosofia e 
dell'antica storia e giurisprudenza, S, Agostino, 
Cicerone, Platone, Aristotile, Tacito passano suc- 
cessivamente , letti, secondo il costume da lui 
raccomandato per ben tre volte, sotto T esame 
e Tinvestigazione del suo ingegno vivo e pro- 
fondo ad un tempo. 

Tornato a Napoli sua patria egli asserisce d'es- 
servisi subito sentito come straniero : e si può 
ben dire che tale vi rimase durante tutta la 

(1) Egli stesso nel suo modo sempre originale scrive tiella 
sua Vita di sé: « Vico benedisse non aver lui avuto mae- 
tt stro nelle cui parole avesse egli giuralo; e ringraziò quelle 
a selve» (del Cilento) «fra le quali, dal buon genio guidato 
4t aveva fatto il maggior corso dei suoi studii, senza niun 
u affetto di setta e non nella città nella quale, come moda 
a dì vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lette- 
« re «. — È noto come il Vico narra di sé in quell'opera 
in terza persona. 



4 CENNI BIOGRAFICI 

sua vita. Triste è il quadro eh' egli ci fa delle 
condizioni del sapere allora nella sua città : Egli 
vi avea trovato la jBlosofia di Descartes, e spe- 
cialmente la sua fisica salita in grande rinomanza, 
ma la metafisica avvilita e solo citato qualche 

f)asso di Platone per ostentazione, la logica sco- 
astica condannata, voluti a suo luogo gli Eie» 
menti di, Euclide,' la giurisprudenza filosofica 
negletta, e solo in fiore l'erudita, le lettere vuote. 
Questo quadro del Vico non si schiari mai, come 
vedremo anche dalle sue lettere. 

Egli giacque in patria trascurato per qual- 
che tempo: per campare avea perfin concorso 
a un posto di segretario della città che gli era 
stato rifiutato, finché resasi nel 1697 vacante la 
cattedra di rettorica all' Università colla prov- 
visione di poco più di 100 scudi annui, l'ebbe, 
e dopo due anni prese in moglie una Teresa 
Destito , figlia di uno scrivano , la quale non 
sapeva scrivere, e nel contratto si firmo col 
segno della croce : « Donna , dice il De-Rosa, 
dotata di puri ed ingenui costumi , ma altret- 
tanto sfornita di quei talenti che anche in una 
mediocre madre di famiglia si richiedoìio ; » ep- 
pure il Tommaseo narrato il fatto, dice che que- 
sto mostr-a nel Vico il senno inspirato dell'uomo: 
il che ci parrebbe un'ironia poco garbata. ~ 
Da essa ebbe il Vico diversi figli, cui amò 
teneramente , e specialmente le figlie, e a una 
di queste insegnò a far versi, dei quali alcuni 
abbiamo stampati. Con esse usava sollazzarsi per 
ristoro delle sue gravi occupazioni, non altrimenti 
di quello, che la storia ci narra di Lorenzo il Ma- 
gnifico e di Enrico IV e che da molti e dal Machia- 
velli stesso, vien rappresentato quale come una 
cosa strana, come se gli uomini grandi dovessero 
essere sempre in sussiego, e non piuttosto abbiso- 



CAPO I 5 

gnino più degli altri di fanciuUeggiare alcuna 
ore della vita. — Dei figli uno fu al Vico di gravi 
dispiaceri, perchè riesci discolo e dovette esser 
posto per qualche tempo in prigione; Gennaro 
gli successe nella cattedra di eloquenza, e un 
altro, Filippo, mori impiegato di dogana: mirabile 
riconoscenza della patria verso la discendenza* 
d'un tant'uomo! 

Divenuto il Vico professore di università e ab- 
bandonata cosi la solitudine, nella quale viveva,, 
il suo spirito costretto a comunicare cogli altri,, 
le sue idee urtarsi colle contrarie, esse dovettero- 
schiarirsi e fissarsi ; e questo è sempre Tefifetto 
buono e cattivo della lotta, , che essa ci fa esa- 
gerare, per meglio determinarle, le nostre idee. 
Fortunatamente il Vico non era uno di quegli 
ingegni torpidi e poco elevati, pei quali la 
scienza è un mezzo per farsi una nicchia nel 
mondo e giunti a formarsi nel mezzo del cam-- 
min diJoro vita nna, dottrina qualunque, in 
quella beatamente si cullano sino alla morte* 
La mente del Vico noi la vedremo invece in 
continuo moto e in continua trasformazione. 
• Le sue vedute si allargano ad ogni lettura 
che fa, ad ogni disputa che sostiene. Egli stessa 
nella sua Autobiografia ci narra queste vicende 
della sua mente, anzi pretende in essa « con 
« ingenuità dovuta da isterico narrarci fil filo 
« e con ischiettezza la serie di tutti i suoi studii 
« perchè si conoscano le proprie naturali ca- 
« gioni della sua tale e non altra riescita di let- 
« terato » e altrove ci assicura « averla esso 
« meditata da filosofo; imperocché meditò nelle 
« cagioni cosi naturali come morali e nelloc- 
« casioni della fortuna; meditò nelle sue che 
« ebbe sin da fanciullo o inclinazioni o awer- 
« sioni più ad alcune specie di studii che ad altre, 



b CENxM BIOGRAFICI v 

cr meditò nelle opportunitaèi o nelle traversie, 
« onde fece o ritardò i suoi progressi, meditò 
« finalmente in certi suoi sforzi di alcuni suoi 
« sensi di diritti, i quali por avevangli a frut- 
« tare le riflessioni sulle quali lavorò l' ultima 
« sua opera della Scienza Nuova, la qual pro- 
« vasse tale e non altra aver dovuto essere la 
« sua vita letteraria » (1). Ma osserva assai bene 
il Ferrari, che il Vico in questa sua esposizione 
cadde nella illusione frequentissima e naturale, 
che ci rappresenta la scoperta come uno scopo 
già conosciuto. I lunghi giri e rigiri, i dubbii, gli 
sforzi d* ogni genere che dovette il Vico fare per 
giungere alla scoperta delle sue idee, il Vico 
non li vede più, non ne ha più coscienza. — 
Le sue opere sono già presagite da lui nei 
latti e nelle lettura della sua giovinezza: nello 
studio dei dogmi, in quello della grazia sub Ri- 
cardo egli dice aver acquistato una disposizione 
a meditare un principio di diritto naturale delle 
genti, e Tommaseo dice sul serio, che Vico ebbe 
dal dogma della grazia la prima idea del suo 
sistema; negli studii giovanili di geometria egli 
impara il metodo, che poi seguirà nelle sue- 
opere: nelle orazioni, che come professore di 
eloquenza d' anno in anno recitava all' apertura 
dell' Università egli dice ora, dopo la pubblica- 
zione di tutte le sue opere principali, vedersi in 
esse apertamente , ' eh' egli agitava un qualche 
argomento nuovo e grande nell'animo, che in 
un principio unisse egli tutto il sapere umano 
e divino (2). E siccome nella solitudine di Va- 
toUa avea con particolare compiacenza studiato 

(1) Vico — Opere IV, 402. Cito sempre nella 2." edizioMC 
milanese del Ferrari dell'anno 1854. Il num. romano indica 
il volume, l'arabico le pagine. 

(2) IV, 358. 



CAPO I 7 

Platone e Tacito, perchè questi, dice egli, con- 
templa r uomo quale è e quegli quale deve es* 
sere; ora afferma neMìì Autobiografia che « l'am- 
« mirazione con tal aspetto di questi due grandi 
« autori era nel Vico un abbozzo di quel di- 
« segno, sul quale egli poi lavorò una storia 
« ideale eterna » (1). — E lo svolgimento della 
sua mente concepisce il Vico quasi come con- 
dotto dalla Provvidenza (2) verso le sue sco- 
perte, inconscio dapprincipio lui medesimo : sin 
da giovanetto, quando si mise a studiare Pla- 
tone, « incominciò in lui, » narra egli, « senza 
avvertirlo, a destarsi il pensiero di un diritto 
ideale eterno , che eelebrassesi in una città uni- 
versale nell'idea o disegno della Provvidenza». 
Quantunque possa parere tal volta puerile nel 
Vico questa smania di vedere in ogni impres- 
sione dei suoi primi anni di studio uu presagio 

(1) IV, 351. 

(2) A. testimonianza di quest'idea del Vico noi non pos- 
siamo ritenerci dal riportare per intero qui a pie' di pagina 
un sonetto da lui composto negli ultimi anni della sua vita: 
è il canto del cigno morente, ed è viva espressione della 
infelicità e ad un tempo deli' altezza e religiosità del suo 
sentire : 

Contro un meschino il fato armossi, e in lui 
Sue cieche rabbie, in altrui unqua disperse, 
Unìo ; e di venen atro il coperse 
Nel corpo e i sensi egri suggelli sui. 

Ma Provvidenza, che soggette altrui 
Le sue menti non mai volle o solTerse, 
Quindi il menò per vie tutte diverse 
A scoprir com'Ell'abbia il regno in nui, 

E i (in spiò di sue mirabili opre 
Sopra le genti, u' tutta ferve ed arde, 
Ch'entro profondi abissi ascoode e copre; 

E per tue laudi andrà, già fatto antico, 
Signor, all'altre, età future e tarde 
Chiaro in sua vita l'infelice Vico. 



8 CENNI BIOGRAFICI 

delle sue idee future e del tutto illusorio il 
credersi di spiegarci con questo tutta la sua 
vita intellettuale, tuttavia non si può negare 
che v*ha in questo una certa verità. Non parlo 
delle vicende dell'animo nostro, dove la cosa è 
certissima e da tutti ammessa, ma anche nello 
svolgimento della nostra vita intellettuale si ma* 
nifestano idee in forma di sentimenti confusi e 
in opposizione a tutte le altre da noi esplici- 
tamisnte accettate, e quelle collaudar del tempo 
o scompaiono da noi senza lasciarci traccia, o con 
un lavorio interno continuo distruggono in noi 
le altre idee opposte, sinché finiscono per instal- 
larsi a loro vece nella nostra inente. E questo ci 
spiega le molte contraddizioni ed incongruenze, 
che notiamo sovente nei discorsi o negli scritti an- 
che degli uomini meglio pensanti, e come talora 
possa realmente avvenire che gli sforzi di un 
grande ingegno si dirigano dapprima anche in- 
consciamente a un determinato scopo. Espressione 
intima di tendenze varie e in parte misteriose 
del nostro spirito, quelle idee sono anche in 
parte frutto di ciò che il Ferrari chiama le pre- 
disposizioni, le quali a torto rimprovera egli al 
Vico di avere in sé misconosciute, mentre egli 
anzi quasi ne abusa nel fare la storia della sua 
mente. 

Lo studio di Tacita e di Platone non doveva 
bastare al Vico per il compimento delle sue idee; 
dopo quelli finabnente venne a lui in notizia Fran- 
cesco Bacone signor di Verulamio : e anche qui i 
sentimenti che la lettura delle sue opere gli sve- 
glia, prende il Vico come segni delle sue idee fu- 
ture. Egli trova più ingegnoso e dotto che vero il 
suo trattato De sapientia veterum, e il poco compia- 
cimento che prova nelle spiegazioni sue intórno 
alle favole antiche, dove Bacone rintraccia an- 



CAPO I 9 

tica sapienza riposta, sono per il Vico presagio 
dei nuovi principii, ch*egli poi avrà trovato, in- 
torno alla sapienza volgare. 
Ma Bacone non fu solo di un vantaggio ne* 

Sativo per Vico : egli Itìsse e meditò lungamente 
suo libro De augumentis scientiarum ^ per il 
quale solo lo mette a pari dei più grajidi filo- 
sofi antichi, E come pei due caratteri contrari! 
di Platone e Tacito egli ne vedeva la necessità 
di accordarli, ossia, in altre parole, la necessità 
di accordare la filosofia colla filologia, la lettura 
di Bacone e delle sue innovazioni, e il vedere 
che In queste a quel bisogno non veniva sod- 
disfatto, perchè Bacone non s'innalzò troppo né 
alla scorsa di tutti i tempi né alla distesa di 
tutte le nazioni, gli diede animo e consiglio ad 
un tempo di mettersi egli alla nuova opera e 
tentare una novella scienza. Ma a quest'ufficio 
un altro aiuto ed un altro eccitamento gli do- 
veva venire dallo studio di Grozio, cui prese 
più. tardi in mano, cioè appena prima della pub- 
blicazione delle Gesta di^A. Caraffa. 

Il Vico ammirò specialmente in Grozio il porre 
che egli fa in sistema di un diritto univer- 
sale tutta la filosofia e la teologia^ servendosi 
di tutta la storia delle cose e di quella delle 
tre lingue ebraica , giacca e latina. E cosi agli 
altri tre maestri della sua vita intellettuale , 
aggiunto per quarto il Grozio, il Vico si sente 
tutto pronto ed in armi per entrare in lizza : 
« Con questi studii, con queste cognizioni » cosi 
Egli scrive « con questi quattro autori che 
« egli ammirava sopra tuttaltri con desiderio 
« di piegarH in uso della cattolica religione,- 
« finalmente il Vico intese non esservi ancora 
€ nel mondo delle lettere un sistema, in cui 
« accordasse la miglior filosofia qual è la pia- 



10 CENNt BIOGRAFICI 

« tonica subordinata alla cristiana religione con 
€ una filologia, che portasse necessità di scienza 
« in entrambe le sue parti, che sono le due 
« storie, una delle lingue, l'altra delle cose (1) ». 

Queste idee riporta il Vico al tempo che già 
aveva pubblicato il De ratione sludiorum e il 
J)e antiquissima Italorum sapientia e si prepa- 
rava a stampare il De universi juris uno prin^. 
cipio ei fine uno, libro che appari nel 1720 
e col quale il Vico entrava in un secondo pe-^ 
riodo della sua speculazione, come mostrerò in 
appresso. E si può dire, che qui anche termini 
nella Autobiografia la storia genetica de* suoi 
pensieri; le pagine seguenti sono piuttosto con- 
sacrate alle polemiche, che ebbe per i suoi 
scritti, che di mano in mano venne pubbli- 
cando; non è qui il luogo che noi ci occupiamo 
di esse: sarà oggetto di una indagine poste-* 
riore. 

Appare già abbastanza da quanto fu detto 
in avanti come il Vico non adempì al com- 
pito propostosi di darci la storia della sua 
mente : molte idee, molti presagi dice egli d'aver 
avuto sin dai primi anni di studio, che naa 
ebbe certamente ; ne è da credere che Platone, 
Tacito, Bacone e Grozio influissero tutti sempre 
nel modo ch'egli ci descrive e che tutti gli 
studii da lui fatti cosi mirabilmente collimassero 
a queirultima m^ta della sua Scienza Nuova: 
nonché spiegate le lotte, le contraddizioni mol- 
teplici de'suoi diversi hbri, non ne^ è pur men- 
zionato il fatto. E specialmente riguardo le idee 
che dice avergh suscitato le prime letture di 
Platone vedremo come la cosa debba esser 
stata ben diversa. A ragione il Ferrari intese 

(1) IV, 3G7. 



CAPO I H 

a soddisferò a queir ufScio colla sua Mente (fi 
Vico; ma siho a qual punto vi sia riescito lo 
lasciam per ora in dubbio. 

Un anno dopo la pubblicazione del De uni- 
versi juris uno principio et fine uno , cioè nel 
1721 mandava fuori l'altro libro, il De con- 
stantia jurisprudentis, diviso in due parti, De 
Constantia Philosophim e De Constantia Philo- 
log ice e formanti insiem col primo i due libri 
dell'opera // Dmto universale (Jus universale), 
alla quale aggiunse più tardi delle importantis- 
sime note. Aveva prima di quest'opera pubblicato 
nel 1708 il De ratio-ne studiorum, nel 1710, il 
De antiquissima Italorum Sapientia, 

Poco tempo dopo la pubblicazione del Diritto 
universale vacò una cattedra di giurisprudenza, 
con 600 ducati di provvisione : toccava alla stessa 
facoltà la nomina. Il Vico vi concorse, e mal- 
grado dei suoi meriti grandissimi e della splen- 
dida prova da lui data nellesame, non l'ebDe. Il 
De-Kosa dice di aver veduti i nomi di tutti co- 
loro che il Vico ebbe rivali; nessuno di essi, 
osserva egli, passò alla posterità , tranne di 
uno che pure fu allora posposto. Il Ferrari trae 
da questo fatto una grande ragione per mostrare 
in qual disprezzo lesse il Vico a'suoi tempi; ma 
a torto credo io: fatti simili sono pur troppo, 
molto frequenti in ogni genere di professioni e 
sotto qualunque istituzione. Buona era certa- 
mente (e aui noi non abbiamo progredito) l'u- 
sanza d'allora che i propri professori si sce- 
f'iiesse l'università stessa, ma a che fruttano le 
none istituzioni e le buoni leggi, quando non 
sono buoni gli uomini che ad esse dovrebbero 
servire? 

Del resto la cosa sembra essersi fatta per in- 
trigo, che non riusci, dice il Vico, anche in per- 



12 CENNI BIOGRAFICI 

sona di coloro cK erano immediatamente per tal 
cattedra graduati. Ma senza di (juesto è naturale 
la disavventura del Vico. Gli spiriti inediocri sono 
raramente tolleranti di idee nuove, e'il Vico erasi 
dimostrato troppo ardito innovatore, perchè essi 
gliel perdonassero; se i giovani giuristi si fos- 
sero persuasi delle idee sue, avrebbero dovuto 
disprezzare tutti gli altri professori, che, per 
orgoglio, per naturale pigrizia , per amore al- 
l'antico, al tradizionale, non si sarebbero certo 
piegati alle dottrine dell'ultimo venuto. Il modo 
P' à, col quale il Vico avea esposte le sue idee, do* 
veva consolare qualcuno di loro in buona fede 
di aver salvato i giovani da idee osòure e si 
fuori del comune ed esposte in una maniera 
che dovea parere molto stravagante. 

Non molti anni prima riceveva un simile ri- 
fiuto in un'università tedesca un «altro grandis- 
simo ingegno, il Leibnitz ; ma questo la fortuna 
doveva largamente' compensare di quella prima 
disavventura; al misero Vico quella non sorrise 
più mai, e cosi rimase per tutta la vita sprov- 
veduto di un grandissimo aiuto alle sue grandi 
strettezze famigliari, e privo (ciò che perla scienza 
fu pili importante) di un mezzo potente di com- 
municazione , che avrebbe dato alle sue idee 
maggior chiarezza nella sua mente, maggior 
lustro e maggior voga negli altri. In questo 
la sorte gli fu troppo acerbamente contraria; 
e CIÒ malgrado Egli non ne fece romorose e 
sconvenienti lagnanze né maledi la patria sua (1), 
ma si diportò in tutto questo fatto con grande 
fu'^tezza e generosità. 

(1) In un sonetto dice : 

La pietosa mia patria onoro e colo; 

E traggo (la mia sorte allo conduolo ; 

Che perch'io giovo altrui, luogo non v'aggìo. 



CAPO I 13 

Quando il Vico non fosse già grandissimo 
per le sue idee si dovrebbe celebrare il suo 
nome anche solo per le virtù del suo animo, 
se noi fossimo ugualmente sensibili per quelle 
-virtù placide, segrete ed intime, che si manifestano 
nella vita privata ed ordinaria, come per le ro- 
morose della vita pubblica. Appena il vico s'ebbe 
accorto cjie i professori erano a lui contrari, egli 
non volle cercar di piegarli in suo favore col- 
X andar attorno , col prega/^e e col fare gli altri 
doveri onesti dei pretensori ; pensò meglio, come 
dice egli stesso, andare a professare che si ri- 
traeva dal pretenderla. E il buon Vico, niente 
scoraggiato, si rimette con maggior lena asuoi 
diletti studii, e quando nel 1 725 ebbe pubblicata 
la sua prima Scienza Nuova scrive al P. Giacchi, 
eh* egli la deve tutta air Università, perchè que- 
sta col rifiutargli la cattedra gli aveva in un 
tacito modo comandato che travagliasse questa 
(la Scienza Nuova) alla quale dovevano menarlo 
tutte le altre opere innanzi della sua vita. E si 
oda quali gentili ed elevati sentimenti nutrisse in 
cuore ! : « Sia per sempre lodata la Provvidenza, » 
scrive egli nella medesima lettera (1), « che 
« quando cogli infermi occhi mortali sembra 
M ella tutta severa giustizia, allora più che mai 
« è impegnata in una somma benignità! Per- 
« che da questa opera io mi sento di aver 
« vestito un nuovx) uom^ e provo rintuzzati 
« quegli stimoli di più lamentarmi della mia 
« avversa fortuna e di più inveire conta-o la 
« corrotta moda delle lettere, che mi ha tatto 
« tale avversa fortuna; perchè questa nioda, 
M questa fortuna mi hanno avvalorato e assi- 
« stito a lavorg-re quest'opera. Anzi (non sarà 
M per avventura egli vero, ma mi piacerebbe 

. (1) vj, sa. 



14 CENNI BIOGRÀFICI 

« che fosse vero) (juest opera mi ha informato 
« di uno certo spinto eroico, per lo quale non 
« più mi perturba alcun timóre della morte, e 
« sperimento V animo non più curante di par- 
« lare degli emoli. Finalmante mi ha fermato^ 
« come sopra un alta adamantina rocca, il giu- 
« dizio di Dio, il quale fa giustizia alle opere 
« d'ingegno con la stima dei saggi, i quali 
« sempre e dappertutto furono pochissimi. » E 
alla fine della sua Autobiografia^ tra le poste- 
riori aggiunte , dopo narrato delle inimicizie 
degli altri contro di lui, chiude quel testamento 
della sua vita con queste venerande parole: 
« Ma egli tutte queste avversità benediceva come 
« oécasioni, per le quali esso come a sua alta 
« inespugnaoil rocca si ritirava al tavolino per 
« meditare e scrivere altre opere, le quali chia- 
me mava generose vendette de' detrattori : le quali 
« finalmente il condussero a ritrovare la Scienza 
« Nuova, dopò la quale godendo vita, hbertà ed 
« onore, si teneva per più fortunato di Socrate, 
« del quale tacendo menzione il buon Fedro 
« fece questo magnanimo voto : 

« Gujus non fugio morlem si famam assequar 
« Et cedo invidisB dummodo absolvar civts. «i 

Chi ravviserebbe in questi passi lo scrittore 
confuso e contorto della seconda Scienza Nuova? 
E si può egli con maggior nobiltà e delicatezza 
esprimere la coscienza dei propri meriti? La 
quale da lui vivamente e profondamente sentita 
è il tratto più ridente della sua vita e quello 
che più ci fa con lui consolare delle sue sventure. 
Malgrado delle lodi che di qua e di là gK 
venivano pur sentiva bene profondamente che 
i suoi tempi non l' intendevano , che essi non 
eran latti per lui ; ed anzi in alcune sue lettere- 
ne cerca e ne espone con tutta tranquillità^ 



CAPO I IS 

come si trattasse d*una indagine scientifica, le 
cagioni; vedeva bene corno anche molti, i quali 
nelle sue idee e nei suoi principi! trovavano 
alcunché di grande e di straordinario, pur av- 
volti com* erano in credenze diversissime e in 
vecchi pregiudizii non vedevan che quei prin- 
cipii e guelle idee non eran già sogni d'un al- 
tissimo ingegno, ma che sott'essi v'era un fondo 
di verità e un germe di grandissima fecondazione. 
In mezzo a questa piuttosto misconoscenza, 
che disprezzo universale, è tanto più mirabile la 
piena coscienza ch*egli ha di sé. Il titolo stesso 
della sua ultima opera lo dice. Egli ha trovato 
una Nuova Scienza, egli ha dato un nuovo fon- 
damento a tutti gli studii morali, ha accordato 
la filosofia colla filologia, ha rinnovato del tutto 
gli studii d'antichità, trovèito una storia ideale 
eterna, quindi nessun dubbio in lui che il suo 
nome passerà ai posteri. Egli stesso nella se- 
conda Scienza Nuova dichiara eh' egli scriveva 
per questi e delle sue cose cercava sempre nella 
sua mente, che n'avrebbero pensato un Platone, 
un Varrone, un Scevola. Egli sa d'essere una 
gloria d'Italia, e lo esprime in questa strana ma 
enèrgica maniera : « Il Vico é nato per la gloria 
della patria e in conseguenza dell'Italia, per- 
chè quivi nato e non in Marocco esso nusci 
letterato (1) ». E altrove: « con qual opera 
(la prima Scienza Nuova) il Vico, con onore 
aella cattohca religione produce il vantaggio 
alla nostra Italia di non invidiare all'Olanda, 
all' Inghilterra e alla Germania protestante i 
loro tre principi di questa scienza , e che in 
questa nostra età nel grembo della vera Chiesa 
si scoprissero ì*principii di tu4ta l'umana e 
divina erudizione gentilesca ». 
(1) IV, 385. 



16 CENNI BIOGRAFICI 

Parrà strano che il Vico avendo un senti- 
mento si grande di sé fosse tanto corrivo alle 
lodi anche verso i mediocri. Il Letterato Fabbroni 
che fiori nella seconda metà del secolo cosi 
scrive di lui nella sua vita con indecorosa fa- 
migliarità: « Temi bonus erat laudator Joannes, 
« ut oeternitatem immortalitatemque hominibus 
« donare posse putaretur ». Il Ferrari insiste 
anche molto su di questo, esagerando secotìdo 
il solito suo. Egli scrive : « Non v* ha cura, non 
v*ha mezzo, che Vico abbia risparmiato per acqui- 
starsi un mecenate, un proselito per diffondere le 
sue idee: esemplari delle sue opere ampiamente 
prodigati ai professori, alle biblioteche, alle 
università, ai dotti, agli stranieri, dediche umi- 
hate ai grandi colle frasi più servili ». Il tono 
delle sue lettere non è solo pel Ferrari abituai^ 
mente rassegnato ma anche invariabilmente umile. 
— Basta leggere il sesto volume della stessa rac- 
colta. del Ferrari per vedere quanto inesatto sia 
il suo giudizio. 

. Il Tommaseo che su questo punto avrebbe più 
d' ogni altro diritto d* esser severo pur nota con 
verità: «Gran colpa e dell'uomo e dello scrit- 
M tore fu troppo sovente, eccedere nelle lodi: 
« colpa 9nen sua che del tempo. » — E che cosi 
fosse basta leggere le lettere e le poesie ohe 
sono indirizzate allo stesso Vico. Un monsignore 
scrivendogli, cosi si esprime: « Le lettere di Vi- 
» S. illustr. non meno che la sua gran dot- 
» trina sono insomma come i gran fiumi, che 
» quanto più scorrono tanto per via più si in** 
» grossano e si spandono, e hagnano e fecon* 
* dano e rallegrano più le campagne e le terre i^ 
É vizio antico dei letterati italiani fra loro di^^ 
laniarsi o incensarsi: una critica imparziale o 
oggettiva, come la direbbero i Tedeschi, )ion 



CAPO I 17 

ce la Siam fatta ancora al giorno d'oggi. E quanto 
alle adulazioni date ai principi potenti, chi ora 
ne rimprovera tanto il Vico non pensa, che fra 
noi e lui c'è di mezzo la Kivoluzione francese, 
che su di questo almeno portò un grande pro- 
grei^o, distruggendo in Italia lo spagnolismo. 
Del resto noi ci scandalizziamo sovente più 
del dovere delle adulazioni dei letterati e diamo 
loro un valore morale ben superiore a quello che 
«sse hanno in realtà; T adulazione vergognosa^ 
interessata, intrigante non si ia con orazioni ma- 
gniloquenti, cogli innocenti artifizii della rettorica, 
né con sonetti o canzoni. E quella di Vico era poi 
talmente ingenua, che non so se sia troppo il 
dirla adulazione anche nel suo senso più bene- 
volo. Il Vico, malgrado il suo ingegno altissima 
e la sua immensa dottrina, nato com'era in 
grande povertà, vissuto nella miseria e lontano 
la ogni grandezza mondana, aveva conservato 
una certa semplicità, che noi diremmo quasi fan- 
ciullesca; e se nel suo mondo scientìfico non tro*- 
va va limiti che frenassero il suo ardimento, nella 
vita reale re, principi, cardinali e papi dovevano 
apparirgli come esseri di altezza inarrivabile, 
verso i quali male le sue parole potevano espri- 
mere tutta la venerazione. Caratterizzano sin^ 
golarmente il Vico a questo riguardo le seguenti 
parole che egli scrive al duca Laurenzano nel 
1734: « Uomini grandi per signorie o per ca- 
« riche sempre danno opere sostenute dalla re- 

€ ligione e dalla pietà dei Ubri rimai^i in 

« celebrità si troverà che le tre parti sono stati 
« scritti da uomini nati nobili, appena la quarta 
« da nati bassi, » Qui non è tutto né adula-* 
s^one nò leggerezza, è il pov^o popolanordi 
Napoli, ohe esparimei il suo profondo rispetto ipel 
suo re, :pei suoi baroni> per tutti i suoi superòon^ 

2 



18 CENNI BIOGRAFICI 

— Quanto Vico è qui lontano dai nostri tempii 
Ma non raccusiamo dunque con sentimenti im- 
prestati da questi! 

In molti scritti poi l'esagerazione de' suoi elogi 
non è né effetto di adulazione né di leggerezza, 
ma si solo frutto di quell' esuberanza di grati- 
tudine e di affetto, che doveva naturalmente, 
egli cosi infelice, risentire verso quei pochi Grandi, 
che gli dimostravano simpatia e protezione. Di 
qui la sua ossequiosità verso i Cimini e il sua 
gentilissimo quadro della Marchesa della Pedrella. 

Ma dove veramente importava che il Vico adu- 
lazione non avesse ei non n ebbe dramma, e si 
fa nella scienza, dove ha luogo T adulazione più 
fanesta e più vergognosa, quando un pensatore, 
per gratificarsi altrui e senza necessita estreme, 
sacrifica le sue opinioni e le sue idee. Egh è certo 
che le novità sue gli procurarono nemici mag- 
giori che non gli abbiano procurato amici il sua 
abbondar nelle lodi; né per questo, malgrado le 
miserie sue e i danni che ne avea, egli si ritrasse 
mai da quelle , che per lui la scienza era un 
sacerdozio e il farsi (fivulgatore di verità cono** 
scinte il primo dovere del pensatore. Ce lo dica 
egli stesso nella sua Vita: « Egli (Vico) nel 
professar la sua facoltà fu interessantissinio del 
profitto dei giovani e per disingannarli ó noa 
farli cadere negU inganni de'falsi dottori, nulla 
euro di contrarre l'inimicizie de'dotti di profes- 
sione. • 

A' suoi nemici si trovano frequenti accenni 
oltreché néìì' Autobiografia anche nelle sue lettere 
e nelle sue poesie, quantunaue egU né li no* 
Buni, né li designi mai, contorme alla natura 
sua delicata e generosa. Ma essi dovettero essere 
molti ed accaniti, sicché il povero Vico talora 
86 ne trovava profondamente oppresso; il cha 



CAPO I 19 

jion poteva essere solo effetto della sua indole 
timida e maliaconica, come ci vuol far credere 
il Predari. Gli è vero che il Vico era facile alle 
doglianze, e ne sono forse troppo pieni i suoi 
scritti; ma non mi pare che fosse proclive ad 
. esagerare i suoimali^ che d altra parte erano molti 
in realtà e n aveva da tutte parti e come scrittore, 
e come professore, e come padre di famiglia. E 
degli odii che s'erano addensati sul suo capo ce 
ne dà in una lettera al Giacchi, piena di tristezza, 
chiara prova (I); essa è improntata di tal carattere 
di verità, che noi dobbiamo crederle : da essa si 
vede, come in Napoli irritati dalle sue novità a 
molti mezzi si ricorresse per abbassarlo; si ri- 
cordan di me, scriv egli, fin dalla mia prima 
giovinezza e debolezze ed errori; le sue opere 
non vengono lette o vengono disprezzate, perchè 
égli non ha ricchezze né dignità e si gli man- 
carlo due potenti mezzi da conciliarsi la stima 
della moltitudine (2); si lagna che i dotti cattivi 
sotto pretesto di difendere fautori tà dei passali 
e sotto colore di falsa pietà gU concitino contro 
odii mortah. Si capisce quindi la grande gioia 
del Vico di avere le lodi di Un religioso quale 
il P. Giacchi : non è improbabile infatti, che le ac- 
cuse di religione lanciate contro i libri di Vico 
fossero molto forti, quantunque Egli non ce lo 
lasci intender mai se non alla lontana. Erano 
allora i tempi, che gli ordini religiosi avevano 
in mano grande parte della scienza italiana , 
e che infierivano le più accanite lotte tra i 

(1) VI, 19. 

(2) Cosi in un sonetto : 

11 cieco iasano vulgo estima uom saggio 
Chi tra la turba sa mirar se solo, 
E sé inoalzaudo da vii stato a volo 
Corre mai di fortuna un gran viaggio. 



20 CENNI BIOGRAFICI 

Gesuiti e gli altri Ordini. Notevole gli è, che 
tra i più caldi amici del Vico si trovino i PP. 
Concina, i più accaniti avversari dei Gesuiti, e 
che i suoi libri più che altrove trovassero spaccio 
e favore pel Veneto, dove questi erano più odiati. 
A una inimicizia generale di quest'ordine potente 
non è però a pensare, perchè tra le sue relazioni 
troviam pure Gesuiti. Ma gH è facile il vedere 
come essendo la scienza italiana allora da essi 
e dal clero in generale in parte dominata le 
questioni religiose s'intrecciassero assai facil- 
mente colle scientifiche. 

Con tutto questo non si creda che il Vico non 
fosse un buon credente; e^li aveva anzi pre- 
giudizii religiosi, come il dimostra là dove dice 
che si astenne dal commentar Grozio perchè au- 
tor protestante. Ma nelle sue dottrine fu^ come 
vedremo, talvolta molto ardito, e questo dorevìt 
naturalmente svegliar sospetti. 

Pubblicava il Vico la prima Scienza Nuova nel 
1730 in età di 57 anni, e siccome le condizioni 
librarie in Italia non erano allora, pare, migliori 
((elle presenti, e il Vico si trovava in grande mi- 
seria, dovette vendere , narra egh stesso , un 
anello per pagare le spese di stampa. Il cardi- 
nale Corsini, poi papa Clemente XI, a cui Topera 
è dedicata, gh aveva promesso di stampargliela a 
proprie spese, ma poi al fatto con lettei*a poco 
decorosa alla sua condizione gli avea disdetto la 

{)romessa. Dopo cinque anni pubblicava il Vico 
a seconda Scienza Nuova : più che una seconda 
edizione un'intiera rifusione della prima. Intorno 
a quest'ultima andò poi preparando correzioni 
ed aggiunte, che occuparono gli ultimi anni 
della sua vita, e colle quali si formò poi l'ul- 
tima edizione che usci appunto l'anno stesso 
della sua morte. 



CAPO I 



2l 



Ma già dopo la seconda di quelle pubblicazioni 
Tattività intellettuale del Vico s era di molto in- 
fiacchita : la sua salute era già logora dagli 
anni, dalle fatiche e dalla sventura, ed ora gli 
si aggiungevano gravi dolori e travagli di corpo. 
Kecò qualche sollievo alle sue miserie lav- 
venimento. al trono di Napoli di Carlo III di 
Borbone, il quale datosi a promuovere alquanta 
la coltura intellettuale del popolo , l' unico fra 
quei Borboni, che ciò abbia iatto, rivolse lanimo 
anche al misero Vico e « en atencion » dice 
il decreto scritto in ispagnuolo t à la doctrina 
« que concurre an su Em., y à los trabayos, que 
« ha tenido en instruir por largo espacio de 
. « anos la juventud en està R. Universìdad de los 
« estudios » lo nominò suo istoriografo con lo 
stipendio di ducati 100: tardo e misero com- 
penso alla triste ingiustizia dell'Università. Ma 
i suoi malori andarono aumentando, e il corpo 
gli jsi infiacchi talmente che anche lo spirito se 
ne risentì, sicché qualche tempo prima della sua 
morte perdette la memoria e cadde in uno stato 
si miserando , che a mala pena poteva ancor 
riconoscere i suoi figli. — La morte veniva fi- 
nalmente a liberarlo da* suoi mali il 20 gen- 
naio del 1744. 

L'Italia non pianse allora uno de* suoi mag- 
giori e migliori figli; pochi oltre la famiglia 
e gli amici dovettero pigliar parte a quella 
sventura : ci riserbiamo in altro capitolo a nar- 
rare succintamente le vicende della lama di Vico. 
Altri ci perdonerà se noi in questo ci siam forse 
di troppo dilungati in narrar la vita sua, che è 
già abbastanza conosciuta ; ma non ci parve che 
quelli che trattarono sinora di lui, si siano molto 
curati di ricercare e mettere in rilievo il carat- 
tere e le qualità del suo animo, e solo ne tocchi 



22 CENxM BIOGRAFICI 

insufEcientemente il Tommaseo. Abbiamo lasciato 
parlar lui stesso tutte le volte che abbiam po- 
tuto, che nessun scritjfcore si dipinge con tanta 
verità e ingenuità ne* suoi scritti; ma gli era 
necessario scegliere i tratti più caratteristici, e 
ravvicinarli e legarli nel modo più opportuno, 
perchè rendessero l'immagine intiera ael grande 
Pensatore. 

Or che ci par quasi di aver sciolto un debito 
tributando all'uomo l'ammirazione, di cui noi 
lo trovammo degno, entriamo ad esaminarne 
imparzialmente le dottrine. 

Noi divideremo la nostra trattazione in tre 
parti. La prima comprenderà l'esame delle sue 
dottrine minori, la sua polemica sul metodo 
cartesiano, la sua metafisica, là sua filosofia 
giuridica e morale : essa corrisponderà in certo 
modo anche a una divisione cronologica, in 

auantochè comprenderà specialmente l'esame 
elle prime opere stampate dal Vico : il De Ba- 
tione studiorum (1708), il De anliqumima Ita- 
lorum sapientia (1710) e una parte del De tino 
universi juris principio et fine uno (1720). 

La seconda parte tratterà della filosofia sto- 
rica del Vico, quale si contiene nello stesso libro 
ultimo citato, nel 2^ libro del Diritto universale 
e nelle .due Scienze Nuove. 

Nella terza finalmente si tratterà più breve- 
mente della fama del Vico e dell'efficacia che, 
egh ebbe sullo svolgimento delle scienze da lui 
studiate. 



PARTE PRIMA 

LE DOTTRINE MIMI DEL VIGO. 

Capo 11. 

Principii metodici del Vico e sua Polemica 
contro quelli del Cartesianismo. 

Il Vico, come si scorge dalla sua stessa Au- 
tobiografia studiò molto disordinatamente nei 
suoi primi anni. La giurisprudenza romana, e la 
canonica , la filosofìa platonica e l'aristotelica , 
l'epicurea e la stoica, la metafisica e la mate- 
matica, il sapere antico e il moderno facevano 
una confusione da non dirsi nel suo capo, né 
nelle solitudini del Castello di Vatolla la cosa si 
migliorò sotto questo rispetto per lui, e quando 
tornò a Napoli la confusione grandissima che 
qui era nella scienza dovette accrescere la sua. 

É incredibile la bassezza degli studii filosofici 
specialmente in quel tempo in Italia, e il Vico 
se ne lagna giustamente. Il Cartesianismo v'in- 
cominciava a trapelare ; esso vi fece alcuni sco- 
lari ma non vi fece alcuna scuola: rotto ogni 
legame di tradizione colla splendida epoca pre- 
cedente, cui se avessimo continuato non avrem- 
mo ora avuto bisogno di Cartesio, che c'inse- 
gnasse il modo di distruggere la scolastica, si fi- 



24 POLEMICA CONTRO IL METODO DI CARTESIO 

losofava vagamente, ciascuno per sé come per 
trastullo, senza grandi ed elevati intendimenti, o 
senza consigliarsi coi bisogni e colle tendenze del 
tempo. Cosi i filosofi italiani non sapevano allora 
né ritenere le idee antiche, né aobracciare le 
nuove : Cartesiani, Platonici, Aristotelici vivevano 
gli uni accanto gli altri poco intendendosi tra 
di loro e molto scaramucciando senza venir mai 
a un risultato e , senza fondar nulla come in 
Francia, in Inghilterra, in Germania, dove, ab- 
battuta la Scolastica, era sorta o veniva sorgendo 
una nuova e ricca speculazione. Rotta col pro- 
prio passato, l'Italia guardava ora solo a quello 
d'altrui, e il buon Zanetti si divertiva a coaciliar 
Cartesio con Aristotile. 

Le questioni che più tenevano il campo, dopo 
introdotto il Cartesianismo in Italia, erano spe- 
cialmente le cosmologiche, e tra le più impor- 
tanti era quella del metodo nuovo che esso 
introduceva negh studi. Il Vico vi si gettò in 
mezzo col suo abituale ardore, e frammischian- 
dovi le sue reminiscenze classiche e i risul- 
tati discordanti de* suoi studi fatti, si chiari 
per l'una o per l'altra opinione trascinato più, 
com'egli stesso confessa néìY Autobiografia da 
certe inclinazioni e sentimenti naturali, che gli si 
risvegUavano nello spirito, e ch'egli prese poi per 
voci della Provvidenza, anziché dopo un ma- 
turo esame e uno studio condotto con istretta di- 
sciphna scolastica. Gli é un'osservazione gene- 
rale, che si può fare in tutta la storia intel- 
lettuale del Vico, ch'egli non si rese mai per- 
fetta coscienza delle sue dottrine (1), ma qui in 

(1) Dì qni nacquero specialmente nella seconda Scieiiza 
Nuova i difetti principali della sua dicitura; ma gli è un 
errore volgare il credere, che il Vico non sapesse scriver 
bene: quando pure non si voglia parlare dello siile ener- 



CAPO II 25 

questo primo periodo de' suoi studi ancor più 
che ne suoi tempi posteriori, essendo ancor in- 
certa la meta di essi, e la mente più cor- 
riva alle affermazioni, e quei sensi interni, 
cui egli tanto s'affidava, più oscuri che mai e 
assai poco concordi fra loro. È naturale quindi che 
molte contraddizioni e confusioni nei pensieri vi 
siano, e riesca per noi lavoro assai difficile il ren- 
derli nella loro verità ed esattezza, e senza dar 
loro maggiore armonia q discordanza di quello 
che abbiano in Vico. — È necessario che il let- 
tore ci segua qui coti qualche pazienza. 

La prima questione, che il Cartesianismo sol- 
levò nella mente del Vico fu quella del meto- 
do, ed è specialmente per risolver questa che 
egli lesse e fece poi stampare nel 1709 la sua 
orazione De ratione studiorum : come da lui 
trattata- è questa una questione importantissima^ 
e che si lega strettamente anche co'suoi lavori 
posteriori. Da questo discorso si vede bene, come 
anche in questo periodo egli non perdette mai 
di vista i suoi studii di giurisprudenza romana, 
sulla quale doveva fondare poi in grande parte 
le più belle dottrine della sua filosofia storica. 
E quantunque tanto in questo come nel Libro 
metafisico, che gli tenne dietro, pochi e vacil- 
lanti accenni vi siano ancora della sua Critica 

gico, dello frasi e parole vive ed edìcacissìme, che anclie 
negli scritti scientifici vi sono , io Bon so, se fra i nostri 
letterati molti saprebbero scrivere con tanta naturale ele- 
ganza e proprielh, come il Vico in molti suoi piccoli scritti 
e nelle letterf?, ma specialmente nelle due orazioni per la 
morte della contessa d'Aspremont e della marchesa Petreila- 
Cimini, la prima molto notabile per nobiltà ed elevatezza 
di sentimenti , la seconda per una delicata mestizia , e 
una semplicità quasi famigliare ma commovente: amendue 
affatto prive della rettorica consueta in tali argomenti e piene 
invece di tranquilla ma vera e sentita eloquenza. 



26« POLEMICA CONTRO IL METODO DI CARTESIO 

posteriore ed anzi in molti rilevantissimi punti 
vi sia assolutamente contrario , tuttavia si può 
dire, che le idee da lui svolte nella detta que- 
stione del metodo gli fu come la necessaria 
propedéutica al suo grande lavoro, come lo 
sgombramento del terreno, sul quale doveva poi 
camminare. 

La critica, che Vico fece del metodo carte- 
siano è però talmente intrincata e confusa, sj>e- 
cialmente per la poca esattezza del linguaggio, 
che essa venne totalmente fraintesa dai due 
migliori, che abbiano espressamente trattato 
dèi Vico, cioè dal Ferrari è dal Tommaseo. Ci 
convien dunque ricercar la cosa con pazienza 
e confrontare i diversi luoghi , nel quale , il 
Vico ne tratta; si vedrà anche in questo modo 
qual coscienza si faceva il Vico del metodo da 
lui stesso seguito nelle sue speculazioni. 

Due cose distinte quantunque strettamente 
legate fra loro combattè il Vico nel metodo di 
Cartesio, senza però rendersene perfetta co-^ 
scienza, voglio dire i principii sui quali il me- 
todo si fonda e il processo stesso da lui usato. 
Il Vico comprende tutto questo talvolta sotto il 
nome di Critica, tal' altra di Metodo geometrico, 
tal' altra ancora di Analisi. E. siccome sotto 
l'espressione di Metodo geometrico intende talora 
il ViiX) anche tutf altra cosa, anzi l'opposta, di 
tal guisa, che spesse volte afferma seguir egK 
ne'suoi libri un metodo geometrico, e nella se- 
conda Scienza Nuova dichiara apertamente che 
la nuova scienza da lui fondata procede ap- 
punto come la geometria, il Tommaseo se la 
districò con dire, che il Vico chiama geometrica 
cosi per modo di dire , quel della Scienza 
Nuova {\) 9 e il Ferrari in più luoghi della sua. 

(1) Tommaseo, Studii critici, p. 34. 



CAPO II 27 

Jlénte afferma, il Vico aver combattuto Cartesio, 
ma poi aver finito dì accettarlo e seguirne il 
metodo ne'suoi stessi libri. Quantunque il Vico 
non sia andato esente di molte contraddizioni 
■non è però credibile che nel medesimo scritto, 
:a poche linee di distanza, col medesimo pen- 
siero, condannasse tanto il metodo geometrico 
di Cartesio e sostenesse nello stesso tempo, 
come fa, che gli antichi si salvavano da' suoi 
inconvenienti, col far studiare ai fanciulH la 
geometria come logica ; ed egli stesso ne* suoi 
principii pedagogici raccomanda sempre ai 
giovani lo studio della geometria. A risolver 
•queste contraddizioni basta V osservazione, non 
mai espressa dal Vico, che la geometria, dopo 
le innovazioni di Cartesio , procede con due 
Inetodi, paralelli fra di loro, il sintetico, che 
-è r antico, e Y analitico introdotto da Cartesio 
stesso e perfezionato assai da' suoi successori. 
Questo metodo consiste semplicemente nel rap- 
presentare con cifre o numeri le forme geo- 
metriche, per il quale artifizio si rese possibile 
Ja risoluzione di móltissimi problemi, che prima 
non era, facendosene felicissime applicazioni a 
tutte le diverse parti della matematica. Quando 
clunque vediamo il Vico disapprovare il metodo 
geometrico convien intendere questo di Cartesio, 
il metodo analitico; non l'altro, procedente come 
l'antico coi ragionamenti tatti sulle forme geo- 
metriche. Ma è evidente che il Vico combattè 
4uel metodo senza molto conoscerlo; altrimenti 
Égli non avrebbe pigh'atò T analisi e la sin- 
tesi della matematica come sinonimi del me- 
todo deduttivo e induttivo della filosofia, coi 
<juali quelle hanno ben poco a che fare; non 
■avrebbe confuso le forme platoniche colle forme 
geometriche ed affermato nel LibrO' metafisico. 



28 POLEMICA CONTUO IL METODO DI CARTESIO 

che la geometria sintetica era tum opere ^ tuia 
opera certissima, mentre lanalitica era solo certa 
opere non opera, (cioè ne'risultati non nel pro- 
cedimento) perdià la prima a minimis in infi- 
nitum per. sua. ^postulata procediti la seconda 
qiUa ab infinità^ rem' repeiit, et inde descendi( 
ad minima^ non avrebbe infine, disconosciuti i 
servigi grandissimi resi alle matematiche dal 
nuovo metodo iniziato da Cartesio, e detto che 
esso non avea altro effetto che di renderle più 
^ facili, mentre nel tempo stesso, specialmente le 
meccaniche, ne erano del tutto rese infeconde ^ 
trovando egli che ogni grande scoperta meccanica 
si sia fatta appunto prima dell'analisi cartesiana, 
o a dispetto di essa. Scuseremo questi errori 
del Vico quando penseremo che i suoi studii geo- 
metrici egU li fece sopra Euclide e non and6 
più in là della quinta proposizione^ confessando 
egli stesso di non averne capito molto^ e tro- 
vando che quello studio poneva in ceppi ed an-- 
gusiie la sua mente già avvezza col molto stu^ 
dio di metafisica a spaziarsi nell'infinito dei 
generi (1). In una cosa sola nella sua guerra 
contro il metodo analitico delle matematiche,, 
ebbe ragione il Vico, a mio parere, ed è nella 
raccomandazione che esso fa, che l'algebra non 
venga di soverchio introdotta nell' educazione 
intellettuale de'giovani, perchè tende a renderne' 
gli ingegni troppo meccanici. 

Ma era in un altro ordine che il Vico do- 
veva con maggior efiBcacia combattere il metodo 
cartesiano, cioè nella filosofia stessa : è notabile 
l'ardore e la costanza colla quale il Vico lavor(> 
intorno a quest'opera. Gli ^è che appena il Car- 
tesianismo si ebbe sparso in Italia, egli vi scorse 
quasi d'un tratto istintivamente il nemico più 
(1) IV, 836. 



CAPO ir 29 

formidabile de' suoi studii, delle sue tendenze , 
delle sue aspirazioni scientifiche. — In questa cri- 
tica del Cartesianismo che la il Vico, non ci sarà 
però diiBcile ravvisare due parti, Tuna chiara, 
netta, precisa, che si ripete n^lle diverse opere 
coi medesimi sentimenti, quasi colle - medesime 
parole ; Taltra alquanto incerta e confusa. La 
prima non riguarda il metodo cartesiano in sé 
stesso, ma si nel suo abuso, nella sua applica- 
zione a discipline, cui secondo il Vico non con- 
viene ; la seconda invece riguarda il metodo 
considerato in sé e in tutte le sue applicazioni. 
Quanto alla prima parte non poteva esservi 
sopra certi punti componimento tra Vico e il Carte- 
sia^nismo. Ei»a inerente allo spirito di questa dot- 
trina un'avversione e un disprezzo grandissimo 
contro ogni studio di erudizione, contro lautorità, 
contro le scienze storiche e filologiche. Ogni senso 
storico infatti mancò assolutamente a questa scuola, 
e il Malebranche, uno «lei più insigni di essa si 
meraviglia come mai vi siano uomini che si oc- 
cupino tanto di sapere che abbia nensato Aristotile 
p. e. intorno all'immortalità delVanima; Tessen- 
iiale é di sapere, dice egli, se l'anima sia o no 
immortale, l'er il Cartesianismo intatti quelle 
Verità, che propriamente importava sapere, eran 
le verità eterne, quelle verità di cui noi pos- 
siamo acquistarci una percezione chiara e di- 
stinta o per la loro naturale credenza o colla 
dimostrazione deduttiva. Niente poteva esservi 
di più contrario alla niente di Vico , che sen- 
tiva tanto profondamente l'importanza degli 
studi storici, e doveva presto sentirsi chiamato 
alla loro riforma. Dall'altra parte poi fornito come 
iBgli era di grande senno pratico e da cpael ca- 
rattere di universalità ohe è proprio dèi grandi 
ingegni e fa loro sentire il bisoguo di soddisfere 



30 POLEMICA CONTRaiL METODO DI CARTESIO 

a tutte le tendenze dello spirito, si accorse pre- 
stamente della manchevolezza di quelld. teoria^ 
della impossibilità di usarne nella vita pratica^ 
e del guasto che recava all' esercizio di molte^ 
facoltà e discipline dell'uomo. 

Egli rivendica vivamente i diritti del verosimile- 
contro la scuola cartesiana, che non vuole se noa 
la verità assoluta e non ammette altra ricerca 
della verità, che quella, che si fa dentro di noi col 
criterio della percezione chiara e distinta. Per 
il Vico invece hanno grande importanza anche- 
quelle verità, che ci vengono dal di fuori di 
noi, dall'autorità e dall'esperienza le quali si 
debbono appunto ricercare colla Topica nello- 
studio degU oratori, degli storici, dei poeti e 
delle lingue nelle quali essi parlarono. Ma il 
Cartesianismo disprezza tutto questo. « Come se 
« i giovani, » scrive egli nella bellissima lettera al 
Solla, « dovessero uscire nel mondo 'degli uo- 
mini, il quale fessesi composto di linee, di nu- 
meri e di specie algebraiche empiono loro iL 
capo de' magnifici vocaboli di dimostrazioni, 
di evidenze, di verità dimostrate- e condannano- 
il verosimile, che è il vero per lo più che 
ne dà quella regola di giudicare, che è un 
gran motivo di vero ciò, che sembra vero- 
a tutti alla maggior parte degli uonùni;. 
di che non hanno più sicura i politici in 
prender loro consigli, né i capitani nel gui- 
dare le loro imprese, né gK oratori in con- 
durre le loro cause, né i giudici in giudicarle^, 
né i medici in curare i malori de' corpi, né i 
morali teologi in curar quelli delle coscienze^ 
e finalmente la regola isuprema sopra la quale 
tutto il mondo si acquieta e riposa in tutta- 
le hti e controversie, in tutti i consigli e prov-^ 
vedimenti, in tutte le elezioni, che tutte si de- 



CAPO li 3t 

« terminano o con la maggior parte de voti » (!)• 
Come si vede gli è specialmente noUeducazione , 
intellettuale che il Vico voleva lasciato in di- 
sparte il metodo cartesiano. E questo si collega 
con un suo canone pedagogico, ripetuto in 
più luoghi delle sue opere con molta viva- 
cità e che dà prova del suo grande buon 
senso. Nel De Ratione afferma che la critica 
volendo non solo allontanare i giovani dal falso, 
ma da ogni qualunque sospetto di falsità, ci fa 
abbandonare tutti i veri secondarii e le cose 
verosimili ugualmente che le false; quindi i 
giovani si rendono afifatto impotenti alla vita 
pratica, perchè con quel loro metodo critico 
non possono mai far acquisto della sapienza, 
le cui norme non si deducono da un'idea 
astratta, ma dalla conoscenza della natura e 
delle cose umane, che sono in continua muta- 
bilità; e a differenza della scienza, che di di- 
versi effetti ricerca una causa unica, essa cerca 
di un effetto più cause per venir poi a capo 
della vera, e come la scienza si aggira rielle 
cose somme dell'uomo, cosi la sapienza nelle 
minime: cosa ugualmente importante, dice il 
Vico, perchè mentre i dotti non sapienti, che 
conoscono le cose solo per le generali, rom- 
pono negli scogh della vita, i dotti sapienti sanno 
pigliar gU uomini come sono e da questo con- 
durli a quel che devono essere. Ed è notabile 
assai questa concordanza di pensiero del Vico 
in tempi cosi lontani , e che dopo si grandi 
trasformazioni della sua mente in questo sia 
sempre stato conseguentìssimo a sé (2). 
Nella sua Autobiografia e nelle ScieV(Ze Nuove 

(1) VI, 15. 

(2) Scriveva infatti il De Ratione nel 1708. e la lettem 
al SoHa nel 1729.' 



S2 POLEMICA CONTRO IL METODO DI CARTESIO 

^ lagna pure fortemente contro il sistema peda- 
gogico del suo tempo, e vi nota altri inconre- 
nienti : egli^ trova male che i giovani s aT^zzino 
si prematuramente agli studii di critica meta- 
fisica e d algebra; perchè con questi i giovani 
portati innanzi tempo a giudicare, cioè a giu- 
dicare prima di ben apprendere, contro il' corso 
naturale delle idee, che gli uomini prima ap- 
prendono, poi giudicano, finalmente ragionano, 
ne diviene la gioventù arida e secca nello 
spiegarsi, incapace di grandi sforzi, di analisi, 
di lavori di lunga lena, e tale che senza far 
mai nulla vuol giudicare di ogni cosa (1). 

Non si può abbastanza ammirare il buon 
§enso del vico in questa parte della sua critica 
cartesiana s' anco qualche volta sia stato poco 
esatto nel rappresentar le dottrine che combat- 
teva. Il Vico era perfettamente nella sua ragione: 
quella pretesa di tutto ridurre a scienza, di rego* 
fere la nostra vita con principii assoluti, trovati 
dal nostro pensiero a priori, astrazion fatta della 
vita stessa, quella pretesa era ridicola. La cri- 
tica del Vico va a colpire anche un altro colosso 
della moderna ammirazione, l'Hegel, che guarda 
dall'alto tuttociò che forma il senso comune e 
le opinioni volgari degli uomini : nessuna cosa 
ha vero valore per hai, se non se n*è trovato 
la necessità e assolutezza sua, se non è &tta 
eterna ed assoluta dalla filosofia: tentativi, di 
cui si pu6 ammirare T ardimento, in cui altri 
pruò trovare la vera filosofia, ma, che fanno pa* 
xòfQ a molti questa scienza come un sognare 
all'impazzata, senza nessuna utilità (2). 

(1) IV, 307; V, 101. 

(2) Così il Vico rilevava eloquentemente i pregi della 
morale pratica pungendo acutamente quella dei nlosofi nella 
sua bellissima orazione per la morte della'^oontessa d'Aspre-» 



CAPO II ùZ 

Jl Vico riprovò anche l'uso del metodo car- 
tesiano nelle fisiche, perchè la natura, dic'egli> 
potrebbe essere ben diversamente formata da 
quella , che ì Cartesiani col pensiero si son 
febbricata. Parrebbe dunque che secondo il Vico- 
ai dovesse se^re il metodo sperimentale ; ma 
egli mostra di non conoscer questo gran jÉatto ; 
gli è che tanto rielle fisiche come nelle mate- 
matiche il Vico era assai digiuno di studii e 
cognizioni moderne; quindi qui trova a ridire 
al metodo cartesiano, perchè toglie alle fisiche 
l'eloquenza, e loro dà un procedimento astratto 
e severo che loro non conviene: vuole che 
studiamo la Fisica come filosofi, nempe ui ani'- 
mum componamtis; e quel che è più singolare sì 
è che egli cosi contrario a queste teorie fisiche 
cartesiane, ai sistemi medici ecc. neWAutobiogra/ta 
accetti poi le definizioni del caldo e del freddo 

S|uaH col suo metodo trovò Cartesio ed anzi ne 
accia uso per iscoprir la natura delle febbri, e 
pretendesse poi, come vedremo, nel Libro me* 

mont : « Vengano ora a petto di questa filosofìa > (la morale 
pratica della contessa informata a principii cristiani) e i 

< Savj di Grecia, i quali o dentro j deliziosi orticelii degli 
€ Epici)rì, per le spaziose e magnifiche logge de' Zenoni 
« dipìnte da' divini pennelli, o per li lunghi e verdeggianti 
« viali delle Accademie piantati di vaghi ed ombrosi pia- 

< tani, e proveduti a dovizia di tutti i comodi umani, né 
« nauseali né aiilitti o da mogli che infantano o da'.figlioli 

< che ne' morbi languiscono, con tumor di parole o con 
« arguzie d' argomenti ragionano deli' imperio della virtù 
« sopra il pazzo regno della fortuna; a cui, per giugnere, 
€ insegnano o pratiche di vita impossibili alla condizione 
€ umana, e con gli Stoici disumanarsi e non sentir passione. 

< alcuna; o pericolose con gli Epicurei, da sette di filosofi 
f a divenire brutte mandre di porci, regolando i doveri 
« della vita col piacere dei sensi; o dar leggi e fondar re- 
« pubbliche nel riposo ed all' ombra, che non ebbero altrove 
€ luogo che nelle menti degli eruditi. » 



, 24 POLEMICA CONTRO IL METODO DI CARTESIO 

ta/bico, stabilire una fisica sopra tma metafisica 
propria^ 

Ma il Vico non volle solo limitare Tuso del 
metodo cartesiano, perchè anche nelle scienze, 
alle quali esso si può applicare, che il Vico però 
non determina mai, egli lo trova imperfetto, 
qualche volta anche falso. 

Talora egli dice come regola generate che i 
due metodi, il critico e il topicoy si debbono 
contemperare insieme, perchè ai possa avere la 
verità, mentre il Cartesio si attien solo al primo ; 
e questo, dic'egli, è tanto più erroneo inquantochè 
la Critica deve venire dopo la Topica, come pro- 
cede lo stesso genere umano nel suo svolgi- 
mento intellettuale (1). La Topica infatti è queua 
ohe ci conduce alla ricerca delle idee, la Critica* 
quella che ce ne & esaminare il valore : senza 
m Topica non rimane nessuna cosa alla Critica, 
intórno alle quale esercitarsi , essendo quella 
che apparecchia la materia per ben giudicare, 
poiché non si giudica bene, se non si è cono- 
sciuto il tutto della cosa e la topica, è l'arte in 
ciascheduna cosa di ritrovare tutto quarito in 
quella è (2). 

Lo stesso pensiero avea già espresso nel De 
antiquissima italorum sapitntia (3), dove af- 
ferma essere stato ugualmente nel falso gli 
Accademici e gli Stoici, quelli perchè usavano 
solo della Topica e questi della Critica, — E cosi 
il criterio cartesiano della percezione chiara e di- 
stinta può solo aver valore, quando si sono colla 
Topica studiate tutte le relazioni della cosa; 
certamente però studiata colla face critica, per 



(1) V, 238. 

(2) IV, 337. 

(3) II, 101. 



CAPO II 35 

il che dice il Vico, per omnes versasse Topica 
ipsa Critica eriu 

Da questi passi sembrerebbe, eh' egli non 
condanni che T esclusivismo del metodo carte- 
siano, e lo trovi giusto quando sia contemperato 
col suo metodo topico. Da altri sembrerebbe 
•invece, eh* egli lo voglia addirittura rifiutato dal 
sapere umano, identificandolo col Sorite degli 
Storici e col Sillogismo aristotelico. Ma il Vico 
s'era fatto talmente idee incerte e confuse 
sopra Platone, Aristotile, gli Stoici e i Car- 
tesiani, che immagina tra loro opposizioni o 
somigliante, che in ^realtà non esistono (1). 
Facendo nella Scienza Nuova la storia delle 
umane idee, egli trova che prima di Aristo- 
tile, introdotta da Socrate la Dialettica con 
r induzione di più cose certe ch'abbian rapporto 
alla cosa dubbia, della quale si questiona, ossia 
la via unitiva^ ne venne che a suoi tempi e a 
quelli di Platone « sfolgorava Atene di tutte 
« l'arti nelle quali può essere ammirato Fumano 
« ingegno, cosi di poesia, d'eloquenza, d'istoria, 
^ come di musica, di fonderia, di pittura, di 
« scoltura, d'architettura. Ma poi venuto Ari- 
« stotile, che introdusse il Sillogismo, il quale 
« è un metodo che piuttosto spiega gli univer- 
« sali ne* loro particolari, che unisce partico- 
« lari per raccogliere universali; e Zenone col 
« Sorite, il quale risponde al metodo de moderni 
«f filosofanti » (i cartesiani) , « che assottiglia, 
« non aguzza gV ingegni : e non fruttarono al- 
« cuna cosa più di rimarco, a prò del genere 
« umano. Onde a gran ragione il Verulamio 
« gran filosofo ugualmente o politico, propone, 

(1) La Storia delta filosofia era tra le cognizioni più 
deboli del Vico: per questo non venne mai perfettamente 
in chiaro nò del proprio sistema nò di quello d'altrui. 



86 POLEMICA CONTRO IL METODO DI CARTESIO 

« commenda ed illustra, T induzione nel suo 
« Organo » (1). — Cosi il Vico confonde il 
metodo induttivo di Bacone col dialettico di 
Platone e coUe sue norme del senso comune 
e dell'autorità del genere umano, per farne poi 
un contrapposto col Sillogiano di Socrate e 
col Sorite degli Stoici, tutt'uno per lui col me** 
todo cartesiano. 

Non bisogna però credere che malgrado To* 
scurità e la confusione non vi sia anche in queste 
idee del Vico una parte di vero, che gli apparve 
in modo vago alla mente sin dai primi anni 
delle sue pubblicazioni. E infatti in quel capi- 
tolo del suo libro metafisico, dove si parla delle 
idee e dei generi, distinti gli universali plato- 
nici dagli universali aristotelici, per i quali egli 
intende le generali categorie dell'essere, osserva 
molto . giustamente che oltreché essi sono inutili 
alla vita pratica, alle arti, alloratoria, ecc., anche 
il ragionare per essi nella scienza confonde, 
com'egli dice, le forme che sono individue, in- 
troduce significazioni vaghe e troppo larghe, 
dalle quali nascono le omonimie, gii equivoci e 
mille pregiudizii filosofici. Egli vuole piuttosto 
che la mente sia libera di forme particolari 
(exempla) e si presenti alla cognizione infor- 
mis quodammodo, quo facilius specierum induat 
formas (2). Non vi son dunque solamente forme 
individue, come egli prima avpva detto: Egli 
vuol che si ragioni colle forme metafisiche e 
queste come lo dice apertamente nelle Risposte 
al Giornale àei Letterati sono appunto prive 
d'ogni forma particolare; altrove queste forme 
vengono identificate cogli universah platonici, 
cioè colle sue idee o archetipi, i quali, se- 

(1) V, 239. 

(2) II, 74. 



V 



CAPO ,11 37 

condo il Vico, di grado in grado ci conducono 
sino all'idea più perfetta, a quella di Dio ottimo 
massimo. — E inutile notare qui gli errori storici 
e le incoerenze del Vico, le quali sono gran- 
dissime. Ma l'idea principale è giustissima: il 
Sillogismo aristotelico, ragionando per principii 
universali, non conduce in filosofia a trovare 
alcuna verità, perchè suppone già conosciuto 
vero nella premessa quel che si deve dimostrare 
nella conseguenza. 

Non meno seria è l'osservazione che Vico fa 
contro il criterio stésso che Cartesio pone a capo 
della sua filosofia, cioè la percezione chiara e 
distinta « il quale, dice il Vico, è tale che non 
* definito è più incerto di quel d' Epicuro, che 
« il senso evidente di ciascheduno, il quale ogni 
« passiotie ci fa parere evidente, conduce di leg* 
« gieri allo scetticismo » (I). E il Vico oppone a^ 
questo criterio cartesiano il senso comune, l'au- 
torità del genere umano. Vedremo più tardi 
qual sia stato il metodo che egli ha creduto di 
tenere e quel che ha tenuto realmente nelle 
sue ricerche storiche, dove si manifesta tanto 
contrario al procedere dei metafisici e dei Car- 
tesiani specialmente. — Noi vogliamo ora trattare 
quella parte del lavoro intellettuale del Vico, che 
riguarda più specialmente la filosofia speculati- 
va, e nella quale egli pure usò il metodo tanto 
da lui condannato dei Cartesiani, cercando di 
fondare una fisica sopra una metafisitra propria. 
Questo egU fece nel De antiquissima Italorum 
sapientia, che il Vico chiamava il Libro meéafi- 
sico. Gli è questo dunque che noi dobbiamo ora 
esaminare colle dottrine che vi si rannodano. 

La trattazione non sarà molto amena né di 
molto vantaggio scientifico ; ma gli è necessaria 

(i) IV, 16. 



J 

38 METAFISICA DI VICO 



per liberarci dal pregiudizio, che il Vico sia 
atato un grande filosofo speculativo. — S'altri 
non l'ha né si diletta di tali studii può lasciar 
di leggere il seguente capitolo. 



Capo Ì0. 

Il Libifo meia fisico 

e le dottrine speculative del Vico. 

Questo libro forma una strana anomalia nella 
storia del pensiero di Vico; esso è contrario- 
a tutta la sua vita scientifica, alle sue tenden- 
ze, ai principi! e al metodo che quasi incon- 
sciamente applicò poi nelle sue ricerche storiche. 
Il discorso sopra il Metodo degli studi, quantun- 
que composto due anni prima, si rannoda molto 
più con tutie le sue opere posteriori ; colà in- 
fetti son già posti certi principii, e già accen- 
nato il metodo che ritroveremo nel Diritto uni- 
versale e nelle Scienze Nuove; colà si scorge già 
qualche frutto dei severi e larghi studi che anche 
in mezzo alle preoccupazioni cartesiane faceva 
intorno ai fatti storici, e specialmente intorno alla 
giurisprudenza romana, la cui meditazione do- 
veva essere-fondamento principale delle sue sco- 
perte scientifiche. Nel De antiquissima Sapientia 
non troviam quasi nulla di tutto questo. Esso non 
tocca i suoi studi in alcun punto importante, tran- 
ne jche in un solo e con taU concetti, che il Vico do- 
veva poi rigettare con tanto splendore di scienza. — 
Non ò quindi a meravigliare se nelle sue opere 
posteriori non si trovino che pochissime e leg- 



CAPÒ m 89 

geri tracce dei pensamenti di questo libro (1). E 
fu fortuna per l'Italia e per la scienza ch'egli abbia 
mgenuamente creduto di aver in esso fondato 
un compiuto sistema di metafisica, sicché tran- 
quillo come di un dovere soddisfatto, più non 
sa occupasse di quelle sue metafisicherie e si 
vdgesse a quegli studi , pei quali egli aveva 
realmente ingegno e tocazione e sui quali do^ 
veva fondare la sua grandezza scientifica. **^ 
H Vico compose questo suo hbro in quel tempo 
che il suo animo era nella sua maggior op-* 
posizione contro il Cartesianismo, e quando 
insieme studiava con ardore la sua diletta giu- 
risprudenza romana, avendo sempre l'occhio per 
5 hi addentrarsi nella natura di questa, e secon- 
andò TincUnazione propria, alle formolo giuri- 
diche e all'origine delle pnrole che vi si con^ 
Bettono, le quali, come ù noto, hanno una 
parte iinportantìssima nel Diritto romano. Al 
Vico , preoccupato allora di cose metafisiche 
parve di trovarvi là dentro una filosofia di cui 
bastava raccogliere le sparse membra per avere 
un sisteiaa compiuto* A lui parve un gran fatto 
questa scoperta, e della quale dovette aver in 
sulle prime una gioia grandissima. Ed in ve- 
rità egli avrebbe con essa tolto ogni forza a 
tutte le opposizioni che i Cartesiani facevano 
agU studi storici, mostrando col fatto còme in 

Juesti si trovava la verità meglio che nelle loro 
eduzioni analitiche. 
Egli osserv^a esservi anche nelle lingue mo- 
derne molte espressioni e parole di senso filo- 
sofico^ il cui uso ristretto dapprima fra gli scien- 
ziati e gli eruditi si sparse poi anche nel volgo: 
nello stesso modo devono essere nate quelle pa- 

(1) Che però non li avesse mai rigettato lo prova una 
lettera ai Gaeta che è del X737 (VI, 106). 



49 METAFISICA . DI VICO 

• 

role latine, dalle quali il Vico vuol trarre la 
sua filosofìa ; e siccome i Latini si diedero assai 
tardi alla filosofia^ così egli immagina» che quelle 

Sarole abbiano essi inavvertentemente accettate. 
a quei due popoli, che anticamente in Italia 
possedevano una sapienza filosofica, cioè gli Joid 
e gU Etruschi, i quali ultimi secondo Vico fu-* 
roQo nella geometria e n^'architettura ante- 
riori ai Greci. 

Ma il Vico doveva egli stesso distruggere il 
fondamento di questo suo edificio filologico è 
filosofico^ quando colle sue grandi critiche poste-» 
riori provò, che gli antichi non ebbero e non 
potevano avere alcuna* scienza riposta^ E in qua- 
umque caso essi non potevano certamente avere 
la metafisica, che loro qui attribuisce il Vico» 
metafisica, eh' egli attribuisce agli Italiani antichi 
e che accetta per sé, ma che noi dobbiamo uni- 
camente trattare come sua propria. Nonché trarla 
dalle origini della lingua latina venne Egli for« 
mandosela parte sotto le influenze stesse del 
cartesianismo e più ideile dottrine di Leibnitas» 
eh' egli non cita e che deve aver solo otnosciutp 
indirettamente, parte co* suoi disordinati studii 
s^Ua filosofia antica, e colla meditazione né lunga 
uè profonda, che egli fece per accordare questi 
disparati elementi tra di loro e colle stranissime 
etimologie, che andava trovando nelle parole 
latine , e che gli erano per verità eccitamento 
alle sue diverse concezioni. — • Certamente vi 
sono qua e là lampi del suo altissimo ingegno, 
ma che vi sia un sistema compiuto o solo andie 
abbozzato nelle sue parti principali non é ne- 
anche a pensarci. 

La prima questione che egli vi tratta gli è 
Quella importantissima della natura e validità 
del sapere umano, alla quale gli àinnp occa- 



CAPO III 41 

sk)ne le parole latine verum e factum. Secondo 
il Vico i Latini tenevano il vero per ciò che è 
fatto; siccome poi Dio è primo fattore e con* 
tiene in sé tutte le cose, cosi nella sua mente 
è contenuto il primo vero, infinito^ esattissiìno : 
la mente umana invece essendo Huita ed essendo 
fuori delle cose non ne comprende che la su- 
perficie; quindi il Vico paragona il vero divina 
colla figura solida, T umano col monogramma o 
colla figura piana e dice che Dio mentre conosce 
disponU et gignU, luomò invece c&nuponit et facité 
— Nelle sue Risposte al Gioitale dei Letterati le 
cose si oscurano ancor più. Colà dice egli stesso 
che per salvare il dogma cristiano bisogna dire 
« che in Dio il vero si converte ad intra col 
< generato ad extra col fatto, ch'egli solo e 
e la vera intelligenza > che egli solo conosce 
« tutto e che la divina sapienza è il perfet* 
« tissimo verbo, perchè rappresenta tutto, con- 
« tenendo dentro di sé gli elementi delle cose 
« tutte e contenendoli ne dispone le guise o 
« siano forme all' infinito e disponendole le co- 
« nosco, e in questa cognizione le fa » (1). Per 
il che il Vico modifica la sentenza antica col 
dire, che fatto è il solo vero creato , mentre, il 
Vero incl'eato, è il Generato, cioè è il Verbo del- 
l' Evangelio: le quali cose se ad altri parranno 
oscure, risponderò, che io non posso dai le loro 
più chiare di quello che il Vico stesso le abbia 
&tte; solo alcune di esse riceveranno schiari* 
mento da quello che segue, mentre altre non 
si possono schiarire senza mutarle, avendovi il 
Vico mescolati elementi cosi disparati, che tra 
di loro non si può più scorgere alcun legame 
logico. 

Una cosa, che chiaramente appare aver vo- 
' (1) li» 117. 



43 metafìsica di vico 

luto dire il Vico da questi ed altri passi, si è, 
che non può aver vera scienza di una cosa, se 
non chi è autore e camusa di questa cosa stessa ; 
ora Dio è causa di tutte le cose, Egli quindi 
possiede vera scienza di tutte le cose, possiede 
tutte le verità. E l'uomo? Tuorno non è causa 
di alcuna cosa reale, quindi non può di klcana. 
parte della realtà avere vera scienza; ma vi 
sono cose tuttavia che Tuomo fa, che son òpera 
sua, e .son sao falto, e queste sono le «astrazioni 
della nostra mente. L' astrazione è una facoltà 
umana, che nasce dalla nostra limitatezza, dalla 
imperfezione della mente nostra, ed essa crea 
la scienza umana. — Ma quali sono le cose^ die 
lioi acquistiamo coli' astrazione/ e di cui possiam 
quindi avere ver-a scienza ? — Se il Vico si fosse 
fatta questa domanda e T avesse meditata seria- 
mente si sarebbe accorto in qua! labirinto 
si poneva cqn questa sua teoria, giacché egli 
con questa giustifica pienamente il metodo dei 
Cartesiani e tutte le speculazioni di questi filo- 
sofi: se infatti la scienza umana non è possi- 
bile che coir astrazione, e le astrazioni essendo 
opera nostra ci danno scienza certissima, è col- 
r astrazione unicamente che il sapere umano 
dovrà procedere e con essa edificare la fisica^ 
la morale, la metafisica con metodo analitico. 
Ma il Vico non pose mente a questo. — Egli 
dice semplicemente che colVastrazione nei cf 
formiamo due cose, il punto e l' uno , in modo 
che con quello potesse designare, con questo 
moltiplicare airinfinito. In questo modo l'uomo 
non potendosi formare un mondo di realtà si 
formò come un mondo di astrazioni, un mondo 
di forme e di numeri, del quale egli è il Dio, come 
Dio lo è delle realtà mondiali. Quindi luomo 
può andar soddisfatto di aver due scienze che 



CAPQ m 43 

posisiedono un criterio sicuro di verità, la geo- 
ipetria e Taritmetica. Le altre scienze si avvici- 
Jiano tanto maggiormente a questa certezza 
-quanto più sono astratte, cioè quanto più i loro 
oggetti sono fatti dalFuomo, perchè il criterio 
del vero è per il Vico l'averlo fatto ( veri evi- 
ierium ao regiclam ipsum esse fecisse). Ma giunto 
A questo punto e nell assegnare i gradi di cer- 
tezza di ciascuna scienza il Vico perde il suo 
-criterio, confondendolo con idee affatto diverse; 
infatti egli dice che la meccanica è mena certa 
della geometria e dell'aritmetica ., perchè con- 
sidera il moto, ma coU'aiuto delle macchine, la 
fisica meno della meccanica , perchè mentre 

auesta coniòmpla il moto esterno, essa contempla 
moto inferno, la morale meno certa della fi- 
sica perchè questa considera i moti dei corpi, 
la morale (1), invece <juella degli animi, i quali 
moti sono profondissimi e son prodotti sovente 
•dalla passione che è di varietà infinita (2\ 

Come si vede, il Vico jion riesci a condurre 
i suoi principi! neanco a metà, che li ruppe: 
aveva visto in parte giusto che le matematiche 
sono scienze certissime, perchè son fatte da noi 
colla nostra astrazione; ma questo tuttavia non 
basta a spiegare la loro certezza, essendovi da 
una parte moltissime altre astrazioni che noi 
<;i facciamo e che per questo non sono per 
nulla certe, e dall'altra essendovi molte cose cer- 
tissime, e che per questo non sono il frutto 
delle nostre astrazioni. Gli' è vero che il Vico 
<jui parla come di sole astrazioni delle geome- 
triche e delle aritmetiche, ma questa restrizione 
-è evidentemente del tutto arbitraria, e abbatte 

(1) Morale, psicologia, metafìsica, sono soventissimo per 
il Vico la medesima cosa. 

(2) Vedi per tutto questo II, 62 e segg. 



44 METAFmìCA Dr VICO 

tutto il SUO sistema. E non è vero anche che sian 
solamente le astrazioni opera o fatto dell'uomo^ 
come qui nel libro metafisico afferma il Vico : 
son anche fatto di lui gli esprimenti fisici e- 
chimici, coi quaK produciamo dei fenonemi, è 
anche opera nostra il mondo umano, il monda 
civile , gli stati , le arti, ecc., in tutte le qualf 
cose siamo ben lungi dal poter avere la mede- 
sima certezza che nelle matematiche. Mail Vico* 
logicamente doveva venire a questa conclusione^ 
la quale in parte, cioè per le cose fisiche, già 
qui si mostra, mentre per l'altra, cioè per it 
mondo morale vi giungerà nella seconda Scienza 
Nuova, con aperta contraddizione a ciò ohe qui 
ne ha detto. — E inoltre tutte le idee in quanto- 
idee sono un fatto dell'uomo : il criterio vichiano- 
verrebbe dunque a dire che tutte le idee sono 
vere in quanto sono idee; al che non possiamo- 
replicare che dicendo sapevamcelo per verità. 

Il criterio vichiano adunque è del tutto ar- 
bitrario , e non solo non ci fa distinguere il 
vero dal falso, ma come criterio non ha alcun 
senso; nella matematica stessa non basta iì 
provare che un concetto vi è fatto da noi per 
dire che è vero: gli è certo che quando noi 
ci facciamo il concetto di una cosa, edsendo- 
autori di quel concetto, sappiamo veramente- 
comò ce lo siamo formato ; come anche quando^ 
noi coir opera nostra diamo origine od occa- 
sione a qualche fenomeno nella natura reate^ 
sappiamo bene come abbiam fatto noi per parte^ 
nostra e qual procedimento abbiamo seguito ;^ 
ma questo principio non basta naturalmente* 
per sé stesso a produrre una qualsiasi cogni- 
zione scientifica in nessuna disciplina umana. 

E qui noi non possiamo che fare le nostre, 
grandi meraviglie come il Vico sia precisamente 



CAPO IH 4{J 

per tali speculazioni salito presso taluni in tanta 
fama; questi ammiratori di ciò che vba di 
men bello in Vico mostrano bene di non averlo 
<5apito, o forse l'ammirano qui precisamente, 
perchè è dove meno lo capiscono; ed infetti 

? ariano di questo Vero e di questo Fatto del 
ico come di qualche cosa di sublime, di mi- 
sterioso, che debba contenere in sé non so qual 
soluzione dei più grandi problemi filosofici. Ed 
é tanto più strana 1* ammirazione di costoro in 
quantoohè il Vico rigettò, se non espressamente, 
almeno molto chiaramente in modo indiretto 
tutta questa sua speculazione e questo suo cri- 
terio, perchè fece le sue storiche ricerche senza 
per nulla aver riguardo a questo, ed anzi ser- 
vendosi, come dice egli stesso, del senso comune 
e dell'autorità del genere umano. E quando 
egli nel principio della seconda Scienza Nuova 
dichiara che la sua scienza è come la geome- 
tria, perchè l'oggetto suo è il mondo umano, 
che è fatto dagli uomini, e che quindi ha uguale 
certezza della geometria, ciò non prova che egli 
si sia servito del criterio, il vero essere il fatto, 
nella sua Scienza. Quell'osservazione in quanto 
si rannoda alle sue ricerche posteriori ha il 
suo lato vero e profondo, ma considerata come 
una derivazione delle dottrine qui nel Libro me^ 
$afisico insegnate, oltre che essere in contrad- 
dizione con esse, come osservammo , , è una 
mera mistificazione , un equivoco che ebbe nella 
seconda Scienza Kuova, come vedremo, le sue 
<ìattive conseguenze. 

Quando il Vico ebbe creduto d'essersi trovato 
xm criterio filosofico entrò a confutare quello di 
Cartesio. Non si può negare che in questa 
confutazione il Vico mostri ingegno e acu- 
tezza filosofica. I dogmatici del nostro tempo 



^ METAFISICA D! VICO 

^i Cartesiani), die egli, per salvarsi dallo scettici^ 
smo pongono come principio inconcusso^ evi- 
dentissimo, dal quale deve partire tutta la scienza^ 
il principio, che poiché io penso 'esisto , cogito- 
ergo sum. E per verità, dicono i Cartesiani, del 
nostro pensare e quindi del nostro essere non 
possiamo dubitare, perchè ne abbiamo una co- 
scienza incontestabile. — Ma gli scettici, osserva il 
Vico> non negano mica d'averne anch'essi co- 
scienza e di credervi, ma negano che se n'ab- 
bia e se ne possa cavar scienza, perchè del pen- 
siero noi non conosciamo la causa, esso ci è- 
dato, noi non ce lo facciamo, noi non sappiamo 
come esso si produca. — Che se il dogmatico 
insistesse dicendo, che slccohie dalla coscienza^ 
del pensiero nasce la certezza dell'essere, cosi 
si acquista la scienza ài questo, perchè nes-» 
suno può essere sicuro di essere se il suo es-- 
sere non forma di una cosa, di cui è certis- 
simo, lo scettico negherà che pensando acquisti 
la scienza dell'essere; perchè questo fosse vero- 
sarebbe necessario che il pensiero fosse causa 
del nostro essere, essendo la scienza di una cosa^ 
conoscerne le cause, dalle quaU essa vien pro- 
dotta, e quindi esser causa non solo del mio- 
spirito, ma anche del mio corpo ; ma i corpi non 
pensano , né pensano i puri spiriti ; nam si ego 
solum corpus essem non cogilarem; sin sola 
mens intelligcrem ; io penso dunque, perchè 
son composto di anima e di corpo, non già che- 
il pensiero sia la càusa dell' una e dell* altro.. 
Tutta la forza di questo ragionamento si poggia 
sul principio che non si possa aver scienza di 
una cosa, se non se ne conosce la causa; ma 
secondo gli altri principii sopra stabiliti noi 
non possiamo secondo il Vico aver scienza, 
di una cosa se non la fecciamo ; aver scienza^ 



ciPo III 47 

di una cosa, conoscerne la causa, esserne la 
causa avrebbero dovuto quindi per Vico essere* 
una sola, e medesima cosa ; egli avrebbe quindi 
dovuto confutare il principio cartesiano con dire 
semplicemente : voi non potete avere scienza del 
vostro essere, perché Quest'essere voi non lo 
fate: ^ siccome anche il vico ammette, che noi non 
siamo autori di noi modesimi, cosi doveva con* 
chiudere che in nessun modo noi possiamo aver 
sciensa del nostro essere, t- Ma l'aver il Vico 
mutato il suo procedimento e taciuto qui il 
suo principio, che non possiamo aver scienza 
di una cosa senza farla, trasformandolo in quel- 
l'altro, che non possiamo averne scienza se non 
ne conosciamo la causa, mostra che il Vico non 
vide la solidarietà, per cosi dire, che teneva uniti 
tutti quei suoi prlncipii; il che lo potè, contro 
alla logica, salvarlo dallo scetticismo. 

La critica vichiana del prindpio di Cartesio sì 
risolve dunque in un equivoco. Egli non osa ri- 
volgere contro di esso in tutta la sua assolutezza 
il suo principio che il vero è il fatto per timore 
dello scetticismo, e la mezza via che tiene non 
lo conduce a fare alcuna breccia nel prin- 
cipio cartesiano, Cartesio infatti gli poteva sem- 
plicemente rispondere che la questione non era 
sulla scienza o non scienza del principio , che 
l'essenziale era di esserne eerti della verità, 
perchè esso doveva essere principio di scienza 
non scienza per sé. 

Si vede dunque che il Vico non fu qui contro 
Cartesio cosi gagliardo oppositore come quando 
si trattava degli abusi del suo metodo: altra 
prova della falsità dei giudizii, coi quali primo il 
nostro Gioberti fece del Vico un grande metafi- 
sico e un possente avversario del soggettivismo 
di Cartesio. 



US ' METAFISICA DI VICO 

Ma per mostrare quanto invalido dovesse 
essere per Vico stesso il suo criterio, basta' 
vedere il modo col quale crede, secondo le dif- 
ficoltà, ch'egli stesso con quello si pose tra i piedi, 
sfuggire allo scetticismo. Se il vero è il fatto 
e la scienza è la cognizione delle cause, e noi 
non facciamo che le astrazioni matematiche e 
non conosciamo quindi che la causa di queste, 
come avremo noi la scienza delle altre cose? 
e specialmente la scienza delluomo? Non awf 
secondo il Vico altro mezzo che di ragguagh'ar 
la scienza umana colla scienza divina, la quale 
comprende la cognizione di tutte le cause. Ma 
come conosciamo noi questa scienza divina? Se 
noi potessimo far questo ragguaglio, l'uomo' 
avrebbe finito da lungo tempo di disputare. Ma 
al Vico parve di sfuggire^ alla diflBcoltà dicendo, 
che il Vero infinito è appunto il Dio' che noi 
Cristiani professiamo e che qliindi conosciamo. 
Vuol forse dire con questo il Vico, che noi do- 
vremo aspettare la soluzione di tutti i problemi 
scientifici dalla religione cristiana? Il Vico non 
intese mai certamente di sostenere un tale as- 
surdo; ma gli è certo che la conseguenza logica 
de'suoi principii sarebbe quella, e allora sarebbe 
stato meglio cominciare di dove ha finito e non 
far un inutile sfoggio di mefcifisica (1). 

Trovato che ebbe il Vico il suo criterio e cre- 
duto fermarlo contro Cartesio, entra nel capo IV 
del suo libro a formare la sua cosmologia; 
quanto quel principio vi sia applicato noi lo ve* 
dromo. Secondo quello che si è detto, per Vico 
scienza non v'ha dunque se non di ciò che noi 
facciamo e di cui solo possiamo conoscere la 
causa. Secondo questo principio ancor nel ca- 
po llhche tratta delle cause in genere, aveva 

(1) V. per tutto questo II, 68 e segg. 



CAPO III &9 

affermato che vere scienze non sono che la geo- 
metria e l'aritmetica, che non possiamo avere 
delle cose reali alcuna dimostrazione, quindi 
nessuna scienza, che è impossibile provar l'esi- 
stenza di Dio a priori, che altrimenti lo faremmo. 
Né la fisica né la metafisica sarebbero dunque 
vere scienze nel senso vichiano. Ora tutto questo 
si capovolge nel capo seguente, che tratta delle 
essenze : queste sono per il Vico le virtù (ener- 
gie) eterne, individue, ed infinite di tutte le cose^ 
le quali , secondo la dottrina platonica qui accet- 
tata dal Vico, sono vero oggetto della scienza ; 
ma secondo il Vico la scienza che tratta di esse 
è la metafisica; questa è dunque la più vera 
di tutte le scienze ; e dice in diversi luoghi della 
sua trattazione, che essa è fonte di verità per 
tutte le altre, che distribuisce a ciascuna l'oggetto, 
i principii e il metodo, ch'essa è la scienza, che 
più si avvicina alla divina; e le matematiche che 
prima erano le uniche vere scienze, ora. debbono 
pighare il loro punto e il loro uno dalla metafi- 
sica ed esser solo le più vere fra le subal- 
terne (1). Ma v'ha di più : la metafisica é scienza 
delle cagioni e delle cagioni intime di tutto il 
reale (2). Dovremmo dunque vedere il Vico 
nonché creare un nuovo sistema metafisico, 
elevare la pretesa di Fichte, dall'Io creare 
il mondo non escluso Dio e dir con lui: Wir 
werden Gott schaffen. Ma egli non trasse sin li 
le sue conseguenze, anzi se ne tenne molto 
indietro e si contentò di cercar solo la spiega- 
zione del mondo. Siccome però, quantunque 
egli non n'abbia pur avuto il sentore, pur il 
suo criterio, il doveva proprio o condurre al 
sistema di Fichte, o fargli tenere impossibile 

(1) H, 79 e nelle risposte passim. 

(2) II, 122. 



50 METAFISICA DI VICO 

5^uaIuQque metafisica, dovette avvolgersi in cu- 
riose contraddizioni, per isfuggiire a quelle due 
conseguenze e salvare ad un tempo quel suo 
criterio, cui esplicitamente non abbandona mai. 
Secondo quel criterio le matematiehe son le 
uniche vere scienze. Il Vico non lo può affatto 
dimenticare, quindi quantunque subordinate alle 
metafisiche , esse son pur quelle che da nno alla 
metafisica la possibilità di spiegare il mondo, 
son esse, che, insegnando come luomo si crei 
il suo mondo di astrazioni, c'insegnano come 
rddio abbia creato il mondo dei reali* Et ea 
rattorte geometria a metaphisica suwm verum 
accipit, et acceptum in ipsam meiaphisicam ^ re- 
ftmdit: hoc est ad scientiae divinae instar hu- 
manam expinmit, et ab humana divinam rur- 
sus confirmai ([). Quantunque quindi la meta- 
fisica sia la scienza delle cagioni» i cui effetti 
sono oggetto della fisica, tuttavia sarà neces- 
sario della matematica,, come dice egli stesso, 
per passare dalla metafisica alla fisica, e il pas- 
saggio si &. semplicemente immaginando, che 
come Yuno genera nell aritmetica i* numeri senza 
esser numero e il punto le estensioni senza 
essere esteso, cosi le virtù delle cose, delle 
quali tratta la metafisica, siano punti reaU, ge- 
neranti i corpi senza esser corpi„ ed abbiano 
reali tutte le qualità, che quelli hanno solo 
nella nostra mente, — Ma il Vico con questo 
non potrà sostenere di aver dato maggior cer- 
tezza alla metafisica,, perchè forma le virtù reali 
di questa sull'analogia dei principi! geometrici; 
gisujchè questi punti metafisici o son fatti da 
noi non lo sono : se lo son fatti, la sua fisica 
non avrà maggior realtà delle astrazioni geome- 
triche ; se non son fatti da noi allora non pos- 
(1) II, 84. 



siamo averne ^cuna scknia. In realtà poi i 
punti metafisici del Vieb non Iranno a die &r 
nulla né col punto geometrico nò coli' una 
aritraètioo. 

11 Vico in questa sua teot^ia (tei punti meta- 
fìsici oscillò tra due diversi estremi* metHeixdosi 
or neir uno or nell' nitro, senza saperci appi- 
gliare ad un partito di mezzo ben determinato, 
voglio dire il panteismo e il monadifimo. jGU è 
difficile tuttavia dar di quella teoria una gei^esi 
nella mente di Vico, perchè vara .genesi non 
ci fu. 11 Vico non si senti tratto a queste ^istva- 
zioili metafìsiche per un veso e sentito bisogna 
dello spirito, quindi non ^i possono ravvisare in 
lui né quelle tendenze intime^ ne quelle idee ma- 
dri dalie quali nella mefdte di Un filosofo si va 
generando un sistema. Il Vico fece insomma que- 
ste specùla2ioAi più per fatle, che perchè vi Jjese 
naturalmente tratto da uno svolgimento del sua 
pensiero. ìia, non ^ può esser metafisico se non si 
na una certa inspirazione particolare più di quella 
che si po^sa essere poeta. U idea stessa di Vico 
di voler trarre una filosofia da certe parole qua 
e là spigolate in una lingua è essenziahnente 
antifilosofica. Non è quindi a meravigliarsi :S6 
grandi incoerenze troviamo in questa libro e 
più che altrove in questa teoria dei punti, dove 
più che con una meditazione propria e profonda 
si lascia dominare dalle varie reminiscenze, le 

2uali partendo da diverse fonti, antiche e mo- 
erne gli s intrecciano in modo vago e confusa 
nella mente. 

Il problema, che egli cosi oscurameilte mirò 
a risolvere fu quello stesso della filosofia greca, 
cioè in che consista il vero essere, e oom© da 
questo possano nascere i corpi e il mòto,. ossia 
come si accordino i fenomeni da noi percepiti 



:U2 METAFISICA DI VICO 

coir^ssere che noi intendiamo come la causa 
o sostanza; problema che il Vico si propone nella 
forma: come si passò dalla metafìsica alla fisica. 
Ebbene il Vico nel rispondervi confuse in-^ 
sieme parecchie delle risposte che vi diedero 
antidie e moderne filosofie , senza risolvere le 
difficoltà di alcuna. — Egli per vero attribuisce 
la teoria dei punti a Zenone lo stoico, confon- 
dendolo coir eteate. Ma questi non aveva mai 
parlato di punti metafisici. Egli sosteneva solo 
che il vero essere è Tuno^ e che questo non 
poteva avere grandezza, perchè allora sarebbe 
stato divisibile e quindi non più uno. — Certa- 
mente questo concetto ebbe influenza sulla teo- 
ria del Vico, ma non ne fu il progenitore. Gli 
è molto probabile eh* egli avesse verso questo 
tempo presa conoscenza, forse indirettamente, 
della filosofia monodologica di Leibnitz, e che 
questa congiunta all'Eleatismo, al Platonismo e 
anche al Cartesianismo, gli fruttassero- quei pen- 
sieri. — Egli è d'accordo col l.eibnitz nello sta- 
bilire che l'essenza e la sostanza delle cose non 
istanno nell'estensione, ma in punti metafisici, per 
Leibhitz monadi, che senza essere estesi hanno 
' virtù d'estensione : questi punti sono Veffìcacia 
per cui le cose sono, ne sono 1' essenza, la so- 
stanza ehe sta sotto e le sostiene, indivisibile in 
sé, divisa dalle cose che sostiene (1) di esse, 
è proprio il conato: conatus dos pimcti: con 
questo essi muovono i corpi, i quali possono 
solo aver moto non mai conato, quantunque il 
Vico dica in un luogo che il conato è la stessa 
' cosa che il moto e altrove che conato non è 
. altro che sostanza (punto metafisico), moto non 
altro che corpo. — Ma v'ha di più: i punti 
sono detti anche da Vico la materia metafisica 
(1) H, 160. 



' CAPO III 5S 

o pura delle cose, essi si dovrebbero quindi 
identificare colle idee o fDrme platoniche e po- 
tersi come queste definire: le guise coite quali 
ciascheduna cosa particolare è portata all'attuai 
suo essere da' suoi principii (1^. Ma che sono 
questi principii, se non i punti stessi? 

Ma vi sono contraddizioni ben più rilevanti. 
Dalle cose sopradette parrebbe che il Vico ab- 
bracciasse il monadismo leìbniziano; da altri 
si vedrà quanto invece si avvicini al panteismo. 
In molti luoghi parla del punto metafisico, che 
nei corpi sta sotto ugualmente a distesi disu- 
guali; ma se alcuni di essi accennano a una 
molteplicità di punti, ahri lasciano sfuggire il 
pensiero, il punto come il conato esser uno nel 
mondo; cosi vi dirà in un luogo che vi è in 
natura ima sostanza indivisibile^ che ugualmente 
sta sotto a* saldi stesi inuguali (2); proposi- 
zione stranissima che nega e afferma ad un 
tempo r unità di sostanza» almen nel mondo fi- 
sico; ma più chiaramente già nel capo UI par- 
lando del vero metafisico, che son certamient» 
per Vico le essenze delle cose, cosi dice : Verum 
metaphisicum illustre est^ nulh fine conclu- 
ditur, nulla forma discerniùwr, quia est in/fni^um 
omnium formarum prineipium. Ma questo prin* 
cipio ora è il mondo, T universo intiero, ora si- 
idantifica con Dio: in un luogo il conato tìorr 
è più dei punti molteplici ma appartiene alla 
natura; Natura conando coepit esistere, e altrove: 
« Uno è lo sforzo nelluniverso, perchè déll'uni- 
« verso ed è T Indivisibile, centro che non è le-» 
« cito trovare nell' universo e che dentro le line© 
« della sua direzione tutti i disuguali pesi- so« 
« stenendo con egual forza, tutte le particolare 

(1) IF, 118. 

(2) li, 120. . - 



SA MEIAFISICl DI VICO 

m cm^, sQstìeite infiìememenite ed aggira. Questa 
•e àlaLScmtonza che si sforza mandar mori lei cose 
< per le vie pia eoavenevoli aila sua. somnia pò- 
« teoz&A (t). — Ma questo conato, che nel petn 
isieoro del Vice: abJi^andona talora i suoi Buuti per 
diventar uno> dove si concretizE(yrà? Nella, ma- 
teria, metofìsica, dice! egli, che sta fra. Bio. e i 
•corpi ^ cerne il conata tra la cpuete e il moto. 
Ma. <}ueita maikeiria metajàsi(» cbe non ha ohe 
>cona1», che non ò che virtù, e potenzialità, 
non- ptuS staffe d» sè> e (quando jt Vko non la 
isparpagtiera nelle monadi leibniziane or ne do- 
vrà fare uà Bìq egheliano, q a/egarla addirittu- 
ra, distruggere la sua faticosa teoria dei punti 
e anunerltere che Dio comet è il molante diel 
tutta ditettamente^ è quindi e^i stessa i punti, 
Tefismao^ di ciascun corpo. -^ A <)ueste oonse^ 
gmms» doveva venir^K quando smveva: «L'es^ 
«I aenza (nmsiste in una sostanza., indivisibite, che 
^ al(kr<r msì è che un'indefinita virtù o una sfoino 
* deUlvmmrso a mandar fttori ^aostemep le cose 
•« psntieolari tutte; tahrhèr essenza del ecÉ^po aia 
4(L un' indtónita virtù di mantenerlo disteso , la 
«^ quale a co^e distese, quantunque disuguatissi- 
« ne vi atiasot^ ugualmente; e questa istessa 
«^ sm. indefinita virtù di muoveie che egualmente 
% sta SQtto ai moti quanto rivoglia ineguali; la 
m qmiL virtù emnmie è atto di Dio (2; % e al- 
trove più elmrainiente^ dopo aver mostrato, come 
in un. gcannUo di sabbia vi i^a potonzialmeote la 
iBohì dell^m)iyersQ, coisl conchiude : « Questo io 
« medÉlm eea^ lo sforzo dell' universo, che. so- 
m sitieaó ogmì pioeolissimo cornicciudio, il qoala^ 
4^ non è uè recensione dei corpicoiuolo né 
€ l'estenjsione deil' universo. Quesita è la mente 

(!) H, 126. 
(2) II, 119. 



CAPO III 85 

« dì ©io pura (fogni corpulenza, che agita e 
« move il tutto » (1). — Gli è vero che nelle 
stesse pagine si troverà invece detto, che la 
fnateria è potenza, e sforzo i corpi, perchè con- 
stano di materia che in ogni punto e in conse- 
guenza in ogni istante si sforza. 

Ma quel panteismo, che Iraluce nelle linee 
sovracitate gn fii rimproverato nella 2/ critica del 
Giornale dei Letterati Italiani, per il che il Vico, 
cTie cercò difendersene nella sua Risposta vi si 
confuse vieppiù. Quel cona-to che e dote del 
punto, ed è ancora uno nel tutto e sempre 
uguale a sé «tesso, dote propria e sola dell'u- 
niverso (il mondo), diventa in una pagina se- 
guente dote AélTtmiverso del corpo, ingenuo ri- 
piego; è contrariamente a ciò che avea détto 
nella prima Risposta sostiene che il conato non 
può essere delle parti del corpo, perchè cia- 
scuna di esse-si avrebbe allora a rivoltare contro 
sé in^esima. Quanto -a Ko e al panteismo erede 
thtrsi d'impaccio dicendo, che Dio è sostanza per 
essenza, :mentre le sostanze create lo sono per 
partecipazione; ma non vide, che il punto più 
scabroso stava in quel conato unic(T. 4J poi 
ancor qui, che gli sta tanto a cuore difender- 
sene, fa capolino ancora fi panteismo; quéHe 
essenze infetti, che sono individue ma infinite 
ed eteme tutte « sono particolari divise yrnvà 
« eterne di Dio, che i Romani dissero ©ii Im- 
« mortali , le quali prese tutte insieme atto 
« intendemmo e venerammo un solo Dio po- 
« tento il tutto, » 

Che il Meo volesse essere panteista è un so- 
ffno, che gli altri o egli stesso gli abbiano messi 
dubbi sulla ortodossia della sua dottrina gli è 
certo ; egli stesso si credette in dovere di chiù- 

(1) If, 125. 



56 



METAFISICA DI VICO 



dere le sue polemiche con questa dichiarazione, 
che mostra meglio d'ogni ragionamento da qual 
parte /M sentisse debole il Vicp : 

« Perchè in questi miei libricciuoli di meta* 
fisica alcuno non possa con mente men che 
benigna niun mio detto sinceramente inter- 
pretare, metto qui insieme le seguenti dot- 
trine sparsevi, dalle quali si raccoglie ciò che 
professo : che le sostanze non solo in quanto 
all'esistono^ ma anche in quanto all'essenza 
sono distinte e diverse dalla sostenza di Dio. 
Nel capo IV della metafìsica p. 78 dico l' es- 
senza essere le virtù delle cose ; nella prima 
risposta p, 127 dico che l'essenza è proposta 
della sostanza; nella seconda risposta pag. 156 
dico che l'essere è proprio di Dio, 1' esserci è 
delle creature; e che ciò con molta proprietà 
dicesi nelle scuole : Dio essere sostanza per 
essenza, le cose create per partecipazione. Tal- 
ché essendo Dio altrimente sostanza, altrimente 
le creature e la ragion d'essere o l'essenza 
essendo propria della sostanza, si dichiara che 
le sostanze create, anche iu quanto all'essenza 
sono diverse e distinte dalla sostanza di Dio. » 
Tali dichiarazioni vengono soHtamente fatte 
per motivi estranei alla filosofia, e il Vico in- 
latti, che era buon credente primachè filosofo ^ 
dichiara che scrivendosi da cittadino di repubblica 
cristiana le materie si trattino acconciomente alla 
cristiana religione. 

Poche cose rimangono ad aggiung^e sulla 
filosofia metafisica di Vico: se si entra nei.par- 
ticolari le contraddizioni diventano sempre più 
grandi; accettò alcune idee del Cartesio^ disse 
che non ci son vacui in natura, che il moto è 
nei singoH corpi, non nell'universo intiero; che 
non si dà corpo in quiete, e che gli impulsi 



CAPO III 57 

mutano, non producono il moto , che ogni moto 
nasce per l'aria, che è la macchina universale 
dei movimenti, che i moti non si comunicano 
da corpo a corpo,- ecc. — In capi successivi 
tratta il Vico aell' anima e della mente; ma 
non Ve nulla di importante a notare. 

Quanto si è detto basta a far vedere qual 
fosse il valore metafisico del Vico , tanto messo 
in voga dal Gioberti e da altri; gli è incre- 
dibile quali giudizii falsi è stravolti si diedero 
e si danno tuttora a questo riguardo del Vico* 
Come abbiamo già notato per il vero e il fatto, 
cosi questi punti vichiani sono diventati per la* 
luni una scienza occulta, nella quale è da at- 
tingere una miniera di filosofia. Un professore 
napoletano entusiastico di lui giunse a scrivere 
che tutto lo stupendo svolgimento dell'ultima 
filosofia tedesca nacque da idee mal capite del 
Vico. Malgrado di tutto il nostro italianismo 
dobbiamo vergognarci quando si possono scri- 
vere simili stranezze, I Tedeschi potrebbero in- 
vece con più ragione vantarsi che Vico abbia 
tolto ad imprestito dal loro Leibnitz moltissime 
delle sue idee cosmologiche, se il sistema cosmo- 
logico del Vico fosse tale che potesse formare 
il vanto per una nazione. 

Ed è già troppo il dirlo un sistema» tanti sono 
i malintesi,r le contraddizioni e le incoerenze p^e 
s'incontrano ad ogni pie. sospinto; in unaj me- 
desima pagina lo vediamo porre e negare una 
stesso principio^ scambiare i termini, mutare 
continuamente i sensi delle parole e delle frasi 
che usa. — Non è esagerazione il dire che quanto 
alle cose metafisiche qui trattate, ben poco capi^ 
Vico stesso di quello che scriveva. Parte da un 
principio assurdo e comincia dal porre, un criterio 
che lo doveva gettare nello scetticismo o nel sog- 



38 METAFISICA DI VICO 

gettivismo assoluto, ed egli ne fa uscire una -teoria 
cosmologica; combatte in questo stesso libro il 
ragionar per gli universali aristotelici, il Sorite 
degli Stoici (voleva dire degli Eleati), il metodo 
di Cartesio, ed egli si serve di tutte queste cose 
nel suo speculare ; e con tutto questo nulla vTia 
di più mutevole che que'suoi punti. "Questi , ora 
sono molteplici e stanno ora nel corpo, or nelle 
singole parti, or né nel corpo né nelje parti, (fi- 
ventano nno, sono parti, virtù di Dio ; e jl co- 
nato ne segue le vicende : oi^ è dote del punto 
e si sparpaglia con esso nei corpi, poi s'identi- 
fica con quello e si contrappone a questi ed al 
moto, pure tra loro identificati; ora invéce il 
conato é lo stesso che moto , è molteplice, ma 
diventa anch'esso xmo cól punto, vien tolto ai 
corpi, è dato solo all'universo, è una creazione 
di Oio/ ma è anche un suo atto, una virtù chfe 
in lui si concreta. 

A testimoniar che sia Vico r>autore, qualche 
idea bella e giusta sul metodo , il profondo 
sguardo sulla natura delle matematiche ecc., 
appaiono qua e là come lampi nel bwio. 

Avrò annoiato parecchi lettori esponendo c©se 
tanto aride e con si poco fmtto scientifico ; ma 
gli era prezzo dell'opera il distruggere un pre- 
giudizio , perché con ciò si prepara la Via ad 
una verità; ed è per vero da non dirsi il dannp 
che si ebbero da quello la stessa gloria del 'Tico 
e gli studii ehe egli.avréiì?be potuto promuovere, 
quando fosse jgtato studiato a dovere. 

Il Vico infatti eT)be la strana sorte 8i essere 
portato a cielo da quelli àie meno il dovevano 
HI quelle sciente dove il suo merito era nri- 
Bore; esaltaJto come un grande metafisico, co- 
loro i anali si vio^oho^ reggendo, rendersi ra- 
gione ai quel che leggono, accostandosi a lui 



CAPO HI S9 

par a.T4SFn6 uua filosofia metafisica ne rimasaro 
dkifigaimaii, j^ i pia tacquero per non contrad- 
dire airopìnioQ^ quasi univ^ri^ie; i filoioghi in- 
vece, ebe il doveeno studiare, tngieme ai filosofi 
"della atoria, senfietHlolo tanto encomiare come 
metafimco non ne rdlero saper di lui e lo di- 
sqparezzarom) o lo traecurarono senza conoscerlo. 
1 filosofi della storia poi , die seppero in ge- 
nerala^'^meglio appreìtzarlo, non ne esaminarono 
<sfae alcune generalità, e non qKielle pr^isamente 
ohe sono le più rere e le più feconde per la 
scienza, e tra questi anco il Forrari, che pur 
giudica rettaaiuente la sua metafisica. 

Quando il Ferrari, chiuso il suo riassunto 
delle' opere , che noi pure abbiamo or ap- 
pena abbandonato, si chiede che si poteva 
ppesajii^ di Vico che av^va, quando le com- 
^ese, già btì dw^ìì dà queste ragioni della sua 
iutura graiìdezaa: « S'osservi, dic'egli, il suo 
» airano andamento. Egli sdegna i piccoli pro- 
« blemi j gli avili^ppi Icx annoiano, e^i non ab- 

« braccia, non ismuove cke i grandi principii 

-* allorché un'idea lo spìnge a distruggere ogni 

< opposisiopa, egli à ardito senza smarrirsi 

< iielld ardìtazae; se crea un'autorità sa forzare 
■t le, parole 4i una lingua a riflettere il suo 
« pensiero: ti vi^e eeidenlemente cK'e^li è 
m $1(00 per eamtiar ffli otfaooli in problemi ». — 
k) non so che si posAa aspettare di buono e 
di grande da uno $4rano andamento, e da uno 
che si amiom de^li Bviltuppi: mi pare che spe- 
dahnente dagli ahi principii del linro metafisico 
ei sia pooo da aspettare, mentre il Ferrari stesso 
li chiama umplici wmanti leibnisiane. Per me 
m c'ò qualche cosa che mi prometta il futuro 
Vico nei due , libri priecedenti è il suo buon 
eenso, che gli fa coqibàttere i sogni metafisici. 



60 METAFI^CA DI VICO 

benché ne faccia egli stesso uno» la krgliezza 
del suo pensiero , attinta a un grande ^nti^ 
mento della realtà e della vita pratica, la gin-* 
ste:&za della sua mente ^ che gli ia rendere la 
sua ragione a tutte le divora parti del monda 
spirituale umana, e finalmente i suoi studii di 
mosofìa morale e giuridica e dei fatti storici che 
ad essa si rapportano^ e che sono necessaria pre- 
parazione e fondamento alla filosofia della storia* 
— Verso quelli lo ti*ascinava veramente il sui^ 
genio> anche frammezzo ad altre distrazioni. Egli 
stesso ce lo dice nella sua Autobiografia, cW 
sin dal principio attendeva priucipalmente allo^ 
studio delle leggi romane, « i cui principali fotì- 
c damenti sono la filosofia degli umani costumi 
« e la scienza della lingua e del governo romano^. 
« che unicamente ^ apprende sui latini scrittori » • 
Che anche in mezzo alle ime speculazioni filo*^ 
sofiche non dimenticasse^ questi studii si vede- 
specialmente dal suo discorso Ih Ratione siu-*- 
diorùm, dove Vengono già espóste alcune idee 
sulla giurisprudenza romana. 

Tuttavia ci vollero dieci anni di studii perchè 
Vico si mettesse sulla nuova strada ^ c^è tanto 
tempo corse dalla stampa del hbro metafisica 
a quella del De uno universi juris prineiph, col 
quale entrava in un nuovo periodo, ripiglianda 
con altro spirito, con mente più nudrit^ ^ in* 
gegno più maturo e gagliardo i lavori già toc- 
cati nel De Ratione , dando loro uno svolgi* 
mento alfatta nuovo e ordinandoli alla sola- 
zione di ym grande problema^ fo stabiKmenta 
dei rapporti fra il vero ed il «erto, fi^ la ra*^ 
gione e 1* autorità., U filosofia e la filologia* 
Se anche il Vico non fosrfe giunto a dare unit 
soluzione vera a questo problema, il solo averne 
concepito la necessità in quei tempi e stabili-^ 



CAFO m 61 

Une i termini con tanta chiarezza e piena con- 
sapevolezza basterebbe a circondare il suo nome 
nella storia delle scienze . di una gloria immor- 
tale. Tutte le idee, che oggi son divenute af- 
fatto comuni intorno all' importanza degli studi! 
«torici, al modo e al . senso, col quale bisogna 
esaminare il corso degli avvenimenti umani, lo 
«vol^mento delle istituzioni, delle idee e delle dot- 
trine umane, il nessos che lega tutte queste cose 
insieme, all'interpretazione nuova che a tutte le 
vicende del pensiero e dei fatti umani da esso 
ne deriva, tutte queste idee sono affatto scono- 
sciute prima di Vico, e lo rimasero anche molti 
■anni dopo la morte 41 lui, specialmente fra noi 
Italiani, che abbiamo avuto il primo che le ha 
-concepite. 

Parrebbe da questo che io accettassi Topi- 
nione & coloro, ch^ fanno del Vico un genio 
intieramente isolato nel suo tempo e per que- 
sto naturalmente incompreso. Ma cosi non è. 
lo penso, che non solo il Vico, ina tutti gli uo- 
mini di genio sono innovfi^tori e cominciano o 
^meno indicano, sia per gli studii o per fatti 
poUtidi sociali, una nuova vìa, per la quale i 
;suoi contemporanei si mettono o no, secondo 
le molteplici condizionF, in cui questi e quello 
si trovano e le diverse relazipni nelle quali, 
.essi stanno tra di loro. . 

Noi esamineremo più tardi le ragioni perchè 
il Vico non ebbe l' influenza, che 4a lui doveva 
-derivare nelle scienze. Noi. vogliamo ora piut- 
tosto mostrare come egU, malgrado le sue 
^àndl innovazioni si rannoda col sapere de* 
sud contemporanei e de'suoi predecessori. — 
Che relazioni vi dovevano essere gli è chiaro : 
il suo tempo gli doveva almeno presentare il 
problema sul quale rivolgere i suoi studi scien- 



69 FILOSOFIA GIURIDICA^FILOLOGICA PRIMA DEL VICO 

tifici, e da esso doveva egU trarre ragioni e fetó 
e punti comuni di credenza, scientifica^ i quati 
gli dessera k possibilità di &r3Ì intend^e dai 
suoi contemporanei e di cormncerìi co'snoi ra- 
gionamenti. Questi limiti sono pósti naturalmente- 
al genio in tutti i teofipi. Noi facendo una ra^ 
pida analisi del sapere; prhaa e ai tdmpi <K Vko, 
vedremo carne neanche egK sì sùttra6$e a questa 
l^gg^» ^ da essa meglio si vedrà diove si attenne 
e <mve si scostò dai suoi predee^ssorì. 



Cupo IV. 

La filosofia giuridica e la fih^ogia prima del Vico^ 
— Grozio e la sua scttok — 6. V^ fira^ma. 

Due principali movimenti intellettuali osswr^ 
viamo noi in EiMropa nel secolo xvli^ ihio che 
parte da Cartesio e produce un grande ;$volgi*- 
mento metafisico; un altro da Grozio chr prò»- 
duce un grado svolgimento di: filosofia poiitìcia e 
giuridica. Dietro loro di molti passi stanno gli studi 
nlologici e storici,, però non cosi debim, che 
verso il principio del secolo xvrti per opera spe- 
cialmente prima dei Francesi e degli Ohndes^ 
poscia degli Inglesi, la oologia non. pigliasse - 
un certo aspetto di scienza. 

II movimento giuridico stette dappriiaa sé*- 
parato dal filosofico proprianmente detto in G>rtȈo 
sliesso, nel suo opposiitore Seldeno, neU? Hohbvs^ 
nel Miltony nel Puffendorf ; ma più tardi i filo^ 
sofi stessi Spinossr,. Leibnitz, Lcvcke,. se ne iacn^ 
padronìrono,. aeconlandolo ed assa^ggettsodolo 
ai loro sistemi^ nel tempo stesso dhe il Vico 



CAPO lY 6$ 

tentava in Italia, di ricongiungerlo org^^nica- 
mente coila filologia. Egli però« se noi dolx- 
biamo giudicare dalle sue opere, pare abbia 
assai debolmente o quasi punto conosciuto le 
teorie giuridiche e politiche dei filosofi su men- 
tovati, come in generale fuori di Leibnitz e prò* 
babilmente di seconda mano le teorie filosofiche» 
Quelli cui egli più direttamente si rannoda e 
cui nomina ancne più sovente nelle sue opere 
sono Grozio e Puffendorf, conobbe anche le teorie 
del Seldeno, e dell* Hobbes, ma pare solo nei loro 
principii generah. — Di tutti questi però quegli 
che studiò maggiormente e da cui tolse molte delle 
sue idee giuridiche e morali, mescolandole colle 
sue reminiscenze classiche, fii nakwalmente il 
loro suo caposcuola cioè il Grozio. 

Al Grozio non si può negare il vanto di es- 
sere stato il creatore del diritto internazionale 
e del diritto naturale, come scienza separata dalla 
morale, quantunque altri e specialmente il nostro 
italiano Alberto Gentile in alcune parti lo ab- 
biano preceduto. L'innovazione introdotta da 
Gcozio nei sapere, doveva avere grandissime con- 
seguenze, e dare un* indirizzo aSatto nuovo agli 
studii di filosofia giuridica e morale, diverso da 
quello dell'antichità e del medio evo. 

E di vero ai Greci mancavano affatto alcuni 
concetti fondamentali perchè essi potessero for- 
mare un diritto naturale nel nostro senso. Tanto 
Platone che Aristotile convengono in ciò, che 
l'individua debba trovare nello stato la sua più 
grande felicità, vivendo per esso e ad esso ser« 
venda; esso non ha per suo propria ed imme- 
diato oggetto la tutela dei diritti preesistenti nei 
cittadim, ma questi diritti non esistono che in 
esso e per esso, e l'uso di questi è subordinata 
al fine morale, che esso ha come suo oggetto 



64 FILOSOFIA GIURIDICA PRIMA DEL VICO 

proprio da realizzare. — ► Con tali idee gli è as- 
solutamente impossibile di distinguere la morale 
dal diritto e <lalla politica; impossibile di for- 
mare una teoria di diritti che in modo neces- 
sario competano all'individuo come a lui con- 
naturati e per qualunque ragione intangibili, 
impossibile di ammettere diritti comuni a tutti 
gli uomini, di cui sconoscevano se non sempre 
l'universale fratellanza, certo l'universale ugua- 
glianza di natura. 

Il sentimento del diritto, della giustizia di 
ciò, che a ciascun cittadino si debba è molto 
più grande presso i Romani che presso i Greci ; 
tuttavia neanco quelli ci poterono dare un di- 
ritto naturale ; mancava ad essi lo spirito spe- 
culativo e generalizzatore; i loro aforismi giu- 
ridici non erano il prodotto di un lavorio scien- 
tifico ma del loro senno, del loro profondo sen- 
timento del giusto giuridico, e della particolare 
capacità, che caratterizza gli ingegni pratici dì 
considerare le cose in tutte le loro minutezze 
e differenze e giudicarne conforme all'idea che 
da quest'analisi ne esce, non per principii ge- 
nerali, che ad esse applichiamo, dopo averne 
come, si dice, considerata l'essenza, la cui ricerca 
suole travifire ben sovente il pensiero upiano. 
— In questo modo il diritto romano venne for- 
mandosi precisamente per un processo opposto 
allo scientifico. Era dunque per questo solo ri- 
spetto assai difficile a quel popolo il risalire a 
un diritto naturale, ma era poi anche a loro 
Tèso impossibile dalla mancanza dei concetti, 
che gli servono di base^ mancanza che hanno 
comune coi Greci : anche ad essi mancò il sen- 
timento di una natura essenzialmente uniforme 
e di un' uguaglianza naturale giuridica fra gli 
uòmini, anch' essi concepirono il diritto come 



CAPO IV 65 

una creazione dello stato, e se soli fra gli anr 
tichi giunsero ad accomunarlo cogli altri popoli 
lo fecero per un particolare svolgimento storico, 
del quale il Vico ci darà le ragioni. 

Stabilitosi il Cristianesimo fra i popoli, la mo- 
rale e il diritto dovevano trasformarsi profon- 
damente : siccome esso veniva ad annunziare un 
nuovo regno agli uomini, un regno divino, di 
cui la Chiesa era immagine in terra, ad annun- 
ziare che il fine dell'uomo non è quaggiù ma 
neir altra vita, esso s indirizzò naturalmente al- 
l' individuo, distrusse il concetto antico della su- 
bordinazione di questo allo stato, e sottomise 
la politica e la morale alla religione, nella quale 
si doveva trovare la vera morale e la vera po- 
litica. Questi principii che avrebbero dovuto ren- 
dere logicamente impossibile ogni filosofia, quan- 
tunque il fatto sia stato diverso, rendevano già 
per sé impossibile una filosofia civile secondo 
il suo concetto moderno; essi non potevano di- 
stinguere la morale dalla religione rivelata: am- 
mettevano bensì, che v' era in noi una legge 
naturale, partecipazione della legge eterna di 
Dio, ma questa dicevano poi offuscatasi in noi dal 
peccato originale, sicché la legge positiva di 
Dio era quella, a cui si doveva ricorrere per 
avere le regole della buona vita : a questa legge 
naturale e alla legge positiva divina contrappo- 
nevano le leggi positive umane, temporanee, 
accidentali. Dicevano che queste non dovevano 
contraddire alle leggi divine e alla legge natu- 
rale, ma non vi trovarono mai un fonaamento 
razionale, esse valevano perché valevano, o al 
più tutta la forza loro richiamavano all'autorità 
dell'imperatore o del papa. 

Del resto durante il dominio della Scolastica 
i giuristi tenevano come infallibile il Corpus 



66 GROZIO 

Juris quasi colla stéssa venerazione che i Fedeli 
nutrivano verso il Vangelo, e i filosofi verso il 
loro Aristotile. 

Con guasto non è a negarsi che anche prima 
di Grozio nel medio evo, per es. in S. Tommaso; 
e già nei primi tempi della Riforma non si ma- 
nifestassero principii sparsi di diritto naturale, 
specialmente fra gli scrittori protestanti. Olden- 
dorp , Hemming , Winkler , Alberigo Gentile 
possono in questo valere come precursori del 
Grozio , e 1 ultimo specialmente nel Diritto in- 
ternazionale. In questi si trovano già gli ele- 
menti sparsi che bastava raccogliere e razional- 
mente ordinare, perchè se ne facesse la teoria 
del diritto naturale. Noi vediamo già infatti in 
quegli autori la natura umana riconosciuta chia- 
ramente come fonte del diritto , la sociabilità, 
la derivazione del diritto da questa , ecc. Se, 
come già Winkler sostiene, la natura umana è 
non meno della divina fonte del diritto , gli è 
conseguente il concludere che questa lo può 
essere anche senza Dio ; se inoltre la sociabilità 
è tendenza naturale nell'uomo, anche la natura 
sociale deir uomo deve valere come principio 
del diritto. Ed eccoci la morale e il diritto si 
fondano sulla natura socievole dell'uomo; essi 
sono indipendenti dal dogma dell'esistenza di 
Dio: ecco il principio che proclama sin dalle 
prime pagine il Grozio, e in quella sola frase 
stava la distruzione delle teorie morali giuridi- 
che del medio evo e delle nuove teorie 4)oliti che 
del Machiavelli (1). — Non esaminiamo dottri- 

(1) II Grozio pubblicava per la prima volta la sua grande 
opera De Jure oelliet pacis nel 1625; il libro levò subito 
un grandissimo remore di so; si sparse d'un tratto in tutte 
le parti d' Curopa, e dappertutto, toa specialmente in Fran- 
cia, in Germania e in Inghilterra , sorsero crìtiche acerbe 



CAPO IV G7 

< 
nalmente quel principio : si disputò e si disputa 
ancor oggi su di esso, io credo si» falso : ma 
ricordiamoci che nella storia delle umane idee 
raramente un uomo può presentare una nuova 
verità scevra d'errore, e che malgrado questo 
essa non è meno potente a far progredire le 
scienze e il bene del genere umano, tutto dipen- 
dendo dalla natura delle nuove idee e dal tempo 
in cui sono proclamate. N'abbiamo una prova nel 
Grozio: egli creò con quel principio una nuova 
dottrina, per l'Europa allora molto benefica. 

Leggendo al giorno d' oggi il suo libro si 
rimane meravighati com'egli potesse innal- 
zare tanto grido di sé , sicché pochi uomini 
si possono in ciò paragonare a lui. Gli é che 
nessun libro usci in tempo più opportuno e 
più utile. — L' Europa era allora tutta straziata 
da guerre d'ogni fatta, mosse per priucipii re- 
ligiosi, almeno da questi mascherati; ma tanto 
le une quanto le altre condotte con tutta la 

f)ertinacia ed il furore soUto alle guerre di re- 
igione. Scomposta colla Riforma quell'unità reli- 
giosa che costituiva sotto l'alta sovranità del 
Papa e dell' Imperatore la morale comunanza 
dei popoli cristiani di Europa, e nella quale erano 
strettamente subordinati alla religione tutti i 
diritti degli stati e degli individui, i popoli eu - 
ropei si trovarono d'un tratto nelle loro reciproche 
relazioni come privi di un diritto comune. Si può 
facilmente immaginare quanta dovesse essere la 
confiisione nelle idee giuridiche e nella poh- 
tica, e quali pessime conseguenze dovesse avere 
una tale condizione di cose; il Hbro del Grozio 

o lodi smisuratiB, edizioni nuove e commenti d'ogni genere. 
Solamente nel nostro infelice paese, dove una vita politica 
indipendante era ormai del tutto spenta, raccoglienza do- 
veva esservi pia fredda. 



68 GROZIO 

dovendo cadere in mezzo a queste, non poteva 
uscire più opportuuamente e meglio corrispon- 
dere alla coscienza e all'aspettazione universale. 
Badate, disse egli col suo libro ai popoli o meglio 
ai re d'Europa, voi non siete sciolti da ogni dovere 
e diritti reciproci, perchè adorate Dio in diverso 
modo, anche non ne adoraste alcuno voi non ne 
sareste sciolti per questo; voi avreste sempre doveri 
e diritti; questi infatti si fondano sulla nostra 
natura stessa intelligente, costante ed uniforme 
in tutti gli uomini, in quanto si manifesta nella 
comune tendenza alla società; ma se l'uomo ha 
ristinto naturale della socievolezza, vi devono 
essere nella natura sua gU elementi necessarii 
perchè una società debba sussistere e da questi 
potersi comporre un diritto , perchè non v ha 
società che senza questo possa formarsi. Il di- 
ritto quindi è inerente ed essenziale alla stessa 
natura socievole degli uomini , ed è comune e 
costante per tutti, quindi egli definisce nega- 
tivamente il diritto col dire ingiusto quod na- 
turce socieiatis ratione utentium repugnat. Ma 
secondo il Grozio non- vi sono solo diritti na- 
turali fra gli individui; per la stessa ragione vi 
sono anche fra i popoli, fra i quah non è lo ^ 
stato di guerra che sia naturale, ma bensì 
quello della pace ; cosi Grozio estende il diritto 
naturale dalle relazioni individuali alle politiche, 
e fonda il Diritto internazionale. A questo di- 
ritto naturale fondato sulla natura umana cor^ 
risponde il diritto positivo che è il diritto civile 
quando riguarda hnterno di uno sta.to^jtcs gen- 
tium quando riguarda le relazioni estrinsiche 
fra stato e stato. 

Oltre queste norme che regolano la \ita so- 
ciale il Grozio ammette un altro diritto naturale, 
un diritto naturale in senso largo, che è la mo- 



CAPO IV 69 

rale, la quale limita e mitiga ciò che è di stretto 
diritto positivo e naturale (ì). Cosi il Grozio al 
contrario della scolastica, distingueva non solo 
la morale e il diritto dalla religione, ma ancora 
quelli fra loro, e il diritto naturale dal diritto 
positivo. 

Se non che il Grozio, fatte queste distinzioni 
fii ben lontano dal saper determinare la natura 
di ciascun elemento, le loro reciproche relazioni, 
e con metodo sicuro e filosofico tener saldi e 
proseguire i suoi principii nello svolgimento e 
nell'applicazione delle sue dottrine. Grozio non 
era per nulla filosofo, egli era un diplomatico, 
un uomo d'affari, un uomo di senno e che mirò 
col suo libro ad un fine pratico. Egli stesso 
colle sue frequenti e ostentate citazioni, che al 
suo tempo nelle cose giuridiche facevano gran- 
de effetto, col suo discendere ad ogni minutezza, 
dà a divedere com'egU pensasse veramente più 
a fare un codice internazionale, che a dare un 
trattato di filosofia giuridica. 

Dice egli bene, che il diritto naturale, siccome 
fondato nella nostra natura intelligente e so- 
ciale, cosi si debba da essa venire esplicando più 
con ragioni che con autorità. Secondo questo 
suo proposito dovea il Grozio darci un trattato 
razionale dei diritti naturali; ma di questo non 
v'ha pur traccia nel suo Ubro; egli risolve più 
sovente le questioni coir autorità messe le une 
a fascio delle altre che con ragioni; e neir asse- 
gnare a ciascuna delle norme sociali, che noi 
abbiamo superiormente enumerate, la parte che 
esse hanno in queste soluzioni, raramente pro- 
cede con metodo e principii' razionali; il più 
sovente è del tutto arbitrano ed empirico. — 

(1) Il medesimo ufficio attribuisce alla religione cristiana. 



70 GROZIO 

Uno dei difetti suoi principali gli é di non 
essersi fatto un chiaro concetto del diritto. na- 
turale. Egli dice, che la legge civile nihil potest 
prcecipere quodjics naturce prohibet aut prohibere 
quod prcecipit, potest tamen libertatem naturaUm 
circumscribere e altrove humana jura multa 
Gonstituere possunt prceter naturam, cantra na- 
turam nihil, ma quale sia il criterio per cono- 
scere ciò che è di diritto naturale, per stabi- 
lirlo, per derivarlo, egli non lo vide; dice 
che è di diritto naturale ciò che è consen- 
taneo alla natura intelligente e sociale del- 
l' uomo; ma 1' intelligenza e la socievolezza 
stanno Funa accanto all'altra, senzachè se ne 
determinino i rapporti. Se egli avesse saputo far 
questo, se egli si fosse fatto un compiuto con- 
cetto della personalità umana, e questa congiun- 
tala colla sociabilità, avrebbe trovato il vero fon- 
damento e ad un tempo il criterio del diritto 
naturale. Ma a lui mancava del tutto l'ingegno 
speculativo, e d'altra parte gli era per questo 
necessario, che egli distinguesse solo, non già se- 
parasse il diritto dalla morale, nella quale quello 
trova il suo fondamento. 

Egli non avrebbe allora distinto un diritto 
naturale largo da un diritto naturale stretto, 
e trovato permesso dal diritto naturale ciò che è 
riprovato dalla morale e insieme dal diritto po- 
sitivo, come contrario appunto ai diritti asso- 
luti dell' uomo. Cosi secondo lui il diritto na- 
turale permette la schiavitù, permette che un 
padre venda, impegni, ammazzi i suoi figli, 
permette la poligamia, permette in te^lpo di 
guerra, che si abbia a fare quanto più male 
si può al nemico, e che quindi "^si abbiano da 
usare anche armi avvelenate ecc. Gli è natu- 
rale: il Gpozìo avea fondato il diritto di na- 



CAPO IV 71 

tura sopra un istinto , una tendenza ; tutti 
gli istinti e tendenze umane, quando si ven- 
gono ad incontrare coir istinto sociale, dovreb- 
bero dunque essere altrettante fonti di diritto ; 
quindi se esplicitamente ' lo rigetta, talora pure 
nelle applicazioni tratta del diritto naturale come 
di tuttociò che è consentaneo ai nostri ingeniti 
istinti, ai prima naturce degli Stoici, ciò che 
è consentaneo alluso naturale quantunque non 
morale delle nostre facoltà. Cosi il Grozio di- 
struggeva nelle applicazioni il vero diritto na- 
turale, che pure si era cosi confusamente pro- 
posto di fondare. — La confusione poi cresce , 
quando si vede in Grozio quel diritto naturale 
molfìplicarsi ad ogni tratto: v'ha un diritto na- 
turale simpliciter, e un altro prò certo rerum 
statu, un diritto naturale anteriore alle leggi 
civili e un altro posteriore. — Egli conduce, è 
vero, il diritto naturale come un filo, che si 
svolge in tutte le particolarità giuridiche e proi- 
bisce comanda o se ne sta indifferente: ma 
questo è un concetto falsissimo del diritto na- 
turale, e che ancor oggi si trova in molti li- 
bri : il diritto positivo deve sempre essere un' 
applicazione del diritto naturale, questo ci dà 
i fondamenti e i criterii costanti del diritto, e 
in quanto si accomoda alle circostanze dei tempi, 
dei luoghi e dei popoli diventa diritto posi- 
tivo. Il Grozio invece immagina un certo pa- 
rallelismo tra il diritto naturale e il positivo, 
in cui quello non ha verso di questo che un 
uflScio negativo; sicché talora prova la legittimità 
del diritto positivo col diritto di natura, tal' al- 
tra invece stabilisce un diritto positivo contrario 
a questo né si cura di conciliare la contraddizione. 
Le inconseguenze sono ancor più grandi, se 
noi passiamo dal diritto privato al diritto pub- 



72 GROZIO 

blìco : anche (jui egli dà al popolo un diritto 
naturale e poi glielo toglie. Prima di lui già i 
Gesuiti e fra gli altri esplicitamente il Bellar- 
mino aveano posta la sovranità del popolo 
come fondamento della potestà politica, ma sot- 
toponendo questa alla potestà ecclesiastica; il 
Grozio conformemente a'suoi principii fu il primo 
a dare ad essa un fondamento naturale e indi- 

})endente; per lui originariamente la potestà po- 
itica risiede in tutto il popolo cui egli chiama 
quindi il subjectum commune della somma po- 
testà. Parlando delle ongini' della proprietà il Gro- 
zio immagina come l'Hobbes, Vico, Rousseau, ecc. 
vi sia stato un secolo di nomadi, quo sensum 
naturalis societatis, quce est inter homines, mores 
exsurdaverant, e del quale rimasero reliquie nello 
stato posteriore. Da questa condizione dovettero 
gli uomini a poco a poco condursi al vivere civile. 
Egli definisce quipdi in un luogo geneticamente 
lo stato : consociatio, qua multi familiarum patres 
in unum populum ac civitatem coeunt , dando 
cosi a quello quasi la base di un contratto. 

Da questo concetto, che posteriormente ebbe 
uno svolgimento si grande nella filosofia inoli- 
ti ca , e produsse due dottrine fra loro si (Effe- 
renti, quali sono quella dell'Hobbes e del Rous- 
seau, il Grozio non trasse alcuna conseguenza, se- 
condo il solito suo ; anzi malgrado di quel prin- 
cipio egli ammette, che un popolo possa alienare 
tutta la sua libertà e tutti i suoi diritti politici, nei 
quali sta pure la guarentigia dei diritti civili, am- 
mette governi fatti non per l'utilità dei gover- 
nati ma dei governanti, tien come legittimo il 
diritto di conquista ed altre cagioni di dominio, 
le quali danno al sovrano un diritto assoluto 
sui sudditi e fondano gli stati patrimoniali, cui il 
Grozio non trova per nulla contrarii al diritto di 



CAPO IV 73 

natura. In tali stati il sovrano è padrone di tutto, 
anche delle proprieià private dei sudditi, le 
quali egli può alienare a suo beneplacito. Essi 
sono quelli che il Grozio dice avere la sum- 
mitas e la plenitudo imperii nello stesso tempo, 
e che dal sovrano sono posseduti in pieno 
jure proprietatis. Altri governi vi sono di di- 
ritto pieno e non sommo e viceversa. Il Grozio 
combatte fortemente il diritto di resistenza dei 
sudditi contro i sovrani, malgrado le sue teorie; 
potestates publicce, dice egli, eo loco nobis ha- 
bendce sunt, quasi ab ipso Deo essent constituice. 
Secondo il diritto naturale la resistenza non è 
lecita se non in caso di estremissima necessità, 
cioè quando si venga insidiato nella vita; ma 
essa e poi contraria anche in questo caso ai 
precetti dell' Evangelio. Che se questo, in ar- 
monia col diritto naturale, ci ingiunge di non 
ubbidire ai comandi ingiusti dei sovrani , dob- 
biamo però rassegnarci poi a soffrire da questi 
tutte le pene che essi vorranno infliggerci per 
la nostra disubbidienza, perchè indigna digna 
habenda sunt rex quoe facit. E queste teorie 
non erano per quei tempi troppo dispotiche! 
Ma quel che ci fa più maravighare è ludirle da 
uno che vuole fondare il diritto naturale e fa 
questa complice di teorie cosi insane. — Ma 
noi rileveremo altri vizi dottrinaU del Grozio 
quando ne faremo il paragone con Vico (1). 

(1) Del Grozio trattano molto ì Tedeschi : fra i migliori sono 
lo Stahl nella sua Geschichle der Rechtsphilosophie pur 
tradotta in italiano, il Mohl nella sua grande ed eruditissima 
opera Die Geschichle und Lilteratur der Slaatsivissen- 
schafften, Erlangen 1855, e più a lungo V Hinrichs GesoMi' 
chte der Rechts und Staatspricipien seit der Reformation 
bis auf die Gegemvarty Leipzig, 1849. 

Io trovo però che essi sono in generale troppo parziali 
per il Grozio, e gli suppongono talora una vera deduzione 



74 SELDENO 

Fra i più grandi oppositori che ebbe il Grozio 
al suo tempo è da porsi l' inglese Giovanni 
Seldeno, il quale si fece esplicamente difen- 
sore del concetto giuridico del medio evo, 
esponendo le sue idee nel suo libro De jure 
naturali et gentium juxta disciplinam èbrceo- 
rum, pubblicato per la prima volta nel 1640. 

Secondo il Seldeno, il diritto naturale si fonda 
sulla volontà di Dio, non sulla natura umana. 
Esso viene da lui manifestato aU* uomo o im- 
mediatamente con una rivelazione naturale o 
mediatamente con una rivelazione positiva. Esso 
si dovrebbe dunque poter studiare anche colla 
ragione, nella quale secondo il Seldeno stesso 
ci vien scolpito da Dio ; ma questo egli concede 
solo teoreticamente. Secondo lui la ragione e 
la filosofia sono inette a darci un vero sistema 
di diritto naturale ; questo si deve invece studiare 
e ricercare nelle It^ggi degli Ebrei. E cosi fa egli 
in tutto il suo libro, distinguendo ciò che è di di- 
ritto puramente politico e si rapporta solo alla 
costituzione dello stato ebraico da quello, che 
secondo lui ha un fondamento universale, e fu 
rivelato da Dio agli Ebrei, perchè valesse per 
tutti i popoli. — Il Seldeno fa consistere quindi 
principalmente tutti i precetti della giustizia in 
quei sette comandamenti, che secondo la tradi- 
zione furono rivelati da Dio ai figli di Noè. 

La polemiica del Seldeno contro la ragione 
naturale non ebbe al(?un seguito né alcuna in - 
fluenza sullo svolgimento posteriore della scienza, 

filosofica di principii, mentre basti leggere qualche pagina 
del suo libro per accorgersi dell' erroneità di tal giudizio. 
V. pure la bell'opera postuma del Garmignani, Storia 
delVorigine e dei progressi della Filosofia del Diritto^ 
Lucca, 1851, libro talora alquanto superficiale ma molto 
coscienzioso ed erudito. 



CAPO IV 75 

essa fu l'ultima voce dei concetti medievali, e nello 
stesso suo paese Y Hobbes doveva dai principii di 
Grozio trarre una nuova e particolare dottrina. 
L' Hobbes pubblicava le sue teorie giuridico- 
politiche dapprima nel De Cive nel 1 647, poscia 
nel Leviathan xìq\ 1670. — Grozio avea negato un 
ordine superiore all' uomo,, sul quale si fondasse 
il diritto, almeno posto quello accanto a un 
ordine unicamente fondato sulla natura umana, 
senza subordinare l'uno all'altro. Da questa 
umana natura egli sceglie un istinto, cn'egli 
dice essenziale ad essa, quello di socievolezza, 
e su esso vuole teoreticamente, fatta astrazione 
dei fatti particolari, fondare tutti i precetti del 
diritto naturale. — L'Hobbes accetta che il diritto 
si abbia a fondare sulla natura umana e sopra 
le tendenze essenziali di questa, nega però che 
queste tendenze siano la socievolezza; l'uomo non 
cerca essenzialmente il vivere socievole, ma il pro- 
prio particolare benessere ; la tendenza origi- 
naria essenziale dell'uomo è dunqiie l'egoismo. 
— L' Hobbes accetta e svolge il concetto del 
Grozio, che vi sia stato avanti il vivere civile 
uno stato cosi detto di natura, e piglia questo 
come punto di partenza per la genesi del suo 
diritto: per l'istinto sovradetto essenziale agli 
uomini quello stato naturale era per Hobbes 
una guerra di ciascuno contro tutti, perchè non 
y erano diritti , o meglio perchè ognuno avea 
diritto uguale a tutte le cose. Gli uomini a- 
vrebbero quindi finito di distruggersi tutti lun 
coir altro ; mossi allora dalla legge naturale della 
propria conservazione furono condotti a fondare 
gli stati e dare origine all'umana società. Cosi 
Diritto, Politica, Virtù non hanno secondo Hobbes 
per ultimo fondamento, che il proprio interesse. 
Lo stato presuppone per base sua due conven- 



76 HOBBES 

zioni, una di ciascuno con ciascuno, l'altra di 
ciascuno col dominante: in forza di queste si deve 
supporre che ogni individuo abbia rinunciato a 
tutti i suoi diritti per investirne il sovrano, con 
rinuncia ad ogni diritto di resistenza. — Cesi 
il sovrano dell* Hobbes non può mai avere la po- 
testà comune secondo il senso di Grozio, ma ha 
sempre essenzialmente una potestà piena, anche 
con tutti i diritti annessi alla potestà somma , 
perchè egli è assoluto padrone dei suoi sudditi, 
dispone liberamente di loro e delle loro cose, 
è fonte unico della morale colle leggi, che esso 
dà, ed ha facoltà di regolare il culto e le cre- 
denze cristiane come gU piace. 

A combattere un sistema che si poggiava su 
principii cosi immorali e giungeva a si mostruose 
conseguenze, sorsero molti rannodandosi pure 
a Grozio; il che mostra quanto valga la logica 
per la ricerca della verità nelle cose morali. Fra 
i più grandi oppositori di lui sono da annove- 
rarsi il Cumberland, il Puffendorf, il Locke : noi 
non parleremo che del Puffendorf (1), perchè nqi 
non ci proponiamo di fare una storia del diritto 
della pohtica, ma si solo di dare gli elementi 
necessarii ad un giusto apprezzamento delle 
opere del Vico. 

Il Puffendorf si fonda sugli stessi principii del 
Grozio, e si risente molto, pur volendo com- 
batterlo, deirinfluenza dell'Hobbes; an ch'egli vuol 
fondare il diritto naturale sulla natura umana 
e combatte non meno fortemente del Cumber- 
land la dottrina teologica del fondamento del 
diritto. Il Puffendorf distingue tre fonti del di- 
ritto: il Diritto naturale fondato nella ragione 

(1) L'opera capitale del Puffendorf sul Diritto Naturale 
è il De iure naturce et gentium pubblicato per la prima 
volta nel 1672. 



CAPO IV 77 

umana, il Diritto civile fondato sulle leggi civili, 
e la Teologia morale fondata sulla rivelazione 
divina, e non parla della morale filosofica cui con- 
fondeva, a differenza di Grozio, con questa e col 
diritto naturale. — Anche per lui Tistinto della 
socievolezza è fondamento della società ; ma per 
trarne il diritto naturale dobbiamo consultare 
la nostra ragione, che ci guida a conoscere la 
vera natura delle cose. — ÌEgh fonda però, come 
l'Hobbes, la sua dottrina partendo dallo stato di 
natura ; ma il Puffendorf lo concepisce ben di- 
versamente da quest'ultimo. Secondo lui un vero 
stato di natura, in cui ciascun uomo sia isolato 
completamente, o in relazioni casuali con tutti 
gli altri, non è che una mera supposizione. 11 
Puffendorf concepisce piuttosto lo sUto di na- 
tura come quella condizione dell'umanità ante- 
riore alla fondazione degli stati, allo stabilimento 
delle leggi civili: in tale condizione non sono 
gli uomini, come vuole THobbes, in continuo 
• stato di guerra tra di loro : in essi vige il di- 
ritto naturale, e gli istinti di benevolenza e di 
filantropia si fanno valere non meno di quelli 
di malevolenza e di avversione. L'uomo ama ve- 
ramente sé stesso sopra tutti gli altri, ma si 
ama ragionevolmente , cioè ama sé cogli altri 
suoi simili; l'amore di sé e degli altri deve tem- 
perarsi in modo che ne sorga un amore comune 
e su di questo si fonda il diritto naturale. — 
Secondo Puffendorf il principio stesso della prò- 
pria conservazióne è quello che ci spinge alla 
società. Egli fa una descrizione di ciò che sa- 
rebbe l'uomo gettato nel mondo isolatamente, 
mostra come esso nasca naturalmente bisognoso 
d'aiuto, come non vi sia nulla di più infelice 
che un uomo abbandonato a sé solo, e come 
tutti gli agi e i beni della vita vengano dalla 



78 PUFFENDORF 

società; ma quelli sono tanto maggiori quanto più 

Juesta è ordinata, quindi i padri di famiglia 
ovettero fondare gli stati non per un'assoluta 
necessità naturale o perchè Tuomo sia essen- 
zialmente un essere politico, come dice Aristo- 
tile, ma perchè in quella loro condizione di na- 
turale libertà, regolandosi ciascuno secondo il 
proprio giudizio, molti mali ne dovevano de- 
rivare a tutti. Gli stati si fondarono dunque 
per l'unione, in certo modo libera^ dèi padri di 
famiglia, i quali ad ovviare i mali della loro con- 
dizione di vita, rinunziarono alla loro naturale 
libertà, assoggettandosi a un potere sovrano, che 
regolasse le diverse volontà e tendenze degli in- 
dividui e all'uopo reprimesse quelle che offende- 
vano il bene comune. Cosilo stato viene dal Puf- 
fendorf considerato come una persona morale 
collettiva, avente diritti e beni proprii ; esso è il 
noterò più elevato, il quale rappresenta il vo- 
lere di tutti e può usare dei beni e delle forze 
di ciascuno per la sicurezza e pace sociale. * 
Anche per Puffendorf quindi la sovranità è as- 
soluta, i sudditi non hanno nessun diritto po- 
litico e devono fare tutto quello che stabilisce 
il potere sociale; ma questo è, contrariamente 
a quanto il Grozio ammette ne' suoi regni pa- 
trimoniali e r Hobbes nel suo Stato, limitato dal 
proprio fine e dal diritto naturale : esso non 
deve comandar nulla contro di questo e deve 
mirare - essenzialmente nelle sue disposizioni 
al, bene di tutti; limitazioni però, che nel si- 
stema di Puffendorf non hanno che un valore 
teorico, perchè egli toglie ai sudditi ogni diritto 
di resistenza, come il Grozio, anzi va più avanti 
di questo e non ammette sovrani, che possano 
esser legati da leggi, perchè il sovrano è esso 
stesso la legge suprema e ogni altra legge ha 



CAPO IV 79 

valore da lui. I sudditi debbono, dice il Puf- 
fendorf , condursi verso i sovrani, e sopportarne 
i difetti come buoni figli fanno verso i loro gè- 
nitori. — Anche il Puffendorf poi ammette certi 
regni patrimoniali simili a quelli di Grozio, quelli 
cioè, dove il sovrano ha acquistato non solo il 
potere politico ma anche la pubblica proprietà, 
cioè le proprietà di tutti i cittadini. 

Ma mentre il PufiFendorf da una parte fonda 
il diritto sulla natura umana , dall'altra gli dà 
un altro fondamento in Dio. Dio è per Puf- 
fendorf autore del diritto naturale , perchè gli 
è col riconoscere Dio come autore del monoo, 
che noi diamo un valore morale e giuridico 
airistinto sociale e alla necessità del bene uni- 
versale. Dio quindi è per Puffendorf quegli 
che dà forza al diritto naturale da lui imposto 
alFuomo, e da cui devesi considerare come de- 
rivanti le sovranità preposte agh stati. — Ma 
non per questo egli ritorna alle idee scolastiche. 
Il Puffendorf deduce il diritto dal pensiero di 
Dio, non già dalla Fede sovrannaturale che noi 
abbiamo in lui e cerca anzi di dare un fonda- 
mento razionale alla stessa religione; cosi egli 
ta la ricognizione del diritto, a differenza di 
tutti i suoi predecessori, chiaramente indipen- 
dente dalla rivelazione : cessa così in lui ogni 
relazione tra il diritto e la fede. 

Il Puffendorf ebbe non piccola influenza su 
Vico, ma più in cose accidentali al suo sistema 
che nella sua idea principale; non pare del 
resto che egli ne avesse presa una cognizione 
molto profonda ; ma avea studiato molto Grozio, 
e indovinò, come vedremo, tutto il manchevole 
di questa scuola. 

In tutto questo movimento giurìdico-filosofico 
l'Italia non ha alcun nome da presentare ; fino a 



80 FILOLOGIA PEIMA DEL VICO 

Vico essa rimane estranea o almeno non fa che 
ricevere passivamente le teorie che le vengono 
d'oltremente. La servitù politica pare avesse ina- 
ridito tutte le fonti del sapere nelle cose mo- 
rali; gli ultimi rappresentanti del grande mo- 
vimento filosofico del secolo xvi, Vanini e Cam- 
panella, morivano quegli sul rogo e questi in 
esigho e l'Italia pareva vendicarsi della sua de- 
cadenza politica e filosofica cogli studi mate- 
matici, fisici e medicali, nei quali tenne per 
qualche tempo il primato, come lo manteneva 
ancora nelle belle arti, di cui una nuova ri- 
comincia ad avere ampio svolgimento in questo 
tempo, cioè la musica. 

Ma abbiam detto che il Vico non si rannoda 
solo al movimento filosofico-giuridico dei suoi 
tempi, ma anche essenzialmente al movimento 
degli studi storico-filologici suir antichità. Di 
questo assai meno è a dirsi che non dell'altro, 
— La filologia non avea ancora trovata la sua 
via, e non poteva dirsi una vera scienza; la 
storia antica non andava che raccogliendo i fatti 
quali erano stati tramandati, anziché proporsi 
per ufficio di fondare una critica di quelli ba- 
sata da una parte su principii razionali, dal- 
l'altra sullo studio delle fonti. La critica e 
interpretazione di queste, presa ciascuna stac- 
catamente, senza studio di comparazione, era 
. l'unico compito che si proponeva allora il filologo, 
e anziché essa dovesse servire all'erudizione e 
quindi alla conoscenza della storia, l'erudizione 
e la storia servivano piuttosto a quella critica 
priva di veri principii. Tuttavia si tanno in quel 
secolo buoni studii di dettaglio specialmente 
sulla storia romana e sugli autori latini. Basti 
per quelli citare il Perizonio, che fiori tra il 
secolo XVII e xviii, e insegnò nelle università 



CAPO IV 81 

tedesche ed olandesi. Ed anche in questi studii 
noi che eravamo stati i maestri delle altre na- 
zioni con tutti i nostri grandi eruditi dei secoli xv 
e xvr, coi Valla, coi Nizzoli, coi Sigonio, coi Vet- 
tori, ora non abbiamo più qui alcun nome 
celebre da mentovare. Passati invece tali studii 
in Francia, e promossivi specialmente dall' ita- 
liano Scaligero, vi produssero molti uomini ce- 
lebri, il figlio stesso di quello, il Casaubuono, l'En- 
rico Stefano, ecc. finché verso la metà del secolo 
XVII e il principio del xviii ebbero grandi e 
felici cultori in Olanda prima, poscia in Inghil- 
terra col grande Bentley e finalmente in Ger- 
maniav ove posero laro sede, e vi tengono ancor 
oggi il campo, insegnamento in questo all'Eu- 
ropa intiera. 

Più fecondi erano ancora gli studii sulla giu- 
risprudenza romana , e in questi V Italia che 
dieJe a loro nascita e per qualche secolo vi 
tenne il primato su tutte le altre nazioni , non 
istà neanco in questi tempi al di sotto delle 
altre. Centro di tali studi era specialmente Na- 
poli, che diede verso la fine del secolo xvii e 
il principio del xvm un numero grandissimo 
di cultori del diritto romano, per grande parte 
ora dimenticati, ma di cui vien mentovata la 
grande fecondità nelle riviste del tempo, e che 
erano pur conosciuti all'estero. Cosi un giornale 
di Lipsia del 1732 scriveva che i Napolitani in- 
gombravano l'Europa allora coi loro libri giuri- 
dici, atti più a confondere che a chiarire le idee^ 
e cita fra gli altri Gravina e Vico. Il giudizio 
è molto ingiusto. — 11 Villari in un suo recente 
scritto sul Filangieri ci espone molto bene le 
ragioni per le quali si era venuto svegliando 
in Napoli un si grande ardore per gli studi giu- 
ridici. Dopo aver narrato la miseria grandissima 



82 I GIURISTI NAPOLETANI 

del paese, gli abusi e la confusione che regnava 

in tutte le relazioni private e pubbliche, cosi scrìve: 
« Una sola professione era sorta vigorosa e 
numerosa dal disordine stesso del paese, e 
questa era quella degli avvocati. Fra quella 
moltitudine di leggi le liti moltiplicavano al- 
l' infinito; alcune divenivano eterne, si tra- 
smettevano in eredità di famiglia in &miglia, 
se ne parlava per tutto il regno. E quando 
alla moltiplicità delle l^gi s' univano le con- 
tese fira le cune diverse, allora si richiedeva 
a discuterle una vasta conoscenza del diritto 
canonico, feudale, romano ecc.; bisognava del 
pari essere abile ed accorto neUa interpetra- 
zione storica^ e nel paragone delle l^gi. 
Quella professione, però, era la sola che of- 
ferisse grossi guadagni, e desse qualche con- 
side:uzione; quindi i migliori ingegni e più 
ambiziosi la intraprendevano. > Dal che ne 

venne « che il medio ceto, il quale altrove s'wa 
formato di tutte quante le professioni Eiere, 
in Napoli si compose unicamente di aT^iBxcs3s. 
Essi crebbero e moltiplicarono a dissiQSMm; 
furono superbi, avidi, loquaci e riottosi; ma 
pure acquistarono un acume ed una pratica 
maravigUosa neLl' interpretare e conoscere 
l'infinito numero di legislazioni che avevano 
vigore nel regno. In sul principio fu un sem- 
plice empirismo d'uomini nati e consumati 
fra le Uti; ma poi alcuni di più eletto in- 
gegno sollevarono a grado di scienza quel- 
r empirismo, e sorse in Napoli una scuobi di 
valenti giurisperiti, che va posta fi* le po- 
chissime glorie che illustrarono il paese sotto 
il dominio vice-reale. 
« In sulla fine del secolo decimo settimo, di 

. « fiatto, vennero in Napoh alla luce vaste com- 



CAPO IV 83 

« pilazioni di leggi, lunghi' trattati, nei quali 
« già cominciava la interpretazione storica a fio- 
« rire; ma erano lavori che dimostravano piut- 
« tosto nazienza e perseveranza, che ingegno; 
« raccoglievano preziosi materiaU alla scienza, 
« ma ancora non la cominciavano. Si deve a 
« Francesco d* Andrea il raro merito d' aver 
« concepito Y idea di sollevare a più alta dignità 
« la dottrina dei curiaU napoletani. Egli era un 
« uomo di molto ingegno e di vasta dottrina; 
« scrisse pochissimo, ma per la fermezza e bontà 
« del suo carattere acquistò tanta .autorità nel 
« foro e tìella magistratura, che ne fu come il 
« centro. Colla sua parola, coi suoi incoraggia- 
« menti sollevò a più nobile ambizione l'animo 
« dei curiali; e cosi incominciò fra di essi una 
4 gara di studi ed una vita scientifica che non 
« v'era stata da gran tempo. Se non che, fu 
« raggiunto un fine diverso da quello ch'egli 
« s* era proposto. Alla sua morte si vide che la 
« scienza disertava rapidamente il foro , per 
« salire nelle cattedre della Università. Coloro 
« che amavano il vero, abbandonavano le liti e 
« i guadagni della curia, nella quale restavano 
« solo quelli in cui poteva più T amore dell'oro. 
« E cosi si formava una nobile scuola di veri 
« scienziati; ma i tribunali ricadevano nel vec- 
« chio empirismo.» 

Ora da questa scuola, che il Villari ci fa co- 
noscere, uscirono appunto insieme ad altri mi- 
nori, il Mariano, TAulisio e il Capasso, e i due 
più grandi, Gravina e Vico. Gli è necessario che 
noi ci fermiamo alquanto sul primo, perchè il 
suo hbro De origine juris si può considerare 
come il prospetto delle cognizioni del diritto 
romano avanti il Vico (1). 

(1) Il Gravina nacque nel 1664 e mori nel 17i8. Sono 



84 GRAVINA 

U Gravina non inerita il dispreizo che sópra 
di lui getta il Fewari. Egli fa uoffio di tnolto 
senno e di grandissima dottrina ; studioso di 
Groaào e Puffendorf e ad tm tempo grande am- 
miratore della filosofia antica e specialmente 
enturiasta del diritto romano, egli mescolò i di- 
versi concetti che da queste tre fonti gli veni- 
vano, nello stabilire i principii del diritto natu- 
rale. Come gli antichi confonde egli la modale 
col diritto naturale, come gli antichi egli parte 
dalla ricerca del sommo bene e lo torva ùelJa 
virtù congiunta colla felicità e acquistata colla 
scienza > seguendo in questo specialmente gli 
Epicurei eclettici del n secolo deìFera volgare: 
virtuies per scientiam adipiscentes et perturba- 
tiófies immoderatarum effUffientes cupiditatem, 
sola emendazione mentis ad verticem felicitatis 
evadimus. Questo è per Gravina il sommo fine 
umano, e quantunque ikccia le due riserve per 
quello che invece veniva proposto a noi dalla re- 
ligione cristiana, egli non dà a ouesto valore 
dottrinale, mostrandosi egli nelle aottrine scien- 
tifiche del tutto informato alle idee antiche del 
Paganesimo, — La ragione, da lui intesa nel 
modo degli Stoici, come ci fa operare conforme 
alla nostra vera natura, co^ ci accomuna anche 
cogli altri uomini, e come essa domina nell'in- 
dividuo, cosi deve dominare tiella famiglia, nello 

abba^itaa conosciute le sue opere letterrarie e specialmMU 
la sua Ragione poetica^ dove se non possiamo ammirare 
per i nostri fempi una grande peregrinità di dottrine, vi 
si trovano pure molte giuste considerazioni, ed è d'altra 
parte un vero modello di stile scientifico elegante senza 
fioriture. Più celcibre si rese egli per il libro che noi ab- 
biamo mentovato sul diritto, ch'egli pubblicò per la prima 
volta nel 1701, e che lo fece conoscere prestaoaent* in 
tutta l'Europa. -^ Egli era professore di diritto romano a 
Roma. 



CAPO IV 85 

stato, neirumanità ; essa è in questo ca«o nna 
ragione accomunata, sopra la quale si fonda la 
giustizia , cosi decritta dal Gravina : Jìistitia 
est ratio communis commodi et norma universce 
utUitatis publicceque tutela salutis , commercio-^ 
rum altrixj prceses atque ctùstos humanarum so- 
cietatum. 

Nello spiegare però le origini di fatto della 
società il Gravina trova, che ad essa furono gli 
uomiflì condotti da utili e vantaggi materiali , 
e che la giustizia ha avuto origine come mezzo 
necessario a procurarci quelli. In questa dot- 
trina si vede ancora Tinfiuenza degli antichi; ma 
a questa si viene ad aggiungere l'influenza delle 
recenti teorie giuridiche del suo tempo. Egli 
ammette nell'uomo due facoltà originarie, di cui 
una lo trarrebbe alla vita isolata, Faltra alla 
vita civile : ma seguendo quella ogni uomo ve- 
dendosi uguale agli altri cade nello stato de^- 
scritto da Hobbes, per salvarsi dal quale stabi- 
liscono un governo civile, cioè quello del do- 
minio deila ragione, investendo uno o pochi 
deirautorità suprema. Questa quindi ha il suo 
fondamento nella volontà del popolo, nel che si 
accorda col Grozio , Puffendorflf , Hobbes , e gli 
altri di quella scuola. Nel descrivere però la 
natura di tal potere egli è ben lontano dalle 
loro idee assolutistiche : egli segue in questo 
specialmente gli antichi, e le sue idee sono in- 
formate a quello spirito , che con un laoderno 
vocabolo diremmo liberalismo (1). Secondo lui 

(1) Il suo liberalismo sì estendeva anche alle cose di 
religione : egli fu acerrimo, nemico dei Gesuiti e iella Ga- 
sistiea : n volgendosi a un pontefice ebbe il coraggio di seri- 
verp pjje prò Ubero agit guisque rationi paret et prò 
servo quisquis ab temperai auctoritati. Quid importuniufi 
quam euntesuUro machinis tollere ac raptim abstrahere 
euntes via? 



86 GRAVINA 

in&tti non è mai consentaneo al diritto naturale 
un governo assoluto o patrimoniale : esso deve 
attenersi alla giustizia^ e il popolo ha diritto di 
rivolgersi contro di chi opprima la sua libertà, 
che è cosa divina; affermando Egli che senza 
il consenso del popolo nullvm ratum est etjustum 
imperium. Tali idee a lui professore in Roma 
e a quei tempi non gli potevano venire se non 
dal soffio della classica antichità. — Talora però 
par contraddire a quelle sue opinioni democra- 
tiche e dare un certo diritto assoluto di coman- 
do al sapiente^ quantunque sempre secondo 
ragione e per Tutihtà vera dei governati ; cosi in 
un luogo AìcQJìisest principibus legum vim armis 
restituere, $i jmtam libertatem effusiori licentia 
multiiudo corriMìpueriL II Gravina non notò la 
contraddizione la quale è però più apparente che 
reale; se egli avesse meglio riflettuto e non 
avesse mancato come il Grozio d'ingegno filoso- 
fico sarebbe giunto a una vera teoria razionale 
dello stato. Cosi egli non fece che dare intorno 
a questo delle idee staccate, parte suggeritegli 
dal suo buon senso ^ parte dagU studi antichi 
e dai recenti sistemi ; ma una vera teorìa pro- 
pria non seppe fonnare. — Del tutto schiavo 
degli antichi è ^oi nella spiegazione dei moti civili 
e delle rivoluzioni sociali, nelle quali nulla in- 
travede delle idee nuove di Vico, distingue le 
diverse forme di governo, ne determina la na- 
tura e ne descrive i passaggi nell' identico modo 
(>*he Platone nel suo Stato. 

Ma il merito principale del Gravina sta nella 
sua esposizione storica e dottrinale del diritto 
romano la quale per i suoi tempi dovette es- 
sere la meglio fatta, sicché del suo libro si fe- 
cero edizioni anche in Germania e in Olanda. 

In essa però la critica non vi si mostra che 



CAPO jv 87 

a rari passi. Essa procede incerta, senza prin- 
cipii, senza metodo come tutta la critica filolo- 
gica e storica di quel tempo : i fatti non ven- 
gono considerati nel loro complesso né ricon- 
dotti e rannodati alle loro cagioni col proposito 
di trovarvi la vera realtà storica. Ciò malgrado 
non si può negare che qualche idea staccata qua 
e là si trova, che dovette mettere il Vico alla 
traccia delle sue scoperte. Cosi il Gravina già 
osserva che il popolo era originariamente di 
soli nobili, e che solamente essi godevano dap- 
prima diritti politici ; ed altre idee vi sono, cne 
dal Vico ebbero si ampio svolgimento: la san- 
ctitas delle formolo legali, la ^segretezza e l'inac- 
cessibilità del diritto depositato nelle mani dei 
sacerdoti, l'idea che le formolo e le cerimonie 
che si usavano in alcuni atti legali erano rap- 
presentazione di atti reali ex jure naturace ; 
quindi anche il Gravina descrive il primo svol- 
gersi del diritto, come un rapimento dal sa- 
crario sacerdotale; e questo è per lui come per 
il Vico un passo verso l'equità, dicendosi pur 
da lui l'antica giurisprudenza non tam in ae- 
quitate quam in verborumsuperstitione fUndata; 
riguardo alle leggi delle xii tavole non nega 
recisamente come il Vico, che non siano state 
importate dalla Grecia, ma afferma, che a quelle 
venute di là si fecero molte modificazioni, e di 
nuove se ne introdussero, essendo uno de' suoi 
più tenaci concetti, che il diritto romano sia di 
molto superiore al greco e si sia svolto sponta- 
neamente come un'applicazione della ragione 
naturale. 

Il Gravina fu poi talmente ammiratore dei 
Romani e cosi pieno dei concetti giuridici , che 
scrisse un opuscolo De romano imperio, nel 
quale sì piglia l'assunto di provare, che al 



88 LA FILOSOFIA MORALE E GIURIDICA DEL VICO 

popolo romano e ali* impero su di esso fondajto 
e suoi legittimi rappresentanti si apparteneva 
di diritto ai suoi tempi' ancora il governo del 
mondo; e come S. Agostino e Dante avean già 
fondato l'impero romano universale sul volere 
della Provvidenza divina, Gravina lo fonda sulla 
natura stessa del popolo o meglio sopra finzioni 
legali. Dice, che il popolo romano fu il popolo 
più giusto della terra, e che avendo esteso a 
tutti gli altri popoli il suo diritto, la sua lingua, 
la sua civiltà, si deve supporre, come se essi in 
imperio romano suam singuii libertcUem in per- 
petuo deposuerÌ9U. 



€ apo 1^. 

La fllosofia morale e giuridica del Vico. 

Il Gravina è runico scrittore ragguardevole 
Italiaiio che noi possiamo mettere fra i prede- 
cessori del Vico, eppure q^uesti fu ingiusto verso 
di lui e non lo cita mai una volta, forse per 
una delle eue frequenti distrazioni. 

Del resto Tinflueoza degli scienziati era mag- 
giore allora che non adesso fra i diversi popoli,, 
perchè quelli si servivano generalmente ancora 
della lingua latina, si stampavano giornali let- 
terari e scientifici in latino, e Y Europa formava 
per le scienze Ufaa vera repubblica unita più che 
non lo sia al presente almen nelle scienze morali. 
Non é quindi a meravigliarsi, che il Vico po- 
tesse senza esser molto conoscente di lingue stra- 
niere, partecipare, come partecipò realmente, al 
movimento scientifico di tutta Europa. Noi lo 
vedremo esaminando la sua filosofia giuridica- 
e storica, alia quale è oramai tempo che tor- 



CAPO V 89 

niamo, dopoché abbiamo acquistato ^li elem^tì 
principali atti a farci uà giudizio del posto che 
gli compete nella storia della scienza.. 

La filosofia morale e giuridica d«l Vico è per 
la iiiassima parte contenuta nel primo librx) del 
Diritto universale, — Quest'opera si divide, come 
giàubbiamo detto, in due libri : il prioao, cli^ porta 
per titolo De uno et universi juris principio et 
fine unoy ha per oggetto di provare 1° che i prin- 
cipii d'ogni scienza vengono d;a Dio, e. questa 
chiama il Vico la Questione De origine ; T che 
ogni scienza si rivolge a Dio e questa è la que- 
stione De circulo. Nel 2° libro inveoe, che com^^ 
prende le due parti De constantia philosophim 
e De constiintia philologiw sotto il titolo coniiune 
di De constantia Jurisprudentis, si propone di pro- 
vare che ogni cosa ed ogni scienza si collega in 
Dio. — Questa è almeno la sua divisione, la quale è 
ben lungi però dal dare la vera idea dell'opera. — 
Noi diremo invece che in questi libri si contiejie da 
una parte il sistema morale e giuridico dell'autore, 
il quale vien esposto per un buon tratto del D^ 
uno e nelle poche pagine del De constantia phUosQ^ 
phioe(ì), dall'altra la sua nuova scienza filologica 
di cui pone i principii subito al cominciar del 
D/ì uno, ma di cui non si trova l'esposizione che 
alla fijDfce di esso e nel De constantia philologiae. 
Noi tratteremo separatamente queste due parti 
della dottrina vichiana, facendo rientrare la se- 
conda nella seconda parte del nostro lavoro. 

I principii teoretici, morali e giuridici del Vico 



(1) Questo però naii ha alcuna importanza scientiO^, 
moaira solamente alcune convenienze deUa filosi^fia aQjticjia 
e speciAla>eate della platonica colla religione cristiana, e 
combatte le idee fatalistiche, di cui si parlerà trattando della 
filosofia storica ; sarà quindi inutile che noi su di esso ci 
tratteniamo. 



90 LA FILOSOFIA MORALE £ GIURIDICA DEL VICO 

non sono né molto profondi né molto originali. 
— Se noi non vi troviamo la confusione e i 
malintesi del suo Libro metafisico non possiamo 
neajico nell'esposizione di quelli vedere un or- 
dine scientifico ; il Vico non ci manifèsta sempre 
i fondamenti delle sue idee, né posto un princi- 
pio sempre in osselo segue; ma, senza punto farne 
avvertiti i lettori, né accorgersene egli stesso, 
lo abbandona, sicché più cose dice e stabilisce 
senza prova, e molti de' suoi teoremi giuridici' 
e morali sono slegati gli uni dagli altri. Vo- 
lendo trovarne la fonte bisogna ricorrere a prin- 
cipi! e teorie diverse, ora a quelle dell'anti- 
chità, ora a quelle della scolastica, ora, quantun- 
que in più piccola parte qui, a quelle de'suoi 
tempi. 

Per fare le sue dimostrazioni, seguendo a suo 
modo il metodo geometrico , egli stabilisce in 
princìpio alcuni lemmi: che vi son due sommi 
generi d'esseri, spirito e materia, e che l'uomo 
è composto d'entrambi, ed ha quindi mente e, 
senso; che le occasioni non sono causa delle cose ; 
che vi ha un solo modo di consentire alle cose 
dimostrate; che tutto quanto ci viene chiara- 
mente pòrto dall'idea chiara di un oggetto, deve 
in questo trovarsi. Nel che si vede lavversario di 
Cartesio accettarne i principii; e li accettò ancor 
più quando, posti quei lemmi, entra brevemente a 
provare il suo primo assunto, cioè che tutti i prin- 
cipii delle scienze seno da Dio. Gli uomini, egli 
dice, non sono tra loro accumunati dal senso : 
de semibilibus rebics tot opiniones quot homineSy 
ma invece per riguardo alla mente hanno prin- 
cipii supremi di ragione, eterni, assoluti, comuni 
a tutti ^li uomini e certissimi, i quali tutti hanno 
il loro tondamente nell'idea dell'ordine. Questa 
idea deve quindi esser comune a tutti gli uo- 



CAPO V . 91 

mini, ed esser idea d'un ordine eterno come i 
principii che vi si fondano; ma una tale idea 
non può venirci dalle nostre menti che sono 
finite, quella invece tutte le menti finite unisce^ 
essa ci viene dunque da una mente infinita, da 
Dio. — Dal che il Vico ne trae i corollari, che 
v'ha un Dio, che questo è mente unica infinita, 
che esso è autore degli eterni veri. Tutto que- 
sto, è evidentemente cartesiano. 

É molto più lunga la parte , dove il Vico 
cerca di provare il secondo suo assunto, cioè 
che tutte le scienze hanno Dio per loro fine. 
Gli è qui che si contengono propriamente i 
principh moraU e giuridici del Vico. 

Già sin dai principio del suo Ubro, esponendo 
i dubbii, che presso gli antichi e i moderni da 
alcuni si sollevarono, non vi sia forse alcun giu- 
sto naturale, o questo non sia altro che l'utile, 
avea creduto senz'altro troncare la questione 
collo stabilire per principio : Jus asternum verum 
ac proinde inter omnes et semper et ubiquejus. 
Ma questo principio oltre che proposto senza 
prove è del tutto indeterminato. Che il diritto 
sia proprio il vero eterno è un equivoco, nel 
quale il Vico stesso non poteva rimanere ; con 
quell'espressione si verrebbe nella dottrina di 
Vico a dire, che il diritto è Dio; ma una tale 
proposizione, come molt'altre che le somigliano^ 
non ha alcun senso; Dio non può essere 
né il vero, né il buono, né il bello, né il giu- 
sto ecc. come tanto sovente si dice, perchè 
quelle sono idee di rapporto, e Dio è un es- 
sere realmente esistente in sé e per sé. Ma il 
Vico non notò questo, quindi potè scrivere quella 
sentenza, tanto ammirata senza ragione da ta- 
luni, che Dio è Posse, Nasse, Velie infinitum, 
e queir altra compagna che l'uomo è nosse, 



92 LA FILOSOFIA MORALE E GIURIDICA DEI VICO 

velie, posse finitum, quod tendit ad infimtmn. 
Con questo fraseggiare filosofico noi avremo 
sempre miti e ed equivoci nelle scienze filosofiche. 
— Ma Vico potrebbe rispondere, che se il giusto e 
il vero sono idee di rapporto nell' uomo, esse si 
rendono concrete e sostanziali in Dio e quindi 
potrà dirci che Dio è il giusto, e il vero, come 
si idice che è la santità,. la bdlezza, la bontà 
infinita ecc. Ma a queste frasi noi non possiamo 
che dare due sensi ragionevoli, cioè: riguardo 
a Dio stesso, ch'Egli conosce tutto il vero, che 
egli è sommamente giusto ecc.; riguardo a noi 
che egli è autore àelh verità, della giustizia ecc. 
il che è giustissimo, perchè Dio essendo autore 
di tutte le cose, è autore di ^esse come son 
fatte e di lutti i rapporti loro. Cosi il Vico 
non verrà a dir altro colla sua sentenza, che 
Dio è fondamento della verità b del diritto, ma 
con ciò non ci dice ancor nulla; bisogna de- 
terminare in che consista il vero, in che il xii- 
ritto, e quali siano i criterii per eojioseerio.r^-Il 
vero vien definito da Vico mentis cvm rerum 
ordine confbrmatio ; ma Tordine delle cose è 
stabilito da Dio; se questi è il fondamento del 
diritto, il diritto sarà la conformazione della vo- 
lontà a queir ordine, com* egli infatti definisce 
lonestà; ma il perchè quest'ordiiiie sia per noi 
obbligatorio non si rileva dal semplice concetto 
dell'ordine, bisogna anche ammettere, che que- 
st'ordine aa voluto da Dio; il diritto non si fonda 
dunque solo nel vero o nel conoscere di Dio, 
ma si anche nel suo volere. — Ma il Vico non . 
seppe determinare bene questi rappoarti né m 
Dio né neiruomo. 

Vico come Gravina, tendeva cogli antichi a ri- 
durre il volere al conoscere, e commossi egli trova 
in questo l'essenza dell'uomo. Come g^i antichi la 



CAPO V 



93 



saij^ieiMrat, cosi il Vico dc^rive lo stato dell'uomo 
integl^, prima del peccato originale, quale il su- 
premo dominio delk ragione sulla volontà e le 
altre' facoltà minori, e trova che la sua attività 
consisteva principalmente nella contemplaaione 
del sommo vero, mentre lo srtata corrotto consiste 
appunto nelFassoggettamento della ragione alla 
volontà e al senso. Ma il Vico non vede, che la 
ragioine, in quanto domina, è appunto volontà, 
e ch# cfOella per sé medesima non può esser 
fonUe di moralità; egli trova invece, che nel- 
l'uomo corrotto il germe ancor rimasto di ria- 
bilitafsrione è la vis veri, da cui deriva ogni virtù, 
cioè, secondò il linguaggio vichiano, ogni attività; 
cosi da questa vis veri & nascere insiem colla 
scienza (virtus diancetica) l'arte, la sapienza e 
k yirtà morale, che è per il Vico vis veri quce 
a/fectm refraenat (1). JNon si può disconoscere 
in (][iiesta dottrina una grande influenza del Pla- 
tonismo. 

Una grande mancanza della dottrina del Vico 
è, eh' egli non sa distìnguere il Diritto dalla Mo- 
rale. Egli pretende di fondare il principio delle 
scienze in Dio e in noi nello stesso tempo; nella 
derivazione ch'egli fa del diritto da Dio, questo 
appare sempre nel significato di giusto morde, 
non già come giusto giuridico ; nella derivazione 
che ne fa invece dalla natura umana appare 
confusamente nell'uno e nell'altro senso', sen- 
zachè si vegga, il Vico averne rilevsrto chiara- 
mente la diversa natura. — In un luogo 
contrappone la virtù alla giustizia, richiaman- 
dole amendue a quella forza del vero, di cui 
»'è ^to: Vis veri seu ratio humana virtus 
est quantum cum cupiditate pugnai, eadem ipsa 

(1)111,25. 



94 LA FILOSOFIA MORALE E GIURIDICA DEL VICO 

est jicstitia quantum utilitates dirigit et exce- 
quat (1), e trova poi che queste utilità si pos- 
sono, come corporee, misurare colla proporzione 
aritmetica o geometrica e quindi quod est 
cequum, die* egli , dum metiris, idem est jmtum 
quum eligis ; ma siccome il rapporto d'ugua- 
glianza anche ira utilità passeggiere è eterna, 
cosi egli definispe il diritto nella natura essere 
Yutile uguagliato con eterna misurai^) e altrove 
jus naturale est ex electione boni, quod oeqttale 
cognoveris ; e questo egli dice essere V equum 
bonum. Ma tutto questo non può appropriarsi al 
concetto della giustizia cosi detta esterna, al 
Diritto come noi diciamo, perchè questo non ri- 
guarda tutte le utilità, ma si solo quelle che 
cadono sotto una sanzione estrinseca. Cosi al- 
trove, enumerando i precetti del diritto, pone 
per primo, il vivere onestamente, gli altri 
due alterum non Icedere, suum cuique tribue- 
re (3), e questi due ultimi dice egli derivarsi 
dalla naturale parentela degli uomini; nel che 
seguiva le dottrine del suo tempo, senza però 
rendersi chiaro il concetto e metterlo in connes- 
sione cogh altri suoi. — Come Grozio stabilisce egli 
pure che la società è naturale fra gli uomini. 
Questi, dice egU, sono congiunti tra loro dalle 
medesime idee eterne, che splendono ugual- 
mente alla loro mente e cui possono parteci- 
pare tra loro per mezzo del linguaggio; essi 
sonò anche congiunti coi sensi del corpo e 
godono delle medesime cose materiali; gli uo- 
mini sono^ dunque destinati ad una comunione 
del vero e della ragione e, subordinatamente a 
questa, a una comunione delle utilità, dell'equo 

(1) III, 28. 

(2) III, 29- 

(3) HI, 34. 



CAPO V i)'> 

buono. — Dal che si vede, come il Vico desse 
alla socievolezza un* importanza ben più grande 
che non i filosofi giuridici del suo tempo e ne 
facesse un concetto ben più elevato del loro. 
Per questi la società era fondamento del Di- 
ritto, in essa doveva attuarsi la prosperità, il 
bene universale; ma per il Vico la società è 
una comunione non solo di utilità, ma del vero 
e della ragione; anzi questa è il suo fine prin- 
cipale e come tale la società è vero fondamento 
di moralità. Facendo egli la teoria delle pene 
e parlando di quelle naturali date ai colpevoli, 
di quelle cioè, che Dio stesso, Yceterna Ratio in- 
fligge, dice che la maggiore è quella di porsi che 
fa il colpevole colla sua azione fuori della società 
del vero e della ragione, nella quale ^li uomini 
convivono tra loro e con Dio. Per il Vico quindi la 
colpa è un atto, che ci disgrega dagli altri uo- 
mini e ci getta nell' isolamento. Per questo, come 
vedremo in seguito, ha tanta importanza anche 
nella filosofia storica del Vico quest'idea, che 
elemento essenziale della natura umana è la 
sociabilità. — Son queste tra le vedute più 
profonde e più grandi, che il Vico o altri ab- 
biano avute intorno alla natura morale dell'uomo. 
Egli quindi combatte tutti i «istemi del suo 
tempo, che fanno dell' utilità la causa della so- 
cietà e del Diritto, mentre secondo il Vico quella 
non ne è che 1' occasione , la causa essendone 
l'onestà. 

Dalle due comunioni dette del vero e delle 
utilità (1' equo buono) nascono tutti precetti re- 
golatori della società. In essi il Vico confonde 
del tutto il Diritto e la Morale ponendo la loro 
sanzione unicamente nel pudore, uno dei grandi 
concetti della filosofia storica del Vico; ma 
nulla dice dello stato e della sanzione giuridica. 



1)6 LA FILOSOFIA MORALE E GIURIDICA DEL VICO 

— Quantunque però egli non manifesti espli- 
citamente (questo concetto non è a credersi 
che egli lo ignorasse ; egli non se ne rese per- 
fetta coscienza, ma poi nella trattazione delle 
sue dottrine talora lo viene inconsciamente ap- 
plicando. Cosi dividendo egli la giustizia "in 
rettrice ed uguagliatrice , e quella dicendo ap- 
plicarsi a una società diseguale, questa all'u- 
guale, fatta quella fondamento al diritto pub- 
blico, questa al privato, attribuisce air ultima 
una sanzione estrinseca, la chiama jus cequa- 
torivmy giustizia commutativa, ratio aliquid /uste 
agendi, la fa fonte di tutte Je vindiccUiones et 
conditiones; le quali cose tutte sono appunto 
doti del Diritto nel nostro senso ; se nonché non 
vi son tutti i suoi elementi contenuti, molti altri 
di 'questi attribuendo il Vico poi alla giustizia 
rettrice, inquantochè questa riguarda bensì le 
relazioni tra Tuomo e Dio, ma riguarda anche 
(juelle tra i genitori e i figli, tra il governo e 
i sudditi; nei quali due ultimi rapporti vi so®o 
molti elementi, che cadono sotto il Diritto. Egli 
stesso par si accorga della confusione, quando 
attribuendo alla giustizia rettrice le ricompense 
e le pene, divide queste in naturali o date da 
Dio, e in queHe, cne sono date dalla società 
dell* equo buono, cioè, come qui intende certa- 
mente, dair ordine giuridico. 

Il difetto principale del Vico è sempre quello 
di non determinarsi bene il significato delle pa- 
role da lui usate e di scambiarle quindi fra toro 
ad ogni passo; in tutta questa trattazione l'e- 
spressione che più va soggetta a queste vicende 
è quella dìequo buono. Questo ora è tutto il di- 
i^itto naturale, ora è semplicemente Tequamento 
delle utilità corporee, ora è anzà il contrapposto 
di questo, cioè la società del vero e della ra- 



CAPO V 97 

gione (1). E il vero ora è semplicemente un 
soggetto giuridico, come là dove deriva da 
esso il precetto di non fraudare , e si con- 
fonde quindi collo stesso eq^uo buono nel suo 
senso stretto ordinario, ora mvece è il fonda- 
mento della moralità, della società, del diritto; 
e come tale è il diritto naturale secondario, 
cioè quello, a cui propriamente ci conduce la 
nostra natura conoscente e che costituisce la 
ragione di tutte le leggi umane, che si rivolgono 
intorno al diritto naturale primitivo, intorno al- 
l'essere nostro, alle nostre utilità, cioè quindi 
intorno all'equo buono ; il primo di questi di- 
ritti è assoluto ed immutabile , e riguarda le 
€ose precettive, il secondo riguarda le cose le- 
cite e riceve la sua immutabilità da questo, in 
auantoia lecitezza d un azione è cosa pur eterna; 
primo definisce il Vico per la conformazione 
della legge al fatto, il secondo per la mente ossia 
r intenzione, la volontà del legislatore ; il primo 
insomma è il Vero, il secondo il Certo delle 
leggi. Si trovano (jui certamente accennate le 
relazioni tra il Diritto naturale e il Diritto po- 
sitivo nel senso groziano ; ma giunta a questo la 
questione si trasforma nel Vico e piglia un aspetto 
differente. Non si tratta propriamente per questo 
delle applicazioni dottrinali del diritto necessario 
al diritto positivo, ma si delle trasformazioni sto- 
riche che quello va in questo facendo. Ma questa 
questione rientra e vien dal Vico confusa neli altra 

(1) V. su questo anche la Sinopsi del Diritto univer- 
sale, opuscolo del Vico, che si teneva perduto e venne po- 
chi i^nni sono rinvenuto in Napoli e pubblicato dapprima negli 
Annali di Diritto teorico pratico, poscia anche stampato 
a parte. — Esso non si trova nella Raccolta del Ferrari. — 
L'esemplare che posseggo è senza data. 

7 



98 LA FILOSOFIA MORALE B GIURIDICA DEL VICO 

f)iù generale delle relazioni tra là verità asso- 
uta e i fatti umani, che vi soggiaciono: noi 
siamo dunque qui giunti alla nuova e grande 
teoria propria del Vico, allo stabilimento dei 
rapporti tra il Vero e il Certo, tra la ra^ne 
e l'autorità, tra la filosofia e la filologia, siamo 
giunti cioè finalmente alla sua filosofia storica, 
che noi dobbiamo trattare nella seconda parte 
del nostro lavoro. 



PARTE SECONDA 

LA FUOSOFIA STORICA MI VICO. 

Cupo ¥1. 

I diversi periodi della filosofia storica del Vico. 
— n punto di partenza e i prindpii fonda ^ 
mentalL — La Provvidenza secondo il Vico. 

A voler essere malto minuti ed esatti quattro 
distinti periodi si dovrebbero notare nella filo- 
sofia storica del Vico, il primo dei quali si ma- 
nifesta nella seconda parte del De uno, il 
secondo nel De constantia philologioe , il terzo 
nella prima Scienza Nuova, il quarto nella se- 
conda edizione di questa stessa opera. — Nel 
primo di questi periodi il problema del Vero e 
del Certo si applica in modo particolai*6 al Diritto 
e quasi esclusivamente alla Storia romana, è 
questo >il periodo nel quale Vico fu più asse- 
gnato e meno sistematico ; il bisogno invece di 
affermare va crescendo notabilmente nel se- 
condo e nel terzo periodo : nel secondo il Vico 
comincia ad aver chiara coscienza che la sua è 
una disciplina particolare , che non è né la filo- 
sofia né la filologia, ma un accordo di entrambe; 
tuttavia la filologia vi prevale ancora alla filo- 
sofia, il sistematico non vi si mostra, che per 



100 PERIODI DELLA FILOSOFIA STOBICA DEL VICO 

ordinare i fs^tti, non per sottometterli a un'idea 
preconcepita; ma già tutte le questioni filolo- 
giche e storiche del Vico sono messe in campo 
in quel secondo libro del Diritto universale: 
diritto, politica, lingua, poesia, religione, mito- 
logia, arti, commercio, tutto il mondo storico 
umano dell' Antichità passa sotto la sua rassegna, 
e dappertutto egli vi porta concetti nuovi, dap- 
pertutto rovescia con ardimento incredibile le 
idee inveterate del suo tempo sull'antichità, 
e tutto questo fa con un disordine grandissimo, 
non scevro del tutto dalle sue solite confusioni 
e contraddizioni. Nella prima Scienza Nuova il 
Vico tenta d'ordinare i suoi pensieri, non è più 
una serie staccata di idee su diversi soggetti , che 
noi vi abbiamo; il Vico tenta di ridurre quelle idee 
sotto un ordine scientifico, cerca le leggi gene- 
rali dei fatti, i principii e le cagioni produttrici 
della civiltà; distingue con maggior precisione 
le età isteriche, gU elementi e la graduazione 
di ciascheduna di esse. Tuttavia neanco qui il 
sistematico non regna ancora, e quantunque si 
mostri in uno o xlue capitoli, la prima Scienza 
Nuova conserva ancora quel carattere di ricerca 
che è comune a tutti e tre i primi periodi. Il si- 
stematico invece si manifesta in tutta la sua forza 
nella seconda Sc*>W2^a Nuova; colà il problema 
principale dei tre primi periodi ha perduto il suo 
valore. Vico lo rigetta ingratamente da^sè; non 
son più i fatti, che gli debbono manifestare le 
leggi, secondo le quali l'umanità procede, le sue 
idee stesse son divenute la legge dei fatti; ciò 
che egli ha trovato vero in un popolo lo diventa 
anche per un altro, ciò che gh insegna la sto- 
ria positiva di UH elemento sociale deve essere 
pure la storia di tutti gli altri elementi ; ogni 
cosa viene ordinata sistematicamente, e con 



CAPO VI 101 

•perfetta simmetria, — Noi vedremo come il Vico 
sia venuto a tale procedimento e quali siano le 
idee ch'egli venne con esso esponendo. 

I periodi da noi notati si distinguono quindi 
per le tendenze diverse che vi si manifestano 
riguardo al metodo, i principii e le materie trat- 
tate. — Non sarebbe però giusto il credere, 
che ciascuno di essi contenga una tendenza 
sola e determinata ; queste tendenze anzi si tro- 
vano più npeno in tutti e quattro i periodi ; gli 
è solo dal predominio dell'una sull'altra, che 
noi le abbiamo giudicate. — Riflettendo poi su 
di essi, si vedrà come da una parte li detti pe- 
riodi formano secondo il tempo loro una naturale 
successione d'idee, dall'altra come la loro re- 
ciproca distanza non sia ugualmente grande 
Eer tutti. Abbiam già notato come i tre primi 
anno comune la prevalenza dello studio dei fatti, 
Ser questo rispetto il quarto periodo sta quasi 
a sé , dico quasi, perchè nel terzo si vedono 
già i germi, che svolti doveano condurlo ap- 
punto al sistematismo della seconda Scienza 
Nuova. — Gli è importantissimo tener d'occhio 
a questa contrapposizione, perchè essa ci mostra 
dove sta il vero fondamento e il concetto ori- 
ginario della filosofia storica del Vico. Vi sono 
molti , i quali o per biasimo o per lode affer- 
mano, che il Vico ha voluto far della storia 
una scienza a priori, subordinare i fatti alle 
idee del suo pensiero: or questo non è vero 
che della seconda Scienza Ifuova e anche qui 
si debbono fare le debite restrizioni ; giacché le 
leggi storiche in quella esposte non sono in 
grande parte che un'esagerazione e un sover- 
chio estendimento sistematico di quelle che già 
aveva scoperte coU'osservazione psicologica con- 
giunta all'esame storico dei fatti; e fu per 



102 PUNTO DI PARTENZA 

un'illusione singolare, ch'Egli poi credette di 
poterle dedurre dalle sole leggi dello spirito 
umano. 

Noi consideriamo quindi il tempo che com- 
prende i primi tre periodi dei pensiero vichiano 
come il più fecondo e quello in cui le sue idee 
sono più giuste e vere, 11 problema di que- 
sti periodi è d'importanza capitale per tutte le 
scienze filosofiche e storiche, di cui moltis- 
sime questioni si raggruppano intorno ad esso, 
e la cui soluzione spetta appunto alla filosofia 
storica. 

Quantunque il Vico solo abbia avuto il genio 
di scorgerlo, pure un tal .problema scaturiva 
naturalmente dalle difficoltà, nelle quali i^ tro- 
vavano ne' loro rapportile scienze teoretiche eie 
storiche a'suoi tempi. La mancanza della loro de- 
terminazione si &ceva speciahnente sentire nella 
scuola filosofico-giuridica di Grozio. E di vero 
qual confusione d'idee, qual oscurità di concetti 
non vi ha in questo specialmente e nel PuflFen- 
dorf per la mancanza dell'idèa storica! Noi ab- 
biamo veduto esaminando le loro teorie, qual è 
il loro metodo : per essi v ha un diritto natu- 
rale che si fonda sulla socievolezza e ci vien 
fatto conoscere dalla nostra ragione; questo di- 
ritto naturale non è, come per il Vico, la foma 
del diritto positivo, che le leggi, le consuetudini, 
i fatti umani vanno attuando, ò un'idea astratta, 
che pretendono concretizzare indipendentemente 
dai mtti e dalle condizioni storiche, il quale per- 
ciò ha per tutti i casi determinati una sua dispo- 
sizione fondata unicamente sulla natura e sulla 
ragione umana, mentre il diritto positivo , se- 
condo la definizione d'Ulpiano, accettata in un 
luogo per distrazione dal Vico, negue in totwm 
a jure naturali recedit nec per omnia ei servii 



CAPO VI 103 

^ed partim addit partim detrahit a questo di- 
ritto. Il diritto positivo di natura sua potrebbe 
dunque essere contrario al diritto naturale. Noi 
abbiamo già condannato questo parallelismo dei 
due diritti. Il Vico capi pienamente tutta la de- 
bolezza di questi pnncipìi groziani. Egli capi 
che posto un diritto naturale, assoluto , immu- 
tabile, egli deve dominare completamente tutto 
il diritto positivo, esserne cioè la ragione, la 
forma fin nelle sue ultime particolarità. Si giu- 
stifica in&tti, dice egli, una legge positiva, 
mostrandola sotto la sua ragione universale; che 
se quella, anche quando è giusta, pur talvolta 
a questa par contraddire, gli è in forza di un'^altra 
ragione più universale ancora ; e non istà con- 
tro a ciò il dettato generalibus per specialia de- 
rogari, perchè nel diritto civile o volontàrio le 
specialità (privilegia) sono appunto le genera- 
lità del diritto necessario, le quali sono più lar- 
ghe delle generalità civili. 

Ma giunto a questo punto il Vico si chiese : av- 
viene egli sempre cosi 7 nella realtà è egli sempre 
come dovrebbe, il diritto positivo una mera ap- 
plicazione del diritto naturale alle diverse con- 
dizioni dei fatti? e questo diritto naturale stesso 
come nasce? qual è il criterio che ce^lo fe co- 
noscere? Proseguendo in questa idea il Vico 
giunse a toccarq la questiona nella sua parte 
più profonda, sorpassando di gran lunga nonché 
1 predecessori e il suo tempo, ma i posteriori 
ancora sino al principio del nostro secolo. 

Il diritto naturale assoluto, immut^-bile, dice 
o^, non si trova mica subito in principio delFu- 
manità, quello è un diritto che si svolge dappoi, 
prima naturalmente, poscia schiarito dalla scienza 
dei filosofi. Come potrà dunque il diritto posi- 
tivo essere un'applicazione sua, quando anzi 



104 PRINCIPII FONDAMENTALI 

troviamo nelle sue vicende storiche mille cose 
di questo a quello contraddire ? — Gli è vero, dice 
il Vico, vi furono età, nelle quali il diritto po- 
sitivo non fu perfettamente T applicazione del 
diritto naturale, anche, s'intende, fatta astra- 
zione degli errori e delle colpe particolari degli 
uomini. Pure il diritto naturale è necessario ed 
eterno. Qual sarà dunque stato nel fatto, nelle 
vicende storiche la relazione tra esso e il diritto 
positivo? e siccome quel che si dice del diritto 
naturale e del diritto positivo si applica a tutti 
gli elementi morali del? umanità, qual sarà la 
relazione tra la loro idealità e il loro fatto? 
La mente del Vico era cosi formata che nelle 

3uestioni parziali non poteva rimanere, essa ten- 
eva sempre a consiaerare le cose nella loro 
totalità : ecco perchè quantunque, a mio credere, 
egli partisse realmente dai concetti giuridici e 
questi siano stati quelli, cui ebbe più o meno 
sempre principalmente di mira, pur sin dal princi- 
pio del Ve uno pone la questione generale della 
relazione tra la filosofia e la filologia. — Queste 
due scienze comprendono secondo il pensiero del 
Vico tutto il sapere umano sotto due forme dif- 
ferenti ; la prima è la scienza dell'assoluto, del- 
l' immutabile, la scienza del vero; la seconda 
del mutabile, del relativo, del certo umano; la 
prima riguarda le^ idee, che sqno oggetto della 
ragione, la seconda i fatti, che sono prodotti dal- 
l'umano arbitrio. 

É questo il problema, che essenzialmente do- 
mina nei primi tre periodi della filosofia storica 
del Vico. Postolo cosi nel suo modo più ge- 
nerale e comprensivo, egli lo risolve nel moda 
seguente: I fatti, egli dice, cioè le leggi e le con- 
suetudini civili e morali degli uomini non possono 
essere un'applicazione delle idee filosofiche, fin- 



CAPO VI 105 

che queste non sono» trovate, non sono vedute 
dagli uomini; or questo avvenne bene in principio 
del mondo, quando Iddio creò l'uomo perfetto; 
ma quando questo si corruppe, le idee da Dio 
rivelategli si offuscarono, Tuomo si inselvaggi 
quasi del tutto, non rimanendogli, che una facoltà 
ingenita, una vis veri, una potenza di giungere 
di nuovo per una via natuiale alla civiltà. Si 
vede come con quesf ipotesi il Vico scartò un 
punto di vista non scientifico dalla sua dottrina 
e'^potè rendersi possibile la storia d'uno svolgi- 
mento naturale dell' umanità. Lo stesso sen- 
timento lo guida ad escludere dalla sua tratta- 
zione il popolo ebreo; perchè questo, secondo 
il Vico , fu condotto all' umanità e retto nelle 
sue vicende da un disegno particolare da Dio, per 
vie sovraiinaturali. Gli altri uomini invece , 
sorgono naturalmente, di per sé, rebus ipsis 
dictantibus ( è 1* espressione sacramentale del 
Vico) da quello stato rozzo, selvaggio, inumano, 
ferino alla civiltà, o come, la chiama il Vico, al- 
l'umanità. — Il concetto di quello stato origina- 
rio di natura è, come vedemmo, comune a 
tutta la scuola di Grozio; il Vico lo tolse di là. 
Ma in Grozio quella è un'ipotesi, che non ha 
alcuna influenza sullo svolgimento della sua dot- 
trina, in Hobbes diventa cagione stessa del diritto, 
in Pufifendorf il diritto esiste già anche in quello 
stato; ma né l'uno né l'altro lo fanno, come il 
Vico, punto di partenza per uno svolgimento sto- 
rico e graduale della civiltà, e de'suoi elemen- 
ti ri); ora gli è appunto per mezzo di questo 
svolgimento, che gh uomini si vanno sempre 

(1) L'Hobbes e il Puffendorf non descrivono che un grado 
solo di questo svolgimento, cioè il passaggio dello stato di 
natura alla società civile, e qui si ferma la loro storia giu- 
ridica deir Umanità. 



106 PRINCIPII FONDAMENTALI 

più avvicinando nei Ipro tatti alle idee assolute 
ed immutabili, alle leggi naturali dell'uomo; 
non son dunque propriamente queste che si 
applicano a quelli, ma son gli stessi uomini, 
che inconsciamente tratti e spinti da diversi bi- 
sogni, da diversi stimoli fisici e morali, vengono 
nei loro fatti attuando le idee, da auel che 
sono vengono diventando quel che deboono es- 
sere, dallo stato ferino e isolato vengono a ce- 
lebrare la loro natura sociale^ secondo Tespres- 
sione del Vico e \ elevata sua significazione. 
Cosi avviene delle idee secondo il Vico nello 
svolgimento storico, come dei fini nel sistema 
aristotelico, che teleologicamente e per i rap- 
porti logici sono i primi delle cose, e per tempo 
sono gli ultimi a presentarsi; e come T attua- 
zione di quelle idee è per il Vico lo stato più 
proprio dell'uomo, cosi si vede in lui quella 
importantissima e profonda opposizione contro 
i sistemi del suo tempo e quello posterbre di 
Rousseau e de'suoi sanaci, che per lui è pre- 
cisamente stato anti-umano, innaturale quello, 
che questi chiamano naturale o stato di natura, 
e umano invece^ naturale lo stato di civiltà 
e le leggi che lo governano. — I gradi per i 
quali l'uomo giunse a questo stato, gli stimoli 
e i sentimenti, che ve lo guidarono sono Io stu- 
dio quasi esclusivo del Vico nei primi tre pe- 
riodi della sua filosofia storica e in parte an- 
che dell' ultimo. Noi lo vedremo in seguito. 
Or dobbiamo toccare due altri punti impor- 
tantissimi, perchè si abbia un concetto com- 
piuto dello svolgimento storico dell'umanità se- 
condo ir Vico. 

Gli uomini, dice questo, son condotti natural- 
mente da quel che sono a quel che debbon essere. 
Ma chi sarà la causa di questa maravigliosa ar- 



CAPO VI 107 

mooia S6 non Dio medesiìno, la Provvidenza? 
Che la Provvidenza disponesse e regolasse le 
cose umane era concetto per verità non nuovo 
ai tempi del Vico , esso è anzi nel fondo 
della dottrina cristiana fin da' suoi primi tempi; 
ma è del tutto nuovo il modo, cor quale egli 
introduce quel concetto nella storia e diverso 
specialmente dia quello, che adoperò il Bossuet 
nel suo tanto celebrato Discarso sulla Storia uni- 
versale, per il quale funne detto falsamente il 
padre della filosofia della storia; ma se questo 
potesse esser vero, al medesimo titolo avrebbe 
diritto prima di lui il S. Agostino, quantunque 
certamente le dottrine di questo intorno alla 
storia si trovino più sviluppate in Bossuet. Ma que- 
ste sono tali, cne rendono impossibile del tutto 
una filosofia storica ;ael senso moderno della pa- 
rola; non V ha né filosofia né ragionamento 
quando noi ci troviamo dinanzi ad un mistero , 
cne viene arbitriariamente. imposto alla ragione 
umana; e tale è appunto la Provvidenza di 
S. agostino e di Bossuet. Dio, dice in un luogo 
della Città di Dio SanfAgostino, distribuisce i beni 
della terra ai buoni e ai malvagi secondo l* ordine 
dei tempi e delle cose, ch bgh solo conosce ; e in un 
capo seguente: Dio governa e regge tutti gli avve- 
nimenti del mondo, e s'mu tiene nascosti i suoi mo- 
tivi, chi oserebbe supporli ingiusti? — Ma se Dio 
solo conosce l'ordine delle cose e dei tempi, s*egli 
governa il mondo con motivi a noi ignoti, e 
che a noi non è dato di giudicare, come possiamo 
pretendere noi di giungere alla conoscenza 
delle cagioni storiche ? Ma spenta questa che ri* 
man possibile nella storia altro che le cronache 
e le descrizioni? 

U Bossuet nonché temperare, esagerò le dot- 
trine di S. Agostino: non parlo del disegno 



108 LA PROVVIDENZA IN BOSSUET 

sovrannaturale della Provvidenza, ch'egli crede 
di scorgere nella storia del popolo ebreo e nella 
origine e diffusione del Cristianesimo; ad esso 
non avrebbe contraddetto neppure il Vico ; ma 
questi ben vide , che in tal modo Tuna e Y al- 
tra cosa non erano più materia di scienza, 
e non li fece oggetto della sua trattazione. — 
Ma secondo il Bossuet anche tutti gli altri av- 
venimenti sono soggetti a un disegno sovran- 
naturale di Dio: il suo sistema è un vero fa- 
talismo mistico : la catena di tutte le cause 
che fanno e disfiinno gli imperi dipende dagli 
ordini segreti della Provvidenza; Dio rattiene 
e scioglie le passioni, egli fe vincere o sconfig- 
gere i soldati con un'influenza propria e staor- 
dinaria, regola e conduce a suo piacimento la 
sapienza umana. Cesi ainsi, die* egli , que Dieu 
règne sur le peuple, cioè : il n' y a point. de puis- 
sance humaine, qui ne serve malgrè elle à d'au- 
tres desseins que les siens. — L' umanità avanza 
dove ella non sa, ella non ha occhi per vedere. 
Dio solo vede e la conduce dove egli vuole e 
dove noi non sappiamo né sapremo mai se non 
fin là dove da lui ci vien rivelato ; cosi, dic'egli, 
noi non avremmo conosciuto mai la missione, che 
nei disegni di Dio aveva il popolo romano se 
S. Giovanni non ce lo avesse per rivelazione 
divina dichiarato. Come per la Ragione assoluta 
dell'Hegel i grandi individui, cosi per la Prov- 
videnza del Bossuet i grandi conquistatori e gli 
imperi pagani ugualmente sono meri strumenti 
in mano sua; i primi son da Dio ordinati a casti- 
gare i popoli per venir poi anch'essi da lui puniti 
della loro prepotenza, i secondi da essa formati e 
distribuiti a suo talento sono strumenti in mano 
sua per il popolo ebreo: Elle sait les faire servir 
dans les temps et dans Pordre, qu'il a résolu, aux 
desseins qv! il a sur son peuple (l'ebreo), e questi 



"• CAPO VI 109 

disegni soao tali, che quegli imperi cosi orgo- 
gliosi non se ne debbono trovare molto soddi- 
sfatti; secondo il Bossuet^ che ha il privilegio 
di conoscere questi disegni, quegli imperi do- 
vcano servire in mano di Dio pour chàtier , 
em pour exercer, ou pour élendre, ou pour prò- 
téger son peuple. Né basta al Dio di Bossuet 
di essere sola e misteriosa elione dell'ordine delle 
cose umane; parrebbe cenasi che come a un re ge- 
loso e dispotico, a lui prema di annunciarlo 
agli uomini con avvenimenti meravigliosi, e Si 
« pour se feire connaìtre, dice egli, dans le 
« temps, oue la plupart des hommes Tavaient 
€ oublié, Dieu a fait des miracles étonnants et 
« a force la nature à sortir des ses loix les 
« plus constantes, il a continue par là k mon- 
« trer, qu' il en était le maitre absolu e que 
« sa volo;ité est le seul lien, qui entretient 
« Tordre du monde. » 

Lascio altri concetti particolari, che sono pure 
indizio di una completa mancanza di senso sto- 
rico: l'idolatria intésa come un mero edifizio 
della corruzione umana, una giustificazione dei 
vizii, pagani tutte le vicende morali dell'antichità 
spiegate come un traviamento necessario, per- 
ete il genere umano conoscesse per una lunga 
esperienza il bisogno, ch'Egli avea del Reden- 
tore ecc. qua e là parla bene delle cause dei 
fatti, della necessità di studiarle; ma quelle sono 
possibili a rinvenirsi solo pei fatti ordinarii, 
non per i grandi avvenimenti dove Dio vo- 
leva, que sa main parut toute seule. 

Queste teorie al giorno d'oggi basta esporle 
per combatterle; eppure si trova ancora chi si 
ostina a far del Bossuet un filosofo storico/ La 
cosa è appena perdonabile ai Francesi, cui l'or- 
goglio nazionale fa forse più che gli altri po- 
poli traviare nei loro giudizii. 



110 LA PROVVIDENZA IN VICO 

Se noi ci volgiamo dal Bossuet al Vico, noi 
vedremo facilmente qual grandissima distanza 
li separa; noi siamo dal mistero venuti alla 
scienza, da un Dio che domina dispoticamente 
gli uomini, a un Dio , che li trae al bene per 
vie naturali; tra i due il sistema del nostro 
Vico è preferibile per ogni lato. — Come onesti 
ha per il primo trovato il concetto della nloso- 
fia storica, per il primo ha saputo anche accor- 
darla colla fede nella Provvidenza, e togliere 
a questa il suo carattere anti-scientifico che 
S. Agostino, Bossuet e i filosofi teologici loro 
seguaci le avevano dato. — La dottrina della 
Provvidenza nel Vico è sotto certi rispetti uni- 
forme in tutte le sue opere, ma essa trovasi 
maggiormente sviluppata nelle due Scienze Nuove^ 
Gii è vero, che nel!' ultima di queste s' incontra 
qualche espressione, che potrebbe far credere, 
la Provvidenza entrare arbitrariamente nei fatti 
particolari degli uomini, ma esse son rare e 
contraddicono allo spirito intiero della sua dot- 
trina e ad altre numerosissime ed esplicite di- 
chiarazioni. 

Come il Vico intendesse la Provvidenza , si 
vede chiaramente sin dalle prime pagine della 
seconda Scienza Ntwva, quando dice ch'egli vuol 
contemplarla nel mondo delle nazioni, come i 
filosofi fino a lui la avevano solo contemplata 
nel mondo naturale, — La Provvidenza opera dun- 
que per il Vico siilla storia, come sulla natura 
per mezzo delle cause seconde; è Dio stesso 
infatti che è l'autore di queste. Egli le ha create 
colla natura loro propria e colle proprie leggi, 
e lascia che liberamente in conseguenza di queste 
esse agiscano e svolgano la natura loro ; la sua 
Provvidenza consiste appunto nel mantenerle 
continuamente in questo loro essere. La meta- 



CAPO VI IH 

fisica e il sentimento religioso non ci debbono 
far andare più in là, essi debbono trovare in 
quel dogma posto in termini generali la soddisfa- 
zione delle loro esigenze. Quanto alle scienze 
della natura e della storia la l^rovvidenza non 
istà, per cosi dire, a capo, ma in fine di esse ; 
se noi con essa vogliamo spiegare i fatti par- 
ticolari, noi le distruggiamo completamente; gli 
è nei fatti, come si sono naturalmente svolti, 
che noi la riconosciamo. — Che il Vico profes- 
sasse apertamente questa dottrina non lo si può 
dire con esattezza, ma gli è certo che essa 
stava in fondo del suo pensiero. Nel De con- 
stantia philologice non parla mai delle ordi- 
nazioni provvidenziali, senza porvi accanto la sua 
sacramentale espressione rebus ipsis dictantibits, 
e già nel Principio e fine unico del Diritto dice, 
che Dio regge il mondo con vie semplicissime, 
perchè gli dà~una direzione unica, facilissime, 
perchè fa che ogni cosa si disponga da sè> per 
suo proprio impulso, ottime, perchè in ogni cosa 
pone attitudine a conservarsi e dalla distruzione 
stessa fa che naturalmente sorga la conserva- 
zione (1). Dio ha bensì per iscopo di condurre 
Tumamtà a secondare la sua natura sociale, ma 
non la forza da tiranno con leggio bensi da re 
con le costumanze, le quali, dice il Vico, sono 
tanto libere d'ogni forza^ quanto lo è agli uomini 
celebrare la loro natura, £gU , dice altrove il 
Vico, ha così disposte e ordinate le cose che gli 
uomini per le loro stesse utilità, naturali bisogni 
ed impulsi, senzachè il volessero, si conducessero 
agli ordini civili, cioè ad osservar la giustizia (2). 
Altrove narrando tutto il procedimento per il 
quale gli uomini vengono a civiltà, attriouisce 

(1) III, 22. 

(2) V, 14. 



112 l'attività umana 

il tutto alla Provvidenza, ma ne ammira la somma 
semplicità e naturalezza (1). 

Cosi non è mai Dio direttamente^ che è causa 
dei fatti umani, lo siamo noi come cause se- 
conde. Quindi l'altro principio del Vico, nel 
quale egli non è meno esplicito che riguardo 
alla Provvidenza e col quale bisogna temperare 
le espressioni talora alquanto esagerate intorno 
a questa, voglio dire il principio dell'attività 
umana^ che nella filosofia storica del Vico e nella 
sua Critica dell' antichità rappresenta una parte 
diversa ma non meno larga ed importante che 
il principio provvidenziale. Se la Provvidenza 
è l'architetta delle nazioni, dice egli, il libero 
arbitrio ne è il fabbro (2) e se il mondo civile 
fu disposto dalla Provvidenza, apparisce pur 
questo lume eterno, che non tramonta, di questa 
verità, la quale non si può a patto alcuno chia- 
mare in dubbio, che questo mondo civile egli 

CERTAMENTE È STATO FATTO DAGLI UOMINI f3). AltrOVO, 

descritta la pianta eterna delle repubbliche, dice 
che essa è fondata sopra i due principii eterni 
di questo mondo di nazioni, che sono la mente 
e il corpo degli uomini, che le compongono, e 
la Provvidenza divina, che ordinò talmente le 
cose umane con quest'ordine eterno, che nelle 
repubbliche quelli, che usano la mente vi co- 
mandino e quelli, ch'usano il corpo v'ubbidi- 
scano (JC). In tal modo le vie della Provvidenza 
essendo fisse^ consentanee a natura, ci possono 
ad un tempo ed esser conosciute e formar ma- 
teria di scienza. 
Né la Provvidenza di Vico è inconciliabile 

(1) V, 332. 

(2) IV, 42. 

(3) V, 136. 
W V, 27. 



CAPO VI H3 

coir umano arbitrio. Se Dio ha cosi disposto le 
cose che gli uomini naturalmente dai loro stessi 
vantaggi fossero condotti al vivere civile, ciò 
non vuol dire, che necessariamente e nel me- 
desimo modo in qualsiasi modo determinato 
vi giungessero. La nostra attività non è del tutto 
libera né del tutto necessaria; se ci sentiamo 
liberi in una determinata azione, non per questo 
possiamo poi derogare a certe leggi necessarie 
che governano il nostro spirito e la natura; le 
condizioni stesse sociali, nelle quali noi nasciamo, 
ci porgono come una tela, entro la quale so- 
lamente a noi è dato di tesservi nuove fila; le 
nostre azioni stesse anche fatte liberamente hanno 
naturalmente per noi come per gli altri le loro 
conseguenze necessarie, che noi non possiamo ta- 
lora prevedere, e che anzi talvolta sono affatto 
diverse da quello, che noi ci aspettavamo; e 
questo è vero tanto degli individui come dei 
popoli. Gli è cosi che nel mondo noi vediamo 
sovente nascere dal male il bene, dalla corru- 
zione, dalla barbarie sorgere la civiltà, senza- 
chè gli uomini dapprima sei propongano, gli è 
cosi che dai loro finì particolari essi giungono 
al bene generale, cui non cercano. Voi potete in 
tutto questo starvi contento di esaminare il na- 
turale meccanismo dei fatti o trovarvi un caso, 
una fatalità; il Vico e tutti gli spiriti filosofici e 
religiosi con lui vi troveranno una Mente su- 
prema, che ha ordinato preventivamente il tutto 
e regola per tali vie naturali il mondo. 

Non bisogna però confondere in Vico la Prov- 
videnza, come n' abbiamo parlato fin qui, col- 
r idea di essa, la quale ha pur un' importantis- 
sima parte nel sistema storico vichiano e spe- 
cialmente nella prima Scienza Nuova, dove però 
sovente viene in parole confusa colla sua realtà 



1Ì4 METODO E CANONI PSICOLOGICI 

corrispondente. — Come tale però la Provvi- 
denza fa parte dei fattori o principii operatori 
deir incivilimento, e noi ne tratteremo insieme 
a questi in uno dei capitoli, che seguono. 



Capo WIV 

II metodo e i canoni psicologici della filosofia 
storica del Vico. 

Dal modo stesso, col quale nella filosofia sto- 
rica del Vico i due principii della Provvidenza 
e dell'attività o natura umana si contrappon- 
gono, senza escludersi, si vede chiaramente che 
fondamento e oggetto proprio delle sue ricerche 
scientifiche non poteva essere che quesf ultimo ; 
egli infatti dice in più luoghi che non tiene 
possibile la sua scienza se non per questo, che 
il mondo civile, che è suo oggetto, egli è certa- 
mente stato fatto dagli uomini; quindi ne fa il 
suo punto di partenza, giacché ne trae la con- 
seguenza, che cosi essendo se ne debbono tro- 
vare i principii dentro le modificazioni della 
nostra medesima mente umana (1); e tanto più 
si deve applicare questa norma al mondo anti- 
chissimo, del quale la filologia non sapendoci 
dir nulla di preciso e di accettabile, convien trat- 
tarlo come res nullius, delle quali è quella re- 
gola di ragione, dico il Vico, che occupanti con- 
ceduntur (2). 1 medesimi concetti , quantunque 
non cosi recisi, manifesta egli anche nelle opere 
anteriori alla seconda Scienza Nuova. Se noi do- 
vessimo ad essi attenerci, ci converrebbe con- 
cludere che il Vico volle fare una filosofia sto- 

(1) V, 136. 

(2) V, 93. 



CAPO VII 11$ 

rica a prioriy in questo senso, che tutta la fon- 
dasse sulla nostra osservazione interna. — Che 
egli cosi intendesse di fare nella sua seconda 
Scienza iVwowa nessun dubbio; che egli realmente 
non lo facesse né qui dove espressamente lo vo- 
leva , né nelle altre opere , ove almeno così 
esplicitamente non se lo propone , gli è pure 
ugualmente certo. — Ricordiamoci bene, che 
non v' ha cosa, della quale il Vico siasi reso cosi 
poca consapevolezza, come del suo procedimento 
e del suo metodo, per riguardo al quale gli è 
troppo tacile il cadere in errore, se noi pigliamo 
alla lettera le sue parole senza interpretarle. Ma 
v'ha un mezzo sicuro per conoscerlo, gli è quello 
di osservarlo come fa, non come dice egli di 
voler fare. 

Ora, se questo noi tacciamo, sarà facile accor- 
gerci , come certamente 1' osservazione interna 
sia di grande aiuto alle ricerche storiche del 
Vico, ma che quella, non fu certamente il solo 
mezzo da lui adoperato. L'osservazione interna 
individuale è uno stromento, che quanto è utile 
e necessario nelle scienze storiche e filologiche, 
altrettanto trascurato e disprezzato viene al di 
d'oggi da una certa scuola filologica, che ha le 
sue radici in Germania e stende i suoi rami 
anche in Italia, fortunatamente non fra i nostri 
migliori. Certamente non si deve fare di quella 
un abuso, né dimenticarci, che per se sola essa 
è nella storia del tutto sterile; mentre usata 
sapientemente per due rispetti vi diventa uti- 
lissima, prima come principio di ricerca, poi 
come cagione, per la quale meglio intendiamo 
e ravviviamo ciò, che abbiamo già trovato. E 
questo é naturale: l'umanità è composta di al- 
trettanti individui, é dunque in questi che dob- 
biamo ricercare il fondamento e la causa ultima 



116 METODO E CANONI PSICOLOGICI 

de' suoi avvenimenfì e del suo svolgimento bto- 
rico, e se egli è vero che la natura è in molte 
parti costantemente uniforme, vi debb' essere 
nello svolgimento suo qualche cosa di analogo 
a ciò che succede a lui individualmente ; di qui 
i paragoni temperati e giusti nel Vico, smodati 
e lalsi nel Janelli, tra le diverse età dell'uomo e 
quelle deirumanità,e i principii fecondi che quegli 
ne trae, I feitti storici inoltre si presenterebbero 
a noi come incompresi, se noi nel nostro interno 
non potessimo risvegliare e risentire le mede- 
sime passioni, i medesimi impulsi e le mede- 
sime idee che dominano in quelli , come fa mi- 
rabilmente il Vico. 

Ma se l'osservazione interna ci dà i principii 
particolari dei tatti, se ci fa entrare in essi col 
nostro sentimento e colla nostra intelligenza, essa 
non ci dà e non ci può dare la realtà storica, 
la quale ci viene dal di fuori di noi, dalf autorità. 
Qualunque psicologo^ per acuto che sia, non 
giungerà mai colla semplice osservazione di sé 
ad arguire quali sarebbero i fenomeni, che si 
produrrebbero in una moltitudine di esseri as- 
sociati simili a lui ; la nostra stessa osservazione 
psicologica ci conduce daltra parte allosserva- 
zione sociale, perchè nella società stessa tro- 
viamo la spiegazione di molti fenomeni indivi- 
duali, che senza di quella rimangono inespUca- 
bili. 

Ma quest osservazione sociale deve necessa- 
riamente accoppiarsi collo studio dei fatti storici: 
gli è impossibile farsi colla sola osservazione 
de'proprii tempi, e coi principii che da essi po- 
tremmo cavare una tale conoscenza dell* uma- 
nità, che di essa si possa a priori descriverne 
lo svolgimento storico. Vi ha tra queste cose 
una corrispondenza tale che se il presente ci 



CAPO VII 117 

aiuta a conoscere il passato, questo a sua volta 
ci aiuta a conoscer quello; la conoscenza, il com* 
mercio coll'umanità presente ci è necessario per 
lo studio della passata, per le stesse ragioni che 
è necessaria la conoscenza dell' in«iiviauo per 
conoscer la società, cioè per risentirla, per ri- 
viverla, mentre la passata serve alla presente 
di spiegazione. Cosj dallo studio dell'una e del- 
l'altra noi possiamo trarre i principii generali, 
secondo i quali l'umanità si è governata insino 
a noi; ma questi non sono tali che alla loro 
volta ci permettano di arguire quale sarà il corso 
di essa nell'avvenire, né tali che senz'altro ci 
diano di conoscere e descrivere età, delle quali 
ci manchi ogni notizia positiva^ ogni tradi- 
zione o leggenda : ci vogliono insomma alnfen 
rottami di quel tempo, per servirmi dell' espres- 
sione di Vico, perchò appoggiandosi da una parte 
sull'attento esame di questi, dall'altra sui prin- 
cipii dell'umanità trovati nell' esame delle altre 
storie, sull'osservazione psicologica e sopra un 
certo senso storico che è una fecoltà naturale 
non a tutti concessa, si possa da <^uei rottami 
areomentare, indovinare in parte, rialzare 1* e- 
dificio abbattuto, per poi da questo lavoro far 
uscire nuove idee, nuovi principii. 

Si vede da tutto questo che la filosofia sto- 
rica s'intreccia necessariamente colla Critica sto- 
rica, e che l'una serve all'altra, e che tanto nel- 
l'una come nellaltra non una sola facoltà, non 
un sol metodo^ non un sol strumento sono in 
movimento per raggiungere lo scopo; e questo 

!)armi dimentichino al giorno d'oggi alcuni fi- 
osofi storici e alcuni filologi, quelli esagerando 
da una parte e questi dall'altra. 

Il Vico doveva esser guidato dai principii 
stessi coi quali era mosso alla filosofia storica 



1 18 METODO E CANONI PSICOLOGICI 

a tenere quel metodo comprensivo che noi ab- 
biamo descritto. Come vi si attenne egli? La que- 
stione è molto complicata e non si può risol- 
vere con un semplice motto ; bisogna anche qui 
distinguere il ritrovamento dei principii dalla 
loro applicazione, la filosofia dalia critica. — 
Quanto al primo egli tenne certamente il giusto 
metodo, quantunque in qualche luogo e spe- 
cialmente nella seconda Scienza Nuova e^li pre- 
tenda di averne seguito un altro ; ma ritrovati 
che ebbe quei principii, quelle legffi generali 
deirumanita, egh non pensò che oltre queste 
da lui scoperte ve ne potevano essere altre che 
senza contraddire a quelle, tuttavia involte con 
esse nella vita reale, avrebbero dato effetti al 
tuiilo diversi da quelli, che egli dalle sole prime 
potesse conoscere. Egli non pose mente a quésto, 
dimenticò anzi quanto aveva detto contro il 
metodo Cartesiano, anch'egli volle procedere colle 
generalità , colle astrazioni , e applicò quei 
principii a molte cose, a cui applicate non do- 
veano essere. Questa tendenza si mostra già 
nel terzo periodo della sua filosofia storica, ma 
è grandissima nel quarto. — ^ Tuttavia, a parte 

3ueste false applicazioni, a parte i principii che 
a esse in seguito trasse, ciò, ch'egli fece col 
buon metodo è per grande parte, e raggua- 
gliate le condizioni della scienza, di mirabile 
giustezza. Molti dei principii generali, ch'egli 
trovò, sono ancor oggi fondamento d'ogni buona 
filosofia storica, molte felici applicazioni egli 
seppe fare, e di esse si può dire ciò che lo 
Scnwegler dice delle scoperte del Niebuhr, che 
esse paiono false a prima vista perchè mal pro- 
vate, ma che poi esaminate si trovano vere, e 
si provano meglio di quelle, che egli stesso ab- 
bia fatto potesse fare; cosi vedremo come 



CAPO VII ili) 

i lavori pazienti, positivi dei Tedeschi abbiano 
confermato molte vedute del Vico , che in lui 
sembravano sogni. — Certo molti possono con- 
sumare anni ed anni a sfogliar libri, a racco- 
glier fatti^ senza da essi mai saper salire ad 
un'idea; tuttavia neanche il genio non presa- 
gisce tatti leggi, che son pur fatti esse stesse, 
senza un fondamento positivo. E cosi non fu 
neppure del Vico. 

Gli è qui dunque venuto il luogo per iscolparlo 
dell'appunto, che alcuni gli ascrivono ad elogio, 
di aver fatta una filosofia della storia a priori : 
cosi non è assolutamente ; non son condotte 
con metodo aprioristico se non le sue esage- 
razioni, quelle che ogni uomo ragionevole ora 
rigetta, ma non la parte soda, la parte che di 
lui è rimasta e rimarrà nella scienza. Chi non 
si lascia illudere dalle sue stesse dichiarazioni, 
chi vuol passare oltre la scorza delle parole 
e delle forme estrinseche vedrà facilmente come 
il metodo del Vico sia essenzialmente sperimen- 
tale. — Gli stessi piìncipii psicologici-sociali , 
<3h*egli dà come trovati a priori, sono frutto in 

Sarte, è vero, del suo squisito e finissimo senso 
osservazione psicologica, ma per l'altra e in- 
sieme di studii profondi ch'egU fece sull'an- 
tichità e del grande e affatto straordinario 
senso, ch'egli avea della realtà storica, e che in 
quelli studii si veniva svolgendo. Ci sono molti 
i quali hanno messo in dubbio la sodezza del- 
l' erudizione del Vico: lo si accusò di citare 
spesso falsamente gli autori, di non averli intesi. 
— L'una e l'altra cosa è vera, ma solo entro 
limiti molto ristretti. 

Il Weber, che nel 1822 traduceva la Scienza 
Nuova del Vico, si diede la fatica veramente te- 
desca di andare a ricei:care tutti i luoghi dal 



120 METODO E CANONI PSICOLOGICI 

Vico citati; il Wéber non era certo, quantunque 
traduttore, uno dei più grandi ammiratori né 
de' più giusti apprezzatori di lui, come gli è fo- 
cile di vedere dalla preftizione sua, tuttavia do- 
vette riconoscere col fatto, che la maggior parte 
delle citazioni del Vico sono giuste ed esatte, 
come si può del resto or che abbiamo il la- 
voro del Weber, convincersene (l). — 11 Vico 
avea, come già si è visto, letto moltissimo degli 
autori antichi, conosceva pure quanto di più 
importante in Italia e in Europa si era venuto 
scrivendo intorno alla giurisprudenza romana, alla 
filologia e alla storia dell' antichità ; e quantun- 

3 uè i suoi studii; come è indole degli autodi- 
attici, fossero disordinati, tutta^àa quando in 
mez»o ad essi gli balenarono le prime idee della 
sua filosofia storica, tutto quell'ammasso di fatti^ 

(1) Il Predar! è di parere contrario. Egli afferma che 
tutta Terudizione del Vico si pòggia sopra un Lessico, quello 
dell'OUman. — Non ho potuto vedere né rOllman, né le 
prove del Predari. Mi pare però incredibile, che il Vico 
potesse trarre dallo studio di un Lessico le sue mirabili 
scoperte sulle cose antiche, scoperte che necessariamente 
presuppongono in luì un profondo, foss' anche disordinato, 
studio di esse e quindi delle loro fonti. *— Non vale la ra- 
gione del Predari, che Egli trova nel Vico gli stessi errori, 
che «i rinvengono fieirOUman, talvolta le parole di questo 
confuse colle sue citazioni ; giacché potrebbe essere be- 
nissimo che il Vico si servisse dell' OUman non già per 
istudiare Tantichità, ma si per consultarlo e trarne le ci- 
tazioni quando componeva. Noi sappiamo ìnfatli che il 
Vico militava dapprima, poscia si p<«eva a scrivere le sue 
opere con un certo furore poetico, com'Egli stesso ci fa 
credere ; ed é noto come la seconda Scienza nuova venisse 
cosi da luì scritta in meno di quattro mesi. — Gli è sola'- 
mente in questi momenti, ch'Egli doveva per risparmio di 
tempo servirsi dell'OUman o d'altro Lessico. Del resto il 
Vico non si sazia in molte lettere di ripetere il suo disprezzo 
per ì Lessici e per i Ritretli, tra i quali nomina appunto 
quello deirOilman, e la condanna de'suoi tempi per la voga 
di studiare in quelli la scienza. 



CAPO vn 421 

che gli ingombravano la mente, vennero illumi- 
nati come di una nuova luce e si ordinarono 
sotto quelle leggi e quei principii generali, che 
egli avea in questi stessi scoperto. Allora gli 
diventò possibile una scienza dintorno alla co^ 
mune natura delle nazioni, una scienza d*una 
certa Mente generale dell' umanità, una V5lker 
Psycologie (Psicologia dei popoli) insomma, come 
la direbbero certi Tedeschi, e della quale que- 
sti si vantano come primi inventori, mentre l'i- 
dea e la parola si trovano già chiarissimamente 
espresse nel Vico più d un secolo prima di loro* 
Quest'idea che la sua scienza sia la psico- 
logia deir umanità predomina specialmente nel 
terzo periodo della sua filosofia storica, cioè nella 

5 rima Scienza Nuova. Gli è in questa che Egli 
ice voler contemplare colla sua scienza il 
senso comune come una certa mente umana 
delle nazioni; e il senso comune definisce egli 
nella seconda Scienza Nuova un giudizio senz al- 
cuna riflessione, comunemente sentito da tutto un 
ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione 
da tuito il genere umano; e più largamente 
nel Diritto universale lo dice essere, communem 
tum civitatis vel nationis prudentiam, qua id se- 
quaris aut fugias, quod omnes tui cives vel gene- 
tici sentiunt sequendum vel fugiendum. Altrove 
dice il senso comune fondamento della sapienza 
volgare. !1 Vico dunque con quella definizione 
delk sua scienza la designava come si dovesse 
occupare dei fatti e su questi poggiarsi : son 
questi, che doveano dirgli quali erano le opi- 
nioni dei diversi popoli per risalire alla cono- 
scenza di ciò, che questi avevano di comune. Né 
questo gli bastava, perchè egli voleva anche ve- 
dere come queste diverse opinioni, oggetto del 
senso comune, i sentimenti, le leggi, gli istituti 



122 METODO E CANONI PSICOLOGICI 

e le costumanze che ne dipendono siano nate, 
come si siano svolte, qual fondamento^ qual ca- 
gione ebbero, quaK avvertenze e norme dob- 
biamo seguire per conoscervi la verità ; e que- 
sto, checché egli ne dica, doveva pur essergli 
dato^ nella parte almeno che noi abbiamo detto^ 
dai fatti. — Gli è cosi che egli pervenne a sta- 
bilire quei canoni, che a quelle ricerche si ri- 
feriscono^ e che si trovano enumerali sotto il 
titolo di Elementi nella seconda Scienza Nuova. 
— Di essi alcuni sono mirabilissimi : noi ne 
diamo^ riassumendoli i principah, perchè in essi 
consiste e sovr essi si fonda grande parte della 
scienza nuova vichiana. 

L* uomo per l'indefinita natura della mente 
umana ove questa si rovesci nell'ignoranza, egli 
fa se regola dell* universo. 

È altra proprietà della mente umana, che ove 
gli uomini delle cose lontane e non conosciute 
non possono fare ninna idea, le stimano dalle 
cose loro conosciute e preser^ti. 

E naturai propria bona delle nazioni di vo- 
ler ciascuna esser più antica dell'altre nella 
civiltà. 

É naturai boria dei dotti di volere, che ciò 
che essi sanno sia antico quanto il mondo. 

Le cose fuori del loro stato naturale né vi si 
adagiano né vi durano. 

GU uomini, che non sanno il Vero delle cose 
procurano di attenersi al CertOy perchè non 
potendo riposare l'intelletto con la Scienza, al- 
meno la volontà riposi sulla coscienza. 

L'umano arbitrio di sua natura incertissimo 
si accerta e determina col senso comune degli 
uomini dintorno- l'umane necessità o utilità, che 
sono i due fonti del Diritto naturai delle Genti. 

Idee uniformi nate 'appo intieri popoli tra 



CAPO VII 123 

esso loro non conosciuti debbono avere avuto 
un motivo comune di vero. 

Le Tradizioni volgari debbono avere avuto 
pubblici motivi di vero, onde nacquero e si con- 
servarono da intieri popoli per lunghi spazii 
di tempi. 

I parlari volgari debbono essere i testimonii 
più gravi degli antichi costumi de'popoli, che si 
celebrarono nel tempo, che si formaronole lingue. 

Ne' fanciulli è vigorosissima la memoria, quindi 
vivida aireccesso la fantasia, eh altro non è che 
memoria o dilatata o composta. 

Gli uomini prima sentono senza avvertire, 
poi avvertiscono con animo perturbato e com- 
mosso, finalmente riflettono con mente pura. 

Gli uomini sfogano le loro grandi passioni 
dando nel canto, come si sperimenta ne* som- 
mamente addolorati ed allegri. 

La mente umana è inchinata naturalmente 
co' sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta 
difficoltà per mezzo della riflessione a intendere 
sé medesima. 

Gli uomini prima sentono il necessario, poi 
badano dM' utile, appresso avvertiscono il com- 
modo, più innanzi si dilettano Ae\ piacere ; quindi 
si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano 
TkeW istrapazzar le sostanze. 

I Governi debbono essere conformi alla na- 
tura degli uomini governati, 

I nostri costumi non si cangiano tutto d'un 
tratto ma per gradi e con lungo ternpo, 

I deboli vogliono le leggi, i potenti le ricu- 
sano ; gli ambiziosi per farsi seguito le promo- 
vono, i principi per uguagliar i potenti coi de- 
boli le proteggono. 

Gli uomini prima amano di uscir di sugge - 
zione e desiderano ugualità; di poi si sforzano 



124 METODO E CANONI PSICOLOGICI 

superare gli tigualiy finalmente si vogliono met- 
ter sotto le leggi. 

Le consuetudini sono più naturali quindi più 
forti delle leggi (1). 

Le dottrine debbono cominciare da quando 
cominciano le materie che ne trattano. 

Gli uomini di corte idee stimano diritto quanto 
si è spiegato con le parole, gli intelligenti in- 
vece stimano diritto tuttociò, che detta e fa 
ugitale utilità delle cause. 

Sono questi i canoni principali coi quali il 
Vico intraprese a descrivere il corso storico di 
quella tal mente umana delle nazioni. Il Vico non 
ci darà a credere, che egli li abbia trovati uni- 
camente t nelle modificazioni del nostro animo; 
il loro fondamento è certamente tutto una pro- 
fondissima psicologia, ma una psicologia esser* 
vata nella storia con geniale acutezza. — La 
maggior parte di quei canoni erano per la scienza 
dei tempi del Vico del tutto nuovi, molti di essi 
sono per alcuni nuovi ancora al giorno d'oggi» 
né sono esauriti tutti i vantaggi, che dalla loro 
retta applicazione alle sdenze storiche se ne 
possono cavare. — Quel che in esso più è da 
ammirare e auel senso della verità, della realtà 
storica, nel cne come già notammo consiste la 
grandezza maggiore del Vico, e la quale fe un 
grandissimo contrasto colle idee de* suoi tempi 
e che per alcuni corrono oggi ancora, spe- 
cialmente ' presso di noi. — Tu vedrai in 
qualcuno di quei principii la sagacità del Sb^ 

(1) Nel Principio e fine unico del Diritto cos\ spiega molto 
sagacemenU questa sentenza: « Et otores et leges sunt la» 
u ris Naturae interpretatio ; sed mores sunt interpretatio 
• firmior: nam factis ìpsìs probantur et dìuturnitate tem- 
€ poris abeunt in naturam : leges sunt interpretatio quan- 
e doqne inelìor, at semper infirmior, utpote quae a mutabili 
u voluntate dieta tatse ». 



CAPO VII 125 

chiavelli» ma noo il concetto meccanico, col 
quale questi si rappresentava Y umanità e la 
storia: molte leggi dello spirito umano vi sono 
felicemente scoperte» ma egli non vi mostrerà» 
come per esse possa altri farsi strumento del- 
l'uomo e dei popoli, ma bensi come con quelle 
leggi la Provvidenza trae 1 uomo alla civiltà, a 
celebrare la sua vera natura socievole. 

L'antichità rischiarata da quelle leggi non 
apparirà più come a suoi contemporanei e sino 
a noi, quale un ammasso di &tti arbitrarli, che 
s' intendevano diversamente dalla loro vera 
realità, senzachè si facesse lo sforzo di rappor- 
tarsi a quei tempi, riedificarli nella nostra imma- 
ginazione, soffiar in essi quella vita che ce li fa 
presenti, come l'età in cui viviamo, collegare i fatti 
intimamente tra di loro, cercar la verità sotto le 
apparenze strane e discordanti, connettere i fetti 
politici coi fatti sociali, questi colle necessità, coi 
bisogni, colle tendenze originarie dell'uomo. — 
Questo seppe proporsi il Vico colla sua filosofia 
storica, e i canoni da noi annoverati ce ne danno 
la prova. Tuttavia essi per sé, quantunque tratti 
dai fatti, sono generalità ed astrazioni che nella 
realtà vanno incontro ad applicazioni diversissime 
talora anche in apparenza fra loro contraddi- 
torie; quindi se il Vico avesse proceduto sol- 
tanto con esse, come pretese fare nella seconda 
Scienza Nuova, non avrebbe nulla scoperto sulla 
natura positiva dei fatti particolari. Quando nella 
seconda Scienza Nuova, descrivendo il suo me* 
todo, dice che coi suoi principii egli saprà in- 
dipendentemente dai ^tti particolari, trovare la 
storia dell'umanità, considerarla mila sua idea 
per poi solo confermarla colle prove filologiche, 
le quali , dice egli , vengono ultime dopo le 
logiche e le teologiche, cioè, dopo le filosofiche, 



126 I PRiNciPii dell'incivilimento 

Egli capovolge perfettamente in parole il me- 
todo che di fatto tenne in quelle parti della sua 
dottrina dove trovò o intravvide il vero corso sto- 
rico delle nazioni nellantichità oscura. — Queste 
prove filologiche che poterono condurre il Vico 
a tante grandi scoperte in quel periodo delFu- 
manità che non ci è fatto conoscere con si- 
curezza dagli storici, cosi vengono da lui stesso 
con molta esattezza annoverate, il quale le ri- 
duce alle mitologie, alle frasi eroiche, alle eti- 
mologie delle lingue natie, alle volgari tradi- 
zioni, ai frantumi delFantichità, alla connessione 
colle cose posteriori, la quale è per verità tra 
le più importanti. Come egh abbia saputo trar 
profitto di tutto questo materiale storico, lo ve- 
dremo nei capitoli seguenti, nei quali si trat- 
terà del corso storico delle nazioni, e dei prm- 
cipii dell' incivilimento. 



Capo ¥IU. 

I Priucipii deir incivilimento e lo svolgimento 
politico e giuridico dell' Umanità nella Filosofia 
storica del Vico. — Getmo sulle sue teorie 
civili e politiche. 

Abbiamo già veduto da qual punto il Vico 
incominci la storia dello svolgimento umano; 
egli npn vi mostra grande sagacità abbando- 
nandosi anch' egli alle f;|ntasie e ai sogni del 
Puffendorf, dell' Hobbes, del Rousseau quan- 
tunque ne tragga conseguenze del tutto di- 
verse. — Tra le diverse descrizioni , che di 
quello stato cosi detto di natura si erano date 



CAPO Vili 127 

il Vico si accostò a quella dell' Hobbes. An- 
che per il Vico esso è uno stato del tutto fe- 
rino e selvaggio, uno stato di guerra continua 
degli uni contro gli altri; gli uomini vi sono 
rappresentati come nomadi viventi bestialmente 
senza legge né sentimento alcuno di società e 
parentela, dati alla vaga Venere, viventi nelle 
spelonche, awolgentisi nel fango, e per questo 
cresciuti a forme atletiche e detti Giganti, della 
cui esistenza, dicQ il Vico, tuitte le storie com- 
presa la sacra ci fanno testimonianza, ma di 
cui egli solo si vanta di aver dato colla sua 
bizzarra descrizione un'adequata ragione e spie- 
gazione. — Ma fra tali uomini eslegi ed empi, 
che il Vico chiama sovente bestioni, egli am- 
mette tuttavia che ve ne fossero alcuni di mi- 
glior indole, che non gli altri, e che questi ap- 
pena udirono il fulmine, il quale per molti 
anni dopo il diluvio non dovette farsi sentire, 
del tutto spaventati alzarono gli occhi, dice il 
Vico, ed avvertirono il cielo e secondo la na- 
tura loro lo credettero un gran corpo animato, 
a loro superiore, e che con quel fischio volesse 
loro comandare qualche cosa. Dal che nata 
loro la prima idea d'un Dio, atterriti si ricovera- 
rono nelle loro spelonche, vi si stabilirono con 
una sola donna dando cosi ongine alle fa- 
miglie , e incominciarono a seppellire i loro 
morti, il che da humare si disse nel latino Aw- 
manitas. In questo modo il Vico giunge col suo 
romanzo ai tre principii supremi, sui quali egli 
dice fondarsi la civiltà, e dai quali essa ebbe 
i primi incominciamenti. La conclusione è cer- 
tamente migliore delle cose premessevi. 

La dottrina dei principii della civiltà viene 
meglio che altrove spiegata nella prima Scienza 
Nuova, in parte anche nel De constantia philo^ 



128 I PRINCIPII DELL INCIVILIMENTO 

logice, dove non vien loro dato sempre quel 
fondamento avventuroso che abbiamo descritto^ 
ma secondo l' ìndole dì quelle due opere e spe- 
cialmente della prima> dove le spiegazioni psi- 
cologiche prevalgono a tutte le altre, vien oaXo 
a quei principii una forma e una connessione 
più razionale. Certamente una teorica compiuta 
e logicamente dedotta di essi noi non ve la tro- 
veremo in alcun luogo. 

Siccome egli con metodo scientifico non pro- 
cede mai, cosi viene generalmente introducendo 
gii elementi più essenziali l' uno dopo V altró> 
secondochè l' andamento del suo discorso e i 
fatti storici e morali, che si presentano da spie- 
gare, ve lo conducono. Anche Testensione e Y im- 
portanza dei concetti va variando sotto le atesse 
espressioni. Cosi al pudore vien fatto nel Diritto 
universale una parte più larga che non nei libri 
successivi: già nel Principio e fine unico trat- 
tando del diritto naturale dice che esso viene 
dal pudore custodito, e nel De constantia philo- 
logice esso vien posto come primo principio di 
civiltà e si definisce per la coscienza del mal- 
fatto, per la quale il colpevole trova in sé la 
sua naturale punizione. Cosi il pudore diventa 
in quel libro eccitamento e fonte della religione 
dopo la corruzione dell* uomo, fonte dell* onestà 
dei contratti, del timore dell'infamia, di tutte 
le virtù insomma, che tengono in piedi la so- 
cietà. — Anche qui il pudore è quello, che ri- 
dusse i primi forti in società, che trasse gli uo- 
mini ad abbandonare la vaga venere, a insti- 
tuire le famiglie. L'altro principio della civiltà, 
dopo il pudore, vien qui detta la libertà umana^ 
la quale si. manifesta nelle sue due parti della 
proprietà e della difesa. Ma evidentemente que- 
ste son piuttosto conseguenza, che fondamento 



CAPO Vili 129 

della società; il Vico invece ha perfettamente 
ragione di presentarci il pudore come la forma 
più originaria, sotto la quale nasce e si svolge il 
sentimento morale, e quindi di dirlo uno dei 
primi fondamenti della società; ma non doveva 
restringerlo, come fa in tanti luoghi, e farlo 
unicamente fondamento defila famiglia e dei 
€onnubii stabili. — La credenza in Dio e nella 
Provvidenza non viene espressamente detta prin- 
cipio di civiltà nel Diritto universale, ma vi si 
trova di fatto introdotta come tale, finché il 
vico lo dichiara apertamente nel principio 
della prima Scienza Nuova, anzi ne fa il con- 
cetto predominante di tutta V opera. — La 
credenza in un Dio, in un Dio provvidente, 
in una Mente suprema è giustamente, secondo 
il Vico, uno dei sentimenti più originari e più 
naturali dell'uomo ; essa è, come egli lo chiama, 
uni) de* sensi comuni dell* umanità. Quel che ci 
muove a concepirla è variamente designato dal 
Vico : ora è un sentimento del tutto materiale 
come il timore allo scoppiar del fulmine, ora 
invece è un sentimento intimo della nostra pic- 
colezza, r aspirazione naturale ad una vita su- 
periore, il sentimento dell' immortalità dell'anima, 
dal quale vien pure spiegato Y altro senso co- 
mune del genere umano, cioè che si debbano 
seppellire i morti. Il pudoi-e, che abbiam prima 
veduto in un luogo esser eccitamento della re- 
ligione, diventa qui anzi più giustamente come 
un effetto di essa, cioè della credenza naturale 
in un Dio intelligente e provvido. Quindi anche 
r istituzione delle famiglie, il diritto, le virtù 
tutte poggiano in ultimo sulla credenza di Dio, 
sulla religione. Per questo egli denomina la sua 
scienza una teologia civile ragionata. Nessuna 
società sarebbe possibile senza la credenza ia 



130 I PRiNciPii dell'incivilimento 

Dio, dicA il Vico, perchè fondandosi essa sopra 
vicendevoli promesse e reciproca fede, queste 
non hanno altra sanzione che la credenza in 
una Mente eterna ed infinita, che penetra tutte 
le menti degli uomini, è onnisciente e onni- 
possente; per questo sogliono gli uomini sin 
dai primissimi tempi chiamar Dio in testimo- 
nianza della verità di quanto dicono* Del resto 
la credenza in Lui si manifesta già sin nelle 

Srime guerre degli uomini, nei duelli, nei cosi 
etti giudizii di D/o dei tempi barbari ritornati. 
In questi gli uomini dichiarano tacitamente la^ 
loro comune sottomissione a un Ente supremo, 
dinanzi al quale essi sono uguah, che opera 
per tutti giustamente, si piglia cura della giu- 
stizia degli uomini e manifesta la sua volontà 
colla vittoria. 

Un altro fatto nel quale si mostra luminosa- 
mente la credenza in Dio e nella Provvidenza 
gli è la Divinazione^ la quale ha nella filosofia 
storica del Vico una grande importanza. Nata 
l'idea di un Dio supremo che governa il mondo, 
gli uomini se lo rappresentano naturalmente 
come un re potente e misterioso, del quale biso- 
ma interpretare i cenni (da nutus numen secondo 
n Vicoì per conoscerne i comandi. — Questi 
cenni ai Dio sono il suo linguaggio ; egli parla 
naturalmente nel fulmine, e manifesta la sua 
volontà negli avvenimenti straordinarii del cielo,^ 
nel canto e nel volo degli uccelli, nelle viscere 
degli animali, in tutto ciò insomma che è ter- 
ribile e misterioso (1). La sua volontà cosi ma- 
nifestata è il fondamento primo del diritto : fas 

(1) Gli animali e specialmente gli uccelli dovevano avere 
qualche cosa di misterioso per l'uomo primitivo, il quale 
ne riceveva grandi benefizii o danni, ma non ne compren- 
deva molti istinti ed il loro linguaggio. 



CAPO vni 



131 



quod fatur a Deo. É egli che impone agli uo- 
mini di vivere in società fra loro, di celebrare 
la giustizia; tale alogeno è il comando che essi 
credono riceverne. Il Vico confonde la Provvi- 
denza coiridea di essa, e in molti luoghi ne 
parla in modo che non gli è facile capire se 
a quella o a questa attribuisca la civiltà : cosi 
quando ripete si frequentemente: Ab Jove pririr 
cipium MuscBj Jovis omnia piena, intende cert- 
amente la credenza degli uomini in Dio; ma 
si riman sospesi quando sulla fine della sua 
prima Scienza Nuova dice: « Senza un Dio 
» provvedente non sarebbe altro stato al mondo 
» che errore, bestialità, bruttezza, violenza, fie- 
» rezza, marciume e sangue, e forse e senza 
» forse per la gran selva della terra orrida e 
» muta oggi non sarebbe genere umano (1). 
Ma il Vico nel confondere la Provvidenza colla 
credenza in essa non è per nulla in contrad- 
dizione con sé medesimo. Nelle Scienze Nuove 
non v'ha più traccia alcuna delle metafisicherie 
del De antiquissima sapientia, il criterio della 
verità è qui per lui divenuto il senso comune 
e il consentimento universale degli uomini; 
nella seconda Scienza Nuova cosi esprime questo 
concetto con singolare efiBcacia, mettendolo ap- 
punto in relazione coi suoi principii dell' incivili- 
mento.» Con chiudiamo tuttociò, che generalmente 
« si è divisato dintorno allo stabihmento de'prin- 
« cipii di questa scienza : che poiché i di lei prin- 
« cipii sono Provvidenza divina, moderazione di 
« passioni co' matrimonii ed immortalità delVa- 
« nime umane colle sepolture; e il criterio che 
« usa è, che ciò che si sente giusto da tutti o 
« la maggior parte degli uomini debba essere 

(1) IV; 288. 



132 SVOLGIMENTO DELL'UMANITA' 

« la regola della vita socievole; ne' quali prin- 
« cipii e criterio conviene la scienza volgare di 
« tutti i legislatori e la sapienza riposta dei più 
« riputati filosofi ; questi devono essere i connni 
« dell' umana ragione, e chiunque se ne voglia 
« trap fuori, egli veda di non trarsi fuori da 
« tutta l'umanità (1). La credenza universale 
nella Provvidenza è dunque per il Vico una 
prova della sua realtà, e l' ei&cacia grandissima 
che quella ha nel mondo delle nazioni dimostra 
pure la potenza reale di questa e la sua volontà, 
perchè la credenza degli uomini in Lei mede- 
sima è il mezzo principale, di cui la Provvidenza 
dispone per trarne gli uomini a civiltà. L'esser 
qmndi fondamento di questa nell'ordine delle 
idee gli è lo stesso per il Vico che esserlo nel- 
r ordine delle cose. Per questo chiama egli la 
sua scienza, fra le moltissime denominazioni, una 
perpetua dimostrazione di Dio o della Prov- 
videnza. 

Guidati cosi ffli uomini dalla credenza in Dio 
e mossi dal pudore fondarono V umana società; 
gU è quindi da certi sensi naturali, che questa 
ebbe origine, sensi naturali, che si vennero ne- 
gU uomini svolgendo inconsciamente, senzachè 
Tawertissero; ed è assolutamente erroneo, dice 
il Vico, il credere, che essa invece venisse fondata 
da sapienti legislatori per opera di riflessione : 
concetto giusto e profondissimo e che solo la 
scienza modernissima ha reso volgare. 

Tuttavia all' umanità non si venne d'un tratto 
ma per gradi lenti e diversi, come la natura 
stessa richiedeva. Tali gradi sono quelli, che il 
Vico chiama le epoche diverse, le età del genere 
umano. La teoria di esse è molto confusa nel 

(1) V, 150. 



CAPO Vili 133 

de Constantia Philologiae, dove ne distingue cin- 
que e le dice tutte epoche del tempo oscuro men- 
tre la quinta cade invece nei tempi, che egli 
dice umani, dove sorgono gli scrittori riflessi , 
gli storici, i filosofi. — Ma già nello stesso li- 
bro egh accetta la divisione egiziana delle tre 
età degli dei, degli eroi e degli uomini, e se 
ne serve esclusivamente poi nelle due Scienze 
ìiuove. 

Nel trattare di queste diverse età però non sarà 
diflBcile il riconoscere che se nel porre quello stato 
selvaggio come punto di partenza della sua teoria, 
imitò la filosofia giuridica del suo tempo, nelFu- 
scire da essa e nel descrivere lo svolgimento po- 
steriore dell'umanità la mente sua è quasi esclu- 
sivamente preoccupata, per riguardo al diritto, la 
politica e là morale, dalla storia e giurisprudenza 
romana. E mentre egli concepisce e delinea 
c[uello in modo, che esso gli abbia a servire per 
ispiegare le cose romane e risolverne i problemi, 
la Storia e la Giuri/sprudenza romana alla loro 
volta cosi rifatte e trasformate gU servono poi 
a delineare il corso storico di tutte le nazioni* 
Questa confusione delle cose generali colle par- 
ticolarità romane è uno dei difetti principali 
delle dottrine del Vico, una delle prime cause 
de* suoi traviamenti ed errori. Guastò con esso la 
sua storia romana da una parte e dall'altra la 
sua filosofia storica. Tuttavia egli seppe nei fatti 
di quella penetrare con uno sguardo si giusto 
e potente, che molte delle sue migliori idee 
rimasero intatte dal suo cattivo sistema e an- 
cor oggi sono accettate dalla scienza, dopo i gran- 
dissimi progressi in essa fatti dalla critica storica 
dei Tedeschi. 

Una delle questioni più importanti della Sto- 
rca romana gli è quella delle relazioni tra i 



134 SVOLGIMENTO DELL'uMANITA' 

Patrizii e i Plebei, la quale si rannoda coU'altra 
intorno all'origine e alla natura delle clientele. 
Ài tempi del Vico si accettavano ciecamente i 
racconti tramandati dagli storici antichi, né al- 
tri si rendeva conto del come i fatti narrati 
avessero potuto avvenire. Il Vico trasforma la 
questione in un problema generale : egli trova 
che tutti i popoli ebbero patriziato e plebe, pa- 
troni e clienti; si tratta quindi di spiegare un 
fatto umanitario. — P^r vedere qua! soluzione 
vi dia il Vico è necessario che noi torniamo 
alquanto indietro e rammentarci di quella parte 
dei Bestioni o Giganti, che più pii degli altri 
vengono scossi dal fulmine, e danno origine 
alla civiltà. Sarebbero questi primi principi] per 
il Vico l'età degli Dei o lo stato delle famiglie, 
in cui regna Tautorità monastica. — Il Vico vede 
e descrive quest'età colle idee della giurispru- 
denza romana intorno alla famiglia. In quello 
stato gli uomini non errano più per le selve, 
ma non sono ancora fra loro associati, fondano 
le famiglie, nelle quali il padre ha una potestà 
assoluta, e vi è ad un tempo re, sacerdote e giu- 
dice. Ha in questo tempo origine la proprietà : i 
campi coltivati sono gli altari naturali innalzati 
al culto degli Dei e i loro confini vengono con- 
sacrati dalle sepolture degli estinti, [n questo 
stato i Forti pii, come h chiama il Vico , fanno 
uso del diritto naturale di difesa contro i vio- 
lenti che vengono a insultare le loro are o 
campi coltivati, e consacrano il loro sangue agli 
dei; ma tra quei selvaggi empii oltre i violenti 
(il Vico non trova fatica a fer ipotesi per iscio-, 
gliere le difficoltà) vi sono dei deboli che ven- 
gono da essi perseguitati ; questi allora si ri- 
parano alle are dei Forti pii, i quali li accolgono 
sotto la loro protezione, ma ponendoli sotto la 



CAPO Vili 133. 

loro potestà monastica e tenendoli come famuli, 
da cui venne il nome di familia. — In questa 
<5ondizione di cose vede il Vico un fatto natu- 
rale ma provvidenziale nella severità delle pene 
« nell'assoluta autorità del padre di famiglia , per- 
chè i figli e i clienti avessero cosi a far acquisto 
di quelle virtù di docilità e sottomissione, che sono 
necessarie per gli stati , di cui segue la fonda- 
zione nella seconda età detta degli eroi ; perchè 
i clienti cresciuti più tardi in numero e perduto 
col tempo e colla sicurezza acquistata lo spavento 
degli empii violenti, dimentichi dei benefizii ri- 
cevuti dai Forti per le più recenti vessazioni, còlle 
quali venivano da loro trattati come schiavi, tu- 
multuarono contro di essi per averne diritti e 
guarentigie; ma i Forti volendo resister loro si 
strinsero seco in ordini e scelsero tra loro un 
capo che li sapesse guidare contro quelli ammu- 
tinati. — Cosi ebbero la loro prima origine 
dalla necessità gU stati, e da questa fondazione 
comincia Tetà degli eroi; che come tali sono 
da considerarsi i forti. 

Gli stati cosi fondati, dice il Vico, non sono 
monarchici, come parrebbe e come credevasi ai 
suoi tempi, ma strettamente e severamente aris- 
tocratici. Il re non è che il primo fra uguali; 
il supremo potere risiede sempre presso i padri 
associati, i quali col metter insieme ciascuno la 
loro propria potestà famigliare danno origine 
al potere civile ; col rinunziare al diritto di- 
vino della violenza privata, cioè di farsi ra- 
gione ciascuno- da s.è, danno origine al sommo 
imperio ; coU'assoggettare i loro beni e le loro 
sostanze alle necessità dello stato creano in 
esso il diritto eminente su quelle, e fondano cosi 
il pubbUco erario. Tal complesso di cose pub- 
bUche dicono patria cioè res patrum. 



136 SVOLGIMENTO DELL'uMANITA* 

In questo primo i)eriodo politico della società 
la tendenza predominante aello stato è quella 
di tener severamente custoditi nella forma loro 
stabilita gli ordini, la religione, la famiglia, il 
diritto. Lo stato quindi è cosi costituito^ che ri- 

Crdo agli ordini solo i patrizii (1) vi abbiano 
^overno, solo essi gli auspicii, essi soli siano 
giudici, essi soli vi abbiano nozze solenni; ri- 
guardo alla famiglia, vi sia conservata la po- 
testà domestica colla medesima severità come 
nell'età divina; riguardo alla religione ninna 
cosa si faccia se prima non si è consultato il 
volere degli Dei, come si manifesta negli au- 
spicii; e poiché quegli eroi riponevano il rfmWa 
nella forza cosi riconoscessero il volere della di- 
vinità nella fortuna, e T intervento di quella fosse 
necessaria sempre, per dare con questo solo 
consacrazione o valore giuridico alle azioni della 
vita, sia per rispetto agli individui, che alla fa- 
miglia e allo stato ; riguardo al diritto, che poi- 
ché gli uomini non potevano ancora governarsi 
secondo il vero, e le passioni erano fortissime, 
cosi si governassero secondo un diritto severo 
e stabilito con formolo sacre e inalterabili, per 
il quale s'avesse dagli uomini naturalmente tale 
opinione del giusto, che tanto e tale fosse lora 
diritto, quanto e quale si fosse spiegato con so- 
lenni formule di parole (2), le quali formule 
poiché tenevano esprimessero il volere di Dio, 
fossero conservate gelosamente e segretamente 
dai sacerdoti; e finalmente riguardo alle pene 
che esse vi fossero severissime e date per l'esem- 
plarità e per incutere spavento. 

(1) Patrizi! son tutti questi forti, perchè godendo essi 
soli il diritto del connubio solenne, solo essi patrem ciere 
possunt, secondo l'etimologia del Vico. 

(2) V, 186. 



CAPO Vili 137 

Ma i nobili noA poterono per lungo tempo 
resistere alle forze ognor crescenti dei Clienti 
Famoli o Soci (delle loro imprese eroiche) 
come promiscuamente li chiama il Vico, senza 
far loro qualche concessione. Siccome essi erano 
specialmente deputati a coltivare le terre dei no- 
bili unicamente per vantaggio di questi, cosi essi 
chiedettero per prima cosa di averne il possesso ; 
il che venne dopo molti sforzi loro concesso 
mediante un tributo annuo che perciò dovettero 

{)agare ai nobili; e questo avvenne colla prima 
®gg© agraria che si trova essere stata per tutti 
i popoli come quella data da Servio Tullio in 
Roma. — Ma i plebei non se ne stettero con- 
tenti : avendo essi ottenuto delle terre il solo pos- 
sesso, questo era per loro un precario che poteva 
venir loro tolto ad arbitrio dei nobili; vollero 
quindi averne anche la proprietà; ed infine avu- 
tala^ i plebei non potendo però trasmetterla ai 
loro per via d'eredità, perchè mancavano della 
comunione degli auspicii e (juindi del diritto di 
connubio solenne e dei diritti politici , usaro- 
no d'ogni loro potere per l'acquisto di questi di- 
ritti, e per rendersi cosi del tutto uguali ai nobili. 
Il che quand'ebbero raggiunto, ebbe del tutto 
fine l'età eroica, e cominciò l'età degli uomini, 
della quale son proprii governi il popolare e il 
monarchico-civile , avendo tanto l'uno che l'al- 
tro per loro fondamento non più la custodia 
degli ordini e la amministrazione della gius- 
tizia per mezzo delle formule giuridiche con- 
servate con religiosa segretezza e appUcate 
nella loro rigidità letterale, ma l'equità na- 
turale , il diritto comune degh uomini rico- 
nosciuti uguali, il regno delle leggi e delle con- 
suetudini adattate ai diversi casi della vita, e 
secondo questi modificate dalla Giustizia , fon- 



138 TEORIE CIVILI E POLITICHE 

data sulla natura e ragione deiFuomo. Riguardo 

§oi alla successione storica delle due forme qui 
escritte essa è tale, che se a un governo ari- 
stocratico non succede subito la monarchia ci- 
vile, tuttavia a questa conduce poi una legge 
regia naturale lo stesso governo popolare. 

Cosi il Vico, diversamente da Platone e da 
tutti i suoi predecessori e ancora del suo po- 
steriore Montesquieu, non ispiega già le forme 
di governo secondo un certo tipo fattosi nella 
mente e attuato arbitrariamente fra gli uomini ; 
egli ne ricerca il carattere, la natura e i fe- 
nomeni che vi appariscono nella stessa con- 
dizione storica nella quale sorgono, — Quindi 
vediamo anche nelle teorie politiche del Vico 
manifestarsi quel profondo senso storico, che 
nessuno forse anche in questo secolo, nel quale 
questo ebbe un si grande perfezionamento, pos- 
sedette al par di lui. — Ma quantunque lo 
spirito del suo sistema sia del tutto contrario alle 
dottrine di Machiavelli e di Montesquieu, tut- 
tavia lo vediamo fare sul meccanismo degli stati 
considerazioni cosi acute e profonde, che non 
ci parrebbe credibile vengano da un uomo come 
il Vico, che mai, si può dire, non conobbe gli 
affari del mondo se non attraverso i suoi libri. 
GH è vero che tali consider<iZÌoni sono in parte 
contrarie al sistematismo della seconda Scienza 
Nuova, quindi noi le troviamo più particolar- 
mente e quasi solo sviluppate nelle opere an- 
teriori. 

Quand' egli non avea ancora strettamente 
uniformizzato il corso di tutte le nazioni , 
cioè nel Principio unico del Diritlo, egli sa 
dirci ancora come tutte le forme degli stati si 
adattino naturalmente al carattere dei popoli , 
perchè ciascuna di essa richiede diverse virtù 



CAPO vin 139 

e diverse qualità per sostenersL — Cosi i popoli 
molli e rozzi, die* egli, coma T Asiatico, cadono 
fecilmente sotto la tirannide, i forti e acuti, 
come i Greci si fondano sulle leggi e sulla de- 
mocrazia, i popoli forti invece ma non molto 
acuti durano più lungamente sotto la primitiva 
aristocrazia, come i Romani. Nel De uno e/c, 
non è ancora la sua Storia ideale eterna che 
regge il corso delie nazióni, e quindi ammette 
che i diversi governi si possano sostenere nelle 
loro forme, purché si conservino sempre su 
quel principio per cui sono nate: quindi la 
corruzione è quella che li rovina, non una ne- 
cessaria legge storica, — Ogni forma di go- 
verno potrebbe dunque, secondo il Vico, gene- 
rare la prosperità e la felicità di un popolo; 
ma avviene assai raramente che nella vita di 
esso non si succedano frequenti mutazioni. 

Le aristocrazie potrebbero lungamente con- 
servarsi, perchè in esse si svolge un grande 
amor di patria, essendo lo stato d'interesse più 
vicino ai pochi, che solilo governano e ne trag- 
gono profitto, se sapessero tener sempre contenta 
nelle sue condizioni sociali, la classe inferiore. 
Ma fatti prepotenti e vessatori contro di questa, 
essa naturalmente si solleva e formansi le re- 
pubbliche popolari, nelle quali T interesse allo 
stato diminuisce, perchè tanti vi pigliano parte, 
ma appunto per questo tutti vi si fanno promo- 
tori del diritto, dell'uguaglianza, del bene comune; 
perchè dove altri non può trarre utile per sé 
solo, dice il Vico, vuole almeno, che le utilità 
siano fra tutti distribuite equamente. Esse dun- 
que si terrebbero lungamente in piede per que- 
sta giustizia comune, se dandosi i più alla sola 
cura dei privati interessi, non lasciassero sorgere 
ambiziosi, i quali assoggettando al loro potere 



140 TEORIE CIVILI E POLITICHE 

la pubblica libertà di quelli, e suscitando di- 
scordie, fazioni e guerre civili nella repubblica, 
f)er la voglia di ciascheduno di trarre questa a 
oro privata utilità e sotto il suo imperio non la 
mandassero tutta a rovina. Del che i popoli affati- 
cati si vanno a ricoverare sotto la Monarchia di un 
solo, il quale, essendo superiore a tutti gli altri 
e non avendo nulla più a desiderare d'imperio e di 
ricchezze, naturalmente cerca di governare con 
giustizia e popolarmente (^1), « prima con le leggi, 
» colle auali i monarchi vogliono i soggetti tutti 
» uguagliati, dipoi per quella proprietà monar- 
» chica, che i sovrani con umiliar i potenti ten- 
» gono libera e sicura la moltitudine dalle loro 
» oppressioni; appresso per quell'altra di man- 
» tenerla soddisfatta e contenta circa il sosten- 
» tamento che bisogna alla vita e circa gli usi 
» 4ella libertà naturale; e finalmente coi pri- 
» vilegi che i monarchi concedono o ad intieri 
» ordini , che si chiamano privilegi di libertà, 
» a particolari persone con promovere fuori 
» d'ordine uomini di straordinario merito agli 
» . onori civili, che sono leggi singolari dettate dalla 
» naturai equità. » Dal che conchiude il Vico, 
le monarchie essere le più conformi air umana 
natura della più spiegata ragione (2). Cosi il Vico 
si mostrava anch' egli, conformemente a' suoi 
tempi, proclive al governo monarchico; ma egli è 
ben lontano, d'accordo in questo col Gravina, di 
ammettere colla scuola giuridica di Grozio un re- 
gno assoluto, che possa governare gU uomini per 

(1) Il Vico delineò qui senza saperlo le origini e le yj- 
cende delle monarchie moderne verso la fine del medio evo, 
il fondamento e le cagioni delia loro potenza nei loro prin- 
cipi, quando esse aveano a lottare contro il feudalismo e per 
innalzarsi contro di questo sostenevano la borghesia o il 
medio c<ìto. 

(2) V, 615. 



CAPO Vili 141 

! soli propri vantaggi. — La sua monarchia chia- 
ma il Vico monarchia civile^ né è necessario che 
egli dica, che essa debba governare per lutile 
dei più, poiché in questo stesso consiste natu- 
ralmente la sua missione storica e il suo carat- 
tere. Le corruzioni delle diverse forme non sono 
{>er lui tanto veri governi, quanto passaggi dal- 
* una air altra forma. 

Gli è facile scorgere da tutto questo, che se 
il Vico non cadde nel meccanismo politico del 
Machiavelli e del Montesquieu^ se fece delle 
forme degli stati uno svolgimento naturale dei 
bisogni sociali 9 politici dei cittadini, tuttavia 
egli cadde nel dogmatismo storico, e prendendo 
per norma le forme di governo come si ven- 
nero una volta attuando, pretende, che questo 
modo ne costituisca la vera essenza, e che tali 
quindi esse abbiano ad essere in eterno. Si vede 
bene infatti come tanto nel descrivere lo svol- 
gimento storico di quelle forme di governo, 
come nel determinarne la natura e le leggi, 
egli non avesse quasi di mira che la storia ro- 
mana; e siccome gli è appunto dagli studi parti- 
colari su di questa, ch'egli arrivò a'suoi principii 
generali intorno allo svolgimento politico e giu- 
ridico delle nazioni e che in essi specialmente 
risplendette il suo genio storico, cosi ci propo- 
niamo in uno dei capitoli seguenti trattar al- 
(juanto di«5tesamente delle sue idee principali 
intorno alla storia romana, paragonandole cogli 
ulteriori progressi della scienza, come si vennero 
facendo particolarmenta dalla critica storica dei 
Tedeschi. — Per ora un altro compito ci si 
presenta dinanzi ; il diritto e la politica non 
sono i soli elementi della civiltà; essi si con- 
nettono strettamente colla lingua, coi concetti 
e le rappresentazioni, religiose, colla letteratura, 



142 LINGUE, POESIE E MITOLOGIE 

colle arti. — Gli è questa la parte, che nella 
sua prima Scienza Nuova il Vico comprende 
sotto il nome di principii di essa dintorno alle 
lingue. Gli è questa parte, che noi vogliamo 
esaminare nei primi capitoli che seguono. 



Capo IX. 

L'origine e lo svolgimento delle lingue, della 
poesia e della mitologia nella filosofia storica 
del Vico. 

Gli è stato certamente un* idea protenda nel 
Vico quella^ che ogni cosa si corrisponda in una 
data epoca, diritto^ lingua, poHtica, religione, 
arte; tutti gli elementi vi hanno rapporto e con- 
nessione tra di loro. Ch'egli poi esagerasse 
stranamente questo principio nella seconda 
Scienza Nuova ciò non toglie, che parecchie 
delle applicazioni da lui fattene non siano vere 
e giuste. 

La linguistica era cosi poco sviluppata ai 
tempi del Vico, e d^àltra parte era questi tal- 
mente ignaro delle lingue come della storia 
deir Oriente, che gli mancavano quasi aflfeitto 
gli elementi e i materiali necessarii per poter 
anche solo abbozzare un principio di scienza; 
sicché noi non ci dobbiamo tanto meravigliare 
deUe molte stranezze che sull'origine del lin- 
guaggio, sul suo svolgimento ci viene nar- 
rando , quanto anche qui ammirare il suo 
genio e il suo retto senso .del vero , che mal- 
grado tanti ostacoli lo conduce a trovar principii 
ed esporre dottrine che sono accettate o per lo 
meno discusse ancor oggi dalla scienza delie lin- 



CAPO IX 143 

gue, la (juale ha fatto dopo d'allora progressi 
si grandi e straordinarii. Egli fu certamente il 

Srimo a notare l'importanza grandissima che le 
ngue hanno per farci conoscere col loro stesso 
organismo, colie loro radici ed etimologie lo 
stato di civiltà, il carattere dei sentimenti e delle 
idee di un popolo ; perchè, secondo il Vico, le 
lingue non sono un prodotto artifìziale o con- 
venzionale di questo, ma si vengono in esso- 
naturalmente formando e sviluppando, sicché 
il popolo v'imprime il suo spirito. Egli imma- 
ginò sì potesse fare un Etimologico universale, 
che comprendesse le lingue di tutti i popoli e 
mostrasse come una cosa medesima fosse da 
essi per diversi aspetti veduta, secondo la pa- 
rola colla quale la designano. Quindi volendo 
far la stona dello svolgimento delle hngue, 
dice che di esse ve ne furono tre, conforme- 
mente alle tre età da lui stabilite nella storia, 
cioè quindi una lingua divina, una eroica e una 
umana, le quali sono naturalpaente in armonia 
ciascuna col loro tempo, col carattere di que- 
sto, i costumi e le idee in esso prevalenti. 

Nei tempi divini, cioè anteriori alla fonda- 
zione degli stati egli nota, come le. relazioni 
dovevano esservi cosi poche , le idee anche 
cosi povere e le difficoltà di parlare cosi 
grande, che gli uomini dovevano per comu- 
nicare fra di loro, più servirsi di cenni o atti 
e di corpi, che avessero relazione colle idee 
e i sentimenti, che volevano esprimere, anzi- 
ché con parole. — Ma a riguardo di questa teoria 
il Vico si avvolge in molte contraddizioni : talora 
questa lingua divina è del tutto mutola, non 
vi son parole, non articolazioni di sorta, gli uo- 
mini per esprimere un anno presentano una 
spiga, per esprimere il mietere ne fanno V atto. 



144 LE LINGUE 

Talora invece essa è solo quasi del tutto muta 
e pochissimo articolata, e in altri luoghi parrebbe 
che anche la lingua divina avesse pur essa tutto 
un sistema di suoni e voci articolate , perchè 
afferma che nei tempi divini tutte le cose erano 
denominate come Dei, dei quali Varrone ne 
conta ben trentamila. — Il cne per verità si 

})otrebbe accordare con quel che dice in un 
uogo della seconda Scienza Nuova , che cioè 
tutte e tre le lingue non nascessero Tuna dopo 
l'altra, « ma si come dallo stesso tempo comin- 
« ciarono gli Dei, gli Eroi e gii Uomini, perchè 
« eran pur uomini quelli che fantasticarono gli 
« Dei e credevano la loro natura eroica mesco- 
« lata di quella degli Dei è di quella degli 
« uomini, cosi nello stesso tempo cominciarono 
« tali tre lingue (intendendo sempre andar loro 
« del pari le lettere) (1) » il qùal passo se si 
dovesse accettare come la vera dottrina del Vico, 
rovescierebbe in tutte le sue parti la sua teoria 
più comune e generale, e fino a un certo punto 
costante che intorno alle lingue e il corso sto- 
rico dell'umanità in generale, va svolgendo nelle 
due Scienze Nuove, e specialmente nella seconda. 
Noi dobbiamo quindi attenerci a questa e con- 
siderare i pochi passi divergenti, come le solite 
contraddizioni o meglio distrazioni del Vico, che 
come notammo già in altre cose, non gli sono 
molto rare; quantunque non sia a dimenti- 
carsi, che* in queste trovasi talora la verità me- 
glio, che nella sua teoria più costante, come an- 
che in seguito si vedrà. 

Alla lingua divina succedette la lingua eroica 
al cominciar dell'età, che le corrisponde; in essa 
ebbero, secondo il Vico, propriamente origine le 
Hngue articolate, quindi il parlar figurato, sim- 

(1) V, 212. 



CAPO IX I4S 

bolico e poetico, espressione propria della sa- 
pienza eroica. Egli nota qui con grande sagacità 
e pe'suoi tempi con grande originalità, che, come 
le parole esprimenti le idee, i sentimenti e gli 
usi primitivi dell'umanità sono specialmente 
nelle lingue più originarie o che meglio n'ab- 
biano conservata la natura, come la^ latina e la 
tedesca, monosillabiche, cosi tutti i popoli deb- 
bono aver cominciato a parlare per monosillabi; 
al che il Vico dà poi ancora un altro fondamento, 
con idea pur felicissima osservando, che le radi- 
cali delle lingue, come almeno erano a lui note, 
sono tutte monosillabiche. La formazione dei suoni 
non avvenne dunque arbitrariamente, dice il Vico, 
come ai suoi tempi si teneva.. Quindi egli tenta 
colla sua solita grande arditezza, che qui si può 
chiamare temerità, perchè a ciò gli mancavano 
quasi del tutto gli elementi necessarii, di de- 
scrivere lo svolgimento della grammatica umana. 
Dovettero secondo il Vico significarsi per suoni 
dapprima le cose, che potevano rendersi col- 
r onomatopea ; seguitarono le voci umane a for- 
marsi coli interiefeioiii eccitate in noi, come ve- 
diamo ancor oggi , naturalmente dalF empito 
della passione; si formarono quindi i pronomi, 
dappoi le preposizioni, quindi tratto tratto i nomi, 
innne i verbi, di molti dei quaU furono natural- 
mente radice le interiezioni : e tra le forme ver- 
bali egli pone primo l' imperativo. — Da questo 
dice il Vico conoscersi naturalmente l'ordine col 
quale nacquero le parti del discorso, e in conse- 
guenza le naturali cagioni della sintassi. — Le 
ragioni e gU esempi che il Vico arreca a prova 
di questa sua teoria sono curiosissime e mo- 
strano quanto malgrado il suo buon senso fosse 
talora si avventuroso nelle sue ipotesi (1). 
(1) V, 213 e segg. 

^ 10 



146 LE LINGUE 

Coi tempi umani successe alla lingua eroica 
la lingua volgare, la quale è del tutto articolata; 
non vi sono più simboli, non caratteri poetici; 
essa è la lingua della prosn, del parlar proprio^ 
la lingua della riflessione e della scienza, e 
sorge naturalmente negli uomini col pregressa 
storico dell' umanità ; ma siccome il Vico si com- 
piace talora^ specialmente nella seconda Scienza 
Nuova, di ridurre lo svolgimento storico a un siste- 
ma sempre più stretto e simmetrico, cosi vi affer- 
ma, che come la lingua eroica fu la lingua degli 
eroi nacque tra di loro, cosi la volgare venne sor- 
gendo fra i plebei ; dal che si verrebbe a Questa 
conclusione singolare, che gli uomini più rinessivi 
si trovassero fra i meno colti, — A tali e mag- 
giori assurdi lo condusse, come vedreino ancora, 
il sistematismo della seconda Scienza Nuova* 

In questa non gli basta che a ciascuna età 
corrisponda la propria lingua, ma sostiene an- 
cora che a ciascuna lingua corrisponde una 
specie particolare di caratteri ossia segni grafici; 
cosi vuole che nei tempi divini si scrivesse coi 
geroglifici, negli eroici colle impryese, stemmi, inse- 
gne gentilizie ecc. negli umani colle lettere alfabe-^ 
tiche. Ma non si capisce, come nei tempi divini 
si avesse a scrivere e quali occasioni si presen- 
tassero per questo, né che necessariamente gli 
uomini, poiché aveano cominciato a parlar con 
voci articolate, dovessero nello stesso tempo dap- 
prima scriver per imprese e stemmi, finché du- 
rava la hngua eroica, poi, cominciando la hngua 
volgare, con lettere fonetiche, — La scrittura 
dovette cominciar dopo della hngua parlata e 
quindi aver vicende del tutto diverse, 

E inutile del resto ai nostri tempi combattere 
le teorie hnguistiche del Vico, bastando esporle, 
perchè si vegga la grandissima distanza, che le 



CAPO IX 147 

separa dalla scienza moderna* Nonché le solu- 
zioni dei problemi linguistici, ma la maggior 
tarte di questi gli sono completamente ignoti, 
e grandi ricerche sul ne«so e sulla parentela 
delle lingue, che occupano per la più grande 

1)arte i linguisti moderni, egli né le previde né 
e potè anco sospettare. Esse sono del resto 
del tutto contrarie alle sue dottrine. È uno 
dei capitali principii del Vico, che ogni po- 
polo sorga naturalmente da sé alla civiltà e la 
svolga indipendentemente da ogni altro, for- 
mandosi una sua civiltà propria e particolare, 
la quale se trovasi tuttavia avere una certa uni- 
formità in tutti, questo non nasce da altro, che 
dalla essenziale e costante identità della natura 
umana; mentre le dififerenze derivano natural- 
mente dal clima e dalle condizioni particolari 
del paese, fra le quali il popolo viene sorgen- 
do e per le quali esso viene pigliando natura 
e costume particolare e riguardando sotto un 

})roprio e diverso aspetto i medesimi bisogni e 
e medesime utilità della vita. — Ora quantunque 
questa dottrina, che il Vico sostenne con mag- 
gior costanza e apphcò con maggior frequenza, 
abbia la sua parte di vero, e lo conducesse 
a rettificare molte idee ^suUa storia antica, in- 
quantochè seppe dimostrar false molte imita- 
zioni e trasmissioni di istituti, di arti, di scienze 
da un popolo all'altro, mentre dapprima (e si 
manifesta ancora la stessa tendenza in qualche 
grande critico tedesco) si cercava di spiegare 
con quelle tutta la civiltà di un popolo; tut- 
tavia egh cadde nell' eccesso contrario e negò 
sino ai tempi più avanzati della civiltà ogni e 
qualunque comunicazione ed influenza tra po- 
polo e popolo. Con questo egh si precluse la 
strada a spiegare ragionevolmente molti fatti 



148 LE LINGUE 

deir antichità, costringendosi invece a molte stra- 
nissime ipotesi, spvente apertamente discordanti 
coi principii stessi, per sostenere i quali egli 
le immagmava. E lasciando per ora di parlare 
delle influenze che avvennero nel diritto, nelle 
arti, nelle industrie ecc., dopoché i popoli si eb- 
bero già stabilite in sedi fisse, gli è certo, che 
il principio del Vico è del tutto falso applicato 
alle origini dell' umanità. — Conformandosi ad 
esso il Vico sostiene, che tutti i popoli ebbero 
ciascuno una lingua propria e natia, indipen- 
dente e slegata da ogni altra, come indipendente- 
mente da ogni altra cominciarono e svolsero la 
loro civiltà, — La scienza moderna rovesciò del 
tutto questa dottrina, e quantunque essa non abbia 
ancora, da quel che è a mia notizia, potuto con 
certezza stabilire né fisiologicamente né filologi- 
camente r unità originaria del genere umano, 
non ha pur potuto negarla, ed anzi^é riescita 
a stabilire con certezza 1* unità di alcune razze; 

Quantunque disperse in una moltitudine gran- 
issima ai famiglie la linguìstica ha saputo se- 
guire con una costanza meravigliosa il filo di 
ciascuna e trovare il ceppo, a cui si ricongiuge. 
Ma un tale ricongiungimento non può essere 
solamente di linguaggio, secondo le teorie stesse 
del Vico: gli é tutta una civiltà che malgrado le 
sue grandi e svariatissime differenze conserva il 
segno di un origine comune, un certo tipo co- 
stante, e molti elementi essenziali, che tutti si 
rapportano ali* identità di razza. Con queste sco- 
perte la dottrina linguistica del Vico rovina dalle 
fondamenta, come pure rovinano tutti i suoi 
sogni di uno stato ferino che abbia preceduto 
r incivihmento di ciascun popolo e sia stata la 
condizione di molti fatti, che nella sua storia 
si vennero poi svolgendo; e quantunque alcune 



CAPO ìx 149 

sue idee non cessino per questo di esser vere, 
tuttavia esse nella scienza moderna si connettono 
con principii ed argomenti diversi, acauistano un 

f)Osto, per cosi dire, differente da quello che egli 
oro diede, e si vanno ad intrecciare con altri 
fatti, con altre conseguenze. 

Assai più felice che nelle sue teorie intorno 
alla linguistica è il Vico nei suoi principii in- 
torno all'origine, alla natura e allo svolgimento 
della poesia e della mitologia , che da lui ven- 
gono però intimamente legate coir origine e la 
formazione delle lingue. Le sue idee intorno a 
quegli elementi dellantica civiltà non sono meno 
profonde di quelle che vedremo svolgersi da lui 
intorno alla storia romana. Anche in esse il 
Vico è grande innovatore o si mostra vero pre- 
cursore della scienza moderna; e anche qui come 
al solito noi dovremo notare ch'egli è più grande 
là dove è meno sistematico, e qui anzi più che 
altrove. Le sue idee infatti sulla poesia e sulla 
mitologia si trovano già compiutamente esposte 
nel De constantia philologice, e ciò che ne disse poi 
nelle due Scienze Nuove o è un semplice svolgi- 
mento, ne è un' esagerazione , un peggiora- 
mento. Le teorie del Vico nella poesia e nella 
mitologia sono pure il frutto di auella tendenza, 
che notammo sempre come predominante nella 
sua filosofia storica, e come quella che tutta l'in- 
spira, la tendenza cioè di trovare la spiegazione 
dei .fatti primitivi dell' umanità non già nel ca- 
priccio di un individuo, o nel volere di legislatori, 
nella riposta sapienza di alcuni pochi, ma 
nello svolgimento naturale dello spirito umano 
popolare. La poesia , le sue locuzioni , il suo 
stile non sono cose artifiziali : esse sono il lin- 
guaggio primitivo dell'umanità: ecco il grande 
principio del Vico. — Conviene però riguardo 



150 LA POESIA 

alla poesia distinguere Y origine del verso da 
quella del parlar poetico. Non è vero, come dice il 
Janelli, che il Vico confonda sempre queste due 
cose, quantunque esplicitamente non le distingua 
mai : gli è si poco vero che egli spiega in modo 
diverso l'origine dell'una e dell'altra cosa, quan- 
tunque naturalmente le faccia sorgere insieme. 
Egli non poteva ammettere, né l'afferma in alcun 
luogo, che gli uomini primitivi parlassero tra di 
loro in verso, ma si che parlavano poeticamen- 
te; ma siccome trova che le leggi antichissime 
si erano scritte in versi, volendo secondo il solito 
suo trovar di 'questo una ragione naturale, né 
soddisfacendolo quella che nella Sinopsi aveva 
enunciato, che cioè gli uomini ciò avessero latto 
pe?- meglio ricordarsi le loro leggi, si sforza dì 
connettere questo verseggiare con una tendenza 
naturale degli uomini primitivi al canto, loro 
eccitata dal bisogno e dalla necessità di espri- 
mersi; perché il Vico osserva, che gli uomini 
primitivi, avendo una grande difiBcoltà di pro- 
nunciare le parole, dovevano come i balbuzienti 
dare facilmente in una certa cantilena, nella 
quale la lingua si snoda più liberamente; nella 
seconda Scienza nuova nota , che il cantare gli 
è tendenza naturale dell'uomo rozzo, quando é 
agitato da forti passioni. Ma questo canto pri- 
mitivo è per il Vico stesso aritmico e immo- 
dulato, né si può in nessun modo paragonare 
col verso dei poeti, che certo ebbe petó in quel 
canto la sua origine. — Quando perciò il Vico 
dice, che tutti quegli uomini primitivi erano 
poeti e parlavano poeticamente non convien in- 
tendere tanto la forma quanto piuttosto il ca- 
rattere e la natura stessa del loro linguaggio. 
Quegli uomini ci vengono dal Vico rappresen- 
tati come ingegnosi fanciulli, i quali, avendo poco 



€XP0 IX ISl 

valida la ragione e quasi punto sviluppate le 
facoltà riflessive dello spirito, perchè erano quasi 
del tutto rivolti alle cose sensibili per le condi- 
zioni particolari della società e della natura, che 
li costringevano a dirigere tutta la loro attività 
esteriore alla difesa e alla conservazione della 
vita , ne dovettero acquistare sensi acutissimi , 
facoltà di avvertire anche le più piccole impres- 
sioni e di sentirle tutte maggiormente, una 
gagliardissima fantasia , che tutto ingrandiva 
ai loro occhi , una naturale tendenza ^ dare 
alle cose insensate e brute senso moto e ra- 
gione, a, djiie a tutti gh esseri insomma la 
nostra stessa natura ; il che , dice il Vico , è 
il lavoro più grande e più proprio della poe- 
sia ( 1 ). Da questa tendenza dell* uomo ad 
animare tutte le cose accoppiata colla povertà 
delle lingue e le necessità che ne seguivano, 
spiega il Vico l'origine di tutti i tropi, mostri 
e trasformazioni poetiche. Di qui la Metafora^ 
che trasporta non solo le qualità del nostro 
animo nei corpi insensati, mia che anche le 
parte di questi denomina da quelle del nostro 
corpo ; di qui le frequentissime comparazioni 
dei poeti; di qui la Metonimia e la Sinnedoche 
<;he danno i nomi alle cose dalle idee più par- 
ticolari e sensibili, ed esprimono gli effetti per 
le cause e viceversa; di qui le Metamorfosi poe- 
tiehe, nate da che gli uomini non potevano 
concepire, che una cosa si trasformasse restando 
la medesima, perchè non sapevano astrarre le 
qualità dai loro subjetti ; di qui gli episodii 
nati « dalla grossezza delle menti eroiche , che 
non sapevano ricercare il proprio delle cose, 
<5ha facesse al loro proposito , come vediamo 

(1) IV, 163. 



lo2 LA POESIA 

usarli naturalmente gli idioti e sopratutti le 
donne » ; di qui i Torni nati dalla diflScoltà di 
dare i verbi al sermone, ecc. (1). Molte altre 
cose ingegnosissime seppe vedere il Vico in tale 
parte della rettorica, cui però molti dei nostri 
maestri di questa vogliono ignorare ancor 
oggi completamente , quantunque sieno ormài 
state dette già da un secolo, e non da un Te- 
desco, ma da un Italiano ora celebratissimo. 

La facoltà poetica, di cui sono dotati gli uo- 
mini primitivi, informa tutte le parti della loro 
civiltà: leggi, costumi, religioni, diritto, politica 
ecc. tuttociò insomma, che il Vico chjama con 
un sol vocabolo la Sapienza volgare, la quale è, 
appunto secondo il Vico, il complesso di tutte le 
idee, sentimenti e istituzioni umane, in quella 
misura e in quel modo, che si vennero mani- 
festando fra gh uomini nelle due prime età da 
lui descritte, cioè degli dei e degli eroi. — Per 
questo egh chiama anche la sapienza volgare 
sapienza poetica, la quale scorrendo per due età 
si distingue pur essa in due parti, cioè nella 
divina e nell'eroica. Come però vi possa essere 
una poesia in un tempo nel quale la lingua era 
mutola abbiam già veduto. Il Vico si avvolse a 
questo riguardo in molte confusioni ed oscurità; 
quel che è certo si è, che la sua poesia divina 
rientra sovente neir eroica, dalla quale del resto 
per se medesima in nessun modo la potè distin- 
guere mai ; quindi se talora cerca di diversificare 
i poeti divini dai poeti eroici, la sapienza divina 
dalla sapienza eroica, il più frequentemente 
sapienza eroica e poesia eroica vengono prese 
come sinonimo di sapienza volgare e di poesia 
sempHcemente, e a loro attribuiti il carattere e le 

(1) llf, 265 e segg,; IV passim; V, 183, 219. 



CAPO IX 153 

qualità dell'una o dell'altra di queste in senso 
generico. E per vero è la stessa facoltà , che 

tenera tanto nell'una che nell'altra età il me- 
esimo modo di concepire e di esprimersi. 
Colle teorie poetiche del Vico si connette stret- 
tamente quella che tratta dei caratteri poetici; 
ma questa alla sua volta non si può intendere 
senzachè noi non entriamo a parlare di un'al- 
tra parte importantissima della filosofia storica 
del Vico, cioè della mitologia, nella quale di- 
cempao aver egli avute idee cosi profonde, che 
non comprese a'suoi tempi, potarono esser chia- 
mate alla luce solamente a' nostri giorni dai 
grandissimi studii della filologia moderna. — Men- 
tre jprima di lui e ancor dopo sino all'Heyne e 
ad Ottofredo Miiller (1) la mitologia o veniva in- 
terpretata come solo frutto della corruzione umana 
e della voglia di ammantare con quella i propri 
vizii, come invenzione di sagaci e accorti legis- 
latori per tener in freno il popolo , o come un tra- 
vestimento di fatti particolari realmente avvenuti o 
infine come un complesso di simboli che nascondes- 
sero una scienza profonda e riflessa nata in paese 
o tramandata da lontano, per solito dall'Oriente, 
il Vico ebbe il merito certamente superiore ad 
ogni altro, che venne dopo di lui, di aver ve- 
duto in quel tempo e con si poco aiuto di scienza 
e senza alcuno, che pur ne presentisse le idee, 
e in modo anche lontano gli indicasse la vera 
strada, che il mito è l'espressione naturale dei 
concetti primitivi dell' uomo e quindi particolar- 
mente dei concetti religiosi, i quali sono i primi 

(1) Gli è questi che veramente stabilì i veri principii mi- 
tologici in Germania, mentre l'Heyne non fece che intrav- 
vederli, sicché dopo di questo vi potè ancor prender voga 
verso il principio del secolo il simbolismo di Greuzer e di 
Gòrres. 



154 LA MITOLOGIA 

e più spontanei a sorgere neirumanità. Però il 
mito per sé, fatta astrazione dell* oggetto, che 
rappresenta e del sentimento che ci muove a 
formarlo, è un puro effetto della povertà del lin- 
gTiaggio, della mancanza di riflessione ed astra- 
zione e di quella stessa facoltà poetica, che noi 
abbiamo veduto spingere i primi uomini a dar 
vita, senso e ragione a tutte le cose, che ve- 
devano, che sentivano e si rappresentavano nella 
mente. Ogni idea umana si può rappresentare 
miticamente, inquantochè si può congiungere con 
un' espressione, un latto, un qualunque oggetto 
simbolico. I miti quindi ' entrano nella reli- 
gione non meno che nella morale, nella storia 
e nella politica. Intesi in questo senso i miti si 
confondono pienamente coi caratteri poetici. Però 

?;li è uso tanto del Vico, quanto di molti filo- 
ogi tedeschi moderni, colle cui dottrine egli si 
trova a questo riguardo in mirabile concordanza, 
di intendere per mito semplicemente quel ca- 
rattere poetico, che si venne formando dietro 
r impulso del sentimento religioso. 

Però il Vico chiama anche talora carattere poe- 
tico divino il mito religioso mentre egli agli altri 
miti dà il nome di caratteri eroici, ^iù general- 
mente di caratteri poetici. Ma egli non può met- 
tere tale divisione in armonia, come pur tenta 
indarno di fare talvolta, con quella dellFetà 
divina e delU'età eroica, alla prima delle quali 
dovrebbero corrispondere i caratteri divini , 
alla seconda gli eroici; perchè se può esser 
vero nel sistema del Vico, che nella prima età 
gli uomini non concepissero che miti religiosi, 
è assolutamente falso, secondo le stesse sue dot- 
trine, che nella seconda non vi avessero che miti 
caratteri eroici; giacché nel descrivere ch'egli 
fa lo svolgimento storico di quest'epoca , spe- 



CAPO IX 13Ì5 

cialmeate nella lotta tra i patrizii ed i plebei, 
molti sono i miti religiosi, ch'egli introduce come 
inventati dagli uomini a simboleggiarne le diversa 
vicende. Così a suo dispetto stesso il Vico cor- 
regge nelle applicazioni il soverchio sistematismo 
de'suoi principii, e lo svolgimento storico del 
mito religioso come del mito eroico vien fatto 
più naturalmente, indipendentemente dalle età, 
in cui voleva rinchiudere Tu no e l'altro; e pur 
rimanendo amendue nella loro forma una crea- 
zione della facoltà poetica, non ne vien fatto 
l'uno una necessaria derivazione o un* esplica- 
zione dell'altro, come logicamente i suoi prin- 
dpii sistematici avrebbero voluto. Però questi 
non furono del tutto innocui alle sue teorie mi- 
tologiche: più egli andò a quelli assoggettando 
la sua mente, e più queste si peggiorarono ; per 
il che noi le troviamo in quell'opera esser mi- 
ghori, più vere e più profonde, dove meno si 
mostra il sistematismo dei principii e ancor do- 
mina il metodo della ricerca positiva, cioè nel 
De constati tia philologice e più propriamente in 
una lunga nota fra quelle, che vi aggiunse un 
anno dopo la sua pubblicazione. 

La fu opera d* ingegno veramente straordi- 
nario il formarsi idee si rette intorno al mito 
con tanta scarsità di elementi necessarii al suo 
studio ; e quantuncjue le abbia alcjuanto dap- 
poi guastate , e sia stato lo scriverle quasi 
un lampo passeggiero, un felicissimo momento 
della sua vita intellettuale, questo non iscema 
punto il suo merito. — In quella nota dun- 
que che porta il titolo : Ad historiam temporis 
obscuri ampltficandam canones mythologici (1) 
afferma, che i miti passarono per quattro signifi- 

(3) III, 480. 



156 LA MITOLOGIA 

cazioni diverse ; se queste si siano pure succedute 
cronologicamente il Vico non lo dice, ma lo lascia 
intendere; e si vede bene poi dal modo con cui 
ne tratta, ch'egli le fa successivamente scorrere 
per tutte e due le prime età. Le prime con- 
cezioni mitologiche intorno agU Dei sono qui 
fatte naturalistiche, quindi Giove fu primitiva- 
mente il cielo, Diana l'acqua perenne, Nettuno 
il mare ecc. ; gli dei invece nella seconda signi- 
ficazione nel secondo periodo simboleggiano 
le cose umane naturali, come Vulcano il fuoco 
usato dagli uomini, Cerere il frumento ecc.; 
nella terza esprimono le cose naturali civili, 
quindi Giove re degli Dei e degli uomini fatto 
carattere dei re eroici, Minerva carattere degli 
eroi armati in consiglio, Mercurio carattere dei 
primi portatori della legge agraria ecc.; nella 
quarta , cominciati gli uomini a rendere in 
certo modo le cose loro indipendenti dagli Dei, 
fecero di questi altrettanti uomini, li fecero di- 
scendere in terra a conversar con loro, come 
sono gli dei omerici. 

Questa teoria mitologica del Vico non è com- 
piuta e non la poteva essere, ma nelle sue idee 
principali è giusta e vera. Gli è universal- 
mente accettato oggi dai filologi che le prime 
concezioni mitiche furono naturalistiche; ma il 
Meo poi non cadde nell* esagerazione di molti 
Tedeschi di volere esclusivamente con esse 
spiegare l'origine di tutti i miti religiosi; an- 
zitutto questi non sono per il Vico come per 
quelli una mera espressione di una percezione 
naturalistica, ma il frutto ad un tempo di que- 
sta e del sentimento religioso : ripete sovente 
nel De Constantia philologiae il detto antico, che 
il timore fece dapprima gli Dei nel mondo. Ma 
le concezioni naturalistiche non bastano per sé 



CAPO IX 157 

a spiegare tutti i miti, né si può credere con quei 
Tedeschi, che il mito storico o morale, il quale 
al mito naturalistico successe, non sia che un 
semplice svolgimento di questo o una sua cor- 
ruzione. — Se , come ammette lo Steinthal 
stesso^ uno dei capi di questa scuola, il mito era 
una forma naturale e necessaria di parlare per 
quei primi uomini, come mai non dovevano con 
esso ^vestire, oltre le loro concezioni tisiche, an- 
che i fatti, che accadevano fra di loro, quan- 
tunque sia da ammettersi che tali miti per la 
natura degli uomini, i quali prima a considerar 
la natura che se medesimi si dovettero rivol- 
gere, nascessero molto dopo? E si dovrà foiose 
dire che questi siano corruzione dei miti ori- 
gin arii, perchè portano talora sotfaltre signifi- 
cazioni i medesimi nomi di questi, quando fatti 
e occasioni del tutto diverse vi diedero origine ? 
Certamente v ha qualche volta analogia fra il 
mito naturalistico e il mito storico che vi cor- 
risponde, ma talora non v'ha o per Ip mepo si 
dispera dalla scienza di trovarvela: segno che 
non r analogia per sé ma altri fatti insieme vi 
diedero origine. Il Vico fece dunque qui assai 
bene a porre le quattro significazioni, senza 
farle necessariamente svolgere l'una dall'altra. 
Sgraziatamente guastò tutte queste idee nelle 
due Scienze Nuove. In queste come già però 
nel testo del De consiantia i miti religiosi si scom- 
pongono in' miti degli dei maggiori e degli 
dei minori ; i primi dovrebbero appartenere tutti 
all'età divina, ma in fatto poi alcuni di essi 
vengono introdotti nell'età eroica, come alcuni 
degli dei minori, cioè dell' età degli eroi, ven- 
gono poi messi nell'età degli dei. La medesima 
confusione si trova nella nota sovracitata, quando 
pone tutte quattro le significazioni degli dei nel- 



158 LA MITOLOGIA 

l'età divina, e dice esser poi sorte le favole 
eroiche, e tra queste pone quella di Apollo e 
Dafne e quelle d' Ercole, che si riferiscono cer- 
tamente ai tempi più originari secondo lo stesso 
Vico, Molti dei dodici dei maggiori perdono nelle 
due Science Nuove la loro originaria significa- 
zione naturalistica, la quale anzi, secondo il Vico, 
venne loro attribuita posteriormente per ana- 
logia. Quegli dei diventano per lui altrettante 
dodici minute epoche, e corrispondono alle di- 
verse vicende delle due prime età. — Giove è 
il primo di questi dei, esso è il cielo, il fiil- 
mine, che conduce- gli uomini ai primi sensi di 
civiltà ; Gitcnone il principio delle nozze solenni; 
Diana il principio della castità dei connubii 
umani^ indi innalzata a significar la Luna^ il 
più cospicuo astro notturno; Apollo principio 
della luce civile e per questo poi affisso al sole 
fonte della luce naturale; Vw/cawo principio del 
fuoco; Saturno principio dei seminati e della 
cronologia; Marte principio delle guerre eroiche; 
Vesta madre dei giganti e degli dei indigeti; 
Venere principio della bellezza civile, indi tra- 
sportata a significare la bellezza naturale; Mer- 
curio principio dei commerci, Nettuno della na- 
vale, e della nautica (1). Questi sono i concetti 
principali; molti altri secondarli ne espone e 
sui principali stessi non è molto costante. — 
Come si vede questi miti degh dei maggiori non 
toccano solo i tempi divini ma anch'e gli eroici. 

1 caratteri eroici del Vico ora sorgono dopo 
i caratteri divini, ora invece cadono nelle stesse 
dodici minute epoche segnate dai dodici dei 
maggiori. Egli lo dimostra col carattere d'Ercole, 
che scorre per tutte quelle, e riassume in sé 
la storia delle due età : esso rappresenta i primi 

(1) III, i04; IV, 254; V, 241 e segg. 



CAPO IX isy 

padri all'apparire del fulmine, esso dibosca le 
terre, le rende coltive, lotta coi violenti empii, 
fonda i primi stati, combàtte contro i clienti ecc. 
11 carattere d* Ercole ha quindi un'importanza 
grandissima nella filosofia storica de! Vico, Egli 
lo trova presso tutti i popoli e gli è una prova 
deiruniformità delle loro storie. Simili al ca- 
rattere eroico di Ercole sono quelli di Teseo j di 
Bellerofonte, di Bacco, ecc. Tanto essi quanto 
i caratteri divini sopramentovati, nel mentre sono 
caratteri degli eroi, vengono però anche spesso a 
significare caratteri plebei, e in generale ad aver 
i sensi più diversi e più contrarii ; il che quan- 
tunque fosse vero, non impediva che il Vico po- 
nesse nella spiegazione di tutti . questi caratteri 
almen tal ordine, che si potessero avere al- 
cuni tratti generali e costanti della sua erme- 
neutica mitologica: ciò che non è. 

Avendo trovato che il mito è una forma na- 
turale di concepire presso gli uomini primitivi, 
ne traeva già nel De constantia philologice la fe- 
conda conseguenza che nella mitologia si con- 
tenesse la storia antichissima dei popoli. Il suo 
genio lo conduceva ancora a notare quali erano 
i concetti più originarii che si nascondevano nei 
miti, a distinguere in essi rettamente le diverse 
specie di significazioni, a distinguere le trasfor- 
mazioni spontanee, pelle quali andarono soggetti 
da quelle artificiali e riflesse, che le spiegazioni 
filosofiche e i poeti posteriori fecero loro subire, 
a distinguere in quelli i miti naturalistici, come 
contenenti le concezioni originarie degh uomini 
intorno alla Natura e alla Divinità, e i miti 
storici, i quali pur conservando il loro carattere 
religioso, adombravano i fatti più antichi dell'U- 
manità. — Ma egli non potè andare più in là. 
Come le sue teorie Hnguistiche cosi le mitolo- 



160 LA MITOLOGIA 

giche non poterono compiersi per la mancanza 
d'uno degli elementi essenziali della loro for- 
mazione, ìa comparazione dei miti delle diverse 
razze umane , e specialmente di quelli , che si 
manifestarono fra i popoli d'una medesima 
razza. Gli è questo nella scienza moderna il 
mezzo principale, col quale possiamo risalire 
alle origini e (quindi alla retta conoscenza della 
natura e del significato di tutte le cose primi- 
tive, e cosi anche dei miti. Con questo mezzo 
solamente il Vico avrebbe potuto distinguere 
nell'antichità classica quali erant) e in quale 
forma i miti suoi primitivi, distinguere retta- 
mente un mito storico da un mito naturaUstico, 
e tanto nell' uno che nell' altro saper con ^u- 
stezza sceverare la concezione o il fatto origi- 
nario da quegli elementi che la fantasia popo- 
lare poetica la riflessione dei filosofi vi ag- 
giunse dappoi. — Gli è dunque naturale, che il 
Vico , se la sua grande intuizione storica gli fece 
scorgere molti importami verità generaU di mito- 
logia, discendendo nelle particolarità egli non po- 
teva che cercar d'in do\ànar e, e procedere del tutto 
arbitrariamente, lasciandosi guidare da principii 
diversi. Per questo egli, pur cosi hbero riformatore 
delle cognizioni antiche, si attiene nella divisione 
degh dei a quella di dei maggiori e minori, di 
dei, semidei o eroi e cerca darle un fondamento 
scientifico. Egli non vide , che molti miti d' Er- 
cole, di Bacco ecc. sono ugualmente primitivi a 
queUi di Giove e di Apollo, e fa di quelli ca- 
ratteri poetici eroici , di questi caratteri poetici 
divini, senzachè si vegga mai la differenza degli 
uni dagli altri; giacché quella di esser nati in 
tempo diverso abbiam visto come non potevasi 
sostenere e come d'altra parte egli stesso vi 
contraddica in più luoghi. 



CAPO IX 161 

Oltre questi caratteri poetici egli seppe egre- 
giamente vederne una terza specie, ch'egli però 
confonde erroneamente coi caratteri eroici su- 
mentovati, mentre ne sono differenti ; sono que- 
sti i miti puramenti storici, a,i quali non sottosta 
alcun sentimento religioso, e che come tali si 
contrappongono tanto ai caratteri degli dei mag- 
giori come degli dei minori o eroi. Ma eviden- 
temente le due divisioni dei miti secondo il loro 
contenuto religioso o storico non si escludono 
sempre Tuna l'altra, perchè vi sono tra i miti re- 
ligiosi miti storici e non storici, e fra gli storici 
miti religiosi e non religiosi: ciò che il Vico non 
vide chiaramente ; quindi la sua divisione di 
caratteri divini, che comprendono i miti degli dei 
maggiori, e di caratteri eroici che comprendono 
;i miti degh dei minori o eroi e quelli pura- 
mente storici è del tutto sbagliata. — Egli do- 
veva invece distinguere i miti puramente reU- 
giosi, i religiosi' storici e i puramente storici, 
come fa la moderna scienza dei Tedeschi. — 
Gli è ben vero, che questi ammettono non darsi 
sempre fra le due specie una distinzione cosi 
grande, che in lutti i casi si possa applicare. 
Quando gli uomini antichi formavano dei miti 
dovevano avere -una tendenza naturale ad ado- 
rarU, ma questa diminuì gradatamente più pre- 
sto del bisogno che si aveva di formarne. Qumdi 
vi sono caratteri poetici, per servirmi dell'espres- 
sione del Vico , che sono più o meno religiosi, 
e gli è difficile talora a questo riguardo deter- 
minare con sicurezza e assolutamente la loro 
natura. — Ma non si può pretendere che il Vico 
notasse queste delicate distmzioni, a cui solo uno 
studio paziente e di lunghi anni e di molti uo- 
mini ha solo potuto condurre la scienza, tedesca. 

La tendenza a fare di certi personaggi e fatti 

li 



162 LA MITOLOGIA 

antichi un simbolo, un carattere poetico si ma- 
nifesta già nei libri del Dirilto universale. La 
loro formazione vi è data come un prodotta 
della facoltà poetica e della povertà del linguag- 
gio nonché di tutte le altre ragioni, che noi ve- 
demmo produrre naturalmente la poesia e in 
parte la mitologia. Nel Diritto universale que- 
sti caratteri poetici non si attribuiscono che al 
tempo oscuro, e non ne sono arrecati ad esem- 
pio, che le favole di Cadmo, quella di Penelope 
e dei Proci ed altri pochi, tranne quando essi 
vengono, come sovente accade, confusi del tutta 
coi c^,ratteri eroici ossia gli storico-religiosi. — 
Ma progredendo il Vico nelle altre pubblicazioni, 
non dirò, come il Ferrari, progredendo il sua 

f)ePsiero, questi caratteri storici prendono una 
arghezza maggiore. — Questa tendenza tocca 
il suo più alto grado nella seconda Scienza 
nuova, come tutto il sistematismo di Vico. Colà 
i caratteri poetici si applicano a tutta la storia 
antica universale, air Oriente, all'Egitto, alla 
Grecia e a Roma, e dappertutto trova il Vica 
una naturale ed originaria uniformità; Zoroa- 
stre. Mercurio , Trimegisto sono caratteri poetici 
come Orfeo e Pitagora ; oramai non gli basta 
più il tempo favoloso^ che la sua smania di spie- 
gar per caratteri poetici invade anche il tempo 
storico. La Favella poetica, dice il \ko, scorse pe^-- 
C9si lungo tratto dentro il tempo istorico, come i 
grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il 
mare e serbano dolci l'acque portatevi colla 
violenza del corso (1). Tuttavia non è a ne- 
garsi, che il Vico s' innoltró con qualche esi- 
tanza in questa dottrina ; e gli esempi che reca, 
se appartengono al tempo storico, sono però 

(1) V, 187. 



CAPO IX 463 

tutti tratti dalla sua età eroica; giacché che in- 
tendesse Egli per tempo storico e aual connes- 
sione questo abbia colle sue età noi dice mai. Il 
primo che vuol mitizzare in quel curioso brano 
aella seconda Scienza Nuova gli è Solone, né ha 
il coraggio di farlo ricisamente, come erronea- 
mente vuole il Ferrari; egli nega solo assoluta- 
mente, che abbia avuto una sapienza riposta; sarà . 
stato uno di quelli, dic'egli, che spinsero la plebe 
a liberarsi dairoppressione dei Nobili, dando a 
quella coscienza di sé cioè di essere uguali a 
questi, dal che stranamente spiegherebbe il suo 
famoso nosce te ipsum; per questo egli venne 
riguardato come fondatore della repubblica de- 
mocratica, e per questo ad esso si riferirono 
tutte le leggi e gh ordini, che la fondarono. 
Ma egli non ne nega poi assolutamente l'esi- 
stenza, solo ne dubita : se non pure, aggiung*egU 
al suddetto, tal Solone furono essi plebei ate- 
niesi per questo aspetto considerati. Anche dei 
re di Roma non viene assolutamente negata 
l'esistenza, ma solo riguardati come mitici il 
carattere e la vita dati loro dalla tradizione; 
così a Romolo, dicegh, vennero attribuite miti- 
camente tutte le leggi dintorno agU ordini, a 
Numa la religione, a Tulio Ostilio le cose mi- 
litari, a Servio il censo e tutte le leggi din- 
torno alla popolare libertà, a Tarquinio Prisco 
tutte le insegne e divise. 

Più reciso par ch'egli sia verso Dracene ed 
Esopo, dei quali nega del tutto l'esistenza. Que- 
sti due caratteri poetici sono amendue ante- 
riori ai sette Saggi, appartengono amendue al 
tempo eroico e vi si contrappongono tra loro, 
perché il primo vi è carattere de^li Ottimati 
in quanto possedevano l'imperio civile, il se- 
condo dei loro soci o servi , ossia i Clienti 



164 LA MITOLOGIA 

o Plebei in quanto nudrivano tra loro certi 
sensi dettati dalla ragione naturale ossia avvisi 
utili al vivere civile libero. Per questo ven- 
nero poi ad Esopo attribuite le favole che 
corrono sotto il suo nome ^ e a lui falsa- 
mente data sapienza riposta in vece di volgare. 

Più numerosi sono quei miti nei quali ad un 
individuo solo, ad un eroe vengono attribuite 
imprese ed azioni^ cb*egli compie in compagnia 
di molti altri, de'suoi famoli o clienti, come nelle 
narrazioni di Orazio Coclite, dei Fabii, ecc 

Non si sono solamente formati nell'antichità 
personaggi mitici^ ma ben anco fatti e istitu- 
zioni e di taU è piena tutta l'età degli eroi. Così 
la legge delle xn tavole ebbe anche un certo 
carattere poetico, perchè si attribuirono ad esse 
molte leggi consimili, che esse originariamente 
non contenevano. Mitica è la spedizione navale 
di Ponto, la quale simboleggia i corseggi dei 
Greci, mitica la guerra trojana, la quale esprime 
la lotta tra i Greci e i popoli stranieri detrAsia 
minore, lotta, che dovette dui'are un tempo in- 
definito, espresso appunto dal numero dieci, qui 
dal Vico considerato come simbolico : a questa 
guerra di Troja fa il Vico corrispondere per i 
Romani ora la guerra d'Alba, ora l'assedio di 
Vejo; mitici sono poi ancora per lui gli errori 
degli eroi che dovettero significare fiighe di eroi 
e loro clienti vinti o premuti da contrarie fazioni 
in contese eroiche; mitici quasi tutti i fatti che 
del tempo degli eroi ci narra la storia antica. 

Sarà facile lo scorgere quanto di vero e quanto 
di esagerato vi sia in queste idee del Vico ; 
che la Storia antica sia piena di tali caratteri 
poetici, che ad un personaggio si attribuiscano 
spesso le azioni di molti, o se ne faccia il sim- 
bolo, il rappresentante di tutta un'impresa, di 



CAPO IX i65 

tutta un'epoca, che in un fatto si siano fasi 
ed espressi una moltitudine di altri consimili, le 
sono cose, sulle quali la scienza moderna non 
dubita più, ma ch'essa però acquistò dopo che 
il Vico già da molti anni colla forza del suo 
genio, senza precedenti e con pochi ed imper- 
fettissimi aiuti scientifici avea saputo vedere. — Le 
cose però ora non si sono trovate cosi piane e 
semplici, com'egli allora si credette ; tronfio della 
scoperta di quei principii egli li applicava con 
una larghezza ed una sicurezza senza limiti ; 
ma anche nelle storie più antiche i miti e le 
leggende s'intrecciano coi fatti veri nudamente 
entrati nella tradizione. Gli è ufficio appunto 
della moderna Critica il discernere gli uni dagli 
altri, ufficio al quale il Vico venne quasi sem- 
pre meno ; e quando noi venne, lo fece contro 
a'suoi principii stessi , secondo i quali ciascuna 
età avea caratteri del tutto fissi ed uniformi in 
tutti i suoi diversi elementi. 

Noi abbiamo sin qui ommesso di parlare del 
più importante fra i caratteri poetici del Vico , 
perchè ne vogliamo tenere più a lungo discorso; 
ma esso, come per vero tutti gli altri caratteri 
poetici, si connette cosi strettamente colle dot- 
trine del Vico intorno alla sapienza volgare o 
Soetica, che sarà qui il luogo prima di trattare 
i quello, di megho schiarire questo concetto, 
del quale abbiam però già avuto occasione di 
parlare. 



166 LA SAPIENZA POETICA E IL VERO OMERO 

C!apo %.• 

La sapienza volgare o poetica 
e la discoverta del vero Omero. 

Della sapienza volgare abbiamo una tratta- 
zione sistematica nella seconda Scienza nuova; 
gli elementi di essa noi li abbiamo già in grande 
parte studiati, comprendendosi sotto di essa ap- 
punto la politica, il diritto, le lingue , la mitolo- 
Sia, ecc., tutte le cose insomma che riguardano le 
uè prime ntà; ma ci rimaneva vederne i caratteri 
generali e la loro splendida applicazione ad 0- 
mero. Della sapienza non sa il Vico dar mai una 
definizione precisa e alla quale convengano poi 
gli usi che egli fa di quella parola; ponendo mente 
a questi noi diremmo, che secondo il Vico essa è 
il complesso di quelle idee, che generano il mondo 
morale, intellettuale e civile dell'uomo. Di tale 
sapienza egli fa due specie fra di loro distin- 
tissime: la volgare o poetica e la riposta o fi- 
losofica; la prima è rappresentata dai poeti, la 
seconda dai filosofi; la prima sorge spontanea, 
inconscia di sé nell' uomo e nei popoli, è fan- 
tastica e immaginosa, la seconda invece è opera 
della Riflessione e del ragionamento; quindi il 
Vico chiama i poeti il senso, come i filosofi Vin- 
ielletto dell'umanità, e dice cìlqì falsi poetici rap- 
presentano le stesse cose che i veri filosofici, 
colla differenza che questi sono astratti e 
quelli sono rivestiti d'immagini. La sapienza vol- 
gare o poetica domina, come già notammo, 
nelle due prime età, la filosofica nell'età degli 
uomini. Secondo la teoria del Vico la sapienza 
poetica ha la sua completa enciclopedia non 
meno della sapienza riposta: e questo è nel 
sistema del Vico consequentissimo , perchè se- 



CAPO X 167 

coni) lui lutto il sapere umano fu dapprima 
sentito che inteso, quindi tutte le scienze ebbero 
i loro germi nella sapienza volgare, e da questa 
tutte ricevettero Y occasione , 1* eccitamento e i 
necessarii principii per il loro primo svolgi- 
mento. — La scienza infatti è per il Vico l'ele- 
mento più generale e più umano della civiltà, 
B ad essa ci condusse naturalmente il corso 
storico, il quale movendo dai tempi divini e pas- 
sando per gli eroici termina negli umani, dove 
si celebra col fatto la vera natura dell'uomo come 
uomo, e dai quali quindi dovettero in principio 
i pensatori attingere le loro idee per filosofare 
o formar scienza. 

Non si può negare, che molte verità si con- 
tengano in queste idee; e specialmente riguardo 
alla filosofia morale gli è un fatto, che essa 
nacque e si formò dapprima sulle idee spon- 
tanee della religione e della morale, come alle 
prime filosofie naturalistiche della Grecia furono 
eccitamento le idee naturalistiche della mitologia. 
Ma queste vennero poco o nulla considerate dal 
Vico. « late te Milesio » dice egli piacevolmente 
nella seconda Scienza Nuova, « dà incomincia- 
« mento alla filosofia con la fisica e cominciò 
« da un principio troppo sciapito , dall' acqua, 
« forse perchè aveva osservato con V acqui ere- 
« scer le zucche, » Ma l'origine invece della fi- 
losofia morale, alla quale egli come Socrate dava 
ben maggiore importanza, viene da lui spiegata 
molto ingegnosamente nel libro quarto della 
seconda Scienza Nuova (1) e messa in rapporto 
colle sue dottrine : « Ora, poiché, » die' egli colà 
^.ssai bene, « furono prima le leggi, dopo i fi- 
« losofi, egli è necessario che Socrate, daH' os- 

(1) V, 532. 



i6é ' 



LA SAPIENZA POETICA 



serrare ch*i cittadini ateniesi nel comandare 
le leggi si andavan ad unire in un' idea con- 
forme à^nnicgual w/j'tòd partitamente comune 
a tutti, cominciò ad abbozzare i generi intelli- 
gibili, vero gli universali astratti con l'in- 
duzione - eh' è una raccolta di uniformi par- 
ticolari che vanno a comporre un genere di 
ciò, nello che quei particolari sono uniformi 
tra loro. Platone, dal riflettere che 'n tali Ra- 
gunanze pubbliche le menti degli uomini par- 
ticolari, che son appassionate ciascuna del 
proprio utile, si conformavano in un'idea spas* 
sionata di comune utilità - che è ijuello che 
dicono - gli uomini partitamente sono portati 
da' loro interessi privati, ma in comune voglion 
giustizia - s' alzò a meditare Y idee intelligi- 
bili ottime delle menti criate, divise da esse 
menti criate, le quaFin altri non posson es- 
sere che in Dio : e s innalzò a formare YEì^ot 
Filosofico, che comandi con piacere alle pas- 
sioni; onde Aristotile poscia divinamente ci 
lasciò diffinita la buona legge, che sia una vo- 
lenta scevera di passioni, quanto è dire vo- 
lontà d' Eroe : intese la Giustizia Regina, la 
qual siede nell* animo dell Eroe, e comanda 
a tutte l'altre Virtù; perchè aveva osservato 
la Giustizia Legale, la qual siede nell' anima 
della Civil Potestà Sovrana, comandar alla Pru- 
denza nel Senato, alla Fortezza negli Eserciti, 
alla temperanza nelle Feste, alla Giustizia 
Particolare, cosi Distributiva negli Erarj, come 

per lo più Commutativa nel Foro Dal che 

tutto si conchiude che AsWdi. piazza d Atene 
uscirono tuU Principj di Metafisica, di Logica, 
di Morale: e dall'avviso di Solone dato agli 
Ateniesi nosce te ipsum, conforme ragionammo 
sopra uno de' Corollarj della Logica Poetica^ 



CAPO X 169 

uscirono le Repubbliche popolari, dalle Re- 
pubbliche popolari le Leggi, e dalle leggi 
usci la Filosofia; è Solone da Sapiente di Sa- 
pienza Volgare fu creduto Sapiente di Sapienza 
Risposta: che sarebbe una particella della 
Storia della Filosofia narrata filosoficamente, 
ed ultima riprova delle tante che 'n qiùesti 
Libri si son fatti contro Polibio, il qual di- 
ceva che se vi fussero al mondo Filosofi, non 
sarebber uopo Religioni; che se non vi fussero 
state Religioni, e quindi Repubbliche, non sa- 
rebber affatto al mondo Filosofi; e che se le 
cose umane non avesse cosi condotto la Pro- 
denza Divina, non si avrebbe niuna idea né 
di Scienza uè di Virtù ». 
Ma luflBcio più proprio e provvidenziale della 
sapienza volgare fu quello di aver fondato il 
Mondo delle nazioni. La parte prima e princi- 

5 ale di essa è la teologia o metafisica poetica, 
alla quale ebbe principio tutta l'umana civiltà; 
perchè, come vedemmo, ^^lesta parti e si fondò 
suiridea della Divinità e della Provvidenza. Gli 
è di questa teologia poetica o civile che erano 
ripieni i fondatori di città, i legislatori e i sa- 
pienti antichi e non d'una sapienza riposta che 
venne loro attribuita dalla boria delle nazioni 
e dei dotti. Codesti, che il Vico designa col 
nome di poeti teologi o teologi civili, furono 
Quindi i primi autori delle lingue, ossia della 
Logica poetica, fondarono le famiglie e gli stati 
insieme a tutte le numerose istituzioni che vi si 
riferiscono colla Morale, Vfconomia e Isl. Politica 
poetica. Ma fatti i primi passi nella civiltà do- 
vettero pure svolgersi naturalmente una Fisica , 
una Cosmografia, un Astronomia, una Cronologia, 
una Geografia tutte poetiche. Il Vico tratta di 
tutte queste partitamente nella seconda Scienza 



170 LA SAPIENZA POETICA 

Nuova insieme alle altre, delle quali noi ab- 
biamo già esposti altrove i principii generali 
con altro ordine. Or ci rimane a dire qualche 
parola anche di quelle che sono molto meno 
importanti. 

Riguardo all' astronomia il Vico attribuisce i 
principii di essa ai Caldei, ed è una delle po- 
chissime cose, per le quali rompe il suo prin- 
cipio della somma chiusura dei popoli antichi 
fra loro. I Caldei intatti, secondo il Vico, inse- 
gnarono ai Fenicii la pratica del quadrante, e 
la scienza dell'elevazione del Polo, nonché la 
dottrina , che gli Dei fossero aflSssi agh astri, 
cioè gli dei maggiori ai pianeti,^ i minori alle 
stelle fisse; il che i Fenicii trasmisero poi ai 
Greci, e questi ai Latini (1). 

La cronologia poetica dovette contar gli anni 
col numero delle messi, per il che ne fu fatto 
Saturno Dio del tempo- — Da questa e dalfe 
Astronomia poetica sorse, dice il Vico, l'Astrono- 
mia scientifica e l'Astrologia, più tardi la Geo- 
metria e la Matematica. 

Principio della geografia poetica fu, secondo 
il Vico, che siccome gli uomini spiegano e de- 
nominano le cose, che vanno conoscendo dalle 
altre già loro note, cosi gli antichi popoli de- 

(1) Rig^uardo alla derivazione o raiiteriorità della civiltà 
tra la Grecia e l'Italia il Vico fece non piccoli cambiamenti. 
—Quando nel Diritto universale non avea ancor ben fisso 
il suo principio, che niuna cosa i pòpoli antichi si aves- 
sero comunicata tra loro, inclina a credere non solo, che gli 
Italiani antichi fossero stati anteriori di civiltà ai Grecia 
ma che questi avessero imitato quelli in molte cose. Nelle 
opere posteriori la questione della comunicazione tra Tuno 
e l'altro popolo della civiltà scompare in massima per il suo 
principio generale, di cui noi abbiamo parlato; ma quella 
dell'anteriorità è decisa in favore dei Greci, i quali anzi 
trasmettono ai Latini^ come si vede, la teoria caldea sugli 
astri divini, come pure altrove le lettere alfabetiche. 



CAPO X 171 

nominarono i paesi fuori del loro territorio dalle 
parti di questo; come fecero di fatto i Greci, i 
quali chiamarono dapprima Asia solamente ciò, 
che fu poi per loro Asia minore ; cosi vi do- 
vete essere per i Greci d'Italia una Grecia di- 
versa da quella degli altri Greci, dalla quale prima 
deve essere venuto Pitagora, cosi Anacarsi deve 
essere venuto da una Scizia greca ecc. — In tal 
modo con un concetto , che solo in parte è 
giusto, il Vico mette a soqquadro tutte le de- 
nominazioni geografiche dell antichità. 

Ma più strane e curiose sono le sue conget- 
ture intorno alla Fisica e alla Cosmografia. Con 
esse il Vico segna nella seconda Scienza Niwva 
un grande regresso nelle proprie idee. Cosi se- 
condo lui tutti i concetti fisici, che noi attri- 
buiamo ai popoli antichissimi non riguardavano 
la natura esteriore ma si il mondo delle na- 
zioni, e dice che dai simboli formati dai poeti 
teologi intorno questo i successivi pensatori 
ne trassero idee sulla natura. Con questo viene 
il Vico a negare tutte le concezioni naturalistiche 
primitive, ed è al tutto sofistico, puerile il modo 
col quale negli esempi che arreca tenta provare 
la sua strana idea. Cosi il caos non era per i 
poeti teologi che la confusione dei semi umani 
quando v'era ancora la comunione delle donne, 
e non divenne che posteriormente la confusione 
dei semi universali della natura. Persino i quat- 
tro elementi, oggetto delle ^ prime speculazioni 
filosofiche e fisiche, non furono originariamente 
per il Vico che quattro elementi civili. — Se- 
nonchè un* idea, sia buona sia cattiva , il Vico 
non la applica mai sistematicamente : il suo 
spirito non vi regge; quindi trattando di que- 
ste due parti della Sapienza volgare esce an- 
cora a parlare dei concetti naturalistici come pri- 



172 LA SAPIENZA POETICA 

mitivi, dei quali ve ne sono intorno alle cose este- 
riori propriamente naturalistici e intorno a noi 
stessi antropologici; e riguardo ai primi rav- 
visa giustamente nei primordii della civiltà quella 
tendenza, di cui s'è già molto parlato, di dare 
alle diverse cose proprietà forze della natura, 
forme viventi e sensibili, facendone altrettante 
divinità; giacché come osserva qui il Vico con 
molta profondità, gli è un senso comune del ge- 
nere umano, ch'ove gli uomini non intendono le 
cagioni delle cose , dicono cosi aver ordinalo 
Dio (1). 

Cosi i poeti teologi formarono tutto il mondo 
di dei, di dei del cielo , dei dell' inferno fdii 
superi, dii inferi J, di dei fra Tuno e l'altro 
fan medioxumij. Il Cielo è preso dal Vico an- 
che qui, come solitamente, sotto diversi signi- 
ficati; ora esso è la prima cosa, che gli uo- 
mini osservassero con sentimento religioso , 
considerandolo come la sede degli dei , senza 
crederlo più alto delle montagne, che pareva 
loro il toccassero; ma poi diventa la prima sede 
degli eroi, e dice che in questo cielo fu ammi- 
nistrata la prima giustizia (Astrea) colla prima 
legge agraria, che questo cielo è imbiancato dal 
latte delle mogli legittime degli eroi, che in esso 
Prometeo ruba il fuoco al sole, cioè lo fa scin- 
tillare dalle pietre focaie. Cosi in mezzo a stra- 
nezze sorge una stupenda divinazione. 

Più^ strano e confuso del cielo del Vico ne è 
ancora F inferno; questo è il sepolcro degli eroi, 
quindi non è più profondo di un fosso; rappre- 
senta i seminati ed è dell'altezza di un solco; 
ma rappresenta anche le sorgive delle fontane, 
per il che Diana ne è fatta Dea infernale, poi 

(1) V, 371. 



CAPO X 173 

anche le valli in cui stanno i Giganti ancor 
ferini in contrapposto ai monti abitati dagli eroi 
e presi per il Cielo. Da quest* ultima significa- 
zione dell'inferno nacque poi il concetto del 
Tartaro, dove si riuniscono le anime ; e a questa 
si rannodano le favole di Sisifo, di Tantalo ecc- 
alle quali fu poi dato un senso morale. 

Riguardo ai concetti psicologici osserva già 
molto giustamente il Vico come gli uomini an- 
tichi li dovessero avere molto materiali ; e come 
davano la vita alle cose esteriori e insensate, cosi 
da (jueste e dal proprio corpo toglievano imma- 
gini e spiegazioni per il loro mondo interno. Per- 
ciò l'anima riponevano essi neU'aria e come 
tale la tenevano quale veicolo della vita, mentre 
riponevano laiiimo nell'etere e lo tenevano come 
un igneus vigor , che operasse neir anima; e come 
questa era per - loro principio del moto, cosi 
1' animo volevano lo fosse del conato; ma perchè 
i Poeti Teòlogi questo sentivano, non già inten- 
devano, il dicevano forza sagra, vigor occulto, 
un dio sconosciuto; e tanto i Greci quanto i 
Latini, quando dicevano o facevano cosa, di che 
sentivano in sé principio superiore, dicevano che 
un qualche Dìo avesse si fatta cosa voluto; dal 
che afferma il Vico essersi in filosofia tratta la 
bella verità, che le idee vengano all'uomo da Dio. 

Le funzioni dell'animo riducevano poi tutte 
a tre parti del corpo, cioè al capo, al petto e 
al cuore: al primo tutte le operazioni della mente, 
che gli antichi facevano consistere nella fantasia; 
al secondo tutte le passioni e i sentimenti, quelli 
deirirascible allo stomaco, quelli del Concupi- 
scibile al fegato ; al terzo richiamavano tutti i 
concigli (1). Nelle quah asserzioni è facile vedere 

(1) V. per tutto questo V, 361 e segg. 



174 LA SAPIENZA POETICA 

quanto vi sia di arbitrario e quanto di giusto. 
— Certo egli ha ragione d' affermare che origi- 
nariamente gli atti spirituali venivano espressi 
con figure o immagini sensibili, che passarono 
poi nel linguaggio comune e vi divennero lo- 
cuzioni proprie e come tali vi durano ancor 

oggi- 
Or che abbiamo veduto i principii generali 
del Vico intorno alle origini e al corso della 
civiltà, vediamo come essi si' ritrovino nei due 
più grandi fatti, a cui quelli in parte vennero 
applicati e ila cui anche in parte vennero de- 
dotti, vogliam dire i poemi del Vero Omero 
e il corso della Storia romana. Non sarà dif- 
ficile lo scorgere^ nelle dottrine vichiane, che 
fin qui abbiamo esposte, come se da una parte 
la storia romana è la fonte e la mira di quasi 
tutte le sue idee intorno all'antico svolgimento 
sociale deirumanità, le teorie intorno alle lin- 
gue, alla mitologia, e alla poesia fanno capo 
specialmente alla Storia greca antica. La Storia 
romana antica, dic'egU in un luogo, è una per- 
petua mitologia istorica di tante, si varie e di- 
verse favole greche (1). Cosi la storia greca e 
romana insieme unite, spesso erroaeamente con- 
fuse gli danno la Storia dell'umanità intiera, 
E i poemi d' Omero, che sono il documento più 
importante della Stpria greca, come le xii Ta- 
vole lo sono per la Storia l'emana^ cessano di 
essere proprie di un sol popolo, essi vengono 
dal Vico idealizzati, e i concetti , che ne trae, 
applicati a tutta l'umanità; sicché amendue di- 
ventano ugualmente i rappresentanti e le fonti 
di tutto l'eroismo antico, i due più grandi te- 
sori del Diritto naturale delle genti. 

(1) V, 856. 



CAPO X 175 

Abbiam già veduto come il Vico applichi la 
Mitologia greca ai Corso delle nazioni ; or ci 
rimane a parlare per compiere l'esposizione del 
l'elemento greco nella filosofia storica vichiana 
della Discoperta del vero Omero ; ci riserviamo 
a parlare nel capitolo seguente della Storia ro- 
mana, e delle xii Tavole come cose, sulle quali 
importa ci fermiamo più a lungo. 

La Discoverta del vero. Omero fu per il Vico 
una cosa talmente importante nella seconda 
Scienza Nwova, che quantunque anch'essa po- 
tesse insieme agli altri caratteri poetici entrare 
nelle trattazioni del 3° libro riguardanti la Sa- 
pienza volgare, egli vi consacrò un libro a parte, 
come una cosa tanto grave, che non dovesse an- 
che per identità di principii venir confusa colle 
altre. Ma egli fece questo forsanche perchè fu 
quella scoperta uno degli ultimi sforzi del suo 
ingegno, una delle ultime grandi novità che 
introdusse nel suo sistema; e per verità tra 

Juelle la migliore. Che egli però già prima 
ella seconda Scienza Nuova seriamente me- 
ditasse intorno ad Omero e gli balenasse in 
mente idee nuove intorno ad esso e del tutto 
diverse da quelle accettate volgarmente ne'suoi 
tempi, ne è prova la bellissima nota che sopra 
di lui già scriveva nel De Constantia philolo- 
gice (1). Ma tanto in questa come nell' opera 
successiva della prima Scienza Nuova la sua 
esistenza non viene ancora contestata ; egli non 
si dilegua ancora in un mito o in un carattere 
poetico come nella seconda Scienza Nuova. 

Ciò che il Vico combatte nella nota sovra- 
citata gli è l'opinione sino a lui invalsa, che 
Omero fosse un poeta pieno di sapienza riposta, 

(1) III, 279. 



176 IL VERO OMERO 

che in lui si dovessero picercare principii di scienza 
e di filosofia, nonché regole d'arte con grande 
riflessione ed accortezza seguite. Il Vico cansona 
di questo con molta giustezza e con novità di 
concepire per i suoi tempi meravigliosa, gli 
sforzi dei filologi, i quali t cum veram poéscos 
« originem ignorassent et ex una parte Home- 
« rum et sublimitate fabularum et granditate 
« locutionum poetam omnino incomparabilem, ex 
« parte altera tot tantasque ei excidisse ineptias 
« animadverterent , cum haec componere non 
« possent, eas ineptias altissimam sapientiam 
« continere opinati sunt. Quare a Platone ad 
« nostra usque tempora veterum sapientiam ex 
« poetarum fabulis eruere flagrantissime sed 
« irrito omnium voto desideratum. » Per lui in- 
vece Omero è il poeta più grande dellantichità, 
appunto perchè ebbe la fortuna di scrivere verso 
la fine delletà eroica, quando era ancor natu- 
rale e potente la facoltà poetica presso il po- 
polo, vivacissimi i sensi^ gagliarda la fantasia e 
poco sviluppato il ragionamento : qualità tutte 
che fanno il carattere della poesia omerica come 
d'ogni altra grande e vera poesia, secondo il 
Vico(l). — Già in questa nota viene espressa la 

(1) Quindi capovolgendo il pensiero di Orazio dice il 
Vico: nisi ita scepe dormilaret nunquam bonus fuisset 
Homerus. — Del resto non si può negare che queste sue 
idee intorno alla poesia vennero da lui alquanto esagerate, 
e lo condussero a giudizìi del tutto erronei. — Egli è certo 
che a auei tempi antichissimi e in generale al comincia- 
menlo ai ogni civiltà, si svolgono più facilmente che nei 
tempi riflessivi facoltà poetiche. Cgli ha profondamente ra- 
gione nel credere, che la poesia debba sempre procedere 
coiraiuto della fantasia o colla rappresentazione del con- 
creto, né debba essere strumento di ragionamenti scienti- 
fici. Quindi molto acutamente e giustamente, dando una 
lezione poco ascoltata da certi suoi commentatori, osserva 



CAPO X 



177 



grandissima importanza storica dei poemi ome- 
rici; questi son gli unici documenti di quei tempi 
antichissimi, della loro storia, dei costumi, delle 
leggi, ecc. Quindi il Vico entra a fare molte ri- 
-cerche per iscoprire in Omero quali erano le 
idee, le cognizioni, i sentimenti, che doveano 
dominare al suo tempo, toccando questioni par- 
ticolari e raccogliendo da ogni parte le diverse 
cose che vi si riferiscono con un'indagine tanto 
minuta ed accurata ed insieme informata a prin- 
cipii sì larghi e ad una critica si profonda e sa- 
gace, che noi non temiamo di asserire aver egli 
in questa nota prevenuto il metodo della mo- 
derna filologia storica dei Tedeschi, usandone con 
piena consapevolezza, non solo quanto ai suoi 
principii generali, ma anche nelle sue parti- 
colarità. Egli vi si dimostra pienamente con- 
scio di queir id[ea, che negli scrittori antichi i 
giudizii, le frasi, le parole, le diverse deno- 

che se Dante fu l' Omero dei tempi moderni e il pia grande 
poeta di questi, sarebbe stato ancor maggiore se non avesse 
saputo di filosofìa e di scolastica, o almen se non ce 
r avesse fatta entrare nel suo poema. — Ma che i tempi 
civili possano avere una loro propria, vera e profonda 
poesia , gli è cosa che il fatto medesimo prova ampiamente ; 
aè il Vico stesso lo tiene, per verità, impossìbile, ma vuole 
che senza imitare (la poesia deve essere, anche secondo 
lui, essenzialmente spontanea) ci poniamo nella condizione 
di quegli uomini antichi, dì que'suoi eroi, e che non in- 
tendiamo i nostri sentimenti per riflessioni, ma li spie- 
ghiamo per sensi (v. la lettera al De Angelis). — Sgra- 
ziatamente anche il Vico si credette poeta (era anche egli 
uu pastore deir Arcadia), e abbiamo delle sue poesie una 
discreta raccolta nel G*" volume delle sue of^ere, nella quale 
Egli, per seguire i suoi precetti, riversa tutta la sua 
scienza mitologica. Eppure s'illuse talmente da scrivere, ri- 
spondendo al sonetto d'uu altro : 

Ma tu con tua benigna e chiara luce 
Colà mi scorgi e splenderonne altero 
Fu le sacre di Pindo erme colline. 

i2 



178 IL VERO OMERO 

mìnazioni delle cose e degli uomini non deb* 
bono essere accettate in quel senso, che avreb- 
bero presso i moderni; che l'antichità deve 
bensì essere studiata coli' antichità, ma che essa 
non si deve prendere cosi come essa a noi si 
porge, senzachè delle fonti stesse, colle quali la 
conosciamo, si faccia là critica. 

Nella prima Scienza Nuova di Omero vien detta 
poco; esso rimane però come nel Diritto univer- 
sale un individuo, che è realmente esistito. Ma. 
egli è un poeta del tempo eroico, è anch' egli 
un Poeta teologo \ doveva quindi nella seconda 
Scienza Nuova seguire la sorte degli altri perso- 
naggi antichissimi, e sciogliersi in un' idea ovvero 
un carattere eroico d uomini greci, in quanto essi 
narravano cantando le loro storie (1): le quaU 
parole per verità dicono più di quello, che or- 
dinariamente il Vico pensasse, e sono frutto di 
quella confusione, della quale egli non seppe 
liberarsi mai pienamente, dei popoli antichissimi 
che per natura parlavano poeticamente, coi veri 
poeti che nel tempo stesso sorgevano in mezzo 
a loro, e facevano realmente versi, fossero questi 
leggi ammaestramenti , eccitazioni o semphci 
racconti di fatti realmente avvenuti, trasformati 
inconsciamente dalla potenza poetica del narra- 
tore e dalle credenze volgari. Ma il Vico non 
aveva dinanzi alla mente suflBcienti esempi per 
potersi fare un chiaro concetto di questi poeti 
epici narratori popolari, ai quali appartene- 
vano certamente gli Omeridi; ne vide la natura> 
il carattere essenziale; ma per voler sovrapporre 
come fa spesso , più cose ad una gli avviene 
come a chi vede doppio, che le immagini gli 
giungono all'occhio coi contorni incerti e confusi. 

(i) V, 450. 



CAPO X 179 

Foptunatameilte egli suole correggere nei parti- 
colari ciò che di esagerato pone in un principio 
generale. 

Del resto egli su questo argomento si trova 
quasi intieramente dallo stesso punto di vista, 
che la moderna Critica dei Tedeschi. Anch'egli 
esaminando i due poemi di Omero , li trova 
di carattere si diverso che ne mette V origine 
in due luoghi e tempi diflferentì, cioè T Odissea 
nella Grecia occidentale, T Iliade neir orientale, e 
la prima molto posteriore alla seconda e lonta- 
nissima dalla guerra dj Troja, cioè un 460 circa 
dopo di essa, intorno ai tempi di Numa; traen- 
done gU argomenti dalle diverse notizie geogra- 
fiche e dalle altre cognizioni in generale, nonché 
dal diverso grado di civiltà, della quale i due 
poemi portano V impronta; il che mostra quanto 
sia falso il giudizio di taluno, che il Vico fosse 
digiuno e non s'intendesse di ricerche positive. 
Né egli trova solo diversità fra i due poemi, 
ma anche fra i canti dello stesso poema, sicché 
questo gli fa argomentare che essi debbano es- 
sere siati per pi'i^ età e da più mani lavorati e 
condotti. Del resto fra le idee qui esposte in- 
torno alla vera natura di Omero non tutte si 
rivolgono direttamente a dimostrare eh' egh fosse 
un carattere eroico^ egh ripete anche qui, dando 
loro maggior svolgimento, molti argomenti del 
Diritto universale per provare, che Omero non 
poteva essere un poeta riflesso, un filosofo in- 
somma nel senso largo del Vico, ma che esso 
doveva appartenere al tempo eroico o favoloso. 
TaU argomenti sono compresi specialmente fra 
quelli, eh' egh chiama prove filosofiche, le quaU 
per verità non sono altro che un'applicazione 
ad Omero di quei principii generali. intorno alla 
psicologia dei popoli e specialmente intorno 



180 IL VERO OMERO 

aliandole della poesia primitiva, dei quali ab- 
biamo pariate nei passati capitoli. Naturalmente 
ne conseguiva, secondo le idee stabilite nella se- 
conda Scienza Nuova^ che quindi il suo autore non 
fosse stato altro che un carattere poetico, o un 
poeta d idea come dice in un luogo. Ma questa 
conclusione viene anche tratta esplicitamente 
àsÀìe prove filologiche cioè dai dati particolari della 
tradizione di Omero, mostrandosi, come per to- 
gliere tutte le sue sconcezze e inverosimiglianze 
non solo basti far d' Omero un poeta eroico, ma 
se ne debba fare anche un carattere poetico. 

Ninnò meglio di Omero, dice il Vico, porta 
l'impronta della poesia primitiva e spontanea 
dei tempi eroici : egli non è poeta, che voglia 
inventare; la barbarie, dice il Vico, è natural- 
mente veritiera; egh narra ( o vuol narrare ) 
fatti veri, dei quali quegli uomini primitivi come 
di robustissima memoria doveano conservar na- 
turalmente ricordanza, rivestendoli colla loro fan- 
tasia. In lui nessun carattere di riflessività, ma 
vivido senso nel sentire i particolari, forte fantasia 
in apprenderli ed ingrandirli, acuto ingegno nel 
rapportarli ai loro generi fantastici e robusta 
memoria nell' esporli. Gli è impossibile quindi 
che i suoi poemi siano sorti fuori del ìeufpo 
eroico, poiché V inarrivabilità delle sue finzioni, 
la sublimità delle sue sentenze poetiche, le sue 
comparazioni fiere e selvagge, i caratteri de'suoi 
personaggi» che mostrano di essere creazioni non 
d un individuo, ma del senso comune di tutto un 
popolo, le loro inezie e sconcezze non pote- 
vano fingersi con naturalezza da un filosofo 
o esser degne di esso. Fatto invece di Omero 
un poeta eroico, tutto si trova naturale e giusti- 
ficato in lui ; esso doveva realmente meritarsi 
i tre vanti di ordinatore della civiltà greca, 



CAPO X 181 

di padre de* poeti e di fonte delle greche filoso- 
fie, perchè di fatto nella poesia e sapienza eroica 
come già vedemmo, si trovano i germi di tutti 
gli elementi della civiltà posteriore. 

La tradizione stessa poi intorno a lui ci con- 
duce a farne un carattere poetico; Essa ci narra 
di Rapsodi che andavano separatamente cantando 
chi Tuno chi V altro de' canti omerici, narrando 
come poeti ciclici ne' loro canti tutta la storia 
favolosa della Grecia, secondo Tuso generale 
dei popoli primitivi di conservare in versi oral- 
mente le lore storie. Ora Omero stesso ci vien 
rappresentato come un rapsode. Egli è cieca 
come ciechi si dicevano tutti i cantori delle cene 
dei Grandi, essendo proprietà della natura umana, 
che i ciechi valgano meravigliosamente nella me- 
moria, egh non lascia scritto alcuno de*suoi poemi, 
i quah non poterono neanco venir divisi, riordi- 
nati, e ripurgati dai Pisistratidi, come si suol dire, 
perchè ai tempi di quelli non v'era ancora la scrit- 
tura volgare : di Omero non si conosce né patria 
né età, essendovi riguardo a questa, divario di ben 
460 anni, cioè dalla guerra di Troja a Numa. Po- 
nendo invece che quesf Omero fossero essi popoli 
greci, tutto si rischiara nella tradizione : tutti 
gli sono naturalmente concittadini , egh visse 
per le bocche e la memoria d'essi popoli greci 
dalla guerra trojana sino a Numa; egh è po- 
vero, è cieco, coma lo son tutti i Rapsodi; cosi 
egh compone giovine l'Iliade quando era gio- 
vine la Grecia , e in conseguenza ardente di 
sublimi passioni, ammiratrice d'Achille, eroe della 
forza-, ma vecchio compone l'Odissea, quando la 
Grecia avea alquanto raffreddato gli animi colla 
riflessione, la quale è madre dell'accortezza, e per 
la quale ammirò Uhsse Froe della Sapienza (1). 

(1) V, 451; così per tutto il resto V. 422 e segg. 



182 IL VERO OMERO 

Tali sono le idee principali, che il Vico svolse 
intorno ad Omero, prevenendo meravigliosa- 
mente le indagini della scienza tedesca, col toc- 
carne quasi tutte le parti. — Gli è vero, che 
la questione- non è ancora pienamente risolta; 
ma si può facilmente prevedere, che essa lo 
sarà in favore di quelli, che combattono T in- 
dividualità di Omero. Certamente nessuno di 
questi accetterebbe ora tal quali le idee del 
Vico, ma gli è pur molto che si accordino con 
lui nei principii, ne' punti di partenza , nelle 
parti essenziali delle conclusioni, perchè noi 
abbiamo ad onorare il Vico quale il vero crea- 
tore della questione omerica, come al presente 
viene studiata. — Eppure non è che una parte 
questa delle sue grandi investigazioni; ma essa 
sola bastò ad un altr*uomo, al Wolff, che inco*- 
minciò la stessa questione mezzo secolo dopo in 
Germania, a dargh una fama immortale. — Che se 

Juesti procedette più ordinatamente , se si ad- 
entrò più a fondo nelle analisi filologiche, se 
dette di Omero un concetto più chiaro e preciso, 
si consideri tuttavia la diversità dei tempi; si con- 
sideri da una parte il Vico, che non ha dinanzi 
a sé che il suo Omero, dall'altra il Wolff cogli aiuti 
grandissimi che aveva, scrivendo quando comin- 
ciava la Germania il suo pin grande svolgimento 
filologico, quando dell* indole storica dei poemi 
omerici poteva assai più facilmente farsi un'idea 
cogli esempi, che allora cominciavano a stu- 
diarsi, delle poesie popolari dell' Ossian dei Nie- 
belungen ecc, e ci sarà ben lecito, malgrado al- 
cune sue esagerazioni e disordinetezze (1), ono- 



(1) Queste sono qualità comuni a tutto il sistema del Vico 
che si trovano anche nella sua teoria intorno ad Omero, ma 
che non sono infrequenti nei grandi iniziatori di dottrine ; 



CAPO X 183 

rare la mente di questo nostro Grande infelice, 
poco stimato da* suoi contemporanei, senza scuola 
dopo la sua morte , che ne prosegua le teorie 
^ ne celebri il nome, con una gloria più splen- 
dida che non quella del WolflF, che festeggiato in 
Berlino, tronfio doUa sua fama, iniziatore di 
nuova scuola si degna in un suo articolo par- 
lare del Vico e lasciar orgogliosamente cadere 
sul suo nome alcune gocce delle sue preziose 
lodi! 



Capo XM. 

La Storia romana in Vico. — Paragone collo svol- 
gimento posteriore, che ebbero questi studii in 
Germania, specialmente nel Niebuhr, Schwegler 
e Hommsen. 

La Storia romana del Vico parte da una pretta 
ipotesi, la quale si ricongiunge col suo romanzo 
intorno alle origini della civiltà, col romanzo dello 
stato ferino. Il Vico non poteva fare altrimenti: 
ogni popolo si era svolto da sa indipendentemente 
da ogni altro. Cosi doveva essere anche del popolo 
romano. Egli quindi doveva cercare già nelle con- 
dizioni di quei tempi primitivi una spiegazione 
dei fatti principali che troviamo subito nel prin- 
<;ipio della Storia romana. Tra quelli Egli seppe 
acutamente scorgere come capitalissime le rela- 
zioni tra i Patrizii e i Plebei. — Spiegate le origini 
« le relazioni di questi due ordini si ha la chiave 

volendo combattere un' idea vanno all'estremo opposto di 
qnella che invale, e trascurano le gradazioni del pensiero, 
nelle quali sta sovente la verità. 



184 LA STORIA ROMANA 

di tutta la storia interna e di grande parte 
dell'esterna di Koma. — Fu forse questo grande 
problema della storia romana, che lo mosse a 
distinguere nei primordii della civiltà quelle tre 
diverse specie d'uomini : i Giganti pii, gli empiij 
i deboli. Con questa divisione, che poi trasporta 
in idea alla storia di tutti i popoli, spiega assai 
comodamente le origini dei due ordini in Eoma 
e la loro storia successiva. Quelle origini quindi 
si riattaccherebbero ai primordi dell* umanità 
come quelli di tutti gli altri popoli. Gl'incomin- 
ciamenti del popolo romano dovrebbero essere 
contemporanei a quelli dei popoli Greci, ed es- 
ser solo posteriori di cent anni alle prime civiltà 
asiatiche. Questo egli dice espressamente quan- 
do descrive il corso storico delle nazioni, e vuol 
far non solo uniformi, ma anche contemporanei 
o quasi, i periodi diversi della civiltà in tutto 
il mondo. 

Ma se questo il Vico poteva porre in principio, 
nelle applicazioni non poteva sostenere una 
si strana idea e doveva attenersi più fedel- 
mente alla storia tradizionale. 

Nella sua tavola cronologica, quantunque faccia 
grandissimi sforzi per avvicinare le civiltà, e non 
ci riesca in parte che pur facendo stranissimi 
anacronismi; pure è costretto a mettere l'età 
stessa deir oro nel Lazio molto posteriore di 
quella dei Greci; ne fa però contemporanea Tetà 
degli eroi, nella quale verrebbe fondata Roma. 
Il popolo romano non avrebbe dunque un'età de- 
gli Dei propria, ma comune con quella di tutti 
gli altri popoli latini. In questo caso le origini di 
Eoma non si ricongiungerebbero direttamente coi 
primordii della civiltà umana ; esse ne sarebbero 
molto posteriori, e le origini dei patrizii e plebei 
non si troverebbero più quindi in quello stato 



CAPO XI 185 

ferino primitivo che già abbiamo descritto, ma 
solamente in uno stato analogo posteriore. Se- 
condo questa idea Roma sarebbe sorta in mezzo 
a popoli già inciviliti con modi e vicende analo- 
ghe a quelle che diedero cominciamento alla ci- 
viltà il che si accorderebbe perfettamente con 
quanto dice il Vico spesse volte, che Roma con- 
quistò tutto il mondo, percliè ebbe più giovane 
V eroismo. 

Si vede facilmente, che la diversità delle due 
opinioni non è piccola; pure il Vico secondo il 
solito suo le accoglie amendue, confondendole 
insieme e facendo uso or dell'una or dell'altra 
nella sua trattazione, secondochè meglio gli torna 
per la spiegazione dei fatti e la dimostrazione 
delle sue idee. Non si può negare però che il 
suo buon senso fa ch'egli si attenga più fre- 
quentemente alla seconda opinione, come quella 
inoltre che a mio avviso debba essersi formata an- 
teriormente nel suo pensiero, e che si fonda sopra 
uno studio più spregiudicato dei fatti. — L'altra 
non deve essere stata nello svolgimento del suo 
pensiero che una corruzione di questa mede- 
sima, fatta per trasportarla alle storie di tutti 
gli altri popoli, e poscia cosi applicata alla ro- 
mana medesima, da cui era partita, e alla quale 
sola era da riportarsi nella sua forma primitiva. 
Chi conosce alquanto gli inconsci procedimenti 
del nostro spirito, non troverà per nulla impro- 
babili tali circoli delle idee in noi, e tali illu- 
sioni, alle quali vanno specialmente soggetti i 
filosofi. 

La seconda opinione offriva al Vico un prin- 
cipio molto meno avventuroso e più consentaneo 
alle tradizioni, spiegate criticamente, per comin- 
ciare la Storia romana. Romolo avrebbe fondata 
la città con un asilo aperto in mezzo a di- 



186 LA STORIA ROMAXA 

versi popoli già usciti dalla barbarie primitiva. 
Gli uomini ricoverati in quest'asilo sarebbero 
stati i primi clienti di quelle schiatte (Gentes), 
che si sarebbero raccolte intorno a Romolo. — 
Nello spiegare l'origine di queste Gentes , che 
secondo il Vico come anche secondo tutta la 
scuola storica tedesca, costituirono in principio 
la vera e sola cittadinanza romana, egli si ri- 

Eorta sempre ai tempi primitivi, allo stato delle 
tmighe. Ma ammettendo che Roma si fosse 
fondata, quando il Lazio era già uscito da quello 
stato, la spiegazione del Vico non ha più valore. 
Ma qui c'erano due verità importantissime 
da scorgere, le quali furono dalla scuola storica 
tedesca con grande splendore di dottrina e d'in- 
gegno stabihte, mentre il Vico, non ne vide 
che una. La scuola tedesca è unanime col Vico 
nel sostenere, che i Romani non furono di ori- 
gine straniera; tanto per lui come per essi le 
immigrazioni di Evandro e di Enea sono favo- 
lose e mitiche; quantunque discordino nello 
spiegarle. 11 Vico vuole che queste favole come 
tutte l'altre intorno a Roma fossero una poste- 
riore invenzione dei Greci e come vere poi ac- 
cettate per boria dai Romani. Ma egli seguendo 
poi quel suo principio, delle tradizioni anche 
favolose doverci pur sempre essere un fonda- 
mento di vero, non si contenta di accagionare 
la fantasia creatrice dei Greci, e cerca il signi- 
ficato di quelle favole. Quindi Evandro diventa 
per lui il carattere poetico dei primi pastori del 
Lazio, cui poi si paragonarono cogli Arcadi, e 
da questi quindi fiitto provenire; Enea un carat- 
tere poetico degli eroi emigranti; che se si trova, 
dic'egU, già originariamente nelle cose acciden- 
taU qualche influenza greca in Roma, si può sup- 
porre, che vi sia stata vicino a questa un'anti- 



CAPO XI 187 

chissima città greca, la cjuale venne poi di- 
strutta. — Come si vede il Vico cercava d'in- 
dovinare ; ma il principio che lo metteva sulle 
ricerche era giunto. 

I corifei della scuola storica tedesca sono fra 
loro discordissimi in questo punto (i). Lo Schlegel 
fa anch* egli, come talora il Vico, nascere le fa- 
vole romane dalla fantasia degli scrittori greci 
e specialmente da quella di Diocle ; a lui si ac- 

(1) La moderna Critica storica dei Tedeschi sulla Storia 
romana ebbe veramente principio, come è noto, col Niebuhr, 
il quale pubblicava la prima parte della sua Storia romana 
per la prima volta nel 1812; venuto dappoi in Italia mo- 
dificò molte delle sue opinioni nelle edizioni posteriori. Mo- 
riva il 1831 senza compiere la sua opera, ma essa fu il 
principio di un grande svolgimento scientifico. — Dapprima 
lo Schlegel negli Heildelbergische Jharbucher del 1816 
faceva 1' opera del Niebuhr oggetto di una rilevante critica, 
combattendo molte sue idee intomo alle origini della tra- 
dizioni antiche romane, alla derivazione dei popoli Italiani, 
e all'influenza della Grecia su Roma. Anche il Wachsmuth 
sorgeva verso lo stesso tempo (1819) a scrivere alcune con- 
siderazioni sulla Storia più antica dello stato romano, 
occupandosi specialmente delle fonti. — Ma un lavoro esteso 
e compiuto sulla Storia romana ad imitazione di quella 
del Niebuhr non venne intrapresa, che molto più tardi da 
due robusti ingegni, quasi nello stesso tempo, cioè dallo 
Schwegler, che però moriva prematuramente senza poterla 
compiere, nell'anno 1853, e dal Mommsen nell' anno 1864, 
quantunque ora del suo lavoro si abbiano già quattro edi- 
zioni. -— Il Mommsen si allontanò in molti punti dal Nie- 
bhur, al quale lo Schwegler si attiene molto più stretta- 
mente, quantunque specialmente riguardo all'origine e alla 
derivazione dei popoli italiani, riguardo all'antiche religioni 
e mitologie e alla natura poetica delle tradizioni romane si 
scostasse molto da lui. — Il suo lavoro, quantunque meno 
originale di quello del Mommsen, é però molto più utile di 
questo per chi voglia delle diverse questioni avere una com- 
piuta esposizione crìtica, mentre il Mommsen non dà nes- 
suna prova delle sue affermazioni, ma sì solo i risultati delle 
sue investigazioni. Questi cerca però ora di riparare questa 
mancanza colle sue Ròmische Forschungen, delle quali fu 
stampato un primo volume nel 1864. 



188 LA STORIA ROMANA 

costa il Mommsen per riguardo alla spedizione 
di Enea; mentre il Niebuhr e lo Schwegier fanno 

f)iù meno antiche ed originarie quelle favole* 
1 Niebuhr fa, come il Vico, quantunque in modo 
diverso di Evandro e di Enea altrettanti miti, e 
lo Schwegier con grande erudizione ne cerca 
le origini e il vero significato, studiando i rap- 
porti di Roma coi Latini e cogli altri popoli ita- 
liani e greci. Ma comunque sia di tuttociò, una 
idea è comune a tutti, tanto ai Tedeschi come 
al nostro Vico, che le origini di Roma si deb- 
bano cercare in Italia, 

Però queste origini si dovevano poi trovare 
nelle condizioni particolari dei popoli italiani, 
in mezzo ai quali sorse Roma; e cosi fece comin- 
ciando dal Niebuhr tutta la scuola storica tedesca. 
Tanto egli quaiito lo Schwegier e il Mommsen 
vennero riconoscendo nel popolo originario di 
Roma dapprima una riunione, poscia una fu- 
sione di tre popoli differenti, ciascuno dei quali 
venne a costituire una delle primitive tribù 
romane contenenti le gentes che furono poi le 
schiatte patrizie di Roma. — Essi non credono 
però, che questi popoli si riunissero d'un tratto: 
in quelle sedi, dove poi sorse Roma, primi ri- 
siedettero i Ramnes, ai quali poi si aggiunsero 
i Titier e più tardi i Lucerer; i Titier sabini; i 
primi certamente, i Lucerer probabilmente, latini» 

Questi popoli formavano però originariamente 
tre comunità, tre città distìnte e solo congiunte 
fra dì loro per mezzo d'una lega, che divenne 
sempre più stretta, finché formarono una città 
sola, fondendosi insieme le diverse civiltà e i 
diversi elementi da ciascun popolo arrecati, in 
modo però che il latino prevalesse come prevalse 
la sua Ungua. — Questi sono i tratti principaU; 
nelle particolarità vi sono poi tra quegli scrit- 



CAPO XI 189 

tori grandi divani, e quantunque tanto lo Schwe- 
gler che il Mommsen abbiano cercato di pre- 
valersi della comparazione delle lingue per 
isciogliere molti problemi , questi rimangono 
ancora pieni di oscurità. — Dal Vico, questi non 
potevano però essere presentiti; siccome le sue 
dottrine stesse escludevano qualunque studio 
comparativo dei popoli e delle lingue. Per que- 
sto egli non potè neppure trovare i principii 
della religione romana, il suo carattere, le ra- 
gioni e la storia dei diversi miti e delle di- 
verse leggende, nelle quali si trovano narrate 
i primordii di quel popolo. Com'egli avea in- 
trodotto la Stona romana in Quella di tutti gli 
altri popoli e specialmente nella greca, cosi si 
credeva poi libero di riempiere le parti man- 
canti ed oscure della storia romana con por- 
tarvi quelle, che fossero più chiare e compmte 
negli altri popoli. Cosi nessun dubbio per lui 
che la religione e la mitologia romana fossero 
le medesime che in Grecia : e in tal modo men- 
tre da una parte gli sfuggiva talora ciò che v*era 
di comune fra i popoli, e di quello stesso che 
vi vedeva non poteva trovare le vere cagioni, 
dall'altra non iscorgeva quasi mai le particolarità, 
le cose proprie di un dato popolo. — Gli sto- 
rici tedeschi invece, trovandosi per gli aiuti 
scientifici in condizioni molto migUori del Vico, 
e specialmente lo Schwegler e il Mommsen, ai 
quali fa dato comporre Te loro storie dopo il 
grande rivolgimento operato nelle scienze filo- 
logiche dalla creazione degli studii comparativi 
delle lingue, poterono addentrarsi più profon- 
damente nelle cose intime del popolo romano, 
trovare la stirpe a cui appartiene e la grande 
razza alla quale per mezzo di essa si ricon- 
giunge, quindi studiare i caratteri generali che 



190 LA STORIA ROMANA 

con quella e con questa ha comuni e i ca- 
ratteri suoi propri e particolari. In questo modo 
essi poterono determinare la natura romana e 
mostrarla non solo nelle sue somiglianze colla 
greca, ma anche in cjuelle moltissime parti, 
nelle quali a questa si contrappone , riguarda 
ai diversi elementi sociali, alla religione, al- 
l'arte e alla politica. — Gli studii storici sul- 
l'estetica e sulle mitologie, che s'erano venuti 
facendo prima di loro in Germania, dovevamo 
pure servir loro di grande aiuto, siccome nella 
filologia moderna tutti i raggi che partono 
da un centro si riflettono su tutti gli altri. 
I popoli del mondo antico in tutti i diversi ele- 
menti della loro civiltà hanno cessato di essere 
considerati come svolgentisi da sé isolatamente. 
La scienza moderna ha dimostrato quante mol- 
teplici e grandi siano le diverse fila, che insieme 
li legano, e come tra un popolo e 1' altro non 
solo vi siano stati stretti rapporti di civiltà in 
quanto appartennero alla medesima razza , ma 
anche per influenze posteriori, c[uando i popoli 
delle differenti razze si erano già separati tra 
di loro e stabiliti in differenti sedi. — Gli è 
certo che tali influenze non si debbono inten- 
dere nella guisa e nella misura degli antichi 
storici, come tresmissioni che producessero in un 
popolo una civiltà del tutto nuova ed inaspet- 
tata : un tale concetto venne con molta energia 
e con molta ragione combattuto dal Vico. Ma 
quantunque il principio suo, che i popoli antichi 
nelle cose loro più essenziali e più intime deb- 
bano aver avuto uno svolgimento proprio e na- 
turale, sia generalmente giusto, questo non do- 
veva fargli escludere qualunque influenza este- 
riore, — Certamente gli è diflScile qui mante- 
nere il giusto mezzo, nel quale deve propriamente 
consistere la verità. 



CAPO XI 191 

Già di quegli studii comparativi se cominciato 
in Germania ad abusare; almen cosi parmi 

Sresso il Mommsen , il quale sostenendo esser 
estino della maggior parte dei popoli di trovare 
nei primi stadii del loro svolgimento un altro po- 
polo fratello, che loro è ad un tempo signore e 
maestro, afferma che questo è avvenuto in grande 
misura (in hervorragendem Masse) allltalia (1), e 
con questo egh deriva moltissimi elementi, per 
non dir quasi tutti, dell'antichissima civiltà italiana 
e romana dalla Grecia, secondando cosi una ten- 
denza non molto rara al presente fra i filologi 
tedeschi di derivare ogni cosa civile da quel 
paese, e togliere ai Romani e a tutti gli Italiani 
antichi in generale ogni originalità non solo 
nell'arti ma perfin nella religione e nella poli- 
tica, — Negli stessi giudizii che da molti in 
Germania, e anche dal Mommsen, si danno sul 
diverso carattere dei Romani e dei Greci, diver- 
sità, che son pur obbligati ad ammettere, mal- 
grado le esagerate influenze, che ai secondi attri- 
buiscono sui primi, si dimostra sempre una par- 
zialità grandissima per i Greci. Non già che siano 
del tutto falsi gli appunti che feinno al carattere 
romano, ma mentre dei Greci si sanno con grande 
accuratezza rilevare tutti i pregi e nascondere i 
difetti; per i Romani non si trovano parole elo- 
quenti che per descriverne le mancanze, facen- 
done talora parere le virtù solo come effetto 
di grossezza d* ingegno (2). — Convien però 

(1) Ròm, Gesch, p. 129. 

(2) A una tale predilezione dei Tedeschi per i Greci si 
connette in essi sovente la strana idea, che il loro popolo 
sia destinato a compiere nel tempo moderno gli stessi uffici, 
che il greco nel tempo antico, Stccome ne possiede, dicon essi, 
più d'ogni altro, per natura essenziale ( wesentlich ), l'in- 
gegno e il carattere d'individualità, ili qui la stranezza del 



192 LÀ STORIA ROMÀNA 

dire che in questa parte lo Schlegel e lo Schwegler 
son più giusti e meno corrivi del Monimsen. Il 
Niebuhr non- penetrò molto profondamente nel 
carattere proprio dei Romani, e venne con ra- 
gione combattuto dagli altri due nella sua opi- 
nione, che presso i Romani antichi sulla istoria 
leggendaria dei re e dei primi anni della re- 
pubblica vi siano state epopee nazionali ; quan- 
tunque prima di quel tempo nulla dà diritto ai 
Tedeschi di negare che o presso i Latini o gli 
altri popoli italiani di tali poesie siano esistite. 

Malgrado di questi difetti non si può negare, 
che la scuola storica tedesca e specialmente lo 
Schwegler e il Mommsen seppero , per quanto 
era possibile, trarre dagli studii comparativi la 
giusta via per determinare l'origine e la natura 
generale dei diversi popoli antichissimi deirita- 
lia e i diversi elementi della loro civiltà primi- 
tiva, tanto per riguardo alla reUgione e alTarte, 
che per la politica e il diritto. — Gli studii del 
Vico invece dovevano Hmitarsi a queste due 
ultime parti, dove poteva disporre di un suf- 
ficiente numero di fatti, ed applicarvi il suo 
grande senso storico e psicologico. 

Le sue vedute intorno alla storia politica e 
giuridica di Roma furono cosi profonde, che 
molte di esse, pur contradette dal Niebuhr, ven- 
nero al presente dopo tanti anni di studio con- 
fermate dal Mommsen, quantunque in altre sia 
invece d' accordo con quello. — Unanimi sono 

Mommsen, che solo ai Greci e ai Tedeschi fu dato di avere 
vera poesia, mentre su quel verde terreno (dellitalia), dice 
egli, son sole cadute poche gocciole di essa. —A questi 
pregiudizi! è del tutto estraneo il Lotze, di cui vedi i 
bellissimi paragoni fra i Greci e,i Romani nel lib. 8® del 
suo Mikrocosmos, dove egli si dimostra non solo uomo di 
grandissimo ingegno, cosa non rarissima ora fra gli scrittori 
tedeschi, ma anche pieno di buon senso. 



CAPO XI 193 

anzitutto nell'ammettere che la storia dei primi re 
di Roma è mitica o favolosa; quantunque il Vico 
sia qui alquanto più reciso dei Tedeschi, i quali 
naturalmente come in iscienza più progredita 
sona, più minuti e particolari e sanno trovare 
moll^ gradazioni laddove il Vico non vide, che un 
solo colorito. Cosi gli è certo che non ugualmente 
mitici sono i due Tarquinii come Romolo e Numa 
e che non le stesse cagioni diedero origine alle 
favole di Servio come a quelle dei due primi re. — 
Quanto alle origini della plebe si è pur unanimi 
nel porle in un tempo antichissimo, cioè già 
sino dal tempo della costituzione delle Curie 
gentilizie, e nell'asseverare che essa non en- 
trava per nulla né neirelezione dei re, né pi- 
ghavano parte alcuna al governo dello stato, 
essendo considerati come veri cittadini solamente 
i patrizii, ordinati in ischiatte, curie e tribù. — ► 
Sulla natura delle schiatte sono concordi il Vico 
e Mommsen nel credere, che essa non fosse una 
divisione artificiale, come vorrebbe il Niebuhr 
o solamente fondata sulla communanza di re- 
ligione e dei dii indigeti : esse vengono co- 
stituite da famighe, che si rannodano ad un 
solo stipite, e che si differenziano da queste 
per ciò, dice il Mommsen, che la famiglia risale 
di grado in grado al progenitore, da cui sono 
discese, ipentre la schiatta conosce solo questa 
derivazione da un avo comune alle diverse fami- 
glie, ma non conosce i gradi delle diverse discen- 
denze. — Il Niebuhr, come pure lo Schwegler, 
ponendo le schiatte come una costituzione ar- 
tificiale, non poterono avere di quello stato an- 
tichissimo di Roma quella veduta geniale, che 
ne ebbe il Vico e più tardi il Mommsen nelle 
sue ultime pubblicazioni. Questi dichiara che gli 
altri prima di lui ed egU stesso non aveva in 



i9k LA STORIA ROIIANA 

principio data sufficiente importanza alFelementa 
aristocratico nei primordii di Roma. « Non sarà 
» stato » dic'egli nelle ultime linee della sua Inve- 
stigazione romana sull'antica cittadinanza « senza 
» valore per un retto giudizio di questo gr«ide 
» svolgimento storico laver messo in ma^or 
» luce e abbracciato con maggior vivezza nelle 
» cose più antiche dello stato romano Telementa 
» aristocratico, da me stesso e dai più, credo^ 
» dei colleghi disconosciuto nella sua impor- 
» tanza (1) ». 

Conforme a questo principio il Mommsen sup- 
pone che le antiche schiatte formassero quasi uno 
stato in uno stato^ e che ciascuna si scegUesse da 
sé il suo rappresentate nell'assemblea dei seniori, 
k quale dovette nei primordii esser molto più 
potente che dappoi, e limitare grandemente il 
potere del re e del popolo. L'ingenuo concetto 
che dell'origine della comunità hanno avuto gli 
antichi annalisti, dice il Mommsen, ce la mostra 
come formata da un numero di famiglie, i cui 
padri costituiscono il Senato, i figli i Patrizii, i 
clienti la Plebe. — Da queste idee a quelle del 
Vico non c'è grande diflferenza, ed è mirabile 
che dopo tanti studii la scienza tedesca venga 
a combaciare in parte colle sue geniali intui- 
zioni. Il principio aristocratico non che trascu- 
rato dal Vico, come dagli antecessori . tedeschi 
del Mommsen, è una delle cose sulle quali mag- 
giormente insiste; Soma fu in principio essen- 
zialmente aristocratica, e tale tu sotto i re e 
prima, e tale rimane nei primi anni della repub- 
blica. 1 re di Roma sono per il Vico ancor meno 
potenti che per il Mommsen ; essi non sono che 
primi tra i pari ; e tale doveva pure essere il 

(1) Ròmische Porschungen, p* 384. 



CAPO XI ' 193 

Goncdfto di Mommsen , e mi meraviglio eh' egli 
specialmente nella sua storia assomigli l'autorità 
dei primi re di Boms^ nello stato a quella che 
avevano i padri nelle famiglie ; mi par che questo 
sarebbe contrario all'indole aristocratica dello 
stato, la quale rende coloro che governano 
molto gelosi del loro potere. Ma quantunque il 
Vico abbia ragione di porre nel senato ii fon- 
damento é^lV imperio nella Boma primordiale, 
egli poi ha torto di lasciargli questo carattere 
sino nei tempi più avanzati della repubblica, 
finché nell'età, com'egli dice, deg\ì uomini esso 
diventa solo un corpo consulente. — Una tale 
trasformazione è pure V idea essenziale del 
Mommsen, ma egh fa quella molto più anteriore 
che non il Vico e qumdi mostra con maggior 
verità storica le diverse fiasi per le quali esso 
passò sotto gli stessi re dapprima, poi nella re- 
pubblica* 

Come abbiam già veduto in una citazione del 
Mommsen, questi poneva originariamente la plebe 
nei clienti: è questa un'altra idea importantis- 
ama sulla quale il Motomsen e il Vico sono d'ac- 
cordo, e insieme contrarii al Niebuhr e allo 
Schwegler. — Che i Clienti fossero stati anteriori 
ai plebei il Niebuhr lo trova probabile, ma se- 
condo lui sino dalla costituzione artificiale delle 
Schiatte, coesisteva a queste la Plebe come 
distinta ugualmente dalle Schiatte e dai Clienti, 
ed afferma che anch'essa era distribuita per le 
gentes patrizie, mentre i Clienti ne erano esclusi. 
Il Mgmmsen e il Vico fanno invece la Plebeità e 
la Clientela come originariamente identiche: 
quantunque si scostino poi alquanto intorno alla 
sua origine e ancor più intorno al suo svolgimento, 
— I primi, clienti e plebei ad un tempo, sona 
per verità della stessa natura tanto per il Mommsen, 



t9d LA STORIA ROMANA 

che per il Vico : essi sono cioè fuggitivi o liberti 
e i loro discendenti ricevuti sotto la protezione 
di una schiatta romana. Tanto per V uno che 
per l'altro essi fanno parte della Familia in 
qualità di famtUi^ e non hanno alcun diritto 
civile se non per mezzo del loro patrono. — 
Ma il Vico una volta stabilita questa condizione 
ori^naria nella clientela o plebe di Bonia, non 
si dà più pensiero di ricercare le grandissime 
modificazioni, che le vicende posteriori estrìnse* 
che di Boma dovettero in essa apportare ; que- 
sti due elementi, patrizii e plebe, i quali costi- 
tuiscono sin dal principio lo stato romano, non 
si mutano più mai. Ma se questo è vero per 
riguardo ai patrìzii, non lo è del tutto per ri- 
guardo alla plebe, la, quale come ben mostrò il 
Niebuhr e venne in parte accettato dal Mommsen, 
ricevette in seguito principalmente la sua forza 
dalle popolazioni delle vicine città vinte condotte 
a Boma, e dagli abitatori del suo distretto o 
della sua campagna. 

Per verità questo concetto, che la plebe con- 
sistesse essenzialmente in una popolazione a- 
gricola venne pure con mirabile intuizione ve- 
duta dal Vico, e la sua opinione si accorda 
specialmente con quella del Mommsen, il quale 
crede, come il Vico, che i primi plebei per la 
massima parte fossero originariamente agricol- 
tori ma ad un tempo anche clienti. Anzi da 
questa duplice condizione spiega il Vico tutte 
le relazioni originarie tra i patrizii e i plebei 
e su di essa tonda essenzialmente tutte le^ra- 
gk)ni e lo svolgimento delle loro lotte. — Non 
si può negare, che in questo le congetture del 
Vico siano state molto ingegnose e ch'esse spie- 
gherebbero molti fatti, i quali nelle Critiche dei 
Tedeschi rimangono ancora quasi del tutto ine- 



CAPO XI i97 

splicati malgrado i molti studii, che vi fanno 'at- 
torno, e dell'immensa erudizione, che vi ap- 
Eortano. Ma le idee del Vico in alcune loro parti 
anno contrarie positive testimonianze storiche, 
e andrebbero almeno secondo queste modificate. 
Volendo esporre quelle idee dobbiam qui ri- 
chiamare la medesima storia già narrata nello 
svolgimento dell' umanità per applicarla alle cose 
particolari di Roma. Secondo quella dunque an- 
che i patrizii romani si facevano dai loro clienti 
coltivare le terre, e an<;h'essi s'erano chiusi in ordi- 
ni, nominandosi un capo (il re) per resistere loro, 
quando questi per Taccrescimento naturale di po- 
polazione s'erano loro resi temuti. Mai plebei, fatti 
col tempo ognor più forti, costringono finalmente i 
patrizii a conceder loro con una prima legge 
agraria, quella di Servio Tullio, almeno il pos- 
sesso precario delle terre, che coltivavano, pa- 
gando ai patrizii un censo. Questo pagamento, 
che dovevan fare ai patrizii, fu la cagione di 

3uel fatto, altrimenti inesplicabile, dei grandi 
obiti, dei quali noi vediamo sempre sovraccarichi 
i plebei verso i patrizi. Ma poscia i plebei non si 
contentarono del precario, vollero avere anche il 
possesso quiritario cioè giuridico e stabile delle 
terre, sicché almen durante la loro vita queste 
non potessero loro venir tolte. Questo viene con- 
cesso, dice il Vico, colla legge delle xn tavole. — 
Ma un tal jìossesso non poteva trasmettersi per- 
chè i plebei mancavano ai auspici solenni nei loro 
matrimonii, e quindi di patria potestà e del di- 
ritto di suità, SI 'diedero quindi a tutto loro po- 
tere per ottenere non già tanto la comunione 
dei connubii coi patrizii {connubia cum patribus} 
ma gli stessi connubii solenni, che tra loro po- 
tevano stringere i patrizii (connubia patrum) : il 
che ottengono finalmente colla legge Canuleja» 



t98 LA STORIA ROMANA 

— E co6Ì ottenuta dai patrìzìi I* uguaglianza civile 
ed acquistato quanto ai diritti proprii, alla propria 
sicurezza, e prosperità materiale desideravano, 
si diedero per una tendenza naturale degl* uo- 
mini, ad adoperarsi gagliardamente per avere 
anche, dapprima l'uguaglianza, poi la stessa su- 
periorità politica; al che finalmente giunsero, 
cioè colle leggi pubblilie air ugun^glianza, colle 
prepotenze tribunizie alla superiorità. 

E questa in breve la storia interna vichiana di 
Roma; sarà facile vederne le verità e gli errori, 
or che la critica intorno a questa ha tatto pro- 
gressi tanto grandi. Ma non sarà del tutto inutile 
che io bica brevevemente ciò, che questa vi ha 
corretto, aggiunto o negato. — Ciò, che la Critica 
tedesca aggiunge alle congetture del Vico si è 
quello di mostrare, come sia avvenuto ciò, che il 
Vico si contenta solo di afiFermare, cioè 1* accre- 
scersi naturale della potenza della plebe. Questo 
riesciva per verità assjii focile al Niebuhr, che 
lammetteva già nel principio libera e in parte 
ricca, mentre riesciva diflBcile per il Mommsen, 
«che come il Vico la poneva originariamente in 
istato . di clientela. Ma convien notare che il 
Mommsen in se^to, quando cioè comincia la 
plebe a rendersi potente, la fo come il Niebuhr 
composta di agricoltori e di uomini ricchi e 
anche di nobih della campagna o delle città 
vinte alleate; inoltre siccome e^li dà a 
Roma un carattere commerciale più grande 
che non il Niebuhr, cosi ammette che molti 
di questi plebei fossero negozianti stranieri , 
arrecatisi appositamente a Roma per la ima 
telice posizione a mercatarvi, e colà arricchiti. 
La più grande parte di questi si mettevano, 
secondo il Mommsen, non già sotto il patrocinio 
privato di una schiatta ma sotto quello generale 



CAPO XI 199 

<1qI1o stato e quindi del re/ il quale doveva na- 
turalmente favorirli per farsene un^arma contro 
ì patrizii sempre gelosi del suo potere, come 
<3Ì vengono anche rappresentati dal Vico e dal 
Niebum* stesso, il quale attribuisce pur molto 
ai re il primo elevarsi della plebe. Inoltre, 
dice il Mommsen, i le^mi dei aiscendenti dei 
clienti coi loro patroni dovevano sempre più, 
per la natura stessa delle cose^ rallentarsi^ e 
<;on quelli formar parte del grosso, che erat sotto 
il patrocinio dello stato. In questo modo, tanto 
secondo il Mommsen come secondo il Niebuhr, 
esisteva già ai tempi della costituzione serviana 
una plebe numerosa contenente in sé proletari!, 
ma anche ricchi e facoltosi, quantunque, se- 
condo il Mommsen , pur sempre soggetti a un 
legame più o meno stretto di clientela. — É 
questo un punto importantissimo da notarsi, 
perchè è uno ira i capitali, che distinguono la 
scuola storica tedesca dal Vico, per il quale la 
plebe prima della costituzione serviana era an- 
cora nello stato quasi servile della più stretta 
clientela, da lui non molto felicemente, quan- 
tunaué lo faccia con grande insistenza e taluni 
Vabbiano scórto una grande verità, paragonata 
coi feudi del medio evo. 

L'errore quindi del Vico per la scuola tede- 
sca e specialmente per il Mommsen, col quale 
•quegli si accorda in tante importantissime idee, 
non sarebbe che di aver trasposto per cosi dire 
i tempi e introdotto nei posteriori ciò che non 

Fuò essersi trovato, se non in moltp anteriori. Ma 
intuizione del Vico non s'inaridirà per un prin- 
cipio mal posto; egli si terrà ancora colle sue 
geniali vedute accanto alle faticose ipvestiga- 
zioni dei Tedeschi. 

Con questi è il Vico concorde nell'ammet- 



200 LA STORIA ROMANA 

tere che la costituzione di Servio fu il primo 
principio dell'uguaglianza degli ordini, quantun- 
que VI sia differenza nel modo di intendere (quelle 
non solo tra i Tedeschi e il Vico, ma fra i Te-^ 
deschi medesimi. Secondo il Mommsen, contra- 
riamente alle opinioni del Niebuhr, l'indole parti- 
colare della rilorma serviaua nelle centurie non 
fu civile ma militare, ed afferma che essa non diede 
alla plebe tanto dei diritti quanto dei doveri e dei 
pesi. Gli è questa anche tondamentalmente To- 
pinione del Vico, dove asserisce, che il Censo 
di Servio non fu Pianta della libertà popolare 
ma sibbene della libertà signorile; e anche per 
lui l'ordinamento centuriale venne fatto per chia- 
mare i plebei, i quali secondo l'idea sua come 
del Mommsen dapprima non servivano in guerra,, 
alla comunanza delle armi e obbligarli al pa- 

S amento del censo; quantunque questo venga 
all'uno e dall'altro con ben diverso senso in- 
teso. Quindi il Vico, come il Mommsen, trova 
che è solo indirettamente e per la natura stessa 
delle cose, che i plebei vennero a poco a poco con 
queir ordinamento centuriale ad acquistar pre- 
ponderanza nello stato. 

Ma nel procedimento della lotta tra l'uno e 
l'altro ceto sorgono tra il Vico e la scuola te- 
desca grandi differenze. Il Niebuhr dapprima 
alquanto confusamente, con maggior chiarezza 
e consapevolezza il Mommsen distinguono es- 
senzialmente due caratteri nella lotta romana 
tra patrizii e plebei sin dal suo comincia- 
mento, cioè ain carattere sociale e un ca- 
rattere politico. Il Mommsen ne fa anzi due 
lotte sostanzialmente distinte, e cui solo 1' ac- 
cidente p gli interessi reciproci facevano unire 
insieme. Il Mommsen non crede col Niebuhr 
e collo Schwegler, che durante il tempo dei re 



CAPO XI 20 t 

questi facessero di alcune iamiglie plebee come 
un secondo patriziato, e quindi da esse traes- 
sero quei patres minorum gentium, che debbono 
aver portato il numero dei senatori a 300. Egli 
trova invece molto probabile che durante tutto il 
regno il senato rimanesse patrizio e i senatori 
dovessero venir tratti dalle tre tribù originarie 
di Roma, nelle quali durante il tempo dei re 
ammette come possibile un ricevimento di fa- 
miglie plebee (che non avvenne più mai al tempo 
delk repubblica), ma mediante un atto, forse 
dello stesso senato o di tutta la comunità, che 
li uguagliava perfettamente a tutti gli altri pa- 
trizii e li toglieva per sempre ai rapporti ple- 
beiali» 

Ciò malgrado pensa il Mommsen, come gli altri 
storici tedeschi, che già prima della caduta del 
regno una parte dei plebei si fosse come acqui- 
stata, se non di diritto, di fatto, una certa a- 
zione politica che deve essere stata conculcata dal- 
l'ultimo dei re, non meno di quella che godevano 
i Patrizii. Questo deve aver mdotto le due parti 
già esistenti nel regno, dei cittadini patrizii e 
dei plebei ricchi, a unirsi per cacciare i rè. — 
Secondo la scuola tedesca, come secondo il Vico, 
il movimento sarebbe dunque stato essenzial- 
mente aristocratico; per il Vico i due consoh 
eletti non sono che due re annuali, il reggi- 
mento rimane del tutto aristocratico come prima, 
ed anzi i patrizii cercano di trarre dalla ri- 
voluzione vantaggio per se soli, accrescendo ancor 
più la loro oppressione sulla plebe, quantunque 
m principio, nuche dura la paura dei Tai*quinii, 
si studiano di tenersela affezionata con alleggerir 
loro i debiti. 

Le differenze, che qui ci sono tra Vico e i 
Tedeschi, nascono dalla diversa idea che essi si 



202 LA STORIA ROMANA 

fenno della plebe sotto gli ultimi re; siccome 
questa era per il Vico tutta povera, non solo 
senza diritti polìtici, ma neanco con diritti civili, 
cosi egli ia di quel movimento non solo un 
movimento aristocratico ma anche aristocratico - 
patrizio. I plebei di Vico non domandano 
Quindi in prindpio ai patrizi! che rimes8Ìo}ie dei 
aebiti e miglioramento delle loro coiklizioni 
agitane , mentre tra quelli della scuola tedesca 
parte chiede subito i diritti politici e viene a lei 
soddis&tto coir ammettere nel Senato cavalieri 
plebei (di questi già se rie trovavano nelle cen- 
turie di Servio V, e un'altra parte sola, spella 
dei proletarii aei non-possidenti incomincia la 
sua lotta contro i patrizii e gli stessi plebei ric- 
chi, che ricchi e possidenti erano in quel tempo 
tutti i patrizii, per migliorare le loro condizioni 
sodali. 

Non ispetta a me il iarmi giudice tra oueste 
due diverse vedute del Vico e della scuola te- 
desca. Amendue spiegano molti fatti, amendue 
ne contraddicono. Malgrado tutta Y erudizione , 
colla quale la scuola tedesca conforta la sua 
opinione non si può capire , come tranne quel- 
la entrata dei Plebei coscritti nel Senato subito 
al principio della repubblica, non vi sia stato 

Ser lungo tempo altro fisttto politico, che riguar- 
asse le relazioni tra i patrizii e i plebei, e per 
il medesimo tempo non abbiano tra loro lot- 
tato per altro se non per cause sociali o per 
cose che a queste sì riferivano. L'attitudme 
di tutta la plebe nei primi tempi della repub- 
blica è quella di un ceto, che cerca solo di es- 
ser protetto, di guarentirsi dalle prepotenze del 
Patriziato, di salvarsi dalie strettezze de'suoi bi- 
sogni e de'suoi debiti. Gli stessi Tedeschi ce la 
dipingono in questo modo. Se la lotta per ottenere 



CAPO XI 203 

i diritti politici fosse stata cosi prematura nella 

f)leb0 come essi vogHono, panni che doveva prima 
a Plebe ricca giungere ad otteièere il Consolato 
che non la Pleoe povera il Tribunato. 

Gli è ben vero, che verso un dato tempo, cioè ben 
cinquantanni dopo la fondazione della repubblica, 
secondo gli stessi calcoli del filommsen, si veggono 
già nascere tra l'uno e l'altro ordine delle vere lotte 
politiche, mentre ancor durano le lotte sociali, 
ed anzi seguono anche dopo il componimento di 
Cjuelle sino alla fine della repubblica. Quest'ultimo 
tatto innegabile della storia romana proverebbe 
già per se stesso come le ipotesi del Vico siano 
manchevoli. Egli infatti stabilisce che colla legge 
delle xu tavole dapprima , poscia con quella di 
Canulejo sui matnmouiì i plebei ottenessero la 
loro perfetta uguaglianza civile e la soddisfa- 
zione di tutti i loro desideri!, per riguardo alla 
condizione sociale, e che più non sorgesse in- 
torno a questa alcuna lotta, per dar luogo in- 
vece alle lotte politiche. L'eirore del Vico con- 
siate sempre in quella sua idea che la plebe 
romana non sia sempre stata altro che una deriva- 
zione della plebe o clientela primitiva, senza am- 
mettere che posteriormente nuovi elementi vi en- 
trassero continuamente denti o a mutarne la na- 
tura almeno a produrvi una sequela di fenonemi 
storici, che senza di quegli elementi non sono 
spiegabih. Il sussistere e il manifestarsi delle 
lotte s. ciali, subito dopo la legge Cànuleja, doveva 
rendere avvertito il Vico che già prima di essa 
clementi diversi dovevano comporre la plebe 
romana. 

Ma posto anche coniro il Vico« che prima 
della legge Cànuleja vi fosse tra i plebei una 
certa diversità di condizione sociale , non son 
per questo giustificate tutte le congetture che 



204 LA STORIA ROMANA 

sopra di un tal fatto vi fabbrica la scuola te- 
desca e specialmente il Bfommsen. Questa di- 
versità non era. forse cosi grande nel primo 
periodo della lotta, che il Mommsen potrebbe 
chiamare sociale, per dar luogo nella plebe a due 
parti così distinte, che Tuna si mostri in molte cose 
contraria all'altra (1); gli è questo un fatto del 
tutto ipotetico ed arbitrario, e neanco il Mom- 
msen, credo, non ne ha portata mai alcun prova 
convincente, — Ma esso è inoltre moHo in- 
verosimile : se, come ammette il Mommsen , 
r aristocrazia plebea (cosi là chiamano i Tede- 
schi) potè ottenere nel %^ periodo della lotta, 
r uguaglianza politica specialmente per l'aiuto 
della plebe minuta, non si capisce il perchè non 
abbiano almen cercato anche nel l.*' periodo 
di valersi dello stesso mezzo, che per altri fatti 
già si mostra molto potente, e invece si conten- 
tino di avere nel Senato alcuni di loro, che non 
valgono neanco come veri Senatori, che sono con- 
siderati come aggiunti (conscripti), che non pos- 
sono parlare e votano col recarsi da una parte 
o dall'altra della Curia; dal che fiiron detti pe- 
dm'ii. E non si capisce di questo si contentino dopt> 
un servizio cosi grande prestato al patriziato 
nella cacciata dei re, la quale viene da tutta la 
scuola critica tedesca rappresentata come l'ef- 
fetto di una coalizione-di quello coU'aristocrazia 
plebea. E si noti ancora, che anche secondo il 
Mommsen è molto incerto il tempo, in cui questa 
stessa poco soddisfacente entrata dei plebei nel 
Senato avvenne, ed è una mera ipotesi il con- 
netterla colla cacciata dei re. E questa condotta 
per verità troppo modesta della loro aristocrazia 
plebea doveva parere tanto più inesplicabile ai 

(1) Mommsen, Rom, QeBcK p. 190. 



CAPO XI 205 

Tedeschi, i quali a differenza del Vico, danno alla 
plebe sin dalla sua origine il perfetto godimento 
dei diritti detti strettamente civili, quantunque 
originariamente, secondo il Mommsen, li usmo 
come clienti, in grazia della comunicazione o 
mediazione dei patroni. 

Ma un altro fatto molto importante, contro -il 
quale urtano le ipotesi della scuola tedesca e 
specialmente del Mommsen, si è quello dei de- 
biti, i quali ci ungono nel 1.° periodo dèlia lotta 
narrati dalla storia come dovuti unicamente sem- 
pre da plebei a patrizii. Se v'erano molti plebei 
ricchi non si capisce, perchè non avessero questi 
pure a imprestar danari a quei del loro ceto, 
e non si servissero subito di questo mezzo per 
impadronirsi essi della somma delle cose, o al- 
meno impedire, che i patrizii, invece di rendersi 
verso di loro più condiscendenti si facessero, 
come narra il Mommsen stesso, sempre più duri 
tanto verso gli uni come gli altri plebei e tali, 
che lo stato di questi sotto i re si trovava essere 
molto migliore, perchè i re avevano maggior 
interesse a favorir la potenza dei plebei, per 
contrapporla a quella dei patrizii. 

L'ipotesi tedesca o deve dunque essere riget- 
tata, nel modo almeno come essa ci viene pre- 
sentata, se pur essa è vera vi debbono essere 
altri fatti, che risolvono le difficoltà da essa pro- 
dotti nella storia romana, fatti però che la Critica 
tedesca non ci ha ancor saputo manifestare. 

L'ipotesi del Vico risolve invece tutte queste 
difficoltà; g^li è naturale che nel l*' periodo 
della lotta i plebei non aspirassero ai diritti po- 
litici, perchè non avevano ancora i civih,. gh è 
naturale che nessun plebeo potesse esser cre- 
ditore, perchè le ricchezze eran tutte presso i 
patrizii, naturalissimo invece, che i plebei fos- 



206 LA STORIA ROMANA 

sere sempre indebitati, non già tanto per i dan^ 
che si tacevano imprestare, quanto per il censo, 
che dovevano pagare per la 1* legge agraria di 
Servio al patrizio, al feudatario. — Ma neanco. 
quest'ipotesi può, come ci vien data, del tutto 
accettarsi, e noto solo le difficoltà, cherisplve, 
p§r mostrare come il Vico non Tabbia pensata 
senza ragione e senza motivo, ma per ischiarire 
e risolvere problemi che realmente s incontrano 
nella storia romana (1). Del resto gli è assai diffi- 
cile accordarla tutta con testimonianze positive o 
quasi , che abbiamo , e anzitutto colla costitu- 
zione serviana, come ci vien presentata quasi 
unanimemente dagU storici, come vien© spiegata 
dai Tedeschi, e in parte anche come viene ac- 
cettata dal Vico stesso. — Che il censo di Ser- 
vio fosse il danaro, che ciascun cliente o plebeo 
doveva pagare al suo patrono per le terre, che 
ne aveva, è per sé molto inverosimile, e contrario 
poi del tutto alla tradizione storica ; più difficile 
poi credo io a provare che i plebei non posse- 
dessero terre che precariamente sino alla legge 
delle XII Tavole, e che non le potessero trasmettere 
se non dopo la legge canuleja; dalla quale sola, 
come già vedemmo, il Vico deduce i diritti disuità 
e quello degli auspici nei pleblei, contrariamente 
alle opinioni della scuola tedesca. É questo un 
punto sul quale ci dobbiamo fermare alquanto. 
Secondo la scuola tedesca la legge canuleja non 
avrebbef infine avuto altro effetto che di dare la 



(1) Del resto che una tale ipotesi non abtia nulla di as- 
surdo né di arbitrario, ma che in parte almeno possa anche 
accordarsi colle recenti indagini dei Tedeschi ne è prova 
questo, che uno di essi,. l'Ihne, nelle sue Forschungen auf 
aem Gebiete der Ròm. VerfàMstmgsgeschichte pubblicate 
nel 1847, esponeva unMd^ del tutto identica a quella del 
Vico. 



CAPO XI 207 

condizione patriziale a quei figli che nascevano 
dai inatrimonii latti tra un patrizio e una plebea. 
Ma se cosi stesse la cosa noi non comprendiamo, 
come i plebei avessero tanto desiderio e faces- 
sero tanti sforzi per ottenerla, e che dall'altra 
parte i patrizii si opponessero cosi vivamente. 
La cosa è cosi inverosimile che il Niebuhr stesso 
è costretto in un luogo di dire , poco secon- 
dando la storia, che i plebei infine non la de- 
sideravano più che tanto. Noi dunq^ue, senza ap- 
provar del tutto le fantasie del Vico intorno ai 
matrimonii solenni e i loro effetti, dobbiam tut- 
tavia riconoscere nelle sue idee intorno alla legge 
canuleja una spiegazione ben più naturale dei 
fetti di quella che nasce dal modo, col quale 
vien dato dalla tradizione e accettato dalla scuola 
tedesca. Anche aui ripeteremo quanto abbiamo 
detto riguardo alle lotte sociali della plebe; o 
la tradizione è falsata o se è vera e* è qualche 
altro fatto, che a noi sta nascosto, e che la 
spiega. È probabile che la legge Canuleja avesse 
realmente gleffetti che ci dà la tradizione, ma 
sarebbe anche possibile che questa ce ne avesse 
taciuto qualche altro più importante, cui per le 
mutazioni avvenute nella condizione sociale essa 
più non comprendesse e quindi coprisse col suo 
silenzio. Del resto di questo lascio che giudichino 
altri più specialmente periti di me m queste 
materie. Anche qui io entro in particolarità 
solo per mostrare, come anche dopo gli splen- 
didi lavori della scuola tedesca, le ipotesi del Vi<50 
conservano un valore scientifico e servono se, non 
altra a indicarci spesse volte i punti più essen- 
ziali, che sono da spiegarsi nella storia romana. 
E chi sa come in una scienza il solo stabilire i 
veri problemi da risolvere sia talvolta diflBcilis- 
simo e come da questo dipenda sempre il suo 



208 LA STORIA ROMANA 

vero progresso, non potrà misconoscere i meriti 
del Vico e non ammirare le vedute geniali, che 
quantunque esposte disordinatamente e neanco 
molto coordinate nella sua mente, per essersi 
egli disperso in troppe cose, mostrano pure 
quanto profondamente egli abbia penetrato nelle 
co3e romanci. 

Dove però il Vico fu del tutto traviato dal 
suo sistema^ gli è intorno al senso e alla 
natura delle leggi agrarie, oggetto della lotta 
sociale per tutto il tempo della repubblica. Su 
questo punto noi dobbiam render pienamente 
ragione alla scuola tedesca, e non credo, che 
dopo i lavori di questa le teorie del Vico siano 
ancora per quajcne parte sostenibili. — Tanto 
il Vico come il'Mommsen ammettono, che con- 
dizione primitiva più comune della clientela 
fosse il lavorare le terre dei patroni. Ma in se- 
guito formatasi la grande plebe di Roma, quella 
condizione diventa per il Mommsen affatto se- 
condaria, perchè in essa si trova solo la parte 
meno importante dei plebei; il Vico invece vuol 
con essa spiegare tutto lo svolgimento storico 
della plebe, come già vedemmo. Tutta la Sto- 
ria romana sino alle xii Tav. viene trasformata 
in una storia primitiva, le leggi agrarie inter- 
pretate secondo il carattere di questa e idealiz- 
zate, come nel capo viii abbiamo veduto. In questo 
modo il Vico non vide ciò, che la scuola storica 
tedesca scoperse, cioè che le cosi dette leggi 
avarie non riguardavano già, come vuole il 
Vico, le terre, che i patroni avean dato ai clienti 
a coltivare, ma bensì solamente 1* agro pubblico, 
(iuelle terre cioè che si conquistavano combatten- 
do al nemico e per diritto di conquista si riteneva- 
no. Gli era uso infatti presso i popoli antichi del 
territorio dei vinti appropriarsi una parte, cui 



CAPO XI 209^ 

lo stato o vendeva o assegnava in proprietà 
o diistribuiva come precario fra i $uoi cittadini. 
Tale uso trovasi specialmente presso i ilomani, 
secondo la scuola tedesca, sin d^ tempo dei 
re; e Tusanza più comune sotto questi era, che 
le terre fiorenti si vendevano a profitto dell'erario 
publico, salva al re la sua parte; quelle deva- 
state venivano lasciate in possesso precario ai 
soli patrizii, coir obligo di pagare un censo an- 
nuale allo stato, il quale d'altra parte ne con- 
servava la sovrana proprietà e poteva privarne i 
possessori a suo piacimento. — Di qui si vede 
come il Vico nelle leggi agrarie 'cne occupa- 
rono tanto il suo pensiero e sulle quali fab- 
bricò tante belle teorie, intese le cose perfetta- 
mente al rovescio di quello, che erano nel tempo, 
di cui parla. — Or quando i plebei colla costituzione 
serviana cominciarono a servir nell'esercito, gli 
era ben naturale e giusto, che anch'essi pretendes- 
sero di avere parte al godimento di queste terre, 
cui pure avevano contribuito a conquistare col loro 
sangue. I patrizii invece vi si opposero sempre 
vivamente. Ciò malgrado pare, che già sin dal 
tempo dei re, questi facessero alla plebe qualche 
ilistribuzione delle terre conquistate ; questo viene 
dalla tradizione espressamente attribmto a Servio; 
e forse gli è una strana confusione di questo 
fatto colla costituzione di lui, che indusse il Vico 
a attribuirgU quella sua prima legge agraria. 
— Caduto il regno le lotte per l'agro pubUico 
si fecero più vive, che mai, ed è un' ipotesi del 
tutto infondata quella, che fa il Vico, che esse 
siano state risolte colla legge delle xii tavole e 
colla legge canuleja, colle quah non mostrano sto- 
ricamente di aver avuto alcun rapporto, mentre 
dimentica di parlare delle licinie che vi si riferi- 
scono strettamente; e non considera^ che contro 

44 



210 LÀ STORIA ROMANA 



alle sue ipotesi sta la legge Petelia che cade 
nell'anno 428-441, quando cioè i plebei aveana 

fià conseguita perfettamente l'uguaglianza pò* 
tica, e alla quale dà pur egli giustamente si 
grande importanza, come quella che, secondo il 
suo hnguaggio, rilasciò ai plebei la ragion feu^ 
date d'essere vassalli ligi de nobili per cagicn 
de' debiiiy ossia, per parlar più semplicemente, 
liberò quelli dal carcere privato di questi per 
cagion di debiti. 

I patrizii fatti più potenti dopo la cacciata dei re 
non solo non volevano concedere alla plebe una 
parte delFagro pubblico, ma anche non vollero più 
pagare auel censo, che già pagavano sotto i re. 
— Si ricniesero sempre molti sforzi della plebe 
minuta e degli aiuti posteriori della plebe nobile 
(1* espressione è dei Tedeschi) perchè quella 
ottenesse or un tempo or un altro parziaH asse- 
gnazioni e alleviamento alle loro continue stret- 
tezze. Il nome di quei pochi patrizii, che pur a 
questo fine avevano consacrato la loro opera 
e che la tradizione aveva resi inferni , di Spurio 
Cassio, di Manlio e di Melio, viene ugualmente 
tanto dalla scuola storica come dal Vico tornato 
in onore, quantunque la loro opera, come hen 
si può immaginare, viene in diverso modo da 
loro intesa. 

Molto meglio poi che dal Vico, come gli era 
da aspettarsi, vengono dalla scuola storica de* 
scritte le diverse vicende, le quali condussero 
la plebe all'uguaglianza politica. Essa mostra 
giustamente Come, i più grandi sforzi partissero 
da un'alleanza fatta tra i plebei bisognosi e 
quelli, che aspiravano ad acquistare tutti i di- 
ritti politici ; il che si scorge dalle leggi licinie^ 
del 387 di Roma, le quali miravano evidente- 
mente a soddisfare due interessi diversi cioè 



CAPO XI 211 

qaéììi della plebe misera e gli altri dell'ambi- 
ziosa, le quali due classi in queir epoca già cer- 
tamente aovevano esistere come distinte. Con 
3ueste leggi, da una parte si accomunava il go« 
imento dell'agro pubblico coi plebei, ponendo 
ad ognuno un limite fisso della quantità occu*- 
pabilei dall' altra si stabiliva, che ira i consoli 
uno dovesse essere plel)eo. Tuttavia a questo non 
sì venne senza altri passi già prima fatti dalla 
plebe aristocratica, nell'acquisto della questura 
(345) e in quella del tribunato militare assicu- 
ratole nel 334: ma sino alle leggi licinie i pa- 
trizi! non avevano mai lasciato di contrastare 
palmo a palmo quanto concedevano e spesso 
cercavano di ritogliere ciò che avevan dato. Ma 
dopo quelle la plebe corre a rapidi passi alla 
perfetta uguaglianza: ottiene successivamente 
la dittatura e la censura, nel 411 può già 
avere ambi i consoli plebei, più tardi giun- 
gono alla pretura e nnalmente nel 4S3 alla 
dignità sacerdotale. 

Contemporaneamente airottenimento degU uf- 
ficii avevano i plebei procacciato sempre maggior 
valore ai loro plebisciti. La storia di questi e delle 
adunanze politiche romane in generale è ben 
lungi dall'essere dalla scuola tedesca ancor bene 
schiarita; essa è discorde seco stessa in molti 
punti importanti; e quantunque il Mommsen 
v'abbia recentemente portato, specialmente nelle 
sxxe Romische Forschungen delle importanti in- 
novazioni fatte con chiarezza e grande acutezza, 
tuttavia le cose ch'egli dice son ben lungi dal- 
l'essere sempre cosi sicure come egli le dà, né 
sono per altra parte sempre tra loro conse- 
guenti. — Non mi par vero anzitutto il con- 
cetto, ch'egli si fa delle radunanze plebee nei 
primi tempi della repubblica; secondo Idi già 



313 LÀ STORIA ROMANA 

sin da questi tempi, e in generale da tutti i 
tempi storici i pleoei si trovano insieme ai pa- 
trizii tanto nelle curie quanto nelle centurie e 
nelle tribù, e nello stesso tempo hanno anche 
riunioni proprie particolari (esclusi i patrizii) 
corrii^ondenti a quelle generali. In questo 
modo egli combatte l'idea che il Niebuhr ha 
comune col Vico, che cioè le curie fossero sempre 
state esclusivamente composte di patrizii, per il 
ohe ad esse sole venissero date a trattare le cose 
gentilizie e le religiose; quantunque amendue 
ammettano che più tardi esse perdettero quasi 
tutto il loro valore, — Conformemente e questo il 
Mommsen combatte pure l'idea del Vico e del 
Niebuhr che la parola populus significasse solo, 
dopo la costituzione dello stato romano in pa- 
trizii e plebei, i patrizii; egli sostiene invece che 
populus significò sempre gli uni e gli altri riu- 
niti. Cosi secondo Mommsen vi sarebbero stati 
sin dai primi tempi della repubblica delle riu- 
nioni esclusivamente plebee e nessuna riunione 
esclusivamente patrizia. La cosa è inverosimile 
e le prove che ne arreca sono anche molto 
deboli. Egli concepisce la plebe come riunentesi 
liberamente in forza del principio della legisla- 
zione romana di lasciar libere tutte le associazioni 
dum ne quid ex lege publica corrumpant (1). 
Ma che la plebe si dovesse considerare come 
una semplice associazione, ci pare ipotesi al- 
quanto strana, cui il Mommsen non può soste- 
nere; sicché egli stesso parla di plebisciti, i quali 
prima della legge ortensia e dopo le rogazioni 
publilie del 283 potevano, previa una delibe- 
razione del senato patrizio-pleoeo ( Vorbeschluss) 
o come anche la chiama una concessione (Einwil- 

(1) Gajo lib. fV ad Ug. XII tab. 



CAPO XI 513 

ligùng) diventar leggi per tutta la Comunità. 
La plebe doveva dunque venir considerata già 
nello stato come un vero corpo politico, e non 
una semplice associazione. 

Dove il Mommsen è più chiaro certamente, e 
credo anche più vero, gli è nel determinare le 
relazioni del senato colle deliberazioni delle di- 
verse adunanze. — Io credo che abbia ragione 
il Mommsen nel combattere V idea del Niebuhr 
che i plebisciti e le leggi centuriate abbisognas- 
sero ,mai dell'autorizzazione di una suppósta riu- 
nione di tutti i patrizii nelle curie. Il Mommsen 
distingue nei tempi della repubblica un senato 

Fatrizio e uno patrizio-plebeo, quello concedente 
autorità, questo un corpo, di diritto, meramente 
consulente. L'autorizzazione del senato patrizio 
era necessaria perchè una deliberazione qua- 
lunque della comunità avesse valor giuridico; 
prima delie leggi publilie del 41 S tale autoriz- 
zazione veniva data dopo la deliberazione, quelle 
leggi invece stabilirono che fosse data prima. 
Quando poi colla legge ortensia del 46& i ple- 
bisciti vennero uguagliati alle leggi del popolo 
intiero, allora quelli non ebbero più bisogno 
della previa autorizzazione del senato patrizio - 

Ì)lebeo, ma seguirono le stesse sorti delle altre 
^gi- 
oii è dunque da questa legge ortensia, che 

il Vico doveva datare la trasformazione da lui 
descritta dello stato aristocratico in popolare. 
Ma egli non capi la legge ortensia e dimenticò 
tutte Faltre per attenersi unicamente alla pub- 
bhlia del 418, cui riconduce tutte l'altre, che 
vennero fatte per istabilire la libertà popolare* 
Egli seppe però malgrado 1* imperfezione della 
sua erudizione vedere chiaramente la distinzione 
di legge e plebiscito, notare, come il Mommsen, 



214 LA STOfilÀ ROMANA 

rifìtìma natura del Senato posteriore^ contàcte- 
randolo anch*eglì come un corpo essenzialmente 
consulente, quantunque tale natura cominci nel 
Senato molto prima per il Mommsen che per 
il Vico» Secondo questo il Senato antico ayeva 
veramente la sonuna potestà, il dominitim juris^ 
poscia ebbe Vatéctoritas juris, infine ttmctcrUoM 
eomilii: il torto. del Vico è di mettere queste 
qualità cosi assolutamente successive^ mentre 
per un oerto tempo dovettero coemstere. Co-^ 
min(iata la repubolica a divenir popolare, r»w»- 
perium passa al popolo, e quindi ai consoli 
suoi rappresentanti ; di qui il senso diverso, che 
egli acutamente attribuisce insieme eolla scuola 
tedesca all' auctorùas CpatrimJ, alla potesias 
ftribtmorumj e BXHimperium (consultim) e To- 
pinione che egli quindi ha comune con questa, 
che i tribuni militari non importassero rispetto 
ai consoli una mera distinzione di forma. L' im- 
perio, secondo il Vico, riguardava specialmente 
il potere giudiziario ed appartenne quindi ai 
pretori, (][uando a questi furono attribuiti quegli 
ufficii dei consoli. — Qualunque sia il valore 
di queste congetture del Vico nella scienza o* 
dierna, pur non si può negare che anche in lui 
come nei Tedeschi si ravvisa quella tendenza 
di penetrare nell* iutima costituzione del popolo 
romano per riprodurla nel suo vero e reale signi- 
ficato, cercando di interpretare criticamente le 
antiche testimonianze e non contentandosi di 
accettarle ciecamente. 

Ma non dobbiamo tacere i gravi errori e le 
confusioni in cui cadde. — I comizii centurìati 
talora non li & sorgere che ai tempo di Fabio 
Massimo , talora pure attribuendoli a Servio 
Tullio li fa distruggere da Bruto. — Queste non 
sono che ipotesi arbitrarie. Cosi ritarda d'assai 



CAPO XI JIS* 

il sorgere delle adunanze plebee, dicendo che 
i plebei prima non si riunivano che per rice- 
vere gli ordini dei Patririi, e che tali ordini 
sono i primi plebisciti, da plebi scita, mentre 
poi tal nome si trasportò a significare pUbis 
scita, che senza quella ragione storica sarebbe 
filologicamente inespHcabile. — Riguardo al Se- 
nato abbiam già toccato un punto manchevole ; 
ma v*ha ancora una lacuna grandissima : Egli non 
ci insegna per nulla, come invece assai bene la 
Scuola tedesca, le diverse vie per le quali i ple- 
bei giunsero in Senato e formarono anzi se- 
condo il Mommsen (se vero o no lascio in di- 
sparte) un Senato patrizio-plebeo, un Senato 
doppio. Molto dilettosa è pure nel Vico la Storia 
dei diversi gradi per i quali la Plebe giunse agli 
ufficii, e delle diverse leggi, che vi si riferiscono» 

Cosi se gli è vero che il Vico ebbe intorno 
alla lotta dei patrizii coi plebei in Roma delle 
geniali vedute, e ne giudicò giustamente alcune 
sue parti principali, non può però negarsi, che 
la sua storia è ancor molto imperfetta ed è in- 
feriore al presente di quella dataci dai Tedeschi, 
se non per originaUtà e larghezza di concetti, 
per la maggior precisione e fedeltà. 

Idee ancor più vere e più profonde svolge il Vico 
nella storia ael diritto romano. — Anch*e^ è 
d'accordo colla scuola tedesca nello stabilh'e la 
stretta relazione che v*era in quei tempi antichi 
fra il diritto, la politica e la religione ; anche 

Per lui come per il Mommsen e altri Tedeschi 
antico diritto è tutto simbolico e simbolico di 
una violenza primitiva (1), anch'egK scorge quel 

(l)Der Process nach àllerer Auffassung durchaus Kriea 
4st. — Momrasen Rómùche Forschungen — Die ClienteL 
V. pure la Ràmieche Geschichte p. 159, dove Bo^tr6 



216 LA STORIA ROMANA 

carattere segreto e sacro, che avevano le forinole 
romane, e il diritto pubblico, gelosamente custo- 
diti come loro patrimonio, esclusivo, dai patririi; 
anch'egli riconosce tutta l'importanza degli au- 
spicii e come essi originariamente appartenes- 
sero solo ai patrizii, e quindi fossero in loro 
mano mezzo di grande potenza, perchè con essf 
si dava Timperio ai consoli e da em si rende- 
vano valide le deliberazioni popolari e con essi 
soli si facevano solenni i inatrimonii. — Quindi 
ne inferisce il Vico che i Patrizii fossero per 
tutto il tempo eroico (cioè sino alle xii tavole) 
i soli Mariti, i soli Padiri, cioè i soli che potes- 
sero avere potestà paterna, suità e quindi 
diritto di ereditare, i soli Sacerdoti, i soli Guer- 
rieri, i soli Possessori, i soU Giudici, i soH Le- 
gislatori, i soli che potessero aver comando, i soli 
che potessero far uso del jiis nexi , che potes- 
sero ayer clienti, ecc. — Tutto questo è vero 
almen molto verosimile, ma in grande parte 
solo per un tempo molto più antico di quel 
che noi faccia il Vico; e per questa parte con- 
vien render ragione alla scuola tedesca, quan- 
tunque parmi il Niebuhr cada poi nell' eccesso 
opposto; più temperato, e più vero parmi il 
Mqmmsen che, come abbiam già detto, concede 
in principio i diritti strettamente civili ai plebei, 
allora in condizione di clienti, ma solo per mezzo 
del loro patrono. 

Di grande importanza sono come già dicemma 
pe il Vico, le leggi delle xii tavole, le quali 
contengono anche per lui il Diritto non solo 
privato ma anche pubblico, quantunque il Nie- 
buhr pretenda di essere stato egli il primo a far 

però che il simbolismo scomparve molto prestamente dal dK 
ritto romano o almen vi rimase senza valore giuridico. 



CAPO XI 217 

notare una tal cosa: anche per il Vico come 

Fer lui le xii tavole doveano aver per mira 
uguaglianza del diritto civile in Roma. Per il Vico 
esse sonò la prima manifestazione regolare del 
Diritto fatto dai patrizii ai loro clienti o plebei 
e il prima accomunamento de'loro diritti privati, 
rimanendo però sempre assicurata la potestà pub- 
blica ai patrizii, col tenersi incomunicati ai plebei 
gli auspici e i connubii (nel senso vichiano)^ 

Le XII tavole sono per il Vico la- più viva 
testimonianza dei costumi, delle idee giuridiche, 
e delle condizioni sociali dell'antico Lazio; si 
può quindi immaginare con quanta forza egli 
rigetti r opinione fino a lui prevalente, che 
esse fossero state portate da Atene o da Sparta. 
I Tedeschi quantunque nel punto principale siano 
col Vico concordi, cioè che i Romani non ab- 
biano mai avuto l'intendimento di trarre le 
cose loro più importanti del diritto e special- 
mente quelle riguardanti il diritto privato dalla 
Grecia, ma che invece scrissero sulle dette ta- 
vole le loro consuetudini, le loro leggi stesse 
giudiziarie, tuttavia credono all'invio degli am- 
asciatori in Grecia e si lambiccano il cervello 
per trovare in quelle tavole qualche cosa di 
greco; e questo ìa. specialmente il Mommsen, 
spinto da quella tendenza che già abbiamo 
notata. 

Ma qui il Vico non si contenta solo di de- 
durre la sua opinione da' suoi principii di filo- 
sofia storica o solo dal carattere delle xii tavole; 
egli entra in una critica sagace ed accortissima, 
del tutto informata ai principii e al metodo 
moderno, perchè cerca di farti una storia del- 
l' opinione stessa, come e dove sia sorta per 
la prima volta, qual fede meritino le sue testi- 
monianze e quale invece le contrarie; come 



218 LA STORIA ROMANA 

essendo falsa (j^uell' opinione, se ne possa spior 
gare pur tuttavia l'origine ; per quat carattere 
quindi si potè credere che le xii tavole venis- 
sero da Atene, e per qual altro invece fu detto, 
che venissero da Sparta ecc. (1). 

Le leggi delle xii tavole sono ancora indizio 
d'un età dura e fiera, dove le pene sono ancor 
crudeli^ i concetti del diritto legati alla lettera 
materiale, ai simboli e alle favole giuridiche^ 
esse sona per il Vico come il punto intermedio 
tra l'età eroica e l'umana, sicché dopo quelle 
questa comincia a sorgere: all'osservanza del 
certo f dello stabilito v^, a poco a poco sostituen- 
dosi la ricerca del vero, all' osservanza^ delle 
finzioni giuridiche e delle solennità formalistiche 
la ricerca del giusto e dell'equità naturale. Ma 
i Bomani ebbero sempre la grande saggezza di 
tenere le xii tavole immutabili nella loro let- 
tera ; con questo sistema il perfezionamento del 
loro diritto si feceva naturalmente in modo più 
misurato^ costante e sicuro : lo spirito di quelle 
leggi si veniva a poco a poco modificando se- 
condo le nuove idee, e qmndi sempre più ac- 
costandosà al Giusto eterno. Una tal opera si 
compieva, secondo il Vico, specialmente sotto l'in- 
fluenza della plebe, la eguale generalmente pro- 
pende appunto per il gmsto naturale e non per 
lo scritto, e col mezzo o dei pretori colle loro 
benigne interpretazioni o coi plebisciti. Quindi 
il Vico osserva che dopo le leggi delle xn tar 
volo, quelle riguardanti il diritto privato sono 
tutte, durante la repubblica, plebisciti, nes- 
suna senato- consulto; mentre di questi molti 

(1) V. specialmente per quésto Gli scritti inediti del 
Vico pubblicati dal signor Dd-Giudice a Napoli nel 1862, 
dove la questione delle xii tavole vien trattata più larga- 
mente e compiutamente che non nel Diritto Univers. HI, Ì8L 



CAPO XI 919 

ae occorrono al tempo de^i imperatori, per* 
ohe secondo quello che già ìsi è detto nel 
capo vm, questi dovevano naturalmente fovorire 
lo svolgimento deirequità naturale e per questo 
servirsi del senato* che era diventato allora 
uno strumento e un organo del loro governo» 
Non si può negare che in queste idee vi sian 
molte cose giuste e profonde: lo Scbwegler 
stesso in parte le accettò e ne fece uso nella 
sua Storia romana. Per verità è questi anche 
runico che citi .qualche rara volta il Vico e ne 
parli con qualche onore, quantunque con una 
<;erta superficialità e quasi con isvogliatezza (l). 
— Per gli altri due gli è come il Vico non fosse 
esistito. Quanto al Mommsen ho ragioni per poter 
affermare, ch*egU non lo curò mai; e qui, non 
dico di pili. Quanto al Niebuhr parrebbe avesse 
faMo altrettanto, se dobbiamo giudicare dell'asso- 
luto silenzio, che serba su di esso nella sua Stor- 
na, mentre parla del Sigonio, del Beaufort e di 
^tri ben inferiori del Vico. — Si dice, eh* egli 
realmente noi conoscesse, quando diede la pri^ 
ma volta alla stampa il suo lavoro. Egli stesso 
confessa in una Prefazione posteriore di non 
Aver allora conosciuto né il Poully né il Beau- 
fort (2), né alcun altro critico di storia romana; 

* (1) Egli lo mette, insieme al Perizonio, al Poully e al Beau- 
fort, come un precursore del Niebuhr, e dice che si accorda 
<;oiì questo in due punti principali l^nel considerare come mi- 
tica la storia primitiva di Roma ; 2*^ nello studio di dare una 
nuova storia della costituzione romana, la quale é tutta fal- 
sata. Lo Schwegler non si è dato la briga di andar più in là. 
(2) Il Poully lesse la sua dissertazione sull' incertezza 
della Storia dei primi quattro secoli di Róma nell'AC- 
isademia delle Iscrizioni di Parigi nel 1729: il Beaufort stampò 
il suo libro suir istesso argomento ( facendo però cinque i 
secoli incerti) nel 1738. — Lo Schwegler ne' suoi articoli 
rimproverò al Niebuhr di non aver preso conoscenza, prima 
di stampare la sua opera, dei lavori critici a lui anteriori, 
e li enumera. Ma anch' egli tace del Vico. 



S20 LÀ STORIA BOMANA 

ma quando scriveva le ultimi edizioni doverra 
certamente conoscere il Vico, perchè il Savigny 
dice che gliene venne subito dopo da altri par- 
lato, e d'altra parte non poteva essergli na- 
scosto, come rOrelli avesse jfiel 1816, cioè quat- 
tro anni dopo la prima edizione della sua Storia, 
stampato nello Schweizerisoher Museum un arti- 
colo intitolato Vica und Niehùhr, dove brevemente 
toccava alcuni punti di concordanza tra l'uno 
e l'altro, e come nel 1822 il Weber stampasse 
del Vico a Lipsia una traduzione tedesca. 

Il silenzio del Niebuhr nelle ultime edizioni 
delle diverse parti della sua opera, le quali tutte 
son posteriori a quelle date, è dunque, del tutto 
inescusabile. Io non ne voglio trarre conseguenze 
peggiori di quel che il fetto stesso lo richieda; 
io non dirò con qualche nostro Italiano che 
il Niebuhr copiasse da lui ; l'aver egli dichiarato 
che avanti la prima edizione della sua opera 
non conoscesse alcun lavoro critico sulla storia 
romana ci è pegno abbastanza sicuro per cre- 
derlo. Non è lecito ad una nazione il fare sup- 
posizioni ingiuriose contro un uomo grande 
straniero, che nella sua patria sia, come il Nie- 
buhr lo è, universalmente tenuto per uomo^^ 
non solo di altissimo ingegno^ ma di carattere 
nobile ed onesto. Le ragioni, che talora si por- 
tano fra noi per provare, che il Niebuhr pi- 
gliasse le sue idee dar Vico, son del tutto m- 
(sussistenti. Si rimane meravigliati e si trova al*-' 
^rimonti inesplicabile la singolare coincidenza di 
mólte vedute e il concetto generale dei due lavori; 
ma se, come si deve supporre per onore stesso 
de] Vico e come è di fatto, quelle idee sono 
vere o dovevano almeno per un ingegno acuto 
e profondo aver molta apparenza di verità , 
niuna meraviglia , che due grandi menti con^e 



CAPO XI 221' 

fu certamente anche quella del Niebuhr^ vi si 
siano naturalmente incontrati. È del tutto sba- 
gliato il concetto che di auesto grande storico 
si fa il Tommaseo, il quale pare credere, che 
il Niebuhr altro non facesse, che esagerare nella 
crìtica e nella distruzione dei&tti tradizionali 
le idee del Vico, e lo chiama per questo un in- 
gegno mediocre (i); e ciò osserva egli special- 
mente riguardo alla trasformazione che fa il 
Niebuhr in miti o in epoche dei re di Roma. 
Ma tanto riguardo a questo come ad altri punti 
la cosa è del tutto opposta dà quel che si im- 
magina il Tommaseo ; perchè il Vico distrugge 
solitamente molto più del Niebuhr. Questi in- 
tatti distingue diverse gradazioni di verità sto- 
rica nella storia antichissima dei re, mentre il 
Vico la trasforma tutta, come il Mommsen> in 
una mitologia eroica (2). 

Ma tutto questo, lo ripeto, non iscusa il Nie- 
buhr del suo silenzio; un tal procedere verso 
una mente si elevata, verso un ingegno si 
grande come quello del Vico, non si può da 
altro spiegare se non da un certo dispetto, meno 
che dagli altri vincibile da un dotto tedesco, 
che altri prima di lui e molto prima di lui con 
aiuti ben minori e quindi con maggior ingegno, 
con maggiore originalità, avesse scoperte molte 
idee vere e giuste, di cui egli si credeva asso- 
lutamente primo banditore all'umanità meravi- 
gliata. Non farei anche quest' ipotesi se certe 
espressioni non me la rendessero in certo modo 
probabile, se egli stesso non mostrasse qua e 

(1) Tommaseo, Siudi critici sul Vico, Venezia 1843. 

(2) Cosi questi nelle sue Porschungen afferma, espri* 
mondo perfettamente anche l'idea del Vico, che la storia 
dei re non è che una staatrechtliche Darlegung der 
politischen Instiiutioìien Roms in chronologischer Folge 
und historischem Getvande. 



932 LÀ STORIA ROMANA 

là il debole di avere molto a cuore, che altri Io 
tenesse come originalissimo e assolatainente 
primo nelle sue idee. 

Del resto una simile trascuranza per il Vico 
è comune a quasi tutti i Tedeschi; esso non 
viene mentìonato ehe raióssimamente dai filo- 
sofi, e non mai dai filologi nelle storie che fanno 
delle loro scienze. Nella filologia il Tedesco é 
generalmente cosi orgoglioso, che nonché uffuaU, 
gli par troppo supporre che altri prima & lui 
abbia benché imperfettamente veduta alcuna delle 
sue nuove idee. Come la critica intorno alla 
storia romana non comincia che col Niebuhr» 
cosi la critica mitologica non comincia che col- 
THeyne, la omerica non comincia che col Wolf, ecc. 
Un tal procedere é sommamente ingiusto e tanto 
più ingiusto nei Tedeschi, che pretendono di es- 
sere il vero popolo umanistico, univereale» 
di riflettere imparzialmente nel loro spirito e 
riconoscere nei loro singoli meriti tutti gli altri 

¥opoli. Mi propongo di parlare altrove dei podii 
édeschi che hanno al Vico reso ragione; or non 
accenno che ai torti che gli fanno e che sono 
generali. Di questi non sono scevri neppure i 
più dotti, anzi questi meno degli altri, perchè 
maggiormente sentono TorgogUo scientifico smi- 
surato di quella nazione, lo stesso udiva dal 
B5ck, il Nestore dei filologi tedeschi, a Berlino 
alcune lezioni buìY Enciclopedia della filologia^ 
dove esponeva alcune idee intorno a questa e 
alle sue relazioni colla filosofia, di gran- 
dissima somiglianza con quelle che noi abbiamo 
vedute nel Vico , e quantunque facesse una 
storia e un'esposizione lunghissima dei diversi 
concetti che si avevano prima di lui avuti in- 
turno alla filologia, il Vico non vi venne mai 
nominato , e il Bòck dava le sue idee come 



CAPO XI 223 

nuovissime e non mai udite prima di lui, e da 
altri che dai Tedeschi neanco scorte in bar- 
lume (1). ' 

Un pretesto solo* potrebbero cogliere i Tede- 
schi per iscusare un tal ingiustissimo dispregio ; 
e si è di dire, come si fa solitamente, che il 
Vico non trasse i suoi giudizi! storici che da 
idee preconcepite, che gli è un mero caso che 
quelli si trovino d* accordo colle grandi loro 
scoperte. — Gli è questo quanto ripetono anche 
alcuni fra noi, ai quali piace dall'estero trarre 
il disprezzo delle cose nostrane. — Ma io ho voluto 
entrare appositamente in questo capitolo in al- 
cune particolarità della storia romana per mo- 
strar la falsità di questo detto. Io credo di aver 
provato sufficientemente, almen per quanto le mie 
forze e i miei studii in questo genere di cosejmel 
permettevano, che le idfee del Vico intorno alla 
alK)ria romana non sono meri sogni o vane de- 
duzioni speculative , ma che esse gli vennero 
suggerite dal bisogno di risolvere questioni « 
problemi profondissimi , eh* egli primo col suo 
grande ingegno e colla sua straordinaria intui- 
zione storica seppe scorgervi ; noi lo abbiamo 
veduto in alcune parti essenzialissime concor- 
dare con la scienza tedesca e talora cogli stessi 
risultati ultimi di questa. Tutto questo non- può 
essere un mero caso, questo non può essere che 

(1) Le idee del Vico sono anzi più chiare ancora su 
questo argomento di quelle del Bòck; questi fa della filo- 
sofia la scienza delle idee, delle cognizioni in sé, mentre la 
filologia è secondo lui la ricognizione del già conoseioto, 
die Wiedererkenntiss des Erkannten, e sotto questo nom« 
intende naturalmente le istituzioni come le idee. Il concetto 
in fondo è identico colla teoria del Vico sul Vero e sul Certo 
e sulle due diverse scienze che vi corrispondono. Filosofia e 
Filologia; ma l'espressione del Vico è molto più felice. Pure 
ì filologi italiani che adorano il Bòck avranno ancor Tanimo 
di sprezzar il Vico t 



2^ LA STORIA ROMANA 

un effetto di tutte quelle doti, che noi nei pas- 
sati capitoli ci siamo studiati di mettere in luce» 
doti, delle quali alcune si lasciano per verità 
ancor desiderare nella scuola critica tedesca. 
Nessuno negherà al Niebuhre al Mommsen un 
grandissimo ingegno e un vivissimo senso sto- 
rico, ma non trovo in essi la medesima potenza, 
di osservazione psicologica, che e nel Vico, quella 
potenza, la quale ti dipinge talora con maggiore 
energia in una frase quei tempi antichissimi e te li 
ftt rivivere dinanzi agli occhi più fortemente, che 
non tutte le molte congetture e la grave erudi- 
zione dei critici storici tedeschi, ai quali manca ta- 
lora nel pensiero una Sintesi larga e profonda; 
forse non tanto per difetto del loro ingegno, 
quanto per il fermo proposito di attenersi stretta- 
mente ai &tti e per la tendenza di sparpagliare in 
molte minuzie la loro mente. Questo dicono essi 
esser necessario di lare prima di giungere alla 
Sintesi; ma il male ^ è che questa poi si forma 
ioavvertentamente loro malgrado nella mente, e 
come tale riesce loro non di rado erronea. 
Gli è certo che specialmente il Mommsen pos- 
siede acutezza g-randissima in molte questioni 
particolari ; ma se il colorito generale della 
sua storia romana sia vero e storico ne du- 
bito : non pretendo aver voce per giudicare delle 
sue induzioni circa la parte oscura della Storia ro- 
mana, e specialmente di quelle intorno alla civiltà 
degh antichi popoh italiani; ma quando ci viene 
a dire recisamente che Cicerone non è che un 
retore, che Roma non ebbe di vera poesia altro 
che la satira e la commedia, che tutta Fltalia stessa 
moderna in auesto le somiglia, che la nostra mu- 
saica non è cne Fertigkeit e Virtuositàt (abilità e 
mestiere), che i lavori del Macchiavelli e del Guic- 
ciardini, i poemi di Dante, dell* Ariosto, son 
frutto, più della rettorica che di un' idea forte- 



CAPO XI 925 

mente intesa o di una passione sentita, noi ab- 
biamo dirigo di andar molto guarijLin^lu nell'ao- 
<^ttare anche altri giudizii di lui, dove meno 
-ce ne intendiamo. 

E questo scrivo (juantunque ora in Italia molti 
si mostrino grandi entusiasti del Mommsen e 
ne vorrebbero senz' altro accogliere tutte le 
jdee nella Storia romana. Pur troppo nelle 
scienze filologiche e storiche noi abbiamo, tranne 
poche individualità, molto meno progredito dei 
Tedeschi, e da questi abbiam a imparare assai 
più di quello, che altri si crede; ma noi dob* 
Siamo far questo col proposito ben fermo di 
formarci una scienza propria, come nelle mede- 
sime cose sanno in parte fare gli Inglesi e i 
Francesi. Se noi aspetteremo la scienza sempre 
dagli stranieri; se noi non ci studieremo coi loro 
metodi stessi, se buoni, di andar più avanti di 
ioro; se non daremo anche ai concetti mede- 
simi quel carattere di nazionalità, che si deve 
ritrovare nelle scienze morali di un popolo, e 
che non contraddice per nulla alla loro uni- 
versalità, ma le rende in (juello più iacilmente 
intese e per cosi dire accasate, noi non riesciremo 
mai a fare in esse alcun progresso né a produrre 
nel nostro paese un vero svolgimento scientifico. 



Capo xn. 

1 Carsi e Rtearni delle nazioni 
e il sistema storico generale del Vico. 

I principii sistematici del Vico che i\QÌ dobbiamo 
esporre in questo capo, vennero già da noi in 
parte accennati nei precedenti; ma in que- 
sti trattammo piuttosto dei princij)ii oorìginarii 



SSfl IL SIST£MATISUO STORICO DEL VICO 

• 

déUà Filptìófia storica del Viceré (della sua parte- 
positiva, é -non abbiamo toccati di cjuellise noaìSH 
quanto gli era necessario per meglio far oapte que^ 
sta stessa. — Or dobbiamo invece trattarne di pro**^ 
pósito, coordinandoli tra di loro, perchè siabbia^ 
un concetto compiuto di tutti i periodi della spei- 
culazione vicbiana, essendo appunto l' ultimo del 
quale noi dobbiam tenere paroki, come si mostra 
specialmente nella seconda Scienza Nuova, se- 
condo quel che già abbiamo detto nel capo vi; 

11 Vico non riesci mai a farsi una definizione 
precisa e chiara della sua scienza^ delle definizioni 
di essa incontrandosene ad ogni passo ma sempre 
mutate e diverse. Per questo egli la chiamò va- 
gamente una Scienza Ntwva, della quale seconda 
queUo ch'egli stesso ci dichiara, gu aspetti sono 
molteplici* Egli ce li va esponendo qua e là; 
ma si trovano in parte enumerati in un luogo 
ddla seconda Scienza Nuova {i). Cosi la sua 
scienza è per il Vico una Teologia civile ca- 
gionata della Provvidenza; è una Filosofia del- 
fautorità; una Storia e una Filosofia ad un tempo 
degli umani costumi^ delle umane idee^ di tutte 
le scienze e discipline ; una Critica filosofica che 
sì rivolge a studiare gli autori delle nazioni , 
quando non erano ancor sorti gli scrittori; è un 
Sistema del Diritto naturale delle genti; una 
Storia universale delle nazioni; e finalmente 
anche una Storia ideale eierma, sopra la quale 
corrono in tempo tutte le nazioni. — Fuori di 
quesfultimo tu^ gli altri as|>ettì , eipplioiliamente 
no^ sono più meno comuni a tutte le: opere 
antecedenti la seconda Scienza Nuova, di cui 
quello è invece il principale. 

li concetto della Storia ideale eterna m mostra 
^;peró nella pima Scienza Nuova ^ special*? 



CuV Jit. ^* CAPO iXH.:;.:. -i i; 827 

Alante al' capitok) '^i èi|' 2^ libro è al;ii dei &^ 
•4^ -Ma pe? verità, oltre ohe essi sèna tratti iso<^ 
kdii^ e d^e le cose colà ieUenùfi hani»i>eegQÌta nel 
resto deirqjc^a^ esèe .vi sonò espresse «oh poca 
eoissl^evoleEza e ^alqiiaDtà deboltneote^ ed in^^ 
fine non vi sj dice più di quello ^ìoésù, uhe 
gii €i esprìme il titolo dell'opera, oicè'€be le 
nazioni hanno una natora comune e ehe quindi 
la loro storia deve ajvere un corso uniforme, 
e si possa stabilire una storici ideale eterna y la 
quale corra in iempa la storia di tutte U na^ 
tieni. Ma parlando altrove (1) del Diritto na^ 
turai delle genti cm costante uniformità sempre 
andante flra le nazioni, afferma che asso vien 
dettato agli uomini in tempi diversi. Ora questa 
semplice affermazione è d^l tutto oontraria a 
quei prìncipi! della seconda Scienza Nuova, che 
riguardano il corso delle nazioni. 

Solamente in quest'opera Tai^)^!^ che noi ab^ 
bianio enunciato piglia vera coscienza di so e si 
ovdina sistematicamente. Non sono più gK studi 
dei fatti umani che debbono insegnai^U i costumi 
dei popoli^ e questi condurlo alle loro radki e alle 
loro cause, col fargli conoscere le leggi e le ten- 
dente essenziali dello spìrito umanp. Il Vico s'è 
inorgoglito delle sue scoperte, egli credje di po- 
terle dar tutte non più come il frutto di acute o 
laboriose induzioni, le quali per loro natura 
portano sempre con sé una certa dubbiosità; 
egli vuol avete la certezza assoluta della de- 
duzione a priori; egli si dimentica di aver con^ 
tro al Cartesio ciifeso tanto^ fortemente i diritti 
del verosimile, si dimentica di aver scritto nel 
Hbro metafisico^ ohe le conoscenze morali sono 
le pia incerte, perchè riguardano i fatti più na*^ 

(1) IV, 117. sr, ,/ ,; 



228 IL SISTBMATI^O STORICO DEL VICO 

scosti e profondi , e qui afferma che la sua 
scienza non ò meno certa della Geometria e 
procede come questa : « Anzi » «crive ^li « d 
avanziamo ad affermare, che intanto chi me- 
dita questa scienza' egli narrò a sé stesso 
questa storia ideale eterna, in quanto essendo 

Juesto mondo di nazioni stato certamente &tto 
agli uomini, ch'è il primo Principio indubitato, 
che se n' è posto qui sopra ; e perciò dovendo- 
sene ritrovare la guisa dentro le modificazioni 
della nostra medesima mente umana, egli in 
quella prova — Dovette , Deve , Dovrà* — 
esso stesso se 1 faccia; perchè ove avvenga 
che chi fa le cose esso stesso le narri, ivi 
non può essere più certa l'istoria. Cosi questa 
scienza procede appunto come la Geometria, 
che mentre sopra i suoi elementi il costruisce 
e il contempla essa stessa si faccia il mondo 
delle Grandezze; ma con tanto più di realtà, 
quanto più ne hanno gli ordini aintorno alle 
mccende degli uomini, che non ne hanno punti, 
linee, superficie e figure (1). » Non convien die 
altri qui sì lasci confondere dal metodo geome- 
trico, che il Vico dice di voler seguire ; mentre 
ciò che più importa a notarvi non è questo. — Dob- 
biamo qui ricordare quanto s'è detto nel capo ii 
sui due metodi geometrici ; il Vico non intende 
mai attenersi al metodo an^tico di Cartasio , 
ma al sintetico; e anche riguardo a questo egli 
accenna più , quando ne parla , i una disposi- 
zione estrinseca, che gli fosse somigliante, an*- 
zichè a una conformazione secondo la sua intima 
natura, che il Vico non conobbe. E^li stesso 
TkeYÌL Autobiografia ci ^ega chiaramente le sue 
idee su questo punto: <r Scoverto, che egU eèbe • 

(l)V, U7. 



CAPO xn 289 

scrive egli dì sé stesso > « tatto l'arcano del 
metodo geometrico contenersi in ciò : di prima 
definire le voci, colle quali s* abbia a ragio- 
nare, di poi stabilire alcune massime comuni, 
nelle quali colui, con chi si ragiona vi con- 
venga; finalmente se bisogna dimandare di- 
scretamente cosa, che per natura si possa 
concedere affin di poter dedurne i ragiona- 
menti, che senza una qualche posizione non 
verrebbero a capo : e con questi principii da 
verità più semplici dimostrate, procedere fil 
filo alle più composte e le composte non af- 
fermare se non prima si esaminino partita- 
mente le parti che le compongono, stimò 
soltanto utile aver conosciuto, come procedano 
ne* loro ragionamenti i Geometri ; perchè se 
mai a lui bisognasse alcuna volta quella ma- 
niera di ragionare, il sapesse, come poi se- 
veramente Tusò nellopera Universi juris uno 
Principio, la quale il signor Giovanni Clerico 
ha giudicato esser tessuta con uno stretto 
metodo matematico (1) ». 
Non è dunque nel metodo geometrico quale 
rintende il Vico che si deve' trovare il sistema- 
tismo della seconda Scienza Nuova., come pare 
talora voler dire il Ferrari, ingannalo forse dalle 
espressioni del Vico. Il sistematismo di questo 
sta qui essenzialmente nel suo punto di partenza, 
da lui inteso colla reminiscenza lontana del suo 
criterio metafisico, che il Vero sia il Fatto, e che 
poiché il mondo civile è fatto dagli uomini, di 
esso dobbiamo avere vera e eertissima scienza. 
Noi possiamo cioè, anzi dobbiamo nelle sole 
modificazioni dell'animo umano ricercare la storia 
di tutte le nazioni, e come quelle sono unifor- 

(1) IV, 880. 



sto IL SISTEMÀTXSMO STORICO DEL VICO 

mi e costanti , cosi avremo una Stòria ideah 
0terna per tutte queste, noi troveremo per le 
cose umane un avvicendamento, cui sempre 
esse^dovettero, debbono e dovranno tegmre, fosse 
anco che dall'eternità nascessero di tempo in 
tempo mondi infiniti. 

Cosi tutti i principii storici, che egli ha sco* 
perto co'suoi studi positivi e colla sua inlui* 
zione storica, vengono insieme collegati in modo, 
che essi formino un sistema simmetrico, in cui 
tutti gli elemenli sociali immaginabili entrino 
con Una forma loro propria in ogni periodo di 
civiltà, niun riguardo avuto alla loro natura; ed 
ogni elemento vi venga cosi accoppiato cogli altri, 
che sempre nella stessa guisa e nella stessa misura 
di quésti si venga svolgendo ugualmente in ogni ci* 
viltà, e in tutti i popoli. — Cosi presso tutti i popoli 
il corso storico è perfettamente uniforme per tutte 
le parti della civiltà; ogni popolo passa per tre 
specie di età, alle quali corrispondono sempre in 
perfetta aijmonia tra loro e con uno svolgimento 
costantemente concorde, secondo un' idea deter- 
minata, tre specie di nature, di costumi, di diritti 
naturali, di governi, di lingue, di caratteri (grafici), 
di giurisprudenze, di autorità, di ragioni (politi- 
che) e di giudizii, e s altro vi fosse ancora. — Né 
il corso è solamente uniforme nello svolgimento 
generale; ogni periodo dura presso i diversi 
popoli lo àtesso numero d'anni , ( quantunque 
con una piccola variazione tra la razza di Sem 
e le altre due), e il Vico non si perita di de- 
terminarli, malgrado gli assurdi evidentissimi, in 
cui cade, e malgrado che cento pagine da lui 
stesso scritte e la sua stessa Tavola cronologica 
contraddicano la sua strana teoria, — Egli sta- 
bilisce dunque che, dopo il diluvio, le stirpi di 
Sem vagarono nello stato ferino unifimnemente 



CAPO XII S3l 

per 100 anni, quelle di Cam é di Gìapeto 
200 (l); che l'età degli dei durò in tutte per 
«00 anni, quella degli eroi 200 (2). — Il Vico 
non poteva contraddir più apertamente so stesso, 
i' Umanità, tutta la Tradizione antica e i fatti 
storici più certi ed innegabili e da lui stesso 
riconosciuti. Ma nella seconda Scienza Ntcova il 
sistematismo diventa talvolta per il Vico una 
Tera mania. 

Egli però non si contenta di vedere quel suo 
4:orso ideale solamente nell'antichità. Questo deve 
rinnovarsi collo stessordine, colle stesse idee, 
colle stesse istituzioni anche nei tempi moderai, 
<lopo la venuta del Cristianesimo. Di qui la sua 
famosa teoria del Ricorso delle cose umane nel 
risorgere, che fanno le nazioni. Le nazioni dopo 
la caduta dell' Impero romano caddero in una 
barbarie primitiva, e siccome ogni cosa per il 
Vico avviene provvidenzialmente, però . secondo 
il suo concetto, cosi spiega egli la ragione di 
quel fatto: permise, dic'egli, /a Provvidenza na- 
scere nuovo ordine d'umanità fra le nazioni, 
acciocché secondo il natural corso delle mede- 
Mme cose umane ella fermamente fossesi stabi- 
iita (3), strano concetto per l' applicazione, che 
ne fece, ma che contiene una profonda verità e- 

(1) La ragione di questa variazione è pur essa sistema- 
tica : il Vico avea visto o creduto, che tutti i grandi imperi 
asiatici erano semitici: ora i governi monarchici vengono 
secondo il Vico nella terza età: egli volle dunque procac- 
ciarsi quei cent'anni di più per rendere spiegabile il pre- 
maturo apparire di quei regni. Ma gli è una scappatoia 
alquanto puerile e molto mal riescita. Eppure egli si vanta 
in questo bel modo di aver tolto l' inconveniente storico di ' 
monarchie nate, dic'Egli, come i rannocchi. 

(2) V, 396. 

<3) V, 537. . -: ,/ : 



33S IL SISTEMATISHO STORICO DEL VICO 

mostra d'altra parte quanto lontano fosse iì 
Vico dallattribuire alla Provvidenza un'opera 
che si fì'ammettesse arbitrariamente nella natura 
e quindi rendesse impossibile la scienza. 

Ma sono singolari gli sforzi, che egli fa per 
provare storicamente il suo principio, ch'egli 
vuole applicare inesorabilmente. — Per quale 
smarrita via egli si fosse messo gli è facile il ve- 
dere ! Che certe analogie fra i tempi antichi e 
quelli del medio evo qua e là vi sieno, nes^n 
dubbio; ce ne sono anzi molto più di quelli, 
che il Vico stesso non ne abbia scórte ; ma da 
Questo a far degli uni una ripetizione perfetta 
aegh altri ci corre gran tratto ed è tal para- 
dosso, che neanco il Vico potette dargu un 
momento solo 1 aspetto di verità. E com* egli per 
maggior male aveva una conoscenza men che 
mediocre dei medio evo, cosi le sue considerazioni 
non sono altro che un cumulo di fantasie e di 
sofismi. — Egli vede gli antichi poeti eroici 
nei cronachisti, gli antichi simboli poetici nelle 
imprese gentilizie, e trova che tanto gli uni 
che le altre nacquero dalla necessità di Hn- 
guaggio, perchè, dice egli, nel medio evo gU uomini 
eran divenuti quasi mutoli e parla van per segni l 
E questo avveniva nei suoi tempi divini, nei 
quali come nei primitivi, il Vico vede pure dei re, 
che si considerano come sacerdoti e fondano reli- 
gioni armate, stati che come gli antichi non si 
tanno tra loro se non guerre religiose, e in queste 
non ad altro principalmente attendono che a 
spiare, trovare e portar via dalle città prese fa- 
mosi depositi e reliquie dì santi (1). In tali tempi 
egli vede pure tornare come negli antichi i 
duelli, le rappresaglie, gli asili (quelli dei mal^ 
fattori nei monasteri 1 ) ecc. 

(1) V, 5S8. 



CAPO XII 283 

A questi tempi divini succedono gli eroici, nei 
quiJi il Vico trova i fiiudi e li paragona, secondo 
un'idea a lui prediletta, colle clientele, e ne 
reca come una grande prova l'eleganza, colla 
quale in latino si esprimono le condizioni del- 
l' una e dell'altra! — Del resto queste somi- 
glianze dei feudi colle clientele sono sparse per 
tutte le opere del Vico, e cosi le riassumo in 

Sarte col* Ferrari insieme ad altre concor- 
anze dei due corsi : « Ugualmente il cliente e il 
vassallo furono obbligati a prestar 1' opera loro 
a' signori, ugualmente furono tenuti verso di 
essi air ossequio, che poi passò verso la persona 
dei re, ugualmente furono obbligati a seguire 
come greggi i loro capi ; quindi ritornarono nel 
medio evo i feudi personali, i dominii bonitari nelle 
enfiteusi, nelle commende, nei precari ; ritorna- 
rono le stipulazioni nelle investiture, le mancipa- 
zioni nelle solennità del diritto feudale »; ritorna- 
rono i nessi del Dio Fi dio (i debitori romani), 
ritornarono le proprietà ex jure optiino , cioè 
esenti da ogni tassa pubblica; ritornarono le co^'H 
armate, ragunanze eroiche sin^ili a quelle dei 
Cureti greci e dei Quiriti romani ; ritornarono 
gli stessi caratteri delle pene. 

A questi tempi ^eroici successero gli umani, e 
se n' ebbe subito un segno quando nei medio evo 
si sparse il Diritto romano giustinianeo , che 
essendo frutto della terza età antica non poteva 
venire accettato nell'età eroica di quello. — Per 
la stessa naturai legge regia della Storia ro- 
mana i Feudi si risolvono nei Regni, quando per 
la stessa legge non vi giungono per la via delle 
repubbliche popolari. — Quindi il Vico, rivol- 
gendo lo sguardo sopra i suoi tempi, trova che 
r Umanità si è per grande parte diffiisa nel 
mondo, il quale con poche eccezioni è raccolto 



284 IL SISTEMÀTISMO STORICO DEL VICO 

sotto grandi moniarchìe> e queste in Euro(»a per 
l'influenza del Cristianesimo vi sono umatiisisme ; 
le poche arictocrazie, che soi^o qua e là, Vene- 
zia^ Genova, Lucca, Ragusi, Norimberga, o sono, 
dice il Vico, di strettissioìi confini o finiranno 
in perfettissime monarchie. — Il Vico estende 
anche il suo sguardo fuori d* Europa , sul Cnes 
o Chan di Tartaria, sul Negus d'Etiopia, sull'im- 
perator del Giappone , che celebra fm* Umanità 
somigliante alla romana al tempo delle guerre 
cartiginesi. E. con questo il Vico crede dar sag- 
gio di grande erudizione : piacere a cui diffi- 
cilmente sa rinunciare. 

Tale è la teoria vichiana dei Ricorsi : in fondo 
essa non era nuova, predominava nell'antichità 
sotto la forma dei periodi circolari, e doveva 
essere in voga in Italia ai tempi stessi del Vico, 
Noi la troviamo già chiaramente espressa dal 
Gravina, il quale volendo spiegare la legge delle 
mutazioni delle cose e delle rivoluzioni civili 
cosi scrive nel suo De origine juris : « Motus 
« circumfluens et rerum immensitatem, orbesque 
« minores divin^ certaque lege versans, post- 
« quam circuitione sua species extulerit ed ex- 
« citarit innumeras, orbesque suos absolverit, 
« remeans tandem eodem siiùiles reducit vultus 
« omnemque quodammodo replicat rerum se- 
« riem atque convertit (1) » Cosi ci fii un tem- 
po, nel quale il principio dei circoli o dei ricorsi 
storici non era meno creduto di quel che lo 
sia al' presente la legge del j)rogresso continuo, 
costante, indefinito, si fàccia questo per linea retta 
o per spirale o per qual altra forma si voglia. 

Che questo principio preéo nella sua assolu- 
tezza sia altrettanto arbitrario quanto quello 

(1) Gravina, De origine juris, lìb. 2*, XIX. 



QkV0 XII 839 

del Vico, sarebbe facile il Vedere» se esso non 
valesse' al giorno d' oggi come un' assioma in- 
concusso e tale, che paia delitto o ignoranza 
grandissima il contraddirvi. — Ma il vero si è 
che una legge fissa, immutabile, necessaria, in 
qualunque fwma si concepisca, non si può ap« 
plicare al corso storico dell'umanità; e quanto a 
quella^^ del progrei^o nego anzitutto col Kosmini, 
che si possa provare nella storia un costante 
miglioramento nella prosperità e nella moralità 
degli uomini ; giacché gli è un grossolano errore 
il misurar la prima colle legjgi economiche e la 
seconda colla statistica dei delitti sociali. Nell'uma- 
nità v'ha una lotta continua del bene contro 
il male; gli ò questa quaggiù la condizione 
della vita e dell'attività tanto sociale che indi* 
duale; ogni uomo ed ogni popolo deve com* 
piere il suo dovere, combattere il male sotto 
qualunque aspetto si presenti; ma che questo 
male sia una volta per iscomparire afifetto, gli 
è un sogno il pensarlo ; che per una legge ne- 
cessaria debba sempre più andar diminuendo, 
gli è un' idea della quale possiamo dubitare 
assai; perchè anzi da molte cose parrebbe che 
l'umanità guadagni da una parte per perdere 
dall'altra, e che se per alcuni mirabili trovati 
va crescendo la forza del bene, per quelli stessi 
cresce la forza del male. — Ma su questo argo- 
mento troppe cose sarebbero a dirsi, che non si 
possono cosi di passaggio, senza trattar la qite- 
stione con leggerezza e superficialità, mentre la è 
degna della più larga e profondi meditazione> 
Ho voluto tuttavia toccare qualche punto, per na- 
strare come sia falso il rimprovero che fanno al- 
cuni, anche fra i nostri sommi ing^ni, al Vico, di 
non aver saputo scòrgere la vera legge suprema 
govematrice dell'umanità, come, se essi poi od 



336 IL SISTBMATISBfO STORICO DEL VICO 

altri dì qaesta vera legge fossero in possesso. — 
11 torto del Vico non sta tanto nella sua legge 
quanto nell'ayeme voluto stabilire una qualunque 
in quel modo; e in (jnesto torto ha compagni 
tutti i dottrinarii storici moderni. È follia vcner 
dedurre i fatti umani e il loro corso da una 
legge stabilita a priori e dallo studio delle mo- 
dincazioni psicologiche del nostro spirito; e in 
questo errano, a mio credere, tanto i moderni 
sostenitori della Legge del Progresso quanto il 
Vico co' suoi Ricorsi. 

Se però si cerca quella parte di verità che 
in opinioni si largamente abbracciate vi deve 

Sur essere, si trova che per un aspetto l'idea rao- 
erna è molto superiore a quella del Vico. Gli 
è vero che nella storia molti fatti, molte idee 
e istituzioni sembrano riprodursi, ma quando 
esse si considerano nel loro tempo, non isolate, 
ma con tutte le loro relazioni che hanno cogli 
altri elementi di civiltà, nella loro realtà intiera 
insomma, allora si noteranno sempre molte dif- 
ferenze essenziaU e caratteristiche. 

La legge del progresso è invece del tutto 
vera, quando con essa si vuol dire, che la ci- 
viltà, come si venne sinora in Europa svilup- 
pando dai primi tempi, che la Grecia e Roma 
comunicarono tra di loro e coll'Oriente, produsse 
nei popoli e negl* individui uno svolgimento 
sempre maggiore di facoltà, di idee, di senti- 
menti; che gH elementi sociali si resero quindi 
più molteplici e complessi ; che se vi iurono 
momenti, nei ^uali la coltura pareva del tutto 
offuscata, tuttavia essa risorse più splendida che 
mai doppoi; che tutto in questa gmnde civiltà 
si collega; e che se il Cristianesimo, il quale è 
il suo fatto più grande, le diede un impronta 
ed un impulso, che in essa si sentirà finché 



CAPO xiì 337 

avrà vita (1), tuttavìa non sono meno grandi 
le influenze i legami, che in mille modi ci le- 
gano col mondo antico. Tutta la storia adun- 
3 uè della nostra civiltà non ò composta né 
i circoli nò di parabole né d'altre forme 
geometriche, ma é uno svolgimento costante e 
continuato, per il quale tutti i suoi fatti si le- 
gano naturalmente^ quantunque non necessaria- 
mente gli uni cogli altri. — Certamente vi fu- 
rono anche in lei tristi e liete vicende, le 
une succedentisi alle altre promiscuamente, spe- 
cialmente se la consideriamo^ non già nel suo 
complesso ma ne* suoi diversi elementi e nei 
singoli popoli che vi parteciparono. Tuttavia essa 
ha resistito per tanti secoli e a tanti mali, che 
tutto ci fa credere, che essa è destinata a con- 
quistare il mondo e riunire nel suo seno tutti i 
popoli della teira. Ma se anche dopo questo 
tutti i mali dell'Umanità saranno scomparsi o 
almen grande parte di essi, se l'uomo sarà al- 
lora infimamante molto più felice^ molto più 
morale che non lo é oggi o in altra delle più 
felici epoche del passato^ gli é quanto nessuno 
ci può assicurare con incerte induzioni o con 
astratti principii. 

(1) Gli è cosa molto strana che il Vico non ne parli 
quasi punto nel suo Ricorso delle cose umane nel medio 
evo: fa grande rÌToluzione introdotta da quello fra gli uo- 
mini sfuggi cempletamente alla sua scienza. 



9SS CONCLUSIONE E CRITICA 



Capo xm. 



stwica delVieo. 

^NeUa sua seconda Scienza Nuova il penaiero 
dei Vico provava dunque una. vem decadenza; 
egli . smentiva in essa esplìcitamente, risoluta^ 
mepte il metodo, col quale^ quasi seoza averne 
eoficìenza^ aveva prima fatte le sue mirabili 
scoperte filologiche. Ma $^ era con qiieste 
ad ogni modo, che egli poteva solo tentaore la 
sua orgogliosa impresa^ anche ne^ultima sua 
opera ; e quantunque ingratamente le disco- 
nosca nel loro vero senso, tuttavia esse sono in 
quella ancora l'^oggetto più ordinario della sua 
trattazione. — ^ vede diiaramente, che questo 
concetto dei Come dei Ricorsi $à è sovrapposto 
posteriormente ììella storia iatelletuale del Vico e 
che non fa parte del suo naturale svolgimento; 
nei due primi periodi della snafilosc^a jstorica, 

3ualì li abbiamo im descritti al capo vi, pre- 
omina il proposito chiaramente dichiarato di 
accordare il Vero col Certo, la Filosofia colla Filo- 
logia; abbiamo anche di ciò una prova evidente 
ftella sua 5mop5«, specie di programma del suo 
Diritto universale, pubblicato nello stesso anno 
di qufsto, e dove non v'ha cenno del suo con - 
cotto sistematico. Questo appare per verità 
nel terzo periodo, ma cosi timido e incerto, che 
appena se ne può tener conto. Gli è dunque 
esso propriamente un trutte tardivo della sua 
mente, quando questa era già spossata e po- 
teva quindi più facilmente, che in quei pnmi 
periom della sua più virile e potente attività. 



A CAPO xm S*9 

abbandonarsi ai sogni dell'imniaginaaionG, trtt^ 
^curando le se^vere indagiiii della ragione. — 
E ftt/im daimo deplorabile per lui e per lai 
scienza! Egli stesso col suo proclamare altiìa-' 
inenfe, ch^ delle sue opere non avrebbe voluto 
sopwivivesse altra che queiruftima , si nocque 
assai. *— Tutti tennero senz'altro, che questa 
fosse il eqo vero testamento scientifico, là mi- 
gliore, li più perfètta espressione del suo pen- 
siero, "e malgrado le poche voci isolate, che 
dkevaBo il contrario, siccome questi non ispie- 
gattono bene o suiBdentemente la cosa^ quasi 
tutti si diedero a studiar quella sola opera, e 
su quella si fondarono le critiche, i panegirici 
e i disfrtregi. Ma avendo io proceduto con altri 

Srincipii, doveva naturalmente giungere a giu- 
izii e apprezzamenti diversi da quelli accettati 
dai più. 

Il Vico non fu un grande metafisico nella 
specula'/ione, noi l'abbiamo veduto; fortunata- 
mente, non riusci a fare il metafisico neanco 
nella Storia ; il tentativo gli falli completa- 
mente. -— La sua grandezza sta nell* essere 
stato il vero creatore della Filosofia della Sto- 
ria, ponendola sul suo Riusto fondamento, cioè 
sulk natura umana, e allo studio di questa ac- 
coppiatìdo il suo strumento indispensabile, quello 
della Critica. Se noi dovessimo dunque in poche 

Ì carole determinare il carattere dell'opera intel- 
ettuale del Vico nel suo aspetto migliore, che 
ebbe, noi la diremmo una Storia psicològica del 
genere umano criticamente ragionata e raggwi^ 
gHata coi fatti positivi. — Essa è dunque essen- 
zialmente informata a quello stesso spirito, che 
domina la scienza storica moderna e special- 
mente le grandi crìtiche dei Tedeschi , con 
<{mklie cqsa di più per y^o e ^m qualcfhé 



240 CONCLUSIONE E CRITICA 

cosa dì meno. Dico questo, perchè non vorrei 
che taluno s' immaginasse» che io attribuisca al 
Vico tutti i meriti e tutti i difetti di questa 
scuola. 

Il Vico morto un secoli fa non può tener 
luogo a noi degli studii moderni ; sarebbe assai 
bene, che tutti gU ammiratori di lui si persua* 
dessero di questa verità. — Quando quei pochi 
Tedeschi, che conoscono e stimano il Vico, pur 
ci dicono crudamente^ che noi non possiamo 
più incominciar da lui le nostre investigazioni 
storiche, con lui riannodarci nella scienza; per 
quanto questo possa riescir per noi doloroso 
e commovere profondamente il nostro amor 
nazionale, considerando qual immenso inge-* 
gno abbiamo lasciato infruttuoso e sperduto, 
tuttavia dobbiam confessare che essi hanno 
ragione. — Molti Italiani, -non certo fra i più 
addottrinati, si cullano a questo riguardo 
in una beata illusione. Sanno , cbe in Ger* 
mania ce stato un Niebuhr, un Ottofredo 
MùUer, uno Schwegler, che ci sono un Boeck, 
un Mommsen, un Welker, ma questo non li 
sgomenta per nulla; essi sanno pure che e* è 
stato un Vico, il quale li ha tutti prevenuti; 
che bisogno dunque di cercar la scienza in Ger* 
mania, quando ce l'abbiamo già scritta tutta in 
casa nostra? Per verità gli è un peccato disturbar 
costoro dal loro sonno, il quale è talvolta tanto 
grave, che nonché cercar di conoscere il vero 
che si scopre fuori di casa loro, non si curan 
neanco di quello che hanno in casa propria e alla 
mano; e per vedere che io non ischerzo basti 
aprire molti Ubri, che sulla storia antica si scrive- 
vano solo da ieri e in parte si scrivono anche 
al giorno d'oggi in ItaUa ; dove troverete ancora 
tutti i re di Boma rappresentati come persona^ 



CAPO xiii 341 

storici, e come re monarchici poco dissimili da 
quelli dei giorni nostri, Servio Tullio restringi- 
tore delle liberta popolari col Censo, Bruto che 
fonda una repubblica deraocrafica, le xii tavole 
portate di peso dalla Grecia in Roma; e per 
altra parte una sapienza profonda, inarrivabile 
quasi ai giorni nostri, sparsa in tutti quei tempi 
antichissimi, le religioni pagane invenzioni di 
astuti sacerdoti, i miti fatti per coonestare i 
vizii umani, o storie di non so che re di Tes- 
saglia di Tracia. 

C era una verità dura a dirsi, ma pur verità, 
che nonché aver noi insegnato la scienza storica 
moderna ai Tedeschi, molte delle idee vichiane 
noi non intenderemmo cosi facilmente senza i la- 
vori loro. Ma ce n' è un altra più dura ancora, ed 
è che Vico noi Italiani sopravanza ancora. — Non 
parlo dei pochi individui, che studiano con lar- 
ghezza d'idee pari a qualunque straniero, e 
tengono alto l'onore italiano m ogni scienza; 
il male si è che sono individui, e certe idee 
sulla storia, sullo svolgimento delle reUgioni, 
della civiltà ecc. dovrebbero oramai essere pe- 
netrate nelle scuole e nelle strade ed esser di- 
ventate patrimonio della scienza comune. 

Molte sono le ragioni, per le quali il Vico non 
può essere per noi una guida negh studii sto- 
rici, quantunque ci possa essere ancora eccita- 
tore di grandi e feconde ispirazioni. — Ma 
gli studi moderni sono andati già molto avanti 
di lui e, ragguagliati i lavori del Vico con essi, 
troppo gravi si trovano i suoi difetti. Io ho indicato 
questi qua e là nel mio lavoro, e non faccio che 
riassumere qui in breve : Al Vico mancò del tutto 
la conoscenza del mondo orientale, non potè quindi 
avere la chiave di molte cose greche e romane, 
vii studi comparativi di lingua e di letteratura^ 

i6 



X 



242 CONCLUSIONE K CRITICA 

di religioni e d'arti, di mitologie e di diritto, 
i Quali sono una delle basi e una delle materie 
pnncipalissime di trattazione per la filologia 
moderna, gli furono completamente ignoti. Per 
la mancanza di questi, tutte le sue cogitazioni 
intorno ai rapporti esteriori, e ai legami reci- 
proci dei popoli diversi, sono del tutto sbagliate ; 
ma anche la conoscenza dello condizioni interne 
gli doveva per questo riescir più difficile e im- 
perfetta. Per questo anche cade in quell'errore 
che abbiam notato, di supporre i popoli com- 
piutamente isolati nei primordii della loro ci- 
viltà; di qui misconosciute le influenze dell'una 
civiltà sull'altra e ad un tempo fatti i popoli gli 
uni del tutto simili agli altri, il carattere greco, 
romano ecc., scomparire come le loro storie, per 
confondersi in un solo tipo. Di qui la completa mi- 
sconoscenza delle diverse proprietà dei popoli, 
nella descrizione delle quali è cosi grande e felice 
la scienza moderna. — Arrogi a tutto questo che 
egli mancava assolutamente della critica delle 
fonti. Egli vide bene che questa si doveva fare ; 
ma oltreché a lui mancava per ciò l'ingegno 
adatto e l'erudizione necessaria, vi avrebbe do- 
vuto spendere la vita intiera, mentre lo storico 
tedesco se la trova già fatta da cento collabora- 
tori e col lavoro di molti anni. Molti nuovi do- 
cumenti scoperti gli erano anche ignoti. — 
La più parte di questi difetti del Vico , come 
gli è facile il vedere, non sono imputabili a lui, 
sibbene ai tempi; ma questa non è perfetta- 
mente la vera ragione per provare, che noi dob- 
biamo attenerci a lui e non ai tempi nuovi. 

Questi i difetti dei principii; ma ve ne sono 
altri, pur gravissimi, riguardo al metodo. Il Vico 
ne suoi studii era stato tratto al vero dal suo 
genio e dalla sua rotta e meravigliosa intuizione 



CAPO xrii 243 

storica, ma egli non si rese mai o almen solo 
in pochi felici momenti della sua vita intellet- 
tuale, coscienza del vero metodo, che si do- 
veva proseguire; quindi noi lo vediamo in ul- 
timo e col progredir della sua riflessione sto- 
rica, abbattere malamente quell'opera mirabile 
che prima quasi inconsciamente avea edificato. 
— E si fu quesfin dirizzo preso dalla sua mente 
occoppiato con altri ostacoli che lo arenò del tutto 
nello svolgimento e nel perfezionamento delle 
sue idee. Egli aveva col suo pensiero abbracciato 
tutte le parti del inondo storico, in tutte segnando 
traccio del suo grandissimo ingegno. Ma questa 
stessa molteplicità gli doveva impedire di entrare 
minutamente nell'esame di ciascuna di esse, guar- 
darla da tutti i lati, ricercarvi pazientemente tutte 
le difficoltà che in essa si possono presentare, per 
istabilire cosi, fermamente, i proprii concetti, 
cosa tanto più necessaria,quando questi sono nuovi, 
perchè essi possano fragh uomini aver corso e pro- 
durvi nelle menti una convinzione ragionevole 
e stabile. Di tali analisi minute noi non ab- 
biamo nel Vico che pochi esempi e sgraziata- 
mente in quelle opere appunto di lui, che sin 
qui furono meno lette, e specialmente nel De 
Constantia philologice, Topera che a mio credere, 
malgrado i molti suoi difetti e il suo gravissimo 
disordine, forma insiem colle Note aggiuntevi il 
culmine dell'attività intellettuale del Vico. 

Del resto non avviene mai o auasi mai, che 
alcun grande Pensatore si diffonda molto nelle 
prove delle sue idee nuovamente vedute o ne 
trovi le vere. Coloro che credpno, che la mente 
umana nelle sue scoperte proceda per sillogismi 
colla cosi detta logica formale delle scuole 
s* ingannano ben di grosso. Un* idea nuova, 
grande e vera è spesso il risultato di molte 



944 CONCLUSIONE B CRITICA 

altre idee insieme, di molti concetti e atti in- 
teriori, che si derubano alla piena consapevo- 
lezza del nostro spirito; sicché questo par pre- 
sentarci l'idea, che ne è il risultato, come un 
lampo alla mente : una luce nuova si schiude 
allora ai nostri occhi, mille cose ne rimangono 
rischiarate; ma Torigine sua psicologica giace, 
almeno in parte, sempre avvolta in un mistero, 
e più che per gii altri, per colui che quella 
idea ha veauto. Questi abbagliato dalla novità 
e verità delle idee scoperte e dalle splendide 
e felici applicazioni che ne può fare, ha più 
l'occhio a queste, che a provare e scrutinare 
le sue idee, risolvendo le difficoltà, che c^ ntro di 
esse si potrebbero muovere, e determinando quei 
contorni e quelle sfumature necessarie, perchè 
quelle idee non diano nel falso : gli manca in- 
somma naturalmente quello che i Tedeschi chia- 
mano la Selbstkritik o critica di sé medesimo, 
necessariissima ai progressi della scienza, e che 
ora s' è introdotta nelle discipHne storiche. Una 
tale critica manca del tutto al Vico. 

Ma perché questa Critica severa su di sé me- 
desimo nasca, gli é necessario che trapassi quel 
primo entusiasmo, che una nuova verità eccita 
negli spiriti, specialmente in quello, che primo 
la vide; gli é necessario che noi diventiamo 
verso di essa in certo modo più freddi, più 
indifferenti; e questo gli é pur troppo il risul- 
tato necessario d'ogni Critica per sé, che spe- 
gne l'entusiasmo. 

E qui noi troviamo da rispondere finalmente v^ 
chi ci chiedesse dopo le nostre alquanto ineso- 
rabili Critiche, che abbiamo fatto su Vico, che 
dunque possiamo fare ancora di esso noi Ita 
liani? Rannodarci direttamente a lui per con- 
tinuare l'opera sua nella Critica storica, l'ab- 



CAPO XIII 445 

biam veduto , gli è oggi impossibile. — Ma 
non per questo egli ha perduto il suo grande 
valore per noi. Noi dobbiamo cercare in lui ap- 
punto quel soffio entusiastico della verità ap- 
pena scoperta, un soffio che non si comunica 
mai intiero con questa, che non vien meno mai 
nel libro, dove è impresso, frutto com'esso è di 
quella vivissima ed ineffabile gioia cui a niuno 
è dato di sentire al par di colui, che primo 
scoperse la nuova verità. Ma questa poesia dei 
grandi Pensatori sveglia le menti e rinvigorisce 
gli ingegni; il modo stesso col quale essi ven- 
gono esponendo le loro nuove idee è tale che 
ci fa entrare in esse più protondamente e più 
semplicemente meglio di qualunque spiegazione, 
e ci fa sentire queir infinito che sta sotto ad ogni 
grande verità; mentre i posteriori la determi- 
nano, la rettificano, la rendono più corrente, e 
facile nelle menti , ma nello stesso tempo la 
fanno più ristretta, più sterile, e spesso ne ri- 
peteranno meccanicamente le parole, che la 
esprimono, senza averne più alcun profondo 
sentimento. 

Che se il Vico non ebbe la fortuna di pro- 
durre un grande e benefico rivolgimento nella 
scienza italiana, questo non è che in piccola 
parte da ascriversi a lui ; e la verità e i meriti 
di un grande principio non sono da misurarsi 
dalla fortuna che esso ebbe. 

Ma non è egli poi uno dei più grandi fenomeni 
della Storia scientifica dell'umanità e più degni 
d'essere studiati ed ammirati, che un uomo solo, 
privo di mille aiuti quasi necessarii abbia preve- 
nuto con un miracolo d'ingegno e d'intuizione lo 
svolgimento di più scienze, quale non si venne 
cominciando se non più di mezzo secolo dopo di 
lui e quindi progredendo col lavoro di più anni 



246 CONCLUSIONE E CEITICA 

e di più ingegni insieipe associati nell'inve- 
stigazione ? Ed è cosa mirabile , che quando il 
Vico cominciava al principio di questo secolo 
ad esser conosciuto in Germania e studiato per 
i riscontri suoi col WolfF e col Niebuhr, pur 
egli superasse ancor la scienza dallora nelle 
idee mitologiche, e aspettasse l' Ottofredo Miil- 
ler, che gli desse compiutamente ragione an- 
che in q^ueste, contro le opinioni del Creuzer ! 

Non CI si venga dunque a ricantare le oscu- 
rità e le confusioni del Vico, come se non ci 
fossaltro in lui. Quei difetti non valgono a di- 
minuire i suoi meriti ; ed è cosa imperdonabile 
il parlare di lui con quel dispregio e con quella 
leggerezza, che fanno alcuni stranieri, per es. il 
sig. Hillebrand (1); il quale devo ben poco cono- 
scerlo , quando mostra di non trovare in lui altri 
riscontri colla scienza moderna che alcuni ca- 
suah somiglianze colle idee del Niebuhr , e af- 
ferma che i concetti suoi già tutti e meglio si 
trovino espresse nel Casaubono e nel Bentley. 
Non gli è solo in alcuni risultati scientifici, 
che il Vico prevenne la scienza storica moderna, 
gli è anche e più specialmente in molti di quei 
suoi caratteri generali, che l' Hillebrand stesso 
più mostra di ammirare nella filologia germa- 
nica. E sarebbe sommamente ingiusto e ad un 
tempo ridicolo l'attribuir questo al caso. 

Non meno apertamente e chiaramente che nei 
Tedeschi, si scorge nel Vico il concetto e lo studio 
di quella facoltà spontanea e naturale, che nei 
popoli crea insensibilmente ma senza interru- 
zione la loro civiltà^ non meno anzi più ener- 
gicamente di loro egli sa penetrare profondamente 
nei fatti, mostrarli nella loro reale connessione' 

(I) Nella sua lunga Prefazione alla traduzione francese 
delia Storia della Letteratura greca di Ollofredo Mùller. 



CAPO xin 247 

storica, vedervi i loro caratteri costanti, e ricon- 
durli alla loro intima radice psicologica. Quindi 
la sua diversità ancor più recisa che non sia 
solitamente nei filologi tedeschi da quella filo- 
sofia francese del secolo passato, la quale attri- 
buiva a cagioni accidentali ed arbitrarie, sovente 
air astuzie e alla frode umana, le creazioni più 
potenti e più spontanee dei naturali sentimenti 
umani: la società, la religione e il diritto, la 
famiglia e lo stato, la poesia ed il mito. Anche 
egli non meno dei filologi critici de' nostri giorni 
considera l'antichità corno uno studio, le cui 
parti si debbano insieme rannodare perchè me- 
gho sia intesa; e anch' egli poi non accetta 
l'antichità come a noi si presenta, ma vuole 
che delle fonti e dei documenti stessi, che ab- 
biamo per conoscerla, si faccia la critica; quindi 
il suo canone principale, oggi come vero uni- 
versalmente ricevuto, che fatti, parole e isti- 
tuzioni antiche non bisogni intendere colle idee 
moderne, ma ogni cosa ragguaghar col suo 
tempo e intenderla secondo la natura e il ca- 
rattere di questo. 

Anzi lo spirito di queste verità è cosi forte- 
mente impresso nei libri del Vico che noi po- 
tremo impararvelo meglio che nei Tedeschi. 
Cosi lo studio suo sarebbe ora per noi efficacis- 
simo a farci entrare nei segreti delle nuove 
scienze filologiche, ad accettar queste con pro- 
fondo sentimento di verità, non come un vestito 
che s indossa per la moda corrente. In questo 
modo l'antico Vico, come lo chiama il Goethe, 
potrebbe ridiventarci nuovo, e farsi presso di 
noi vero principio di rigenerazione scientifica 
nella Storia. 

Ma v' ha una parte, nella quale gh studii po- 
steriori hanno potuto schiarire, compiere le iaee 



US CONCLUSIONE E CRITICA 

del Vico, ma non sorpassarle, non distruggerle; 
e son questi i principii generali della sua Fi- 
losofia storica, fatta astrazione della sua teoria 
dei Corsi e Ricorsi. Come Egli primo fondava 
la filosofia della Storia, perchè avanti d' ogni al- 
tro seppe vedere il contrasto dell'idealità e del 
fatto, della dottrina e della storia e insieme ac- 
cordarlo; perchè avanti dogni altro seppe nella 
storia considerare l'uomo; egli primo collegare 
i fatti tra di loro, e ricondurii alla loro radice 
psicologica, alle leggi del nostro spirito; cosi 
Egli primo seppe ammirabilmente accordare 
queste col libero arbitrio da una parte, e dal- 
l'altra colle leggi della Provvidenza, accoppiare 
anche poi, senza distruggerle, l' infinita potenza 
di questa colla libera attività dell' uomo e la 
libera attività colle leggi della natura, — Con 
queste idee che noi abbiamo nei capi passati 
ampiamente svolte il Vico ci è ancora ogg 
maestro principale di scienza, ancor oggi 
indica con esse su qual via dobbiamo trovare 
la verità in mezzo aula confusione e agli oppo- 
sti estremi dei sistemi anteriori e pesteriori a 
lui. E s'hanno a mettere per quella tutti coloro, 
che non vogliono rimbambire col Caso o col 
Destino degli antichi, né mettere a capo della 
storia come diretta operatrice dei fatti umani 
una Mente misteriosa ed inesplicabile, che 
rompe a suo piacimento le leggi della na- 
tura, smarrirsi in quei molti sistemi, che ora 
sono in voga , di una Necessità delle cose, o di 
una Ragione assoluta , che si venga svolgendo 
fatalmente in ogni fatto umano, o di Idee che 
governino con logica fatalità la mente, i fatti 
e le istituzioni degli uomini. 



PARTE TERZA. 

im A' SUOI TEMPI E PRESSO I POSTERI 
INFLUENZA DELLE SUE IDEE SULLA SCIENZA 
ITALIANA. 

Capo HLMW. 

Vico e il suo tempo. 



Fu già molto trattata la questione, se i tempi 
•del Vico abbiano riconosciuto o no il valore delle 
sue idee e la grandezza del suo ingegno. Il Pre- 
'dari è specialmente il difensore della prima opi- 
nione, il Ferrari della seconda. 

Stando ai giudizii di questo, il Vico sarebbe stato 
^in Genio del tutto disconosciuto da' suoi tempi, 
sprezzato, deriso dai suoi stessi amici, perse- 
guitato in tutte le maniere dalla sorte; le sue 
dottrine sarebbero state isolate nel suo secolo, 
^ome un monologo, non compreso da alcuno, da 
nessuno ascoltato^ e tenuto universalmente come 
il discorso di un delirante. 

Il Predari invece ci mostra tutto il rovescio; a 
^uo dire il Vico sarebbe stato uno degli scrit- 
tori più avventurati : non solo l'Italia ma l'Eu- 

i7 



250 VICO E IL suo TEMPO 

ropa intiera avrebbe riconosciuto ed ammirata 
il suo grandissimo ingegno e la singolare pro- 
fondità delle sue dottrine, le quali si sarebbero 
largamente diffuse, avrebbero dato origine ad 
una nuova scuola, prodotto ed avviato uta no- 
vella schiera di pensatori (1). 

Ma se il Ferrari ne* suoi giudizii si lasciò tra- 
scinare da quello spirito di esagerazione, che tal- 
volta lo domina, non è a negarsi che il Predari 
Éilsò poi del tutto la questione e cercò rappre- 
sentarci in. una maniera affatto erronea le con- 
ilizioni del Vico riguardo a' suoi tempi. 

Volendo giungere a un giusto e verace scio- 
glimento della questione noi dobbiamo trattarla 
con imparzialità e senza prevenzione alcuna. 

Mi duole tuttavia , dover dichiarare, che io non 
posso su questo punto esser cosi compiuto, cbme 
avrei desiderato,perchè pubblico il mio lavoro senza 
aver prima potuto, per diverse cagioni, recarmi 
a Napoli, dove sperava trovar opuscoh è docu- 
menti, che meglio mi facessero , conoscere i 
tempi e le relazioni del Vico. — Tuttavia ciò 
che abbiamo fra le mani, è già sufficiente, parmi, 
a condurci a un retto apprezzamento delle cose. 

Che il Vico fosse asuoi tempi da nessuno com- 
preso e da nessuno secondo i suoi meriti stimato, 
come vuole il Ferrari, non si può ammettere. Per 
provarlo questi si contenta di arrecare »olo gli 
argomenti, che sono in favore della sua opinione, 
e tace del tutto gh altri, che le sono contrarii. 
— Sono anch'io del parere del Ferrari, che non 
convien badare, per giudicare della stima che 
si faceva del Vico, ai complimenti d'uso, siano 
pure , quanto si voglia , larghi ed ampollosi ; 

(1) V. la sua Prefazione alla Scienza nuova stampai» 
4lal Pomba oel 1852. 



CAPO XIV 251 

ma tali complimenti gli è facile riconoscere e 
distinguere dalle vere lodi in questo, che essi 
non toccano l'argomento e stanno sulle gene- 
nerali, mentre le vere lodi entrano nelle parti- 
colarità, e pigliano, per cosi dire , un carattere 
proprio e individuale per la persona lodata. 
Ora al Vico non mancarono ajipunto di tali 
lodi. — Che gli uomini, dai quali egli le rice- 
veva ccn tanto ossequio, non siano più oggi 
iti uguale onore come ai loro tempi, e stiano 
nella stima dei posteri molto più al basso, che 
non l'uomo, ch'essi coi loro elogi credevano di 
onorare, questo non diminuisce la loro impor- 
tanza. Non. c'è mai alcuna età, che sia del tutto 
equa distributrice di lode ai suoi contemporanei; 
ma non si è anche sempre più giusti verso i 
passati. Avvezzi a giudicare la grandezza di questi 
dalle influenze che esercitano ancora sul presente , 
ci dimentichiamo talora di quelli, la cui opera m 
restringe alla loro età, ma che per ciò non 
fu meno benefica e non richiedeva minor in- 
gegno e valore. Noi dobbiamo quindi pigliar le 
lodi di un Giacchi, di un Conti, di un Alfani, 
di un Concina, di un Chiajesi, di un Doria» 
come lodi di uomini ai loro tempi stimatissimi, 
e dar loro un grande valore. Ora che quelli 
appunto, che io ho nominato, non dessero al Vico 
lodi meramente comphmentose, basta leggere le 
loro lettere per convincersene. Egli appare in 
^sse come un uomo che era andato più in là 
di Bacone, che primo aveva saputo trovare la 
vera ragione del Diritto romano, e i veri prò- 
fondi principii delle leggi umane; il Concina gh 
dichiara di non aver mai letto hbri più ragio- 
nati dei suoi, di avervi trovato erudizione im- 
mensa, un raziocinio e u7ì uso di quello da sor- 
prendere gli ingegni più sublimi, e una tale 



232 VICO E IL suo TEMPO 

ricchezza di idee, che esse danno luce a molle 
scienze nello stesso tempo; e si propone di seguir 
le sue dottrine e di insegnarle all'Università, 
L'Alfani diventa leggendo il Vico, die' egli, un 
uomo nuovoedimenticadurantelalettura de' suoi 
scritti, i suoi malanni ( 1 ). Il Conti dice della Scienza 
nuova (la prima) che egli era stato uno dei 
primi a gustarla e a farla gustare agli amici 
suoi, i quali concordemente affermavano che 
nell'italiana favella non si aveva un libro, che 
contenesse più cose erudite e filosofiche e queste 
tutte originali nella specie loro. « Io ne ho man- 
« dato, scrive egli, un picciol estratto in Francia 
« per far conoscere ai Francesi, che molto può 
« aggiungersi e molto correggersi sulle idee 
« della Cronologia e Mitologia, non meno che 
« della Morale e della Giurisprudenza, sulla 
« quale hanno molto studiato. Gli Inglesi sa- 
« ranno obbligati a confessare lo stesso; mabiso- 
« gna renderlo più universale colla stampa e con 
« la comodità del carattere (2). » 

Ora tutte queste testimonianze sono posteriori 
alla pubblicazione del Diritto Universaky ed esse 
sorto tali che mostrano, specialmente quelle del 
Conti, che i loro autori avevano almeno intravve- 
duto la grandezza e la potenza dell'ingegno del 
Vico e la feconda verità de'suoi principii. Non è 
quindi adulazione, quando da loro stessi o dai loro 
amici egli vien detto onore delVetà e delCItalia, 
uomo grandissimo, immortale, — Ch'egli fosse da 
molti tenuto come uomo non solo dotto, come 
vorrebbe il Ferrari, ma anche di grande in- 
gegno, lo provano, oltre le lettere suddette, altri 
fera caratteristici: uomini di alto grado gl'inviano 



(1) ni, 603 e segg.; VI, 141 e segg., 162 e scgg. 

(2) Nella Vita del Vico IV, 403. 



CAPO XIV VSt 

i loro libri, per udirne il suo giudizio; egli è 
invitato ascrivere la propria vita da pubblicarsi in- 
sieme a quella degli uomini più celebri d'Italia; 
alcuni illustri scienziati desiderano di conoscerlo; 
nelle Effemeridi del tempo il suo nome vien 
s**mpre menzionato con grande rispetto. 

Ma si potrà forse da tutto questo argomentare, 
che la fama del Vico fosse cosi universale, che 
le sue dottrine fossero cosi bene comprese e 
dappertutto grandemente studiate e anche ri- 
cevute, come pretende il Predari? 

Le prove, che questi ne vuol dare sono ben 
meschine; taccio che egli non si cura di di- 
stinguere tra le lodi date Quelle che sono sin- 
cere e veraci da quelle vagne e indecise, che il 
Ferrari a ragione pone tra i complimenti. Come 
si può in&tti senza grande ingiustizia arrecar , 
come fa il Predari, per vere lodi le lettere di un 
Torno, di un Gahzia, di un Ghemmingen, di un 
Minorelli, di un Agnello, di un Garofalo, quan- 
tunque il Vico desse loro tanta importanza, 
quando essi dichiarano di ammirare specialmente 
nel Vico la saviezza colla quale egli fa l'umana 
dottrina serva della cattohca credenza, e sa con 

Juella rischiarar questa; e quando il Torno crede 
i fare un grande panegirico, dicendo di lui che 
egli si mostra vero cattolico ultra vel supra 
morem ceterorum de meiaphisicis, aut philologich 
scribeniium ? 

Né vale al Predari il citare come egli fa con 
tanto sfoggio di erudizione i giornali, che hanno 
parlato del Vico , e fra questi le Neuere Zeitungen 
di Lipsia (1). Non era questo giornale per verità 



(1) Le Neuere Zeitungen von gelehrten Saehen furoo» 
uno dei primi giornali scientifici, che si stampassero in te- 
desco. 



3!{& VICO E IL suo TEMPO 

che una rassegna di tutte le altre effemeridi 
s^^ntificbe d' Europa al principio del passato se- 
colo, e quindi parlò infatti parecchie volte del 
Vico, ma solo riportando i giudizi! dei giornali 
italiani sulle prime opere del Vico e più tardi 
e per Vuliima volta quelli del Ledere sul Diritto 
universale^ stampati nella Biblioteque ancienne 
et moderne. Cosi il Journal des Travaux non diede 
della Scienza nuova del Vico poco più di un cenno, 
e gli Acta Eruditorum non fecero mai alcuna men- 
zione delle opere del Vico, tranne che con quello 
sconcio annunzio, mandato a Lipsia da un nemico 
del Vico, e contro il quale questi scrisse le sue 
Vindicice, senzachè però gli Attiàì Lipsia se ne des- 
sero per intesi e ntrattassero le cose malamente 
scritte, o almen facessero un cenno della Risposta 
del Vico. — L'unico dunque dei giornali stra- 
nieri, che sul serio e di proposito si occupò del 
Vico fu quello del Ledere , che fece una ras- 
segna del Diritto universale. Essa non è solo 
composta di vaghe lodi senza convinzione^ di 
cui il segreto forma V onniscienza dei nostri gior- 
nalisti, come afferma il Ferrari; giacché il Le- 
dere mostra precisamente di non aver fatto come 
i moderni giornalisti, sapendoci egli dare delio- 
pera un riassunto accurato. — Gli è vero però 
che egli intravvide appena l'importanza dei prin- 
cipii del Vico; e dopo di lui ilessuno straniero 
se ne occupò più seriamente. 

In Italia quanto ai giornali la cosa fu poco 
differente. Questi accolsero con molto maggior 
importanza il De ratione studiorum, il De anti- 
quissima sapientia e le Gesta del Caraffa^ che non 
il Diritto universale e le Scienza nuove, delle 
quali non parlarono quasi punto, mentre il De 
antiquissima fu soggetto di una lunghissima pò-; 
lomica tra il Vico e il Giornale dei Letterati di 



CAPO XIV i^lS 

Venezia. E auando il Predari trionfa mostran- 
doci il granae plauso, col quale quelle prime 
-opere furono accolte , e non sa poi , malgrado 
tutti i suoi sforzi, provarci che le seconde aves- 
sero almen ricevuto un'uguale accoglienza, con- 
vien dire che la sua causa è del tutto perduta. 
Ed ha tutte le ragioni il Ferrari di trarre anzi da 
questo fatto uno degli argomenti più forti, che 
il Vico fosse nell'universale disconosciuto. Non 
eran pochi in quel secolo quelli, per i quali il 
merito maggiore del Vico stava nelle Gesta del 
Caraffa. 11 Fabbroni che tratta leggermente tutte 
le altre opere del Vico parla di questa con grande 
rispetto ; e gli stessi suoi amici scrivendo a questo, 
come il Solla, si congratulavano con lui più per 
i suoi lavori letterari che per la Scienza nuowa; 
di che egli si mostrava a ragione tanto sconfor- 
tato. Del resto se il Predari avesse esaminato 
la questione collo spirito più libero da ogni 

J)revenzione avrebbe riconosciuto, che il seco- 
o XVIII non collocò veramente il Vico tra i suoi 
più grandi uomini, né gli aggiudicò per opi- 
nione universale Tenore, che gli competeva, di 
aver egli accennato ad un grande progresso del 
sapere umano, col tentare lo scioglimento de' 
più importanti e più gravi problemi scientifici^ 
che intorno all'antichità e ai rapporti tra le 
idee e i fatti, tra il diritto naturale e le leggi 
e gli instituti umani, il pensiero de* suoi tempi 
potesse a sé presentarsi. Tracce delle sue dot- 
trine non si trovano generalmente ne* libri del 
suo tempo, né di quelli che immediatamente 
lo seguirono : leggete le Riviste del tempo, vi 
troverete articoli su Grozio, sulla Storia romana, 
sulla mitologia, e Vico o non mai o rarissime 
volto citato, e quel che è peggio, citato male; 
leggete in Tiraboschi e in altri gli elogi, che 



^56 VICO E IL suo TEMPO 

Ogni secolo e ogni paese fa a sé stesso : vi tro- 
verete fra i grandi uomini d* Italia menzionati^ 
oltre il Mafiei e il Muratori, degnissimi di ciò^ 
anche il Manfredi» il Bolli, 1* Ercolani^ il Salvini,, 
il Corsini, Filippo della Torre, il Corradini, il 
Volpi, il Crescimbeni ecc. ; ma non il Vico. 

Se il Vico fosse stato cosi celebrato e cosi 
riconosciuto universalmente^ secondo che vuole il 
Predari, come sarebbe egli rimasto per tutta la sua. 
vita semplice professore di rettorica con uno sti- 
pendio tanto misero? Quale Stato ^ quale Uni- 
versità > quantunque gli studi fossero allora 
depressi, non avrebbe desiderato di averlo nel 
suo seno? — Perchè in Napoli non sorge attorna 
a lui una scuola, che svolga i. suoi principii fi- 
losofici e storici? perchè egli è costretto con- 
tinuamente a temere le calunnie de' suoi ne- 
mici? perchè lo affliggono tanto le critiche, 
e lo fanno prorompere in parole generosissime- 
si, che mostrano il suo beli* animo, ma ad un 
tempo anche la sua infelicità? Se questa noa 
fosse stata verace, quelle parole dovrebbero- 
farci sorridere, invece di commuoverci d'ammi- 
razione e ad un tempo di pietà. — Quando si 
stamparono le Scienze nuove nessun' Effemerida 
letteraria né di Firenze, né di Roma, né di Venezia 
ne fece motto o ne trattò di proposilo (1 ). Lo stesso 
Giornale dei Letterati di Venezia (Novelle lette- 
rarie) annunziando la sua morte, più di un anno 
dopo/, si esprime con queste parole: « Verso 
« il principio dell'anno decorso mori in Na- 



(1) Il Tommaseo cita un'accusa d'empietà^ che fece il' 
Lami al Vico nelle sue Novelle Letterarie coniincialesi a* 
pubblicare nel 1740. Non ho potuto riscontrare questa cita- 
zione; ma non mi consta, che il Lami abbia trattato di 
proposito delle Scienze nuove del Vico. 



CAPO XIV 257 

« poli G. B. Vico, uomo dotto, ì di cui libri 
« hanno dato non solo un' alta idea del sua 
« sapere ma ancora occasione a molti giù* 
« diziiy che non tutti sono stati all'autore fa- 
« vorevoli. » Queste parole e il silenzio degli 
altri giornali spiegano abbastanza, megb'o d'ogni 
discorso, in quale stima fosse il nome del Vico 
a' suoi tempi. — Anch'egli ricevette elogi e te- 
stimonianze d'onore, non perchè fosse un adu- 
latore, come mostra di credere il Ferrari, m& 
perchè a letterati anche di mediocre valore non 
ne mancano mai ; se non che di questi tutto copre 
l'oblio né alcuno si piglia più la briga di andar a 
cercare quali elogi ricevessero a' loro tempi, men- 
tre di quelli venuti in grande fama dappoi si ricer^ 
eano ansiosamente tutte le notizie e si indagano 
con grande desiderio i giudizii dei contempo- 
ranei sul conto loro. 

Non si vuol mica con questo negare, che i 
Ubri del Vico abbiano anche al loro tempo ec- 
citata una certa curiosità, e fatta una Qualche 
impressione. — Le lettere del Conti e del Lo- 
doli di Venezia lo provano abbastanza; provano 
che il nome del Vico si diffondeva, che i suoi 
Ubri furono accolti presso alcuni pochi con sen- 
timento di ammirazione, provano, che in Francia 
si cominciava a studiarlo, provano che poteva esser 
vicino un vero riconoscimento del Vico, uno 
studio serio su di lui, uno svolgimento delle 
sue idee. Ma il fatto non corrispose all'aspetta- 
zione, né la rettorica del Predari varrà a provare 
il contrario; e quei casi particolari ed eccezio- 
nali di ammirazione, anziché dargli ragione, com- 
plicano maggiormente la questione e rendono 
giusta e naturale la domanda, che si fa dal Ferrari: 
Donde venne che il Vico non ebbe dal suo tempo 
gli onori che si meritava? Perchè non ebbe imme- 



258 VICO E IL suo TEMPO 

diati scolari, che ne continuassero e svolgessero 
le dottrine? Perchè anzi quasi tutto il suo secolo 
lo sprezzò o non l'intese? 

La questione è molto grave; ma il porla è 
cosi giusto che il Vico stesso la fece a sé me- 
desimo, più volte, e ne trattò nelle sue lettere. 
Esrli ne accagiona per solito le tendenze gene- 
rali dei tempi, e l'indole degli studii, che erano 
venuti prevalendo in Europa. Il suo animo è 
cosi rattristato dalla misconoscenza universale, 
che egli vede e in Italia e negli altri paesi una 
grande decadenza intellettuale. Il che non dob- 
biamo ascrivere a vanità, non potendosi preten- 
dere , che un uomo, il quale come il Vico avea 
saputo intuire si grandi verità ed aprire a tutte 
le scienze morali una via novella più ampia e 
sicura della passata, non avesse coscienza del 
suo valore , e tenesse in grande stima un' età, 
che mostrava verso di luì una si grande non- 
curanza. 

Nelle lettere all'Esperti, al De Vitry, al Solla così 
manifesta le sue malinconiche idee sopra i suoi 
tempi : « Lo mie dottrine, dic'egli, non avranno 
accoglimento che presso pochissimi, perchè la 
moda delle lettere loro è del tutto contraria in 
Europa, né io voglio piegarmi a lei. Dappertutto 
or non si ode a parlare che di Metodo e di Cri- 
Hca, metodo che non ci fa scoprir nulla, critica 
che ci conduce in filosofia allo scetticismo, nella 
filologia, scompagnata coni' è oggidì dalla filo- 
)$ofia, a un* erudizione del tutto inutile. » Cosi 
secondo lui la cagiono principale, per la quale 
i suoi libri non piacciono, gli è la filosofia me- 
todica di Cartesio, riguardo alla quale cono- 
sciamo già i suoi pensieri , e che a suo avviso 
rendeva facili, ma superficiali e senza frutto gli 
studii in tutte le scienze. — L'indole stessa di 



CAPO XIV 289 

tutto il secolo gli è avversa. Il suo secolo è 
altrettanto severo nel dettar massime qtcanto disso* 
luto nel praticarle ; e mentre egli lavora tutta la 
sua Scienza nuova suU* idea della Provvidenza, a 
suoi tempi non si ode a parlare che del caso d'Epi- 
curo della necessità di Cartesio. Cosi la Francia, 
dice egli, che era la Grecia d Europa va pur già de- 
cadendo con Gassendi che insegna una morale 
sensualistica, mentre T Inghilterra accetta dal 
Locke la Metafisica della moda, nella quale si 
cerca di sposare la Platonica con Epicuro. La 
decadenza è universale in tutti i paesi e in tutte 
le scienze; la repubblica delle lettere è al suo 
fine, esclama egli tristamente: i Teologi non fanno 
nulla, i Filosoli hanno la mente intorpidita dalla 
loro percezione chiara e distinta, la Morale più 
non si coltiva, credendosi basti il Vangelo, le 
Politiche ancor meno, perchè doveva bastare la 
pratica abilità. Egli vede nel suo tempo il fato 
uella sapienza greca che andò a terminare in me- 
tafisiche niente utili se non pur dannose alla ci- 
viltà; come gli ultimi tempi della Grecia, cosi i 
suoi sono, secondo il suo giudizio , vaghi più 
di raccontare in ristretto ciò che altri seppero, 
<5he profondarvisi per passar più oltre ; quindi 
chi voleva piacere a' suoi tempi doveva comporre 
Dizionarii o Biblioteche o Ristretti, e imitare i 
Suidi e gli Stobei, come facevano gli Offmani, i 
Moreri, i Bay li, i Fozii. 

In Italia le cose non vanno meglio che negli 
altri paesi e « quantunque in Napoli » scriv'egli « 
« vi si abbondi di acuti ingegni e di severo 
« giudizio, che potrebbero lavorare opere tutte 
« nuove e tutte proprie, sono però i nobili ad- 
« dormentati da* piaceri della vita allegra; quei 
< d' inferior fortuna sono tratti dalla necessità 
-« di disperdersi nella folla del nostro foro. 



260 VICO E IL suo TEMPO 

« per menar più tranquillamente la vita^ eser- 
« citarsi in occupazioni, che se non gliene dis- 
« sipanOy certamente pur troppo gliene infie- 
« voliscono la natura (1). » 

Si vede da (juesto come il Vico giudicasse i 
suoi tempi e il suo paese e a quali cagioni 
attribuisse la poca fortuna de'suoi libri e delle 
sue idee. — La sua descrizione è alquanto triste, 
ma non del tutto falsa, perchè per l'ItaUa fu 
quello un tempo di grande decadenza filosofica, 
e in generale per l'Europa di una grande corru- 
zione morale, corruzione che naturalmente si ri- 
fletteva nelle dottrine e rendeva l'animo del Vica 
profondamente religioso ad esse avversissimo. 

Ma le sue parole non bastano a spiegarci 
tutto il fatto. Cercando io di compiere le sue^ 
osservazioni non pretendo per questo di pro- 
vare che le cose dovevano necessariamente cosi 
avvenire. Gli è un'illusione molto frequente al 
giorno d'oggi presso i filosofi della storia, i 
quali^ quando hanno spiegato un fatto, credono 
nello stesso tempo aver provato , che essa 
necessariamente doveva accadere. Cosi mentre 
ciascuno ammette il libero arbitrio nella vita 
pratica e individuale, gli è accettato oggigiorno 
come un teorema scientifico, che nella storia 
di esso non si debba tener conto; e chi non sa 
dimostrare, che Machiavelli doveva proprio scri- 
vere in quel modo e Kant stampare la sua Critica 
della Ragione pura nel 1781, quegli non s'intende 
di storia. Ma il vero si è che in questa la ne- 
cessità s'intreccia sempre colla libertà, giacché 
se per una parte un tatto si collega sempre ne- 
necessariamente colle condizioni del suo tempo^ 
questa colleganza è poi possibile in diversi modù 

(1) V. queste lettere nel Voi. VI p. 8—17. 



CAPO XIV 261 

Io non dirò dunque che il Vico doveva neces- 
sariamente esser misconosciuto dal suo tempo; 
ma io mi contenterò di mostrare quante erano 
le diflBcoltà e quanti gli ostacoli da vincere, 
perchè ciò non accadesse. 

Le cagioni del fatto sono di due maniere : le 
une si trovano nelle condizioni del tempo, le 
altre in quelle particolari del Vico stesso, mentre 
questi non vide naturalmente che le prime. 

Abbiam già veduto nelle parti antecedenti 
essere inesatto quanto sostiene il Ferrari, che 
il Vico non avesse alcuna connessione scientifica 
co' suoi tempi; abbiam veduto anzi come i suoi 
problemi si trovavano in germe nella scuola 
groziana e nel conflitto che si celava nel sapere 
del suo tempo tra la filosofia e la filologia. — 
Certamente però ad iscorgerveli allora e dar 
loro un soddisfacente scioglimento si richiedeva 
una forza straordinaria d* intuizione, e questa 
ebbe il Vico. Una volta poi indicata la strada 
doveva esser facile a suoi contemporanei il se- 
guirla. Ma a questo niun paese era allora, quanto 
r Italia, disadatto. Già il problema non era stato 
pòrto al Vico dalla scienza italiana, ma, almen 
per la massima parte, dalla straniera. 

Forse il Vico avrebbe in altri paesi avuto 
maggior fortuna, forse in Germania avrebbe 
affrettato di mezzo secolo la grande Critica sto- 
rica, è le avrebbe anche dato subito un carat- 
tere di maggior profondità psicologica. Scrivendo 
in Italia egli non poteva naturalmente produrre 
i medesimi effetti , giacché molto raramente 
un uomo può esercitare una grande influenza 
fuori del proprio paese, quando da questo stesso 
non siano stati prima riconosciuti i suoi meriti 
6 proclamata la grandezza sua. 

Ma in Italia non v'era allora più alcun mo- 



S62 VICO K IL suo TEMPO 

vimento filosofico, essendosi in filosofia e nelle 
scienze morali in generale divenuti schiavi dallo 
straniero; per tutto il corso della Filosofia giu- 
rìdica nel secolo xvii e nella prima metà 'del xviii 
noi non abbiamo, tranne il Vico, alcuno scrit- 
tore geniale; neir erudizione classica siamo pure 
molto al disotto delle altre nazioni d'Europa; e in 
quanto alla giuridica la scuola stessa del D'Andrea 
ebbe corta durata, perchè una parte si rivolse al 
Diritto dottrinale e positivo, mentre i più degli 
ingegni, come ci dice il Vico stesso , si erano 
sempre rivolti alle cose del Fóro, l'unico mezzo 
per acquistar fortuna ed onori. 

In tal paese e fra tali concittadini, come po- 
teva il Vico fondare una scuola storica e filoso- 
fica ? — Le difficoltà venivano accresciute dalle 
condizioni personali del Vico, dall'indole delle 
sue dottrine, e dai bisogni diversi del tempo. 

Fondare una scuola in Italia non era allora e 
non è al presente cosa cosi facile come oggidì 
per es. in Germania. Per far questo ti basta in 
Germania ancor o^i, quanto alle condizioni 
estrinseche, essere professore in un' Università. 
— Colà tu puoi svolgere intieramente la tua 
dottrina e compierla a viva voce in tutte le sue 
parti: hai scolari che ti ascoltano liberamente 
e non ti vengono a udire per obbligo, né soia- 
mente nella scuola, ma in casa, se occorre, e 
lavorano sotto la tua direzione continua ed im- 
mediata. 

Ma nelle Università italiane o almeno in quella 
di Napoli si erano al tempo di Vico già in parte 
andate perdendo le libertà , che avevano nel 
medio evo e nei primi tempi moderni rese quelle 
vera palestra della scienza. — Ogni professore 
doveva già come al presente insegnare una de- 
terminata materia ; per il che il Vico obbligato 



CAPO XIV 26S 

per tutta la sua vita ali* insegnamento della. 
Kettorica, e quelle scienze nelle quali egli aveva 
iatto i suoi più grandi studii potendo solo 
toccare di sfuggita, non ebbe nella cattedra 
alcun mezzo potente per la diffusione delle 
proprie idee. — Né egli poteva fare la sua 
casa un centro di studii, scarso com'egli era 
dei beni di fortuna e non ragguardevole nò 
per nobiltà di sangue né per grado elevato. — 
'Nella società d'allora come nella presente non 
era più cosi facile come in Atene, che sorgesse 
un Socrate a filosofare per le strade, e che 
potesse, malgrado i piccoli natali, le poche ricchezze 
e il basso stato, raccogliere intorno a sé i più 
colti giovani della città. — A qualche rampollo 
delle più nobili famiglie di Napoli fu obbligato, 
per campare, insegnare i latinucci, e il De-ltosa 
ci sa dare i nomi d'alcuni; ma nessuno divenne 
celebre nella scienza. 

Ad alcuni queste mie considerazioni parran 
leggerezze, giacché ci siamo ora avvezzi a ere- 
dere che il Fato regga le vicende degh Stati 
come il progresso del sapere e quindi sprez- 
ziamo le cure minute, che pur sovente produ- 
cono le cose grandi. Io credo invece che al 
presente i nostri insigni scien^ati potrebbero 
esercitare un'assai più grande influenza, se le 
loro relazioni personali fossero più grandi ed 
estese, e se le Università avessero un ordinamento 
più libero, e tale che ogni uomo d'ingegno vi 
trovasse modo di esporre idee proprie, e di aver 
scolari che ne comprendano e ne svolgano lo spi- 
rito, non le accolgano pas.'-ivamente per ripeterle 
a memoria negli esami. Del resto fra noi non 
isi dà ancora sufficiente importanza al conver- 
sare scientifico e si crede troppo ingenuamente, 
che tutto possan fare le lezioni dell' Università, 



364 VICO E IL suo TEMPO 

o i libri. Bla il libro e la lezione non son mai 
«osi efScaci, come una conversazione libera, dove 
il pensiero non si esprime, è vero, colla medesima 
determinatezza come in <]|uelli, ma si presenta più 
compiuto, più variato, più pieghevole ai bisogni 
di cui ci ascolta. Cosi il commercio intimo e fami- 
gliare cogli uomini addottrinati introduce i gio- 
vani più facilmente nei segreti della scienza e 
loro insegna meglio che i libri e le lezioni ad 
approfondire le idee e a pensare da sé ; il che 
è il proprio fine d'ogni insegnamento. — Di 
giovani che cosi facessero non ebbe alcuno in- 
torno a sé il Vico. 

Con quanto si è detto non si vuol negare la 
grande efficacia, che libri pieni di vedute si pro- 
fonde, quali erano quelli del Vico, avrebbero 
potuto esercitare, se altri ostacoli particolari non 
si fossero frapposti. Sgraziatamente i molti difetti 
di stile e di esposizione, che i suoi libri aveano, 
li rendevano da una parte difficilmente intelli- 
gibili, dall' altra assai facili, come abbiam veduto, 
ad essere combattuti e messi in derisione da 
una critica arrogante e ristretta d'idee (1). 
Noi abbiamo veduto come egli non abbia mai 
avuto coscienza perfetta del suo pensiero, e 
quindi con quanta facilità si avvolgesse in con- 
traddizioni, dimenticasse e misconoscesse le cose 



(L) Cosi egli dipìnge candidamente la sua condizione ris- 
peUo alla Critica dei suoi tempi. « Quanto fu acre > ( il 
Vico) tt contro coloro i quali procurarono diffamarlo, 
^ tanto fu ossequioso inverso quelli, che di esso e delle 
tt sue opere facevano giusta stima^ i quali sempre furono 
1* i migliori e i più dotti della città. De' mezzi o falsi^ o 
« gli uni e gli altri, perchè cattivi dotti la parte più 
«* perduta il chiamava pazzo^^ o con vocaboli più civili 
f* il dicevano essere stravagante e d'idee singolari ed 
1» oscure. « IV, 41d. 



CAPO XIV 265 

alette da lui medesimo; abbiam vjaduto come egli 
mali eontiimaii^0te il senso delle pardo , e 
qoEBto sia dÌ8(Mrdìnato econfogo; abbiam veduto 
come il concetto stesso della sua scienza gli oscil- 
lasse di continuo nella mente, a come egli per 
colmo di sciagura coronasse la sua vita intellet- 
tuale <^on un peggioramento parziale, ma molto 
rilevante, della sua dottrina, cioè colla seconda 
Scienza nuova^ le cui idee intorno ai Corsi e Ri- 
corsi dovevan presto metterlo in discredito, e 
falsare il concetto profondissimo ed originario 
del suo sistema. Egli stesso fece quanto potè 
per distogliere gli altri dal pigliare delie sue 
dottrine una giusta ed accurata conoscenza, pro- 
clamando che la più vera espressione di esse 
si trovava nella Sciama nuoì>a del 1730, e che 
fuori di questa nessun altro suo lavoro, tranne 
tre luoghi della prima Scienza nuova, egli a- 
vrebbe voluto gli sopravivesse. 

Cosi il Vico stesso rinnegava e distruggeva 
r opera sua. 

Ma anche le tendenze e i bisogni diversi del 
tempo, che dovevano fra breve influire sulla scienza 
italiana, gli stavano contro. — La Critica e la 
Filosofia della Storia sono scienze che non ten- 
dono direttamente a soddisfare alcun bisogno 
pratico della vita, ma sì veramente il più no- 
bile e più elevato bisogno speculativo, quello 
doè di conoscere lo Spirito umano e le Leggi, 
che ne governano lo svolgimento anche iu 
un passato remotissimo, e dove non ci sian pur 
da pigliar norme per la vita pratica; e quan- 
tunque indirettamente anche per questa molti 
vantaggi si possano trarre realmente da tali 
studii, tuttavia essi-^ non vengono molto &cil- 
mente scòrti; quindi quegli studii prosperano 
più frequentemeirte in un tempo di grande raf- 

is 



966 VICO E IL suo TEMPO 

finatezza scientìfica^ e quando le menti si di- 
stolgono più facilmente daffli affari. Cosi fli pressa 
di noi per la Filologia e la Pilosc^a teoretica in 
generale nell'epoca del Rinascimento, e cosi 
presso i Tedeschi per la Critica e la Filosofia 
verso la fine del secolo passato e nella prima 
metà del presente. — Ma ai tempi del Vico le 
condizioni delle cose erano in Italia e general^ 
mente in Europa del tutto avverse all'indole delle 
sue dottrine e contrarie alla loro diffusione. 

Si manifesta in tutto il secolo xvm una ten- 
denza generale alle riforme sociali. Le grandi 
monarchie d* Europa, che verso il principio del- 
l'età moderna erano venute sorgendo sulle ro- 
vine del feudalismo, da loro fiaccato coU'ajuto 
del ceto medio , avevano però dovuto lasciar 
sussistere un nunaero grande d antiche istituzioni, 
cui non era possibile in quel tempo per le idee 
non ancora progredite e per lo stato non ancor 
sicuro delle cose il distruggere. Queste istitu- 
zioni non erano tutte in sé cattive; ma non si era 
saputo, salvo in Inghilterra, conservarle piegan- 
dole ai nuovi bisogni. Si era anzi in parecchi paesi 
dell'Europa venuto distruggendo ciò che di meglio 
aveva tramandato il Medio Evo, lasciando sus- 
sistere il peggio. Cosi mentre da una parte le 
monarchie si erano venute rendendo sempre 
più dispotiche coirajuto della borghesia, ajuto, 
che esse s'erano procacciato sostenendola contro 
la nobiltà, raggiunto ch'ebbero il loro fine, la- 
sciarono che la nobihà continuasse ad esercitare 
sul popolo molte angherie, e si conservasse pre- 
potente verso di questo, purché rimanesse' im- 
potènte di fronte al sovrano. — Ma il popola 
doveva in breve risentirsene , perchè alla co- 
scienza naturale dei proprii diritti, che l'uomo 
sempre ha in sé, si era venuto aggitmgenda 



CAPO XIV 2d7 

la coscienza della propria forza ; né v*era più 
alcuna ragione o fisttto, che a'saoi ocdù gli 
legittimasse quell'oppressione o gliela focesse 
parere invincibile ed inevitabile, come per il 
popolo latino era avvenuto in alcuni paesi al 
tempo delle conquiste barbariche. 

Or non v*ha cosa che più eoUevi gli animi 
di (]ueIlo, che appare come del tutto arintrario 
e ingiustificato. Le menti dovevano natural- 
mente rivolgersi a con^derare l'ingiustizia delle 
istituzioni sociali, che esistevano, ad escogitare 
migliori e nuovi ordinamenti, fondati sull'equità, 
e più conformi agli interessi universali, ai di- 
ritti imprescrittibili dell'uomo e al fine della so- 
cietà. 

Avevano disposti gli animi a questo rivolgi- 
mento, nell'ordine dei fatti la Riforma dap- 
prima e poscia la Rivoluzione inglese, e in quello 
della scienza la scuola di Grozio. Quantunque 
questo e i suoi scolari immediati giustificassero, 
come vedemmo^ il più assoluto dispotismo, e 
dalle sue dottrine avessero potuto sorgere quelle 
dell'Hobbes, tuttavia v'erano ne' suoi principii i 
germi delle teorie liberali del Locke e del se- 
colo xviii; perchè avendo egli fondato il Diritto 
sulla natura umana, in questa dovevano presto 
riconoscersi diritti assoluti e imprescrittibili, non 
solo nelle relazioni private ma anche nelle po- 
litiche. Già nel Grozio si trova accennata la teo- 
ria, che fa sorgere la società da un contratto, 
teoria, dalla quale doveva derivare la dottrina 
della sovranità popolare, nata dapprima in In- 
ghilterra, accettata in Francia dallo stesso Mon- 
tesquieu (1), svolta poi e messa a fondamento 

(1) Così questi defìnisce col Gravina Io stato per la riu^ 
nìone di tutte le forze particolari, cioè di tutte le volontfi 
degli Individui che compongono un popolo (l, 8). 



2S& VICO E a sue tempo 

di tutta la aoienza politica e «ociaU dal Bouasoau. 

Cosi mentre in htlia il Vico cercava neUa «oa 
sotitudino di risolTere nn problema del tutto 
teorico e scientifico ^ problema» clia lo studio 
delia scuola giurìdica di €trozio gU &ceva mr^ 
gore in mente, questa stfsea pigliava in Inghil- 
terra e in Franca un indirizzo del tutto diverso ; 
nel ^tuile gli sforzi dei pensatori politici, men- 
tre si rivolgevano a trovare al Diritto e allo Stato 
un fondamento razionale, miravano nello stesso 
tempo direttamente a uno scopo pratico, cioè 
alla riforma della società. Queste tendenze erano 
e(»nunì a tutti, non meno al Montesquieu che 
al Rousseau, quantunque si manifestassero ia 
modo molto differente, come dal semplice ravvi- 
cinamento di questi due ncmii gli è ben facile lo 
scorgere. 

Ma come avviene sempre nelle cose mnane, 
che ad un'idea giusta non prima veduta si dà 
nel suo primo mostrarsi maggior valore e lar- 
ghezza che ad essa non si dovrebbe, si andò 
anche in quella tendenza all*estì*emo« — Come 
prima tutto il meccanismo sociale aveva la sua 
ragione giustificativa solamente nel fatto storico, 
che laveva prodotto, ora, negletto questo intie- 
ramente, si volle tutto fondare sopra concetti a 
priori, e governare la società con precetti trovati 
colla sola ragione. Ogni pensatore politico aveva 
il suo tipo di governo, e le diverse cond^biioni 
dei popoli non dovevano essere studiate per 
altro fine^ che quello di conoscere i mazzi mi- 
gliorì, coi quali queU'Meale doveva venir realiz- 
zato. Nulla è più lontano da tutti quegli scrìttori 
politiei e storici del secolo xviii, quanto il oonostto 
profondo del Vico e della scienza moderna, che 
vi sono nell'Umanità delle istituzioni comutii 
a tutti i popoli, ad essa essenziali» la società 



CAPO xjv 26» 

stessa, la religione, il dtrìlto^ lo stato, le cj^oali 
si rengcmo svolgendo spontaneamente e pighano 
caratteri e forma diversa presso cmemno di 
loro, non già, come suppone lo stesso Monte- 
squieu, in virtù di un fine e di un disegno che 
i popoli o i loro l^tslatori si siano a prindpio 
proposti di attuare; ma si in virtù dell'indole 
particolare di ciascun popolo, di qaeU'orgaiikmo 
intimo spirituale, che costituisce uno degli ele- 
menti di fatalità nella storia, e che non distrugge» 
ma limita o meglio determina l'esercizio d^lla 
libera facoltà dell' uomo , degli individui come 
dei popoli. — Ma tali concetti, che il Vico ebbe 
il genio d'intuire in parte, non potevano essere 
intesi dal secolo xviii a cui mancava in sommo 
grado il senso storico, e nel quale era più 
grande l'osservazione e il ragionamento, che 
la profonda coscienza pmcolojgica. — I principii 
del Vice non erano per verità privi di conse- 
guenze pratiche ; ma queste non potevano cosi 
iacilmente scorgersi come quelle dei politici del 
suo tempo, che le mettevano in maggior vista 
e ne menavano grande remore, essendo esse la 
mira principale delle loro investigazioni e dei loro 
scritti. — Cosi questi inspirandosi ai bisogni del 
tempo e predicando le riforme sociali erano effetto, 
ma ad un tempo si facevano causa del movimento 
degli animi in allora,- e gli scritti del Vico, che 
erano il frutto d'una meditazione individuale, do- 
vevano del tutto venirne offuscati. 

Di qui si può capire la grande influenza^ che 
quei Bolitici ebbero sugli avvenimenti del tempo 
e sull'avviamento degli spiriti e delle idee nei 
loro secolo. Essi divennero vita ed anima di 
tutto quel movimento riformatore, che caratte- 
rizza il secolo 3tviir, tutto ripieno di quello spirito 
filantropico e umanitario, che verso la fine del 



270 VICO E IL suo TEMPO 

secolo si doveva maiufestare anche in mezzo ai 
più atroci avvenimenti. -*- Un tale spirito aveva 
preso dapprima non meno i prindpi che i po- 
poli. Quasi tutti i paesi d'Europa ebbero in 
quel tempo il loro principe riformatore ; e molte 
cose buone ed utih si fecero: si corressero an- 
tichi abusi, si abolirono assurde istituzioni, si 
mise miglior ordine nella società. Ma non da 
tutti si procedette con la cautela e la prudenza 
necessaria: si voleva da alcuni tutto dis&re 
senza alcun riguardo alfe storico e al tradizio- 
nale; tutte le istituzioni del popolo dovevano 
trasmutarsi per conformarsi alle norme assolute 
accettate dal principe filosofo, il quale voleva, 
che i suoi sudditi, come si disse di Giuseppe II, 
fossero telici a loro dispetto e a suo modo. 
Quindi si denominò giustamente quel tempo il 
tempo del dispotismo illuminato, tempo nel quale 
regnarono, secondo i desiderii di Platone, prin- 
cipi filosofi. 

Di questo movimento si risenti l'Italia nel- 
l'ordine delle idee non meno, che in quello dei 
fatti. Anche l'Italia ebbe i suoi principi rifor- 
matori e i suoi politici teoristi, i quali forma- 
rono una scuola che per certi rispetti non la 
cede alla francese. — Quantunque essi per il 
loro carattere medesimo non potessero ricevere 
una grande influenza dalle idee del Vico, tut- 
tavia alcuni di essi lo studiarono, e noi vogliamo 
seguirne brevemente le tracce nei loro lavori. 
Accanto ad essi noi vedremo alcuni pochi, i 
quali si proposero realmente di svolgere le idee 
vichiane o si travagliarono in un medesimo or- 
dine d'idee; ma essi non sono che gli ingegni 
minori e se ne eccettuiamo in parte il JanelU, 
nessuno seppe emular il Vico o forno in sé ri- 
vivere lo spirito coir approfondire le sue idee; 



CAPO XV 271 

4[ion si fece dai più che ripetere servilmanto 
alcune di (][uesto. 

Degli uni e degli altri tratteremo in due di- 
stinti capitoli. 



Capo XV. 

Vico e i Politici italiani conttmporanei % posteriori^ 
che con Ini si connettono. 

Il Gravina, che di poco precedeva il Vico, e 
K)he trattò alcuni soggetti comuni con questo, si 
rannoda colla scienza antica da una parte e 
4aU' altra colla scuola groziana, come già ab- 
bmmo accennato nel Capo IV. A lui manca del 
tutto il concetto storico fondamentale del Vico ; 
e lo stesso noi osserviamo in un altro concit- 
tadino e contemporaneo di questo, nel Cian- 
cione. 

Il Giannone è uno storico o meglio un po- 
lìtico italiano del secolo passato , che si tenne 
ancor libero dall'influenza francese, al con- 
trario di tutti quelli, che vennero dappoi. Ma 
anche nel Giannone manca non meno che nel 
JMontesquieu e nella scuola francese il senso sto- 
rico dei Vico e della scienza moderna. 
, Quattro anni dopo che il Vico aveva stampato 
la seconda Scienza nuova , cioè nel 1 739 , il 
Giannone, allora prigioniero del Piemonte nel 
•castello di Ceva, scriveva quei suoi Discorsi 
storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio, 
4 quali ci mostrano Quanto grande fosse la diffe- 
renza delle menti dei due grandi Napoletani. — 
Noi troviamo nel Giannone il genio politico del 



272 VICO E GIAKNONE 

^secolo xvtHy quella^ tendenaa a confiód^rare le 
instituzioni umane, come il trovato dei kgida- 
tori, i progresBÌ della civiltà come un emtto 
più meno artificiale delle loro disposiaioiii^ 
come il frutto di un disegno da loro precon- 
cepito. Egli, trasportando anche nei tempi più 
antichi le idee e i concetti de' suoi, tratta delle 
istituzioni primitive di Roma e ne fa la critica 
colle regole comuni e generali, che ci ven- 
gono dettato da queir accorieì^ e da queU'ejqae- 
rienza, che si acquistano negli artifizii della po- 
litica moderna, e non pon mente all'indole di^ 
versissima di quei tempi antichi, né cerca di 
addentrarsi n«ilo spirito e nell'intima natura 
di quegli uomini, che vi agirono. Cosi l'antiche 
religioni sono da lui considerale come invenzioni> 
cui trovarono accorti legislatori, per tenere in 
freno il volgo > che si lasciava trarre dalla sua. 
naturale credulità a prestarvi fede; la divina- 
zione non è che un trovato di impostori , la 
credenza negli spettri , nelle ombre o amme 
degli uomini, che in quella forma continuassero 
dopo la morte la loro esistenza, superstizione, 
che Numa Pompilio seppe diffondere per farla 
servire a' suoi fini, quantunque né egli né tutta 
la gente seria dappoi ci credesse. 11 Giannone 
tiene poi per vera la spedizione in Grecia p^ 
la compilazione delle xu Tavole^ e su questa 
punto è inferiore ancora al Gravina* La me- 
desima grande mancanza di senso storico mo- 
stra, quando seguendo ciecamente la tradizione, 
afferma che Boma ricevesse da Romolo tuu$ le 
leggi militari e {^itiehe^ poi da Numa iuUe le 
leggi religiosOé 

^indi quantunque il Giannone pretendesse 
iìr tare in quegli scritti una vera critica storica,^ 
egli non vi riesci; perché non aveva sufficiente 



CAPO XV S7S 

spirito di osservatone interna, che àìi foees$e 
cogUere i fatti nella loro storica realtà , nella 
radke psicologka^ da cui rampollano. 

L'opera maggiore del Giannone, La Stwia ci^ 
vite del regno di hi(tpoUy mo^ra poi aneor meno 
la sua attilu^ne alla filosofia storica. Quel lavoro, 
i cui meriti, specialmente avuto riguardo H suo 
tempo, nessun certo vorrà disconoscere, non mira 
per verità a questa; esso ha piuttosto ^ino scopo 
pratica, percbò occupandosi delle istituuoni, come 
si vennero estrinsecamente stabilendo^ mira ad 
illustrare le leggi del suo paese, e specialmente 
a chiarire e determinare i rapporti dello Stato 
colla Chiesa, una delle grandi questioni giuri*- 
diche del passato secolo, come del presente. 

Dopo il Giannone eJl Vico gli scrittori ita- 
liani vanno sempre più perdendo la loro ori- 
ginalità; l'influenza francese si fa sentire po- 
tentissima e più sui più grandi ingegni. 

I tre periodi del lioeralismo nel secolo pas- 
sato potrebbero riassumersi in Ire nomi ; Lc^e, 
Montesquieu, Rousseau. Di onesti il primo non 
ebbe generalmente suU* Italia che un' influenza 
indiretta, cioè per mez«o dei Francesi, i cui primi 
scrittori politici si educarono alla scuola in^ 
glese. — Degli altri due in (juel secolo esercitò 
un'influenza ben più grande il Montesquieu, che 
non il Rousseau, quantunque sia statò tante 
maggiore dappoi e lo sia anche al presente l'in- 
fluenza di questo sull'Italia; perché come avviene 
solitan^ente nei paesi, nei quale la vita intellet- 
tuale si sia affievolita e che si trovino a contatto 
con altri di coltura più giovane e vigorosa, noi 
accettiamo sovente le teorie degli stranieri, 
quando questi le cominciano a smettere. 

Contemporaneo del Giannone, il Montesquieu 
.manca come questo del seiiso storico , e come 



274 vrco e Montesquieu 

<)uesto non seppe vedere le grandi ed originQU 
mee del Vieo. Quindi ha ragione il Ferrari nel 
dichiarare ct^ nessuna diretta e grande influenza 

Imo il Vico aver avuto sul Montesquieu, e che 
'essersi incontrati essi in qualche idea partico- 
lare non toghe la diversità grandissima » anzi 
Tintìma opposizione che c'è tra le loro idee e l'in- 
dole della loro mente; il che ci rendo sicuri che 
essi dovettero battere ciascuno una strada pro- 
furia e dall'altro indipendente. — Secondo quello 
che osserva assai giustamente lo Sclopis in un 
suo pregevolissimo scritto intorno al Montesquieu 
(1), anche questi come d'ordinario ai suoi tempi 
si faceva , considera i bisogni della società 
come troppo legati e dipendenti dalle forme di 
governo, — Egli ha beo intravvisto , prosegue 
il lodato scrittore» che ve in ogni popolo una 
natura intima che opera» cioè quello» che egli 
chiama l'Esprit general, ma non l'ha saputo 
scorgere in tutta la sua profondità, ed ha su- 
bordinato il carattere dei popoli alle forme di 
governo, mentre queste sono del tutto un ef- 
fetto, una delle molteplici manifestazioni di 
quello. Quel genio istintivo» intimo d' un popolo, 
che crea incessantemente e inconsciamente e 
che dà una forma particolare allo svolgimento 
delle sue idee, delle sue istituzioni, de' suoi av- 
venimenti, sAiggi al Montesquieu come ai filosofi 
politici del secolo xvirr in generale. Gli è vero, 
che le considerazioni storiche hanno pure grande 
importanza pel Montesquieu; ma la storia è per 
lui come per Macchiavelli un mezzo non già per 
conoscere l'intima natura dei popoli e delie in« 



(1) V. nelle Memorie dell'Accademia delle Scienze dì To- 
rino, voi. 17.<* anno 1858 : Recherches historiques et cri- 
iiqucs sur l'Esprit des Lois de MentesquUu, 



CAPO XV 275 

cessanti trasformazioni di essa^ ma per trarne 
precetti e norme utili per la vita pratica, per 
trarne insomma un opportuno ammaestramento 
intorno ai diversi modu, coi quali il legislatore 
si deve regolare per conservare questa o quella 
forma di governo (1). Cosi ancM per il Mon- 
tesquieu come per tutto il secolo xvin il con- 
cetto della natura, sul quale esso fondava il 
diritto e la società^ era qualche cosa di estrin- 
seco allo svolgimento dell'uno e dell'altra; per 
questo egli non seppe, come il Vico, conside- 
rare la storia quale una vera manifestazione 
della natura umana, e non vi scòrse quasi 
che un complesso artifiziale di fatti. 

I caratteri principali delle dottrine del Mon- 
tesquieu si comunicarono alla scuola italiana, che 
sorse sotto la sua influenza, modificati natural- 
mente dal carattere individuale degli scrittori , 
dall' indole e dalle condizioni del paese, e dalle 
altre dottrine, che signoreggiavano nel loro 
tempo* — Nessuno di essi, dominato come era 
dalle idee francesi, poteva comprendere il Vico 
nella sua profondità e nella sua vera natura. — 
Dobbiamo dire anche, che ben pochi lo studiarono. 

— Dall'illustre schiera degli scrittori politici ed 
economisti milanesi, dalla cosi detta società del 
Caffèy pare che il Vico fosse del tutto ignorato. 

— Uguale dimenticanza non troveremo nei po- 
litici e giuristi napoletani; che anzi noi sap- 

Ì)iamo, come tanto il Filangieri quanto gli altri 
avessero in grandissimo pregio. E quanto al Fi- 
langieri noi non lo sappiamo solo da alcune 
parole, per verità troppo parche, che egli scrisse 
m sua lode nella sua Scienza della Legislazione^ 
ma da una relazione del Goethe, il quale viag- 

(1) Kliinrath in Sclopis, p. 219. 



S76 VICO B FILANGIERI 

giando per lllalia nell'anno 1787 e trovandosi 
in Na|M>Ii visitava il Filangieri, come uorao di 
cui correva altissima la fama in tutta TEaropa 
allora. Egli narra ciMne un giorno questi gK 
fecesse conoscere uno scriHore antico, del quale 
i giuristi italiani stimavano ed onoravano infi- 
nitamente la inarrivabile profondità. Era G. B. 
Vico. « I giuristi italiani, soggiunge il Goethe, 
t lo preferiscono a Montesquieu: un rapido 

< sguardo gettato sul libro, che il Filangieri 

< mi imprestò come una reliquia preziosa, mi 
« ha fatto sospettare, che vi si trovino dei pre- 
« sentimenti sibillini del giusto e del buono, che 
« deve che dovrebbe realizzarsi un giorno, 
« presentimenti tratti da una seria meditazione 
« della storia e della vita (1). » 

Da questa relazione del Goethe appare, quanta 
venerazione professasse il Filangieri verso del 
Vico, e come i Napoletani continuassero a stu- 
diarlo, sfruttandone le idee in parte o in tutto, 
come vedremo specialmente tra i cosi detti suoi 
scolari, senza che però alcuno si addentrasse in 
esse molto profondamente. Meglio degli altri por 
non seppe fare il Filangieri, la cui mente e le 
cui tendenze sono oppostissime a quelle del 
Vico, più che non lo siano ancora quelle .del 
Montesquieu. Il Filangieri stesso trova che questi 
si ò rivolto di troppo alla storia, a II Monte- 
« squieu ha, dice egli, ragionato più su quello, 
« che si è fsLtXo, che sopra quelle, che si do- 
« vrebbe fare. » Egli invece si propone di formare 
un sistema compiuto di legislazione; egli vuol 
dare le regole universali, colle quali si debbono 



(1) Goethe, Voyage en Italie; lettera da Napoli 5 marzo , 
1787 ~ trad. Porchat. Son costretto a tradur dal francese, 
non avendo potuto aver tra le mani l'originale. 



CAPO XIV JT7 

canàupra i popoli al befles^epe e alla pro«peiiià. 
1} Filangieri non vede neUe islìtoiìom ia nelle 
leggi quell'immoto, che n&s^ dallo svolgì- 
vmj^ si^ntaneo di ogni popolo e si radica 
profoadamaofte nella sua intima natura. Le leggi 
debbono ben conformarci all'indole di <{U^o, 
al clima, alle circostanze esteriori, ma esse ven- 
gono sempre escogitate dai Legislatori , e eoai 
&tte e conformate esse diventano pel Filangieri 
GiWB -pel Montesquieu la molla della vita so- 
ciale^ e la loro trattazione quindi l'oggetto pre- 
cìpuo ed essenziale della storia. 

Tutto il suo libro sulla Scienza della Legista - 
zime è pieno di filantropia e spira un entu- 
siastieo ardore per il beoe del genero umano, 
cui egli nella sua ingenua e sconfinata fiducia 
verso le buone l^gi e la buona edmazicme, spera 
veder presto riformato da capo a fondo ; quindi 
egli segna pessima per lEuropa un era di grande 
felicità^ nella <}uale però la Russia per le buone 
leggi, ebe già, die* egli, possiede, avrà la pre- 
ponderanza, mentre l'Inghilterra per le sue leggi 
cattive andrà a rovina, o dovrà trasformarsi. 

Come si poteva con tali idee comprendere il 
Vico e penetrare molto profondamente nella 
vita delle istituzioni sociali e nel corso storico 
dell'Umanità? Tuttavia, seguendo egli un uso 
del tempo di intrecciare dissertazioni storiche 
alle disquisizioni dottrinali, e sentendo anche il 
desiderio di passar per dotto ed erudito, come 
si scorge chiaramente da molti capitoli ^ della 
sua Scienza della Legislazione, entra parecchie 
volte selle stesse materie del Vico» mescolando 
le idee di questo con alcune proprie e d'altrui, 
non sempi^ con grande discernimento* 

Alcune idee del Vico accetta ^gli nel capo VI 
del lilwo K.° dove spiega lorigine e i progressi 



978 VICO E FILANGIERI 

delle religioni. Egli distingue nello svolgimento 
di queste quattro periodi. Secondo lui Fuonao è 
dominato naturalmente dai due opposti senti- 
menti dell'infinito e del finito , dal sentimento 
della propria perfezione e da quello della sua 
debolezza. Ora nei primordj dell'Umanità do- 
veva dominare quest'ultimo e la religione sor- 
gervi appunto dai sentimento d'impotenza, in 
cui l'uomo ancor debole si trovava di fronte alle 
fòrze della natura, foi'ze che egli riferiva ad un 
ente unico» da lui quindi adorato come V ignota 
forza operante il tutto; si passa invece ad un 
secondo periodo quando comincia a prevalere il 
sentimento della propria grandezza e perfezione: 
in esso l'uomo cominciando a sentirsi superiore 
alla natura vi crea colia sua mente tanti enti 
latti a sua somiglianza, che presiedono al go- 
verno e all'operare di quella; in un terzo pe- 
riodo gli Dei vengono ordinati in un tutto, in 
una mitologia, coll'imporsi loro un re, rimem- 
branza confiisa delYignoto Essere del primo pe- 
riodo: nel quarto finalmente si deificano gli 
uomini. — Le Teogonie attribuisce il Filangieri 
tutte ad alterazioni fatte dai poeti nelle antiche 
favole, e molte di queste che già il Vico aveva 
acutamente riguardato come esprimenti primitive 
concezioni dello spirito umano, riferisce egli a 
certi fatti naturah ma accidentali e particolari 
realmente avvenuti. 

Del resto egli procede con quella presun- 
zione e sicurezza di sé , che era cosi consueta 
al secolo xviri nelle cose storiche, il quale, man- 
cando di senso storico, si credeva con grande 
facilità per mezzo di certi canoni psicologici uni- 
versali, tratti da un'immaginaria natura immu- 
tabile dell'uomo e quindi rigidamente applicati, 
costruire a priori la storia universale e spe- 



CAPO XV ' 279- 

ciaJmente quella doi primordii, non tenenda 

3 nasi mai alcun conto delle speciali differenze 
ei popoli. 
In questo quinto libro si vede l'influenza delie 
idee vicbiane là dove fa di Ercole il tipo di di- 
versi individui, che operarono grandi gesta; e 
dove combatte le idee di quei mitologi, che 
spiegavano le somiglianze dei miti tra i di- 
versi popoli colle trasmissioni dall'uno all'altro* 
— Egli invece, come il Vico, le attribuisce alle 
universali proprietà della natura umana com- 
binate colle universali circostanze del genere 
umano (t). 

Però il Vico in tutta questo libro, nel quale 
le idee migliori gli appartengono, non viene 
mai nominato. — Troviamo invece fatta parola 
di lui nel capo xxxv del libro 3.^ dove il Fi- 
langieri, parlando del rapporto delle pene cor 
diversi soggetti , che compongono lo stato di 
una nazione, traccia brevemente una storia della, 
civiltà e del diritto criminale, conforme per una 
grande parte alle idee del Vico. Anche il Filan- 
gieri ammette per primi uomini i Ciclopi, e dice,, 
che questi formavano monarchie famigliari, nelle 
quali ciascun padre era capo in tutti gli ordini; 
che tra di loro vigeva il jus majorum gentium, 
ossia il diritto della violenza privata, sul quale 
fondavasi la tutela. Anche per lui la chentela 
ha le stesse origini che ha per il Vico, e i clienti 
sono i famuli f analoghi ai vassalli rustici del 
Medio Évo. — Si discosta talora dalle idee del 
Vico, ma per lo più guastandole : fa cominciare 
r età eroica o di barbarie dal tempo , che le 
diverse tribù vicine venute a contesa fra di loro^ 
furon costrette a nominarsi capi, crearsi i re.. 

(1) VI, p. 275 ed. Classici Ilaliani di Milano. 



9S0 VICO e FaMTGERI 

Ma aQcàe in essa vige il ju$ majprum ^itium^ 
e non vi SQOQ slabìlite punizioni <ihe contro i 
delitti di Stato, considerati come fatti, coalro la 
divinità; e da esse hanno orìgine \\ jw area- 
num e le pene taemplari (IfxemplaJ, La vio- 
IdHKa privata si trasforma p<n a poco a poco 
in violenza pubblica per mezzo dì differenti e 
successivi gradi, l'asilo , la composizione, il ta«; 
gliene ; il qual ultimo fa nascere la tariffa dei 
prezzi; e da questa comincia il jus scriptum , 
col quale vien dato al re autorità di giudicare 
sui patriziì, e a questi sui clienti. 

Cosi dispostesi le cose, se in seguito avviene 
che il re si renda tirannico e oppressore dei 
patrizii^ allora questi si collegano colla plèbe 
contro di lui, si rivoltano, e riescendo vincitori 
fondano l'aristocrazia; se invece sono i patrizii, 
che si rendono oppressori dei clienti^ questi si 
collegano col re, abbattono i patrìzii e fondano 
una vera monarchia. 

11 Filangieri assai poco aggiunge al Vico, 
ninna idea ne migliora, ninna ne approfondisce, 
solo facendovi modificazioni talora del tutto in- 
giustificate. Egli lo nomina quattro o cinque 
volte in questo capo, ne cita un lungo passo e lo 
dice anche in un luogo il celebre Vico; na noi 
dobbiamo per questo tanto più meravigliarci 
della sua ingenua vanità, quando dà per sue 
le definizioni vichiane dei jus maiorum yentium 
e del jus minorum gentium e degli Dei maggiori 
e minorì che loro corrìspondono, per sue le 
idee vichiane sulle leggi agrarie di £oma, suUa 
libertà signorile insituita da Bruto, sui con- 
nubdi ecc., e quando malgrado questo ha l'a- 
nimo di scrivere, che tutte quelle cose gli co- 
stano una lunga meditazione sulla prima co- 
stituzione , aristocratica instituita in Roma dopo 



CAPO XV 281^' 

f espulsione dei Targuiniù — Eppure non si- 
può negare che il Filangieri fosse onesta ed, 
avesse un animo nobile e generoso, e che te- 
nesse il Vico il) profonda venerazione, come lo 
stesso racconto del Goethe ce ne fa sicuri! — ' 
Se dunque quelle sue strane pretese non deb- ■ 
bono esser attribuite a malizia, dovremo però 
dirle effetto di una singolare vanità e leggerezza 
giovanile. — Del resto pareva cosa intesa fra al- 
cuni pochi scrittori napoletani della seconda metà 
del secolo passato, che il Vico si potesse deru- 
bare a man salva senza citarlo mai o quasi. 

Fra i politici ed economisti contemporanei del 
Filangieri difficilmente troveremo altri in Italia, 
^he si siano occupati del Vico o che abbiano 
con esso una grande attinenza. Noi dobbiamo 
<liscendere sino ad uno dei più grandi pensatori, : 
che abbiano illustrate le nostre scienze sociali 
nella prima metà del presente secolo, voglio 
•dire al Romagnosi, 

Sarebbe argomento di bello studio il para- 
gonare le dottrine di questi due grandi ingeg^ni, 
i quali toccarono molti punti comuni di dottrina 
con uno spirito si diverso. Il farlo però in tutta 
la sua ampiezza mi trarrebbe troppo fuori del 
mio argomento e toglierebbe al mio lavoro quella 
misura che mi sono proposto di dargli. Breve- 
mente trattò già questo assunto il Ferrari in 
un suo lavoro giovanile, però seriamente pen- 
sato e sodamente scritto e fornito di alcuni 
pregi, che non sempre si ritrovano ancora nelle 
scritture posteriori di lui (I). 

Il Romagnosi studiò il Vico, e nel 1822 stam- 

f)ava suir Ape Italiana un articolo intorno a 
ui , nel quale si trovano giudizi non molto 

(1) La Mente di Giandomenico Romagnosi* Milano, 1835» 

19 



28S VICO E fiOMiMÀNOSI 

eipxi^ e che mostrano, cono neppar «gli» laal- 
grado il suo flagegno profondo e severo e la. 
vastità delia ma dottrina* avesse aaputo eoglieffo 
rìDiàmo pensiero deJ Vico e «eoprirvì quel fé* 
cofulo germe di un noveUo sapene , che doveva 
tanto prosperare nel mostro secolo. 

Ma dalle concezioni del Vico allontanavano 
il fiomagnosi non solo le eue teorie storidie -e 
polttichey fielle quali egli appartiene 4ineora kk* 
tìeramente al secolo svili, ma ancbe le tendenze 
del £U0 spirito e le attitudini del suo ingegno, 
quantunque anch*egli, cooie qualche scrittore 
napoletano, vi abbia spigolato alcune buene 
idee e sia ira quelU che meglio se le abbia 
sapute appropriare. Anzi egli seppe in iscritti 
posteriori all'articolo sovracitato render miglior 
giustizia ai meriti del Vico e citarlo con molto 
onore. Cosi nello scritto inedito sulla Vita degli 
Stati parlando di coloro, che primi trovarono 
i principii di filosofia civile , pone a capo di 
lutti il Vico e lo Stellini (1); e altrove am- 
mira questi due scrittori, die per unispiraziene 
di un ^enio indipendente hanno segnato un nuovo^ 
tema alla futura generazione. Nelle Vedute Fon*- 
damentati suiC Incivilimento il Vico ci viene rap- 
presentato come un ardito scopritore che sola 
e senza guida s inoltra il primo in un paese non. 
ancora esplorato e ne riferisce molte bensì con-- 
fuse ma vere notizie (2). Ma se chiedete al Ro- 
manosi in che consista il vero pregio del Vico, 
egh vi risponde, che sta nell* aver esposto /wr- 
ticolarità sul perfezionamento morale e pcliticei^ 
comie quello dello Stellini, di aver trovato ìori* 
giste razionale di varie opinioni morali. E n^i 

(1) in, § 980. Cito nell'edizione del Dc-Giorgi. 

(2) I, S 1088. 



CAPO XV 288 

opu$eoU filosofici (!), dopo aver cond^innato dei 
Vico ì suoi circoli similari, come già nell'articolo 
succitato e averlo rimproverato, percbè nel con- 
templare le vicissdtudini dei popoli e degli im- 
perii non fosse stato abbastanza penetratilo per 
ravvisarvi metamorfosi intellettuali e morali sotto 
identiche denominazioni di governo, lo encomia 
per e5?8ere stato abbastanza illuminato nel ri- 
cercare i caratteri mentali della prima età e nel 
segnare le forme delle diverse insiituzioni e delle 
loro locuzioni positive e semplificate nella storia, 

— Si vede bene, che il Romagnosi fu ancor 
lontano dal toccare il fondo delle dottrine vi- 
chlane. Il fatto stesso di mettere, com'egli fa 
sovente, il Vico a paro collo Stellini e anche 
col Janelli, mostra quanto pocx) egli seppe 
riconoscere l'importanza affatto singolare del 

f)rimo, e ch'egli vide ed ammirò nel Vico più 
e cose accessorie, che questo ha comuni con 
quegli altri scrittori e che più si accordano colle 
idee del secolo xvm, anziché quelle, che gli sono 
proprie e nelle quali stanno i suoi più grandi 
meriti. — Questo appare chiaramente in qud- 
r articolo deir Ape, dove più eh' altra cosa egli 
mostra di ammirare nel Vico quei suoi Prtn- 
cifdi generali della Scienza "nuova, che noi ab- 
biamo coMocato fra i suoi canoni psicologici e 
trattato nel Capo wi, e che sono le parti, nelle 
quali il Vico ed il secolo xvni maggiormente si 
accordafK), 

Anche il secolo xvni aveva i suoi canoni di 
psicologia storica, come già abbiamo veduto, ca- 
noni, dei quali anzi si andava molto superbi e che 
si applicavano con grande sicurezza e recisione. 

— m, qual diverso carattere avessero e per 

(1) S 211. 



284 VICO E ROMAGNOSI 

3ual diversa via venissero trovati che non quelli 
el Vico, ce lo indica il Romagnosi medesimo, 
Juando ingenuamente rimproverando il Vico 
i essersi tanto diffuso a trattar la natura delle 
antiche favole e di aver voluto scoprire dentro 
ad esse le antiche storie, cioè, i concepimenti e 
i fatti primitivi dell' Umanità, mira a cui tendono 
appunto per la stessa via gli studii linguistici 
della Filologia moderna, e il cui raggiungimento 
questa considera come uno de* suoi principali 
ufficii, dice essersi lui messo per una via di- 
sperata, e che gli sarebbe invece riescito molto 
più facile e più sicuro il compito, cjuando « invece 
€ di correre su e giù per le favole e le tradizioni 
€ dei tempi oscuri, egli avesse consultato le 
« storie dei pop.li rozzi, le quali al suo tempo 
« non mancavano; perchè così avrebbe trovato 
j» continua il Romagnosi « fatti veri, schietti e 
« sicuri, onde appoggiare e sviluppare la sua 
« teoria; perocché accade delle nazioni come 
• degli uomini: io voglio dire, che sonovi fan- 
« ciulli, giovani, vecchi e contemporanei, e si 
€ possono studiare i modi di vedere, e di sen- 
« tire e di operare di tutte le età (1). » 

Cosi il Romagnosi faceva al Vico il rimprovero 
contrario a quello, cho gli vien fatto da alcuni 
filologi moderni, e mentre questi, tratti in in- 
ganno dalle stesse dichiarazioni del Vico e dalle 
pretese della seconda Scienza nuova, trovano, 
che egli si abbandona di troppo alle teorìe e 
alle deduzioni a priori, il Romagnosi invece lo 
appunta d'essersi sperduto nelle tradizioni sto- 
riche. — Questa diversità di opinar© nei due 
uomini e nei due secoli mostra più di qualunque 
discorso il profondo contrasto della loro indole, 

(1) If, p. 300. 



CAPO XV 28§ 

cootrasto, .che naturalmente dalle dottrine sto- 
riche si riflette nelle politiche. 

Nella scuola storica predominante nel nostro 
secolo, come per gi'ande parte anche negli scritti 
del Vico, si considera lo svolgimento della vita 
degli Stati come il lavorio intimo dello spirito di 
ciascun popolo, spirito proprio e particolare di 
esso, e che nelle diverse epoche storiche ma- 
nifesta le diverse forme di una medesima natura; 
e si tende quindi, almeno in apparenza, a dimi- 
nuire la parte che realmente in quel succedersi 
degli avvenimenti hanno il libero arbitrio degli 
uomini e il genio degli individui. 

Parrebbe, che da questi principii teoretici non 
si possa cavare alcuna pratica applicazione , 
ma in verità ogni dottrina storica conduce ne- 
cessariamente ad un' arte politica, che le si con- 
forma. Cosi quella del Vico e dei nostri tempi 
mira a un sistema politico e sociale, che io 
chiamerei individualismo , cioè a quel sistema 
che [)iù è opposto al concetto antico dello stato ; 
inquantochè non solo pone questo come un 
mezzo all'individuo, ma tende ancora a sosti- 
tuire sempre più, col progresso dei tempi, l'azione 
di questo a quella dello Stato medesimo, e vor- 
rebbe, che l'armonia sociale e la comunanza 
morale ed economica degli uomini non si ot- 
tenessero tanto in forza di un meccanismo po- 
litico, quanto piuttosto per via di legami che 
liberamente tra di loro si rannodassero, e Ube- 
ramente ma pur costantemente si mantenessero, 
perchè sarebbero fondati sull'intimo volere dei 

5iù, sui loro interessi e sui sentimenti indivi- 
uali di reciproca benevolenza. Avevo quindi 
ragione di dire che solo in apparenza la scuola 
storica restringe il campo della libertà indivi- 
duale, che almeno i suoi principii non con- 



386 VICO E BQMAGNOSI 

ducono a questo necessariamente, quantunque 
altri ve li abbia tratti, e che anzi possono ai&ai 
bene accordarsi coir opposta dottrina; imperoc- 
ché non convran credere, come spesso con grave 
errore si fa, cbe si compia più liberamente ciò 
die in sé è più artificiale. Naturale ma ad un 
tempo più libero parci 1* agire per un impulso 
intimo del proprio essere, anziché per una 
spinta esteriore. E ad ottener questo parci sia 
rivolto quello spirito storico e politico, che si 
è risvegliato nel nostro secolo. L'individuo non 
è già più solo il fine della società civile; ma 
esso diventa ancora l'artefice principale della 
civiltà. Più non si considerano le tendenza e i 
sentimenti più profondi e più nobili dell'uomo 
come altrettanti mezzi > dei quali un accorto 
politico si serva per fondare uno Stato, per diri- 
gerlo a quel fine, che egli credo il migUore, aa 
pure questo il bene degli individui. Lo svol- 
gimento di quelle tendenze, l'educazione di quei 
sentimenti sono esse stesse divenute il fine es- 
senziale della vita degli uomini. — Le quali 
vedute si renderanno più chiare paragonandole 
colle dottrine storiche e politiche del secolo xviii 
e specialmente con quelle del BomagnosL 

Per )1 Romagnosi l'incivilimento non è una 
tendenza naturale ed intima dell'umanità, quasi 
una missione divina, che questa per diverse vie 
è destinata a compiere ; esso non é per lui che 
una mera possibilità, una possibilità fra le tante; 
per il che lo dice in un luogo un modo par- 
ticolare (li eserciiare^ che ha uno stalo le fun- 
zioni della sua vita (!)• — Esso quindi non 
sorge spontaneo dallo spirito di un popolo, ma 
nasce a caso e per un concorso straordinario 

(1) Nelle Leggi dell'incivilimento ; 11, % i3« 



CAPO XV 96E^ 

deìie circostanze più (éìid in un dato punito del 
mondoy da cui si spande artificiatmenlie neg^ 
altri paesi come il frumento, dic'egli, che se m 
puà dire il mezzo e il simbolo, qwmiwnfue come 
^we9tGf cAbiso^ni di un dato terreno e di utt dato 
-eUmct (1), — > La storia non porge seeondo faai 
alcoa es&mpio di incivilimento nativa^ ma sem- 
pre dativo, cioò comunicato o iniziato per mezzo 
o di colonie o di conquiste o di Tesmofori^ i 
quali vengona da lui concepiti in modo bem 
differente dal Vico nelle sue geniali vedute. — I 
Tesmofori sono per il Romagnosi veri fondatori 
di civiltà, e fin dal principio di questa gover- 
nano i popoli riftessivamente e con piena coo- 
sapevolessza, ^roponeiodosi fini conformi ad una 
sana politica e alle esigenze della civiltà e ordi- 
nantJofusa dei mezzi neces^ri e migliori per 
fakrìa, sorgere e prosperare» Di qui la grande im- 
portanza che Egli lora attribuisce sul destino dea 
popoli. — A suo avviso molli di questi, che giac- 
ciono nelloscurità dei tempii o rimasero sempre 
selvaggi, avrebbero raggiunte le più splendide 
civiltà, se anch'essi avessero avuto uà Zoroastro, 
un Confucio, un Lic:urgo, un Uomolo^ua Numa ecc. 
Cosi qaiìtunqae dal Vico egli abbia saputo 
trarre molte delle sue belle idee intomo allo 
svolgimento del diritto presso i Romani, intorno 
alla formazione e al carattere dei miti, delle quali 
cose per verità attribuisce quasi sempre al 
Vico il dovuto onore (2), tuttavia riguardo ai pri- 

(1) Nelle Leggi d&ll'imiuilimento ; % 85„ n.; e allrove 
passim* 

(2) V. special iwnte gli opuscoli storici del voi. !L parte 1.*: 
e fra (juesli V Esame derUa storta del tficalt, ma parriealar- 
mente il Discorso inedita Della^ leghl^zione» eitiHe m re- 
lazione al perfezionamento umano, tutto pieno di lunghe 
citazioni del Vico e di idee sue» ma che mostra anche 
quanta fosse la riverenza che il nomagno:» «vevwaequisteta 
per il Vico. 



"288 VICO E ROMAGNOSI 

mordi civili delle nazioni ed alla parte che vi 
ebbero i cosi detti Tesmotbri poco o nalla seppe 
apprendere da lui. 

Niuno di quelli che studiarono il Vico prima dei 
mostri giorni, e neanco il Romagnosi seppe com* 
prendere e penetrar a fondo quel concetto cosi 
vero e profondo, e d'altra parte cosi ampiamente 
illustrato dal Vico, della spontaneità dei primi 
popoli e della sapienza volgare o poetica dei lon> 
primi Reggitori, I primi Tesmofori possiedono già 
secondo il Romagnosi una vera scienza riposta^ 
anzi i principii di tutte le scienze; e quasi a 
prevenire una questione, che gli si doveva natu* 
ralmente presentare alla, mente, dice che è cosa 
superflua il domandare come essi vi siano giunti; 
noi sappiamo, prosegue egli, che i prioài uomini 
avevano dottrine sulle cose divine, sulle naturali 
e sulle civili, e che questi tre rami erano tutti 
conglobati e conservaci presso i primi Tesmofori, 
iiimodochè la moltitudine da loro educata rice- 
veva tutta l'istruzione dalla stessa autorità (1). 
Una sapienza riposta e ad un tempo un mezza 
di comando erano per lui gli arcani dei Patrizii^ 
che il Vico aveva già si bene esplicati; la leg- 
genda di Romolo e Numa riacquista presso il 
Romagnosi valore storico, l'uno e l'altro sona 
per lui, come già per Cicerone, due grandi le- 
gislatori, i quali seppero acconciamente com- 
piere l'uno l'opera dell'altro, disponendo le 
cose con tutto l' accorgimento di un politico 
moderno addottrinato e preveggente. 

Non già che il Romagnosi creda, che ai po- 
poli si possa imprimere qualunque forma si 
voglia; niuno anzi più fortemente di lui com- 
batta colóro, che vorrebbero trattare i popoli 

. (1) Nelle Vedute fondamentali ì, p. 448. 



CAPO XV 289 

come tante marionette» niuno parla più frequen- 
temente della natura da osservarsi. Ma questo 
concetto della natura che nel Somagnosi e nel 
^secolo xviii in generale ci sì presenta con tanta 
frequenza e che. vi ha una si grande impor- 
tanza, ha però anche, come si è già osservato, 
un senso ben diverso che nel nostro secolo e 
nel Vico. II Romagnosi è per verità alquanto 
oscillante riguardo ad esso e pare talora accor- 
gersi che in quello stesso sta il lato debole della 
sua teoria. Le contraddizioni non mancano. Dice 
sovente, che i legislatori debbono osservare le 
esigenze della natura, secondarle, se voghono 
fondare qualche cosa di solido e durevole, pie- 
garsi ai rapporti reali veramente necessari delle 
cose. Il complesso appunto di questi rapporti 
necessari costituisce ciò che egli chiama l'ordine 
naturale o necessario delle cose, il quale ò da lui 
rappresentato come un Fato indeclinabile ed on- 
nipossente che forma l'ultima gicarentigia delle 
nazioni verso i loro legislatori (1). — Ma dove 
sta quest'ordine naturale? esso non risfede nello 
spirito umano considerato in tutto il suo pro- 
gressivo svolgimento; esso è qualche cosa di 
estrinseco allo spirito , una potenza che gl'im- 
pone certe leggi e certe necessità e che con esso 
non si trasforma. — La natura, dice il Roma- 
gnosi, è quella che tiene l'uomo in società, ma 
sono i Tesmofori, che danno a questa la forma 
artificiale dell'incivilimento mediante la cogni- 
zione che essi hanno dell'ordine di fatto e di 
quello di ragione (2). — Cosi per il Romagnosi i 
primordii della civiltà hanno un procedimento 
più artifìziale, che non la sua continuazione; 



(1) III, § 1070. 

(2) llf, p. 185. 



990 viro £ ROMAGNOSI 

Suelli eostftuisecmo il periodo, dt'egli elàama 
eUb^ralo e proeurato, a cui tien dietro Y attro 
libero ed i9^nnuLle (i). In aueslo, più che non 
nelf infanzia delVuinaDità^ aomina econviea la- 
sciar dominare la natura; anzi fondata la ci- 
viltà, dice egli in nn luogo, il suo crescere e 
il sua prosperare è opera solo della natura (2). 
Ma con qvfesto diceva più di quello^ che egli 
pensasse, perchè trattando nel medesimo gcritto 
delle potenze dell' incivilimento dice, che questo 
è ben^ preparato e stimolato dalla natura, e 
stabilito che sia, da essa pure maruenuto e san- 
zionato, ma che nel suo formarsi esso viene m- 
gerita e avvalorato dalla religione, radicato e 
aumentato dalP agi'ieoltura, secandato e tutekU$ 
dal governo^ esteso e perfezionata datta conoscenza^ 
consolidato e canonizzato dalF opinione. — Né 
cade in mente al grande pensatore di riunire 
tutte queste potenze sociali nella sintesi dello 
j^irito umano, soggetto e produttore a un tempo 
incessante di esse. 

Assai prolisse, e faticose sono le trattaaioni 
del Romagnosi intorno a questi fatttffi dell' In- 
civilimento, intorno a' suoi elementi e a' suoi 
impulsi. La grandissima differenza tra l'indole 
del suo ingegno e il procedere del suo pensiero, 
e quello del Vi(x>, si manifesta ad ogni linea. 
— Il Vico, ingegno creatore, e che colla sua po- 
tenza sintetica procedeva a rapide e ardite ana- 
logie ed indi^zioni UDn poteva piegare la sua 
mente alla deduzione e ai sillogismi e quindi 
ordinare sistematicamente i suoi pensieri. — li 
Romagnosi neli* articolo sucoftato lo rimprovera 
appunto di essere molto disordinato, e dice, che 



(1) II, % 87. 

(2) II, S 73. 



CAPO x\' 291 

la sua mente era intollerante di qaell^ unità 
sistematica, che forma dei soggetti un albero solo, 
co} quale la proposta^ l'analisi e i risultaii si 
seguono sema interruzione. — II Romagnosi 
invece, ingegno per eccellenza analitico e geo- 
metrico, e nel quale, come dice il Ferrari, pre- 
valeva la facoltà di giudicare e di dedurre a 
quella di associare i pensieri e di ti'ovarne le 
disparate relazioni , segue sempre scrupolosa- 
mente il metodo, che egli dice mancare al Vico. 
Ma le sue analisi sono così minute, le sue di- 
stinzioni cosi frequenti e non sempre opportune, 
che il lettore è costretto talora a sti*ondare da 
tutte parti per penetrare nello spirito molte 
volte ottimo e profondo del suo pensiero. E 
con tante sue distinzioni e minutezze, con tanto 
apparato sistematico non riesce egli sovente 
ad esser più chiaro ed ordinato del Vico ; che 
non nel dividere e suddividere air infinito i 
nostri concetti sta l'ordine e la chiarezza, ma 
nel dare a ciascuno d'essi quel posto e quella 
luce, che la sua natura e la sua importanza vo- 
gliono, cosa che non sanno fere solitamente 
gli ingegni soverchiamente analitici. 

Tutti quei diversi elementi, che il Romagnosi 
studia con tanta accuratezza, lianno ciascuno la 
natura loro propria; il loro concorso e la loro 
azione rimangono stabili, né alcuno di essi tra- 
fnonta mai, come dice egli stesso, nel movi* 
mento ascendente degli Stati (J), la cui vita ri- 
sulta appunto dall'indole e dalle funzioni di 
quelli. Parmi quindi che in altro non si risol- 
vesse infine il suo concetto delF ordine naturale, 
se non in questi stesai elementi o nella natura 
e nei neeessarii rapporti delle diverse forze, che 

(1) H, S 130. 



292 VICO E ROMAGNOSI 

il Rpmagnosi immagina agire nell'uomo. Di qui 
la sua pretesa di trattare queste diverse forze 
come forze naturali, e di discorrerne collo stesso 
metodo dei fisici e dei fisiologi. Egli d-\ infatti 
talora alla sua filosofia civile il nome di Fisio- 
logia degli Slati, Storia naturale dei popoli. 
Dice bene in un luogo che lo svolgimento di 
questi non è meccanico, perchè con essi Y uomo 
si propone di raggiungere un dato fine rifles- 
sivamente; ma meccanico è certamente per il 
Romagnosi l'ordinamento dei mezzi, che 1* uomo 
adopera per raggiungere quel fine; e già nel- 
l'articolo succitato aveva appuntato il Vico perchè 
non si era elevato alla formola supi^ema della 
meccanica, per dir cosi, intellettuale, morale e 
politica delle nazioni, nella quale egli avrebbe 
trovato, soggiunge, che tutto il suo sistema fa 
armonia, anzi congiungesi e fa parte del sistema 
fisico conosciuto da noi delVuniverso. 
- Ecco lo schietto pensiero del Romagnosi in- 
torno all'indole delle forze spirituali dell'uomo. 
Non è meraviglia quindi, che egli le possa 
trattare come prette forze naturali, e scoprirvi 
leggi meccaniche, che le governino, e delle quali 
la formola generale è perfettamente analoga a 
quella delle leggi fisiche, ed è « la tendenza 
« perpetua di tutte le parti di uno Stato e delle 
« nazioni fra loro all' equilibrio delle utilità q 
« delle forze, mediante il conflitto degli interessi 
« e dei pot'feri, conflitto eccitato dall'azione degli 
« stimoli, rattemprato dall'inerzia, perpetuato e 
« predominato dalle costanti urgenze della na- 
« tura, modificato dallo stato diverso perma- 
« nente e progressivo si dei particolari, che 
« delle popolazioni, senza discostarsi mai dalla 
« continuità »(!). — Come nella natura cosi 

(l) I, S 196, 197. 



CAPO XV 



293 



nello svolgimento dell' umanità vi è una forza 
dinerzia e un'altra dimpulso, come nelle forze 
fisiche cosi nelle spirituali dell* Umanità il Ro- 
magnosi immagina un antagonismo e insieme 
una tendenza s}X equilibrio^ ali* equilibrio cioè 
tra le soddisfazioni e i bisogni fisici e morali, nel 

3uale l'umanità trova il riposo , che è per essa, 
ice il Romagnosi, il vero suo centro di gravi- 
tazione (1). — Gli è tacile al giorno d'oggi lo 
scorgere in queste idee quel che vi sia di vero, 
e quel che è mero frutto di queir invincibile 
tendenza dell'uomo a concretare e mitificare i 
suoi astratti; ed è per questa che noi immagi- 
niamo i disparati fenomeni del nostro spirito 
come gli effetti di diverse forze tra di loro in 
lotta in buona armonia, mentre per verità 
non sono quelli che le manifestazioni e le forme 
di un'attività unica, che rampolla dall'unità so- 
stanziale dello spirito umano. 

Il Romagnosi con quelle sue idee non poteva 
naturalmente vedere i veri rapporti tra l' indi- 
viduo e lo stato e determinare il fine essenziale 
dell'uno e dell'altro, A lui doveva sfuggire il con- 
cetto storico profondamente morale del Vico e di 
una parte della scuola storica del nostro secolo. 
Mentre per il Vico e per questa, la religione, 
il diritto, la moralità non sono per la natura 
loro strumenti alla fondazione e alla consel'va- 
zione dello Stato, anzi questo non è che uno 
dei mezzi per il maggior svolgimento di quelle 
tendenze primitive ed intime dell* individuo ' 
umano, perchè nella loro soddisfazione con- 
siste realmente il compito supremo dell'Uma- 
nità; per il Romagnosi invece la religione 
appare quasi sempre, come in generale nel 

(1) ", 8 52. 



294 VICO E BOMAGNOSI 

secolo Kvm, j^uale xluq strumento poHtìco, un* i- 
stituzioae utilissima per gli Stati. — 11 con- 
cetto momle si presenta assai di rado nella fi- 
losofia civile del Bx^uagnosi, e ueUa sua pu- 
rezza non mai ; e si vede che anche quando la 
sua mente si rivolge a cercarlo, esso gli sfugge. 
Egli parla benai sovente di ordine morale , ma 
oltreché egli ripete m più luoghi che l'ordine 
momle è fondato mlVordine fisito e da tsso ai* 
teggiatOy quell'espressione ha quasi sempre nel 
Romagnosi un senso ben diverso da quello, che 
noi con essa intendiamo comunemente, un 
senso doè, nel quale il concetto morale entra 
poco o nulla, — Cosi ueìY Introduzione al Diritto 
pubblico egli distingue un ordine morale di ra- 
gione f un ordine teoretico delle azioni umane 
e un ordine pratico. — Il primo vien contemplato 
da lui come uno stato reale delle cose e quindi 
definito « il complesso di tutte le circostanze 
« naturalmente richieste dall'indole <lellessere 
e Hbero e dagli oggetti componenti la natura, 
« coi quali egli è in commercio , per coxise- 
« guire col mezzo delle azioni libere effetti- 
« varaente e costantemente un dato fine » (I). 
Qui egli confonde l'ordine della moralità con 
quello della finalità in generale , l'operare se- 
condo la legge suprema della morale, coll'ope- 
rare secondo un dato fine e secondo date 
norme ; quindi neanco nel determinare la na- 
tura degli altri due ordini egli sa cavarne il 
concetto morale; perchè l'ordine teoretico delle 
azioni umane considerato da lui nella nadura 
stessa delle cose non è altro che « un risultato 
« delia posizione 4i un fine, della necessità 
« di subordinare i mezzi a lui , della limitata 

(1) in, S 97. 



CAPO XV 2tìii 

« f^em/$k dt^'uoflcio legato e eoesislente oqgli e^ 
« seri 4eUa fiatar»^ e quindi della necesrìtà 
« di ordinare i suoi atti ;g:iusta l'e^^nza dei 
« rapporti r^ali delle cose yer&o l'effetto sta- 
« bilito » . L'ordine pratico poi risulta dalla ae- 
ceetMtà di far agire i* attività umana in modo 
da effettuare le azioni indicate dairordine teo- 
retioo (1). In molti altri passi della medesima 
opera come in altre opere ancora si manife- 
stano le medesime tendenze e le medesime idee. 
— Cosi nelle leggi dell'Incivilimento (£ S2) de- 
finisoe r ordine della moralità in generale per 
quel sistema di mezzi praticabili, che lo spirilo 
umana faldosi cenlro deli universo e dovendo 
pur piegare soUo l'ordine esislenée architeUa come 
ricon<miuti necessari alla nalwrale e irkgerdta 
SUM tendenza, anche soccorso di fatto dalle natu- 
rali inspirazioni. — Quindi anche i concetti 
di dovere e ^i oJ3bligazione dovevano perdere 
presso il Romagnosi il loro significato morale , 
e solo valere come elementi del meccanismo 
sodale. Cosi nell'opera sovracitata sul Diritto 
pubblico c'insegna che Pobbligaiiione non è altro 
che la necessità di fare o di omettere una cosa, 
di agire o di non agire d*una data maniera per 
ottenere un dato fine ed effètto, e che tutti i do- 
veri e le obbligazioni di qualsivoglia geneire 
siano e a qualunque ordine d'esseri si riferiscano, 
non sono che un risultato dei rapporti reali e 
attivi delle cose cosi disposte ed operanti, il che 
vuol dire del sistema ed ordine morale ed in- 
declinabile delle cose. Quindi giusto e ingiusto 
altro non sono, che la conformità e la diffor- 
mità dalla nonna propostasi dall'uomo (2). — 

(1) nf, s 101. 

(2) § 118 e segg. 



29C VICO E KOMAGNOSI 

Ma se qui il Romagnosi ci spiega in dbe consi- 
stesse per lui r ordine morale e quale fosse la 
sua conformazione, altrove ce ne espone i fon-^ 
damenti, e ci dice che sia questa norma pro- 
postasi dall'uomo. 

Nelle dottrine esposte nella Genesi del Diritto 
penale, che fu la prima opera stampata dal Ro- 
magnosi, appare chiaramente, come anch' egli 
si lasciò dominare noi Diritto e nella Morale 
dalle idee utilitarie e sensualistiche del secolo 
xvni; anch' egli non sa dare al Diritto a al 
Dovere che un fondamento del tutto soggettivo, 
derivandoli dalla tendenza naturale dell'uomo 
alla propria conservazione e al proprio benes- 
sere, tendenza che sarebbe secondo il Roma- 
gnosi non meno un dovere che un diritto in 
ogni uomo, fondamento quindi ed origine di 
tutti gli altri doveri e di tutti gli altri diritti. 
Quindi quella necessità, che noi più sopra ab- 
biamo veduto da lui identificata colla obbliga- 
zione morale, non è qui altro per l'uomo che 
il prodotto della attrazione della felicità e della 
ripulsione dell infelicità, e quindi ì doveri sono 
passivamente modificazioni e opera dell amor pro- 
prio (1), dei quali tutti, dice altrove, è anima 
la massima utilità (:2). Siccome poi ogni in- 
dividuo ha diritto a questa massima felicità e 
la forza dell'amor proprio è indefinita, cosi ad 
accordare i diritti aei singoli individui e frenare 
l'amor proprio, quando offenda il diritto degli 
altri, si rende necessario l'ordine della giustìzia 
sociale, il quale come il diritto criminale, che 
di essa la parte, si fonda quindi sulla necessità, 
e da questa non deve allontanarsi , misurando 

(1) IV, §612. 

(2) IV. S 5 app. 



CAPO XV 297 

sempre i suoi provvedimenti e le sue pene so- 
lamente a quanto è necessario per ottenere la 
pace sociale^ e con questa la massima utilità, il 
massimo tornaconto comune. Il conformarsi a 
questa necessità chiama Egli sovente, agire se- 
<5ondo il diritto, secondo giustizia. — Quindi a 
torto, parmi, cerca il De Giorgi di scolpare del 
tutto il Romagnosi dalla taccia di utilitarismo. 
Che questi in fondo del suo animo credesse ad . 
un 01 dine di moralità superiore a quello che 
esponeva ne'suoi libri, gli è cosa che io tengo 
per vera, e che risulterebbe anche • da alcune 

Sroposizioni qua e là sparse nelle sue opere, 
a Egli, come altri molti avevan fatto prima 
di lui, e come per lo passato assai più fre- 
quentemente che non oggigiorno, si faceva, 
confondeva quell* ordine morale trascendente 
colla religione, e quindi anche essendo a questa 
devoto nella vita pratica e nei suoi sentimenti 
individuali, non credeva potessero questi diventar 
oggetto di scienza, né porsi a fondamento ra- 
zionale di una dottrina qualsiasi : pregiudizio 
non meno danrtoso alla vita che alla scienza. 
— Che il Romagnosi dunque come scienziato 
non sapesse fondare l' ordine morale e giu- 
ridico della società che sull'utilità generale, e 
«ul tornaconto comune , non credo possa du- 
bitarne chi legga spassionatamente la sua Ge- 
nesi del Diritto penale, e quei passi medesimi, 
che il De Giorgi fa notare come contrari airuti- 
htarrsmo. Anzi in quel luogo medesimo, nel 
c[uale il Romagnosi si era proposto di combattere 
il Benth:im^ appare, che se Egli non voleva fere 
dell'obbligazione morale una creazione dei Le- 
gislatori, come gli pareva che il Bentham vo- 
lesse, se Egli ammette una norma superiore, a 
cui i Legislatori debbono uniformarsi, tale norma 

20 



298 VICO E ROMAGNOSI 

non è per lui altro che un utile anteriormente 
inteso, il quale deve appunto servir di norma 
alle leggi di fatto. E nella nota al § 1009, esa- 
minando maggiormente e rivolgendo il concetto 
del Bentham afferma, che se questi riconosceva^ 
l'effetto delle leggi dover essere l'utilità generale, 
e quindi questa esser pure il fine di esse e per- 
ciò la norma, colla quale si misuri la loro bontà^ 
avrebbe con questo ammesso implicitamente la 
necessità morale, e l'obbligazione di confor- 
mità, il divieto della difformità, il. giusto e 
r ingiusto ecc. Per il che in ultima analisi si 
poteva dire, soggiunge lo stesso Romagnosi, che 
ira loro la questione non era che di nome, ma 
non di realtà (1). 

Cosi il Romagnosi, come il secolo xviii in gene- 
rale, tendeva a confondere la prosperità colla giu- 
stizia, Teconomia sociale colla morale. — Quindi 
mentre per il Vico il fine dell'umanità era essen- 
zialmente morale e religioso, perchè essa ope- 
rando sotto il governo della Provvidenza da quella 
che è, va diventando ciò, che deve essere; per 
il" Romagnosi invece il fine dell'incivilimento è 
di effettuare le condizioni di una colta e soddi- 
sfacente convivenza, e quantunque ci parli talora 
di un triplice perfezionamento, che l'inciviH-' 
mento comprenderebbe , cioè del perfeziona- 
mento economico, del morale e dei politico^ 
tuttavia quando Egli vuole determinare con un 
concetto sintetico la meta o il compito^ delia 
civiltà, Egli fa consistere l'una e T altro ^ come 
abbiamo veduto, nell'equilibrio tra le soddisfa- 
zioni e i bisogni, nel pareggiamento delle utilità. 
Egli ricorre cioè sempre ai concetti dell'utilita- 
rismo. 

(1) IV dal §994 al 1009. 



CAPO XV 299 

Conformi alla sua filosofìa della storia e del 
diritto sono nel Romagnosi le sue dottrine po- 
litiche» E qui noi tocchiamo un altro punto im- 
portantissimo, che differenzia il Vico dal Ro- 
magnosi , punto che fu messo in chiaro già 
assai bene dal Ferrari nello scritto già citato. 

Il Vico avendo assegnato nello svolgimento 
storico dei popoli una parte cosi prrnnde alla 
loro naturale spontaneità non doveva riporre 
molta fiducia e dar grande importanza all'arte 
politica; quindi assai di rado entra a dar pre- 
cetti insegnar norme da seguirsi nel governo 
degli Stati. — « Uno scopo pratico invece » scrive 
il Ferrari, « domina tutte le meditazioni del 
* » Romagnosi sull'incivilimento, un'indomita ver- 
» sione mentale lo forza a cangiare le con- 
)» cezioni scientifiche in concezioni artistiche , 
» quindi invece d'insistere sulla perfettibilità 
» preferisce di cogliere i fatti più importanti 
» aella storia in progresso e di fondarvi im- 
» mediatamente i supi ordinamenti (1). 

A dare all'arte politica^anta importanza era 
tratto il Romagnosi non solo dall'indole parti- 
colare del suo ingegno, ma naturalmente anche 
dai suoi principii cosi diversi da quelli del Vico, 
— Era una tendenza comune a tutto il secolo 
xvm quella di studiare la storia per trarne delle 
norme utili al governo dei popoli, e il Roma- 
gnosi più d'ogni altro doveva seguirla, poiché 
nessuno più recisamente di lui aveva creduto, 
che l'incivilimento esista in un popolo come una 
mera possibilità, una mera attitudine, e che lo 
svolgimento di essa è solo effetto dell'arte e del- 
l' industria umana. — Quindi Egli paragona il 
governo di uno Stato al cervello degH animali, 

(1) Ferrari, La .^ferite di Romagnosi, p. 40. 



300 VICO E ROMAGNOSI 

che ne dirige e ne accentra le funzioni (ì) e la 
sua arte chiama Egli altrove una dinamica mo- 
rale, la quale si prevale delle forze e tendenze 
della natura per ottenere la maggior sicurezza 
e prosperità della nazione (2). Il governo del 
Komagnosi non forza mai la natura;, ma si 
conforma ad essa, cioè a qaei rapporti reali 
delle cose, che noi abbiamo più sopra spiegato; 
ma il frutto del suo operare cioè T incivilimento 
non cessa per questo di essere sempre artifi- 
ziale, perchè esso è un line prestabilito, per il 
quale gli uomini hanno coordinato una serie di 
mezzi; e ci sembra, quando parla della natura, 
che talora opera da sé senza Y ajuto degh edu- 
catori umani, eh' egh la riguardi come una * 
macchina, che, ricevuto un dato impulso, con- 
tinua per forza meccanica il suo movimento. 
Ma il governo deve essere setnpre pronto da 
una parte a vincere il conato retrogrado alla 
coltura dominante nel mondo fisico e morale, 
dall'altra il conato alla discordia dominante nelle 
unioni umane (3), che sono i due ostacoli al- 
l' incivilimento. 

Cosi non avendo il Romagnosi riguardato il 
corso deir incivilimento come prodotto da un 
impulso spontaneo ed intimo degli individui, do- 
veva naturalmente dare agK insegnamenti della 
storia un'importanza maggiore per la vita pra- 
tica di quella che essi ebbero sempre in realtà 
e maggiore di quella, che loro vien oggi anche 
in teoria attribuita. Non già che noi crediamo, 
che la storia sia inutile per la vita pratica, e 
che l'antico detto, esser la storia maestra della 



(1) ni, % 1086. 

(2) Id., § 1161. 

(3) Id., § 1087. 



CAPO XV , 301 

vita sia del tutto falso. Ma esso deve esser 
modificato o almeno inteso diversamente da 
quel che volgarmente si fa, per rimaner vero. 
— Già il Janelli molto acutamente e più tardi 
r Hegel osservavano come il fine essenziale della 
storia non sia tanto di darci delle norme per 
la vita pratica, giacché ogni fatto nuovo porta 
con sé circostanze e accidenti nuovi, che non 
mai prima nella storia si presentarono, e pei 
quali riesce inutile e talora dannoso il consi- 
gliarsi col passato. Ma la storia serve a farci 
sempre più conoscere 1* uomo, a penetrare più 
addentro nelle infinite pieghe del suo animo, e 
• nella inesauribile varietà de' suoi sentimenti e, 
delle sue concezioni. Cosi ^rendendosi megho 
conosciuta colla storia la natura umana, si age- 
volerà lo studio delle buone leggi e delle buone 
arti di governo. 

Se il Komagnosi non potè elevarsi a queste 
considerazioni, e diede soverchia importanza al 
prammatico, perchè aveva dato troppa impor- 
tanza air artifiziale, se per l'indole stessa del . 
suo ingegno analitico e della sua mente, più 
atta al ragionamento che airintuizione della realtà 
e alla riflessione psicologica, non potè penetrare 
molto profondamente nel corso della storia, non 
conviene per questo disconoscere i suoi meriti, 
che sono grandissimi, per rispetto alla filosofia 
civile. Egli seppe in questa trovare molti principii 
generali teoretici, determinare e schiarire molti 
concetti, stabilire definizioni e teoremi, che sono 
ancor oggi ricevuti dalla scienza, e scendendo 
dalla dottrina all'arte applicare con rara feli- 
cità i suoi principii generali ai casi particolari, 
le definizioni della legge ai casi della pratica, 
dar precetti e consigli informati ad una grande 
saviezza e ad un profondo sentimento del di- 



302 VIQO E ROMAGNOSI 

ritto , e sempre con grande forza di mente 
conservare intatto il filo , che insieme lega 
tutte le diverse parti del suo sistema giuridico. 
Le cose da lui dette non sono sempre nuove, 
i suoi principii, le sue idee sono in generale 
quelle del secolo xviii; ma esse sono però e- 
sposte in un modo proprio,^ in un modo nuovo 
e più cempiuto; giacché il Romagnosi, come ben 
osserva il Ferrari, deve essere appunto conside- 
rato come il vero ordinatore delle dottrine del 
secolo XVIII, il loro epilogatore, il loro pia per- 
fetto rappresentante. « L'incivilimento ridotto ad 
» arte » scrive il Ferrari, «,la storia abbando- 
• » nata al caso, come lo.è la propagazione del-» 
» r arte, ma convertita in maestra d' incivili- 
» mento, la giurisprudenza che esprime le con- 
» dizioni della conservazione perfellibile, l'econo- 
» mia che presenta T ordine fondamentale dei 
» moventi della civiltà, la scienza della legi- 
» slazione e del governa, che la guarentisce e 
» la diflFonde equamente, la filosofia, che svela 
» air arte l'automa, che è fabbro e materia ad 
» un tempo del mondo delle nazioni, tutte que- 
• ste scienze dal Romagnosi furono collegate 
» ed intrecciate con nodi si molteplici ed indisse- 
» lubiii, con una dimostrazione si rigorosa, che 
» formano un tutto individuo, una riproduzione 
» geometrica del secolo xviii, una vera Genesi 
» logica di quanto l'osservazione aveva raccolto 
» istericamente nello scorso secolo » (1). 

Il Romagnosi doveva dunque servire di punto 
di partenza alla nuova filosofia civile dellltalia. 
Questa infatti dopo di lui prende nuove vie, 
e noi non possiamo più avere alcun interesse 
di seguirla per paragonarla colle idee del Vico. 

(1) Ferrari, La Mente di Romagnosi, p. 122. 



CAPO XV 308 

Siccome il Romagnosi riassume in sé il carat* 
tere e le idee del secolo xvi|i, esso ci esprime 
nel modo più spiccato il contrasto del Vico col 
suo secolo, r opposizione delle sue dottrine e 
delle sue idee, e ci mostra come il Vico po- 
tesse rimaner solo colle sue costruzioni sto- 
riche, e come inesplicati rimanessero i suoi 
concetti. Fu questa una grande sventura per la 
scienza italiana? — lo non oserei rispondere 
recisamente di si. — Checché se ne dica, la 
tìosofia civile ebbe in Italia nel secolo passato 
uno splendore del quale' possiamo ancora al 
giorno d* oggi gloriarci. Quantunque le investi- 
gazioni storiche del Vico conducano anch'esse, 
come già abbiamo osservato , ad uria dottrina 
politica; tuttavia questa rimane del tutto celata 
nel suo sistema, e non è meno vero che direte 
tamente esse non miravano che ad un fine scien- 
tìfico, e quindi erano inutili per gh uomini del 
secolo XVIII , invasi dallo spirito di riforma e 
desiderosi di trovare i modi più spediti per 
migliorare la società, trasformandola da capo 
a fondo, se occorreva, e togliendo tutti gli 
abusi e tutte le anomahe , che colla lenta 
azione del tempo si erano venuti introducendo 
nell'ordinamento degli Stati. Essi miravano ad 
un ideale, teorico; ma per quanto illusorie fos- 
sero le loro speranze e le loro teorie, non si 
può negare che essi, come giustamente il Villari 
<iice del Filangieri e noi aggiungiamo di tutti 
quegli scrittori, non giungessero a trovare nella 
jpratica saviissimi precetti , a consigliare ot- 
time leggi e provvedimenti , a promqyere uti- 
lissime riforme. Quindi noi vediamo per opera 
loro svegliarsi anche in ItaUa nella seconda 
metà del secoloi xviii presso popoli e governi 
lina tendenza comune a trasformare tronquiU 



804 VICO E ROMAGNOSI 

lametìte e rapidamente la società, opera, che 
molti nostri grandi scrittori credettero e de- 
siderarono, si potesse compiere senza le terribili 
scosse della rivoluzione francese. 

Alcuni forse non troveranno molto splendida 
Ih nostra gloria d'allora, perchè i nostri scrittori 
furono poco originali e seguirono quasi dei 
tutto le orme dei Francesi. Ma quantunque 
non possa negarsi affatto quest'asserzione, tut- 
tavia gli è certo che i nostri scrittori poKtici 
non furono servili imitatori delle dottrine fran- 
cesi. Essi s'inspirarono ai loro principii, ne rice- 
vettero il primo eccitamento, e il primo impulso,, 
ma molte proprie teorie seppero svolgere poi 
nella politica, nella legislazione, neireconomia e 
formare cosi una vera scuola nazionale italiana,, 
informata ad uno spirito e ad un carattere diffe- 
rente dalla francese per la maggiore modera- 
zione dei principii, la sodezza e la tranquillità 
del ragionamento, e la tendenza a voler attuare 
le riforme con un procedimento pacifico e colla 
concordia dei diversi poteri sociali. — Cosi noi 
giungemmo in molte parti a superare altre 
nazioni e a gareggiare in valore ed in fama 
con coloro stessi, i quali pretendevano averci 
tenuto a scuola. Certo pochi uomini v'erano 
allora in Europa nelle scienze, le cui opere vi 
fossero allora tanto diffuse e vi esercitassero una 
si grande influenza, quanto quelle del Beccaria,, 
del Filangieri, del Galiani ecc. Neanco i Tede* 
schi, che dovevano in (]|uesto secolo lasciarci 
tanto addietro negli studii storici, potevano al- 
lora negji studii dottrinali della politica e del 
diritto starci a paro. — Non sarebbe quindi deL 
tutto giusto il rimproverare il secolo passato 
perchè non si rivolse a quelli, seguendo le tracce 
del Vico, non potendosi pretendere che una na- 



CAPO XV 305 

zione segua nello stesso tempo le vie più dispa- 
rate nello svolgimento del suo sapere. 

Vista brevemente l'influenza, che il Vico eser- 
citò sui politici italiani del secolo xviii, ci riser- 
biamo nel capitolo seguente di trattare più par- 
ticolarmente di quelli , i cui studii si rivolsero 
direttamente al medesimo ordine d'idee percorso 
dai Vico e che vengono comunemente chiamati 
suoi seguaci. 



I seguaci del Vico nel secolo passato 
e nel principio del presente. 



Come abbiamo già veduto nel principio di 
questa terza parte, le idee del Vico ebbero qual- 
che fortuna presso alcuni dotti italiani subita 
dopo la pubblicazione delle sue opere, e questa 
specialmente nello Stato veneto, dove si colti- 
vavano più che non altrove gli studii filosofici, 
eccitati dalla maggior libertà, che concedeva il 
governo e dalla Viva opposizione, che colà fa- 
cevano contro i Gesuiti gli altri ordini religiosi 
dati all'istruzione. Fra questi si notavano i So- 
masohi, che istituiti da un patrizio veneto con- 
servarono sino ad oggi auasi sempre nel loro* 
seno Una tendenza hberale maggiore, che non 
gli altri ordini. — Appunto fra questi Somaschi 
veneziani noi troviamo uno dei primi fra i cosi 
detti scolari del Vico , Giacomo Stellini , che 
fa come tale giudicato specialmente in grazia, 
del Romagnosi, il quale ne associava sempre il 



306 I SEGUACI DEL VICO — G..STELLINI 

^ nome con quello del Vico, quantunque Egli non 
mostrasse di tenerlo per suo seguace, , 

Lo Stellini non fii per verità alcun cenno 
nelle sue opere del Vico; ma ch« ne avesse 
notizia non credo se ne possa dubitare, auando 
si consideri, che egli cominciò à scrivere, allorché 
il nome del Vico aveva nello Stato veneto acqui- 
stato una certa celebrità, e che lo Stellini era 
amicissimo del Conti, il auale, come abbiamo 
veduto, teneva il Vico in altissima stima, e non 
può non averlo fatto conoscere allo Stellini, cui 
sapeva occupato in istudii analoghi. Il Corniani 
(non so però per quale autorità) ci assicura poi, 
essere stato lo Stellini studiosissimo del Vicp, 
e lo stesso Barbadico, pur Somasco, che stampò 
nel 1778 le opere dello Stellini, parla del 
Vico nella sua prefazione in modo da farci 
argomentare, che questo scrittore fosse noto e 
venisse studiato nel suo ordine. — Tuttavia 
lo Stellini non fu un vero scolaro del Vico, 
le cui idee egli non capi più profondamente 
di quel che abbiano fatto il Filangieri e il 
Romagnosi , quantunque ad esse s' inspirasse 
^2ertamente nello scrivere il suo De Ortu e/ 
Progressu morum e alcune pagine della sua 
Etica. 

Per uno strano ed ingiusto capriccio della 
sorte lo StelUni acquistava con quella sua prima 
operetta una grandissima celebrità, appena essa 
veniva pubblicata, mentre il Vico, che gli aveva 
suggerito il meglio, andava sempre più cadendo 
in dimenticanza. 

Lo Stellini pubbHcava il suo De Ortu nel i74£l, 
un anno dopo esser stato chiamato a professare 
la morale nell' università di Padova, Si doveva 
in questa esporre la filosofia di Aristotile ; quindi 
il nostro Somasco dettò e scrisse conformemente 



CAPO XVI 307 

ad essa "le sue lezioni, che furono poi pub- 
blicate, divise in sette libri, dal suo confra- 
tello Earbadico, otto anni dopo la morte di 
quello (1). 

Ma Aristotile era pagano, e lo Stellini cattolico 
e frate doveva trovare il modo di accordare la 
filosofia morale di quello colle proprie credenze 
religiose ; e questo egli pensò di aver ottenuto, 
distinguendo esplicitamente la morale umana 
dalla morale divina, distinzione che noi abbiamo 
supposto aver dovuto fare nel suo animo anche 
il Romagnosi, e che fecero certamente molti 
spiriti italiani nel secolo passato, i quali vole- 
vano accordare la loro fede religiosa colle dot- 
trine morali, che il Sensismo del tempo loro 
porgeva. Ora lo Stellini e i Seu sisti del suo 
tempo si accordavano rispetto alla morale in 
alcuni punti essenzialissimi , in quei principii 
cioè che questi avevano comuni con Aristotile, 
. come in quello principalissimó, che il fine es- 
senziale della morale sia la maggior felicità 
deiruomo. Cosi lo Stellini in un suo prospetto 
deìY Etica dichiara, che runico fine della mo- 
rale non è che l'acquisto dell'umana felicità 
naturale; e a chi lo rimproverasse di essere 
egli ed Aristotile poco religiosi, egli risponde 
<3he l* ultimo grado, a cui possa arrivare la 
ragione umana puray e che non voglia fare uso 
della Rivelazione , riservata intieramente alla 
Teologia , colla gufale Aristotile , che egli aveva 
l'obbligo di spiegare, non era in relazione alcuna, 
si era di stabilire per la felicità della vita presente 
principii che non fossero incompatibili con quelli 
della vita avvenire. Il principio fondamentale 



(1) Lo Slellini nacque in Udine nel 1699 e morì a Par 
dova il 1770. 



308 I SEGUACI DEL VICO — G. STELLINI 

della morale stelliniana è duncjue soggettivo o 
eudemonologico, come quello di tutto il Sensismo 
del secolo passato: e se in qualche modo egli 
cerca di" correggerlo o modificarlo, lo fa per ov- 
viare a certe conseguenze contrarie alla reli- 
gione da lui professata, colla quale egli era sin- 
ceramente persuaso di poter pur accordare i 
suoi principii scientificii (1). Del resto la sua 
morale è intieramente ordinata come quella 
degli antichi, ed ai loro concetti sinforma pie- 
namente. 

Egli tratta le questioni tra le varie sette fi- 
losofiche antiche cQnxe se avessero un interesse 
moderno, quantun([ue essendo Egli eruditissimo 
nelle moderne quanto nelle antiche filosofie, 
anche quelle al paro di queste sappia egli 
esporre con molta chiarezza e fedeltà e farne 
una critica giusta ed acuta. Ma le idee che in 
lui prevalgono sópra tutte le altre sono quelle 
di Aristotile , cui egli non solo si propone di , 
spiegare, ma la cui dottrina mostra di accet- 
tare come propria, facendovi poche correzioni. 

Come Aristotile e gli antichi in generale egli 
vede nel nostro spirito un meccanismo, una 
lotta di diverse forze svolgentisi l'una in diverso 
modo delle altre, e come gli antichi egli fa 
consistere la suprema felicità npl saper equi- 
librare e contemperare insieme, secondo la di- 
versa natura loro, quelle forze e quelle fa- 
coltà. E questo è ufficio speciale della ragione, 
la quale deve assegnare a ciascuna facoltà 
i suoi Hmiti e tenervela dentro costantemente, 

(1) Questo poteva Egli fare tanto più facilmente inquan- 
tochè non soleva tenere un ordine e un linguaggio filoso- 
fico rigoroso. — Così pare talora che malgrado i suoi prin- 
cipii aristotelici Egli veglia dare alla morale un fondamento 
teologico. 



CAPO XVI 309 

facendo si che l'aniino si collochi nel centro 
delle facoltà, cioè quindi in quello dei beni 
« nam quatenus facultate utitur » scrive lo 
Stelli ni « eatenus incumbit in bonum ad fa- 
« cultatem accomodatum, ut apte dici possit 
« inter se proportione respondere bonorum et 
« facultatum quasi dìstantias ab animi vi con- 
« stituta; et in lineis bonorum ad inveniendum 
« punctum in quo facultatum poni termini fines- 
« que debeant, nihil aliud opus esse, quam ut 
« ipsae lineae secentur, ex conditione ut partes 
« atque totae proportionales sint (1) ». 

E siccome in questo equilibrio è contenuta la 
maxima bonorum adscripiorum humanoì nalurce 
summa, e daltra parte la massima felicità è il 
sommo fine, che la morale naturale può asse- 
gnare air uomo, còsi in questo equilibrio delle 
facoltà, in questo equo temperamento dei nostri 
affetti consiste T essenza della virtù e da esso 
derivano tutte le leggi morali (2). 

Non sarà difficile lo scorgere 1* analogia che 
vi è tra queste idee e alcune dottrine del Ro- 
magnosi. Senza dubbio questi, il quale era dei 
libri dello Stellini studiosissimo, ne accettò e ne 
svolse non poche idee , intrecciando cosi nella 
morale i concetti aristotelici, che da lui riceveva, 
con quelli del Sensismo contemporaneo , come 

(1) II; p. 228. — Del resto questo concetto dell' equilibrio 
viene esposto con insistenza particolare in variì luoghi con 
parole più o meno diverse dallo Stellini. II; 213, 261, 296; 
III ; 3, ecc. La slessa dottrina si trova già pure espressa nel 
De Orili. I; 99, 104, ecc. — Cito nell'edizione di Barbadico 
/. Stellini Opera omnia. Pataviv 1778 — 4 volumi. 

(2) II; p. 232, 229. Egli trova poi con una analogia 
matematica , che quel centro , nel quale ponendosi lo 
spirito produce l'equilibrio, è Dìo stesso. Ma una tale Idea 
non sarebbe conciliabile col resto della sua dottrina, o meglio 
non vi avrebbe alcun senso. 



310 I SEGUACI DEL VICO — G. STELLINI 

nella filosofia storica aveva modificati parecchi 
concetti vichiani con quelli particolari dello Stal- 
lini (1). 

Né si creda, che questo principio dell' equi- 
Ubrio non appartenga ali* Aristotelismo, vedendo 
che lo Stellini nel prospetto al libro 3." della sua 
Etka lo sostituisce al principio aristotelico del 
giusto mezzo, e dichiara questo insufficiente; 
giacché i due principi! sono strettamente con- 
giunti Tuno collaltro, e l'uno è nellaltro impli- 
citamente contenuto ; sicché lo Stellini medesimo 
dopo aver rigettato il criterio del giusto mezzo in 
quel ProspettOy ch'Egli aveva pubblicato del suo 
vivente, scriveva poi nello stesso libro un ap- 
posito capitolo per difenderlo contro le objezioui 
degli altri filosofi, e ne taceva un uso promiscuo 
col suo principio dell' equilibrio in tutta la sua 
Etica, affermando anzi in un luogo, che Jie fa- 
coltà umane furono appunto da Dio conlbr- 
raate tra il grado massimo e il minimo della 
loi^o perfezione, cioè con un giusto mezzo, af- 
finché equilibrandosi insieme potessero produrre 
il massimo bene totale per l'uomo. 

Non è difficile lo scorgere che la morale og- 
gettiva del Vico é del tutto estranea a queste 
dottrine dello Stellini, ma noi vediamo nelle 
investigazioni storiche di questo — l'influenza del 
Vico accompagnarsi con quella degli antichi e 
dei Sensisti del tempo. 

Furono gli studii morah per verità che con- 
dussero lo Stellini alle investigazioni intorno al- 
l'origine e al progresso dei costumi. — L'Hobbes 
ed altri avevano rinnovato le dottrine dell' an- 



(1) Quindi il Romagnosi dà a questo U lod^^, naturale iu 
bocca sua, di aver illuminala la morale colla psicologia 
pivi accertala. > 



CAPO XVI . "811 

tica Sofistica, che i concetti del giusto e dell' in- 
giusto non avessero alcun fondamento nelle 
natura umana, ma fossero mere creazioni delle 
leggi e delle istituzioni umane, e da queste sole 
ricevessero tutta la loro forza. La ragione prin- 
cipale sulla qualet quei filosofi si appoggia* 
vano era la diversità e mutev(tlezza dei costumi 
e delle leggi; dal che arguivano, che non vi 
dovesse essere un principio morale fisso, e co- 
stante per tutti gli uomini. — Ora lo Stellini 
nella sua operetta De Or tu voleva appunto mo- 
strare, che una tale diversità deriva dalle diverse 
facoltà, che costituiscono l'animo umano, e che 
sono in lotta tra di loro, mentre la virtù consiste 
appuoto nel loro equihbrio, che si procura colla 
ragione ed ha leggi costanti per tutti gli uomini. 

Le idee esposte dallo Stellini nel De Oriu 
vengono ripetute qua e là nella sua Elica, anzi 
nella Prefazione al libro 7/ la quale veniva da 
lui stesso stampata nel 1764, esse vengono rias- 
sunte e in alcune parti felicemente modificate 
e corrette. 

In una sua lettera al Giuganini del 1740, cosi 
lo Stellini gli espone il concetto dell'opera, che 
stava per pubblicare : « Quest'anno forse stam- 
« però una picciola storia ragionata dello svi- 
le luppo della volontà e dell' intelletto umano, 
« dove si mostra gradatamente T. origine dei 
« costumi e delle opinioni appartenenti alla 
« vita, e de* metodi praticati successivamente 

« Dell'insegnar la morale ; i costumi delle 

« genti e le opinioni dei saggi relativi a' costu- 
« mi stessi sono state sempre corrispondenti alle 
« disposizioni d^li animi loro, e queste jwo- 
« porzionali alle passioni, che si andavano svi- 
ti luppando di tempo in tempo secondo la va- 
« rietà degli oggetti esteriori e la oognizipne 



312 I SEGUACI DEL VICO -^ G. STELLINf 

« delle cose naturali » (1). Queste parofe con- 
tengono il sunto di tutta l'opera e ne esprimono 
fedelmente lo spirito. 

SiccQme secondo lo Stellini i costumi dipen- 
dono dallo svolgimento delle facoltà, queste do- 
veva egli studiare per prima cosa, . esponendo 
ad un tempo i varii appetiti, che con esse si 
vennero negli uomini ingenerando, E auesto 
fórma largomènto del suo primo capitolo. Le 
facoltà sensuali dovettero secondo lo Stellini 
essere state le prime a svilupparsi ; nei primordii 
dell'umanità gli uomini essendo deboli di mente 
e senza esperienza, non dovevano mirare che a 
ciò, cui la natura primamente ci spinge, cioè 
alla propria conservazione e integrità corporale; 
quindi non dovevano in questa prima età, che 
fu quella detta dell'oro, secondo lo Stellini, es- 
servi grandi passioni, ma doveva regnarvi la 
giustizia per la stessa privazione di desiderii e 
godervisi una felicità piuttosto consistente nella 
privazione di mali che nel godimento di piaceri. 
— Ma gli uomini resi gagliardi col regime tem- 
perante di questa prima età vanno sempre più 
facendosi superiori alle forze della natura; dal 
che sorgono le arti, le quali eccitano gli appetiti ; 
e questo, dice lo Stellini imitando qui il Vico, 
venne simboleggiato nelle favole di Prometeo e 
di Pandora. -— Cresciuti gli appetiti in questo 
modo, gli uomini entrano in una seconda età, 
nella quale sentendosi essi gagliardissimi e mossi 
da ardenti passioni dovevano spegnere in sé ogni 
sentimento umano, ogni^ cosa riempiere di san- 
gue e di rapine, tener per lodevole ogni opera 
che dimostrasse forza di corpo e impeto d'anime, - 



(1) Opere varie di Giacomo Stellini pubblicale da A. Evan- 
gfli in Padova l'anno 1784, voi. VI, pag. C. 



CAPO XVI 313 

e seguir senza pietA il precetto id cuique fa» 
€sse quod quisque posseL Ma in mezzo a questi 
gagliardi v'erano anche secondo lo Stallini al- 
cuni deboli i quali dovevano naturalmente, spinti 
dalla necessità, trarre ex animi latebris notionem 
aequi et boni, quod unicum impotentiaeperfugium 
^$t (i). Ma perchè questa idea potesse aver 
forza, si richiedeva, che gli animi fossero pacati 
6 ragionevoli, mentre quei violenti erano in una 
vita continuamente agitata dai sensi. — Allora 
i deboli ricorsero all'unico mezzodì difesa, che 
loro rimaneva, cioè all'astuzia, la quale fu dap- 
prima disprezzata dai Forti, finché fattasi essa 
potente e tale da vincere la forza medesima, 
venne ricercata da essi con desiderio ; e mentre 
prima solamente boni vocabantur quiviribus ani- 
misque prcestarent, si tenne poscia per perfetto 
^ui manibus esset bellicosus et Consilio potens. Ma 
si teneva sempre più giusto l'acquistare colla forza, 
^uasi aequum esset, dice lo Stellini, id alios pati, 
quod alterius excequata cum potentia libido inge- 
rat (2). L'esperienza però fece a poco a poco co- 
noscere anche ai forti per diverse vie, quanti fos- 
sero mali, che a sé stessi recavano con quello 
astato di continua turbolenza edi incessante guerra, 
e quahbeni invece si potessero gustare colla 
tranquillità e colla pace, quindi dal loro van- 
taggio medesimo a questa spinti, lasciarono, che 



(1) I; 81. Questa dottrina, che il sentimento della pro- 
pria debolezza suggerisse dapprima a coloro, i quali non 
potevano trovar altro riparo contro le violenze dei più forti^ 
i confetti del giusto e deiriogiusto e in generale i concetti 
morali, era comune anche a^li antichi sofisti ; e noi la troviamo 
stupendamente esposta nei dialoghi di Platone e speciahnente 
nel Gorgia, dove essa ^iene svolta da GolUcle, e nel secondo 
^ella repubblica, dove essa vien posta in bocca a Trasimaco* 
' (2) 1; 86. 



314 I SEGUACI DEL VICO -«- G. STfXLINI 

la ragione e la giustizia si stabilissero finalmente 
tra gli uomini. 

É evidente in questi pensieri il concetto vi- 
chiane degli uomini condotti dal loro utile me- 
desimo a celebrare il giusto, e ad unirsi in società, 
movendo dall'estrema barbarie. Ma vi ha tuttavia, 
una grande differenza tra il Vico e lo btellini^ 
perchè se tanto Tuno quanto l'altro danno alla, 
civiltà un principio arbitrario, il primo però pene- 
trando acutamente nell'intima natura dell'uomo e- 
ricomponendo con mirabile intuiz^ione dalle fà- 
vole e dalle tradizioni antiche la realtà storica,, 
ci mostra il carattere dei diversi elementi che 
compongono l'umana civiltà, e ce ne. descrive 
lo svolgimento armonico e complessivo ; lo Stel- 
lini invece non si fonda sopra alcun dato storico^ 
ma stabiliti a priori e arbitrariamente alcuni 
fatti e principii generali di psicologia, pre- 
t^nde con essi spiegare tutte le traslbrmazioni 
dei costumi, determinare le cagioni e trovare 
le leggi colle quali si succedono i diversi periodi 
della vita civile. — Cosi nella sua descrizione,, 
la civiltà appare come qualche cosa di già com- 
piuto fuori degli uomini, ai quali basti di rico- 
noscerne i vantaggi, perchè quella si stabilisca 
senz'altro fra di loro. Egli quindi non ci spiega, 
come nascessero nell'animo degli uomini i con- 
cetti morali, come si costituisse la famiglia,, 
e lo Stato, come si formassero le leggi e i go- 
verni, in qual modo si svolgessero poi questi di- 
versi elementi della civiltà. — li Romagnosi lo 
rimprovera anche di aver fra questi quasi del 
tutto dimenticato la religione. 11 rimprovero è 
pienamente giusto per il De Ortu, ma non 
in egual misura per quella prefazione al Ubra 
7.® deìYEtica, che noi abbiamo già sopra citata* 
In questa lo Stellini parlando delle difficoltà 



CAPO XVI 315 

somme che i legislatori dovevano avere in prin- 
cipio a raffrenare le violente passoni degli 
uomini, dice che a questo non vi era mezzo 
più efficace dei timori religiosi, venutisi na- 
turalmente svolgendo nell'animo dei primi uo- 
mini, i quali, vedendo multa evenire passim 
in universi parte sibi finitima y rerumgue vicis- 
situdines ordine procedentes aut salufares, aut 
incommodas, cominciarono a credere in una po- 
tenza di molto superiore alle loro forze , alla 
quale riferivano ogni cosa buona e cattiva che 
loro accadeva. E a questa potenza, dice lo Stellini, 
essi, come sogliono gli uomini ad immaginare 
le cose ignote simili a sé medesimi, attribui- 
vano facoltà e sentimenti d'uomo, ma in grado 
superiore (ì). Qui si scorgono chiaramente da 
una parte l'influenza del Vico, dall'altra le tracce 
di idee ripetute e svolte poi dal Romagnosi, il 
quale segui pure lo Stellini, dove questi ab- 
bandonava intieramente il Vico , cioè in quel 
ialso concetto che i legislatori antichi avessero 
una sapi{^)za riposta, una sapienza cioè non 
solo superiore a quella dei loro contemporanei, 
ma scevra di tutti i loro pregiudizi; poiché lo 
Stellini dice nel De Ortu , che spesso queUi 
erano obbligati a prescrivere cattive leggi, solo 
perchè di migliori non poteva sopportarne il po- 
polo, non già che essi non ne vedessero i difetti 
e le imperfezioni (2). 

Lo Stellini segui però il Vico nella sua teoria 
dei Ricorsi, diversamente dal Romagnosi, che la 
rigettò. 

Conforme allo svolgimento delle facoltà fu 
quello delle opinioni intorno alle cose spettanti 



(1) IV; 583 e seg. 

(2) 1 ; 96. 



816 I SEGUACI npi. VICO — g. stellini 

alla vita, e questo è l'argomento del capo secondo 
dell'opera. 

Le opinioni che noi ci facciamo delle cose na* 
scono dalle affezioni dell'animo, e ad esse, se- 
condo lo Stellini , si conformano. Gli uomini 
dunque faranno tanto maggior stima delle cose, 
quanto meglio queste servono a soddisfare i loro 
appetiti. Ora gli uomini dapprima non attendono 
che alla conservazione- della vita e dell'integrità 
del corpo, poi si danno ai piaceri dei sensi, più 
tardi appetiscono le ricchezze e infine vogliono 
signoreggiare altrui, e questi due ultimi appetiti 
si fanno tanto più vivi quanto più diflBcile è il 
soddisfarvi. Per i medesimi gradi passa natural- 
mente la diversa stima, che noi facciamo degli 
oggetti, che a questi nostri diversi appetiti sod- 
disfano. 

Ma in tutte queste investigazioni dello Stellini 
vi ha poco di nuovo e nulla di profondo. Egli 
fondandosi sopra idee volgari e partendo da 
fatti e generalità, stabilite a priori e arbitraria- 
mente pretende costruirci idealmente yna storia 
tipica dello svolgimento di queste passioni e 
delle opinioni, costumi e stati sociali corrispon- 
denti, mostrandoci come dal semplice desiderio 
della libertà nascesse a poco a poco la voglia 
di dominare sugli altri, come questo dominio si 
potesse procacciare con diversi mezzi : le ric- 
chezze, i fatti egregi di mente e di corpo, la 
fortuna, le aderenze, l'amore del popolò, la 
facondia ecc. 

Poco più profonde e poco più nuove sono 
le cose che lo Stellini dice nel capo 3.^ ed ul- 
timo del suo De Orlu, dove tratta delle orìgini 
e dello svolgimento dei precetti, che si diedero 
intorno alla vita ed ai costumi. — Primi precetti 
dovettero essere, osserva lo Stellini con gmstezza 



CAPO XVI 317 

ma con poca novità, gli esempi, e fra questi 
specialmente quelli dei genitori. A questi do- 
vettero succedere quelli tratti dalle azioni degli 
ammali, che, die' Égli stranamente, dovettero 
avere Una grande efficacia. Si formarono poi 
osservando le leggi fìsiche, alcune leggi morali, 
e dopo queste certi precetti espressi in frasi 
stringate e comprensive, cioè proverbi opa- 
remie y nelle quali lo Stellini vede con Ari- 
stotile antiquae philosophiae reliquias ex interilu 
elapsas (1). Ma corrottisi questi proverbi, essi 
si trasformarono in enimmi, e diedero cosi o- 
rigine anche a quelli degli oracoli; finché gli 
ingegni migliori si diedero a comporre gli apò- 
loghi per educazione ed ammaestramento del 
popolo. Ma ad imitazione di questi si forma- 
rono poi le allegorie, delle quali si impadro- 
nirono i filosofi per potere con esse rendere al 
vulgo accessibili le loro investigazioni e le loro 
stranezze. Qui lo Stellini mostra quanto man- 
casse di senso storico, rappresentandoci egli tutte 
q«ieUe cogitazioni dei primi filosofi come frutto 
sok) 4ì riflessioni individuali e capricciose, nelle 
quaU non sa scorgere alcuna connessione collo 
spirito del loro tempo 6 dei loro popoli. Egli chiama 
q^ei filosofi sognatori, dicendo che poichò essi 
SI diedero a ricercare l'intima natura delle cose 
mira sese portenta de rerum universitate hufusce 
caussis ordine constitutione somniantibus obtu^ 
lerunt (2). E fra questi portenti cosi ritrovati 
enumera lo Stellini tutte le cogitazioni degli Jonii, 
dei Pitagorei, di Empedocle, di Anassagora ecc. 
intorno a Dio e air universo, intorno all'anima 
umana, alle metempsicosi, alle apoteosi ecc. 

(t) I; 128. 
(2) I; 132. 



318 I SEGUACI DEL VICO — G. STELLINI 

Da queste cose, che lo Stellìnì chiama occulte, 
richiamò finalmente la filosofia Socrate, che 
nacque, dice quegli, p^r ventura, nei tempi cor- 
rotti di Atene cioè nei tempi della Sofistica. — 
E qui lo Stellini chiude la sua opera facendo 
una breve storia della filosofia morale, che si 
venne svolgendo in Grecia dopo Socrate. 

Come si vede , non erano le dottrine dello 
Stellini né cosi originali né cosi profonde che 
gli dovessero dare una fama e una riputazione 
maggiore di quella del Vico, come pur gli die- 
dero (1). Ma questo si può facilmente spiegare 
dall'indole dei suoi tempi. Lo Stellini aveva una 
coltura classica molto ampia e svariata, pregio 
che a' suoi tempi in Italia era più comune che 
a' giorni nostri, ma anche più che a'giorni nostri 
stimato. Egli cita sovente, talvolta con ostenta- 
zione, poeti ed oratori antichi in appoggio di 
quanto scrive. Egli stesso secondo l'uso dell'età 
e del paese scriveva versi che TEvangeh rac- 
colse e pubblicò nelle Opere varie, ma che non 
sono molto migliori di quelli del Vico, Alla eru- 
dizione classica lo Stellini congiungeva la co- 
gnizione di diverse scienze. Egli scrisse infatti 
di matematica, di fisica, di medicina, e della 
sua perizia in queste scienze si hanno anche 
saggi nella susl Etica; quindi l'Algarotti scrisse 
di lui, che non v'era arte o scienza, ne* cui se-- 
greti non penetrasse, tal che potea spiegar in 
tutte carattere di maestro. 

La sua filosofia non é profonda, ma é facile e pò* 
polare, e si capisce quindi come per questo pregio 
congiunto colle belle doti del suo animo, di cui 



(1) Il Fabbronì nelle sue Vitae dice, che stranieri veni- 
vano appositamente in Italia per visitarlo Stellini; né Egli 
si perita di paragonarlo seriamente a Socrate.. . 



CAPO XVI 819 

tutti i contemporanei ci fanno testimonianza, con- 
giunto coll'erudizione, e con qualla certa grazia 
ed eleganza, colla quale sapeva maneggiare il 
latina, malgrado i difetti del suo stile tal volta 
troppo rettorico, egli potesse attirare a sé molti 
scolari in Padova e rendersi loro accettissimo. — 
Egli era inoltre per il suo buon senso molto 
tivverso alle soverchie sottigliezze di alcune teo- 
rie morali e trovava che queste sovente invece 
-di rendere più chiare le cose , le oscurano , e 
invece di dare i veri fondamenti della moralità 
e rassodarla negli animi dubbiosi, ne fanno va- 
-cillare la credenza in coloro, che prima vi erano 
fermissimi. E conchiude quindi il suo opuscolo 
isuir OìHgine dei costumi con quel detto di Se- 
neca, philosophiam non in remedium animi sed 
in exercitationem inventam ingemi y muUisquc 
periculi causam fuìsse. 

Tra gli scolari del Vico viene ben a ragione 
annoverato Emanuele Duni, il quale però si mo- 
strò ben poco riconoscente verso il suo maestro. 
11 Duni era professore di giurisprudenza nell'Uni- 
Tersità di Roma e dapprima pubblicava in questa 
città nel 1763 un*opei*a snìV Origine e Progressi 
del cittadino e del governo civile di Roma, poscia 
nel t775 a Napoli un'altra col titolo : laScienea 

\ del costume ossia sistema del Diritto universale* 
Nella prima di queste opere egli non fa che 
'esporre, svolgendole e chi«.rendole in alcune 
•parti, le idee del Vico intorno alla Storia Ro- 
mana. Egli divide la sua opera in due parti, 
nella prima delle quali tratta dell'origine e prò- 

.grossi del cittadino romano, nella seconda del- 
l'origine e progressi del Governo civile; ma pre- 
mette ad amendue un'idea dell'opera, nella quale 

4iclMara che nessuno sino a lui aveva saputo ve- 
dere come il governo di Roma cominciasse aristo ^ 



320 1 SEGUACI DEL \K0 — E. DLNI 

pratico 6 si mantenesse tale sino al secolo v^ 
nel quale passò ad una perfetta democrazia, du- 
rando tale sino al secolo vn; che nessuno sina 
a lui aveva trovato i. veri principii e le vere^ 
origini delle cose romane, colla conoscenza delle 
quali si potessero conciliare !« diverse contrad- 
dizioni degli storici. Egli annunzia di voler 
eq)orre un nuovo sistema del governo civile di 
Roma, tratto iion meno dal naturai corso delle 
umane vicende, che dalle testimonianze degli 
stessi storici, ridotte a quefr intelligenza, che 
8* uniforma coli' indole dei corpi civili. Questa 
nuovo mtema che egli vuol esporre e questo 
nuovo metodo che e^li vuol seguii:e non è in* 
fine che quello del Vico; ed è veramente strano> 
che quando non erano ancor passati molti anni 
dalla morte di questo, un professore d'Università 
avesse tanta sfrontatezza da pubbhcare le idee 
di questo dandole per proprie e menandone un 
muto coM romoroso, come fece il Duni. 

Kello stesso modo del Vico Egli insegna, come 
gli auspicii fossero il fondamento di tutti i diritti 
civili e politici, come i primi cittadini di Boma^ 
non fossero^ che i patrizii, perchè essi soli go^ 
devano degli auspicii, come il rivolgimento fatta 
da Bruto istituisse o meglio continuasse, rafipr^ 
zandold, una repubblica di ottimati, come i tri- 
buni non avessero dapprima potere legislativo, 
ma scio una &coltà«di tutela contro le violenza 
e le oppressioni dei patrizii, ecc. Egli vede con.^ 
il Vico tutta r importanza del jus connubii, e 
quanto strettamente questo si rannodasse con 
tutta la condizione civile e politica del citta- 
dino romano; e in un notevole capitolo (nel 
capo VI del libro primo) cerca con molti elficaci 
argomenti di provare la dottrina viehian^ rir 
guardo ai cofinubiQ patrum. — Quindi come il 



CAPO XVI 'isti 

Vico il Duni mostra, che i plebei diventarono 
veri cittadini di ragion privata solo colla legge 
canuleja del 309, la quale però doveva pure 
aprire ai plebei Tadito ai pubblici uffici!. Del tutto 
conforme al Vico è anche la storia dei diversi 
modi e dei diversi gradi, pei eguali i plebei giun- 
sero ad ottenere tutti i diritti politici e quindi 
a fondare in Roma una vera democrazia, — Del 
proprio non fa che schiarire e svolgere più 
ampiamente alcune parti e correggere alcuni 
punti accessorii; cerca determinare con maggior 
esattezza T indole e il periodo delle diverse as- 
semblee e di distinguere più accuratamente le 
tre leggi, orazia, pubblilia e ortensia, colle quali 
i plebei ottennero la loro uguaglianza politica, 
datando però nella sua Tavola cronologica^ come 
il Vico, il totale rivolgimento dello stato da 
aristocratico in democratico, dal 414 cioè dalla 
promulgazione delle leggi pubblilie. 

In tutto questo il Vico non si trova menzio- 
nato mai, tranne che in una sola questione par- 
ticolare. — Gli è vero che di questa miscono- 
icenza del Duni verso del Vico uno scrittore 
tedesco, l'Eisendecher, gli rendeva la pariglia 
traducendo il suo libro e pubblicandolo come 
proprio (\). 11 Duni cita il Vico parlando dell'ori- 
gine delle xn Tavole. L'opinione che il Vico 
aveva a questo riguardo manifestata era uni- 
versalmente conosciuta^ e mentre nelle dtre il 
Duni credette poter riposare sicuro sulla non- 
curanza generale, nella quale pare fossero al 
suo tempo cadute le opere del Vico, in questo 
non creaette prudente passarne il nome sotto 

(1) W. Eisendecber; Ùber die Enslehung, Enlwickelung 
und Ausbildung des Bùrgerrechls im alien Rem: m%t 
Vorr. V. Heeren; Hamburg 1829. — V. SftrafiDi, Ehm. 
di Dir. Rom, 



tn 



l SEGUACC DEL VCCO — E. DUNI 



silènzio e non citarne T opinione; anzi quasi 
n compensarlo de* suoi torti, non gli è avaro 
di lodi, ma lo chiama il dottissimo , r incompa* 
rabile^ Vico avvezzo eoli* acutezza del suo inge* 
gno a meditare il fondo non la corteccia - delle 
<:ose; e quindi pone le sue idee intorno alle 
origini delle xii Tavole fra V altre ammirabili 
nuove scoperte da lui fatte nella contemplazione 
della cofnune natura . delle nazioni e massime 
della romana. Trova i suoi argomenti sulla 
questione non solo non soggetti a confutazione, 
ma uniformi alla vera storia civile di Roma ; solo 
osserva che per la loro brevità furono piuttosto 
trascurati che esaminati dai dotti; quindi Egli 
non fa per verità che ampliarli (I). 

Non v' ha dubbio però che in questa prima 
opera il Duni seppe cogliere felicemente e svol* 
g^ere alcuni risultati delle investigazioni vichiane 
sulla storia politica di Roma, togliendone ine- 
sattezze e contraddizioni, e arrecando a prova 
delle nuove scoperte una messe più ricca e più 
ordinata di fatti. Egli stesso dice espressamente 
che non ha voluto costruire la storia romana a 
priori, ma che attenendosi ai fatti che ci vengono 
narrati dagli scrittori antichi, e accettando quer 
punti di storia confermatici da loro concorde- 
mente, seppe trarre dall'esame di quelli le 
sue nuove idee, che ci rappresentano,- dice 
Egli, la storia romana nella sua verità storica 
e tolgono le molte incoerenze degli autori an- 
tichi (2). 

Ma se il Duni seppe veramente nel descrivere 
le vicende politiche del cittadino e del governo 
romano tenersi libero da alcune stranezze del 



(1) V. Libro 2.^ cap. IV. 

(2) V. specialmente V introduzione al 2.® libro. 



CAPO XVI 323^ 

Vico, dall'ahra non seppe penetrare quanto di 
più filosofico e di più profondo questi venne 
investigando intorno alle origine psicologiche del 
diritto, della religione^ delle istituzioni di Roma. 
— Cosi la sua seconda opera delia Scienza del 
costume, nella quale Egli espone i principii gè-* 
nerali della filosofia giuridica e storica è molto 
inferiore alla prima. In essa si scorge aperta- 
mente il proposito di svolgere le idee del Vico, 
quantunque questi non vi si trovi mai menzio- 
nato; ma raramente il Duni le sa cogliere e 
penetrare e spesso le guasta ponendovi del suo 
contraddizioni ed incoerenze, che nel Vico non si 
trovano. — La scienza del costume definisce Egli 
la cognizione della vera condotta deiranimo umano 
in tutti i slati, condizioni, e circostanze in cui 
l'uomo si trovi. L'idea principale ch'Egli piglia 
dal Vico ò la distinzione del diritto naturale (fi- 
losofico) dal diritto delle genti (il diritto primi- 
tivo nello stato delle tiamighe) e dal' diritto civile 
(quello degli Stati). Amendue questi ultimi sono 
positivi e si fondano sull'autorità de Legislatori 
umani. Quindi per il Duni anche quel diritto pri- 
mitivo delle genti ha legislatori, ha un codice 
di leggi; cosi Egli confonde del tutto la stupenda 
distinzione vichiana tra leggi e costumi, dimen« 
tica di vedere nel diritto primitivo Tabozzo vi-^ 
chiano non solo delle leggi civili posteriori, ma 
anche del posteriore diritto filosofico, confonde 
del tutto le origini differenti del diritto delle genti 
e del civile. Quindi Egli scrive che, « Le stesse 
> umane necessità e contingenze^ che indussero 
» i padri di famiglia ad abbandonare la loro pie- 
» cola monarchia e rifuggirsi nell'asilo della pub- 

* blica potestà furono le cagioni di cedere in 
» qualche parte a quella loro autorità monai*chica 

* e soggettarsi alla meglio, ohe loro riuscisse, a 



324 I SEGUACC DEL VICO — M. DELFICO 

» quelle leggi, colle quali potesse reggersi Tu- 
» nione che componeva il corso civile » (1). 

La povertà e i incertezza delle idee si mo- 
strano ad ogni passo. U concetto della Prov* 
videnza cosi grande e bello in Vico viene intie- 
ramente guasto dal Duni, il quale si affatica, 
più dogni altra cosa a provare e spiegare Tuni- 
ìbrmità delle leggi presso le nazioni primitive.^ 
Tali leggi o istituzioni, che in fine costituiscono 
per il Duni il diritto cosi detto delle genti (senso 
vichiano) altro non sono che regolamenti nati 
daU uniformità delle idee degli uomini a seconde^ 
deW occasioni e bisogni umani^ diretti dall'ordine 
di Provvidenza per la propagazione e conser^ 
vazione del genere umano. 

Quantunque il Duni facesse cosi facilmente 
a fidanza colla fama del Vico, si vede tuttavia> 
che presso alcuni giuristi e filosofi napoletani 
questi continuava ad essere studiato o che almeno 
se ne prendeva qualche notizia. Noi lo vediamo 
infatti menzionato parecchie volte con grande 
onore in un libro che Melchior Delfico stampava 
in Napoli nel 1791 col' titolo di Ricerche ^d 
vero carattere della Giurisprudenza Romana e 
de* suoi cultori. — Ma se in questo libro noi 
troviamo molte idee del Vico intorno alla giù-- 
risprudenza Romana, noi siamo ben lungi dal 
trovarvene anche lo spirito e l'intelUgenza. — - 
11 Delfico comincia il suo Ubro col dire che Tar^ 
portanza delle leggi fu un sentimenti che pre^ 
cede la stessa formazione de' corpi sociali^ quindi 
EgU attribuisce ad esse un'importanza e un'ef* 
ficacia grandissima e da esse fa dipendere tutia 
la moralità e prosperità di una nazione. — Il 
fine diretto, che Egli si propone col suo libro 

(1) Scienza del costume, lib. d.<^ capo ^ 



cAi'o 5cvi 325 

si è di mostrare le imperfezioni e i vizi gran- 
dissimi delle leggi e della giurisprudenza ro* 
mana, che ancor erano in vigore al suo tempo 
e che Egli voleva venissero del tutto abolite. 
Con questo scopo Egli scaglia acerbe accuse 
contro il popolo romano , mostrando verso di 
esso la più grande avversione. Ninna cosa trova 
grazia presso di lui, e meno di tutto il loro 
diritto : i Romani , die* Egli , né conobbero né 
possederono mai la vera grandezza o ne* senti- 
menti civili ne' governativi e la loro giustizia 
fu Al principio quale può essere nella barbarie; 
d*indi quale suol essere neU amministrazione ar- 
bitraria ; e finalmente quale dev'essere nell'anar- 
chia, nella confusione delle leggi e nella gene- 
rale corruzione. E a sostegno di queste sue 
strane idee Egli sa recare le dottrine del Vico 
intomo allorigine della civiltà e del diritto presso 
i Romani. Il peggior frutto, che da questi, se- 
condo il Delfico, colsero le nazioni moderne fii 
l'istituzione dei giurisprudentì ossia degli av- 
vocati, la scienza dei quali è quella in effetti, dice 
Egli, dei mezzi proprii per abusare delle cattive 
leggi nelP amministrazione della giustizia. E 
poiché , come già vedemmo , la professione le- 
gale era iu grande fiore a Napoli , Egli esorta 
vivamente i giovani ad abbandonarla, dicendo 
che il suo carattere necessario è il più perfetto 
guastamento dello spirito e del cu^re. 

Con maggior serietà del Delfico e con maggior 
ampiezza del Duni cercò Mario Pagano di svoK 
gere ed applicare le dottrine del Vico ne' suoi 
Saggi politici, eh' Egli pubblicava in Napoli tra 
il 1783 e il 1792. Egli non si mostra per Vim) 
scrittore molto più originale del Duni , ma è 
molto più giusto e ricordevole di lui verso il 
comune maestro. 



326 I SEGUACI DEL VICO — M, PAGANO 

Il Pagano è nome caro e venerato nelle let- 
tere italiane non solo per i suoi scritti , ma 
anche per la sua indole bugna e generosa e 
per il nobile martirio sofferto in grazia del suo 
amore alla patria ed alla libertà e inflittogli con 
atto d'ingiustizia e crudeltà inaudita. Però se 
questo deve farci onorare altamente luomo, non 
ci deve togliere la facoltà di giudicare libera- 
mente lo scrittore. 

Nefeuoi Saggi PolUici il Pagano si propone 
di descriverci il corso della civiltà come aveva 
voluto fare il Vico nelle sue Scienze nuove. Il 
Pagano era di questo studiosissimo e in molti 
luoghi de* suoi Saggi mostra la stima grandissima, 
che verso di lui professava; ma ^li scriveva 
in un tempo, nel quale l'Italia era mvasa dalle 
idee francesi, non solo nelle scienze politiche 
e sociali, ma anche nelle storiche e filosofiche. 
Condillac, Bonnet, La Metrie, Dupuys, Boulan- 
ger erano conosciuti e studiati universalmente 
non meno di Montesquieu, liousseau e Voltaire. 
E noi vediamo -che anche il Pagano attinge 
molte delle sue idee non solo dal Vico, ma 
anche da* quei primi e specialmente dal Bou- 
langer, cercando di accordarle insieme (1). 



(l) Non sarà però fuor di proposito il ricordare qui, che 
molte delle loro idee intorno alle religioui e alle miteìogie 
tolsero il Dupuys e il Boulanger dal nostro Francesco Bian- 
chini, che nel 1697 stanipava in Roma ww* Istoria Univer- 
sale provata con monumenti e figurata con simboli 
degli antichi,— I due scrittori francesi svolsero ed esage- 
rarono ciascuno idee differenti che si trovano già nel Bian- 
chini. Taluno però volle far di questo anche un precursore 
del Vico ; ma a torlo. Il Bianchini non è propriamente 
che un archeologo. Egli cecra di «piegare i simboli, che egli 
crede di vedere nei monumenti antichi; e. qunntu!ique sia 
talvolta molto ingegnoso, tuttavia le «ne spiegazioni sono 



CAPO XVI WT 

II suo panto di vista è però essenzialmento 
vichiano. Egli vuole ne* suoi Saggi presentare un 
quadro dell'origine e formazione delle sòcieià,, 
del loro progresso, della loro decadenza. Divida 
come il Vico il corso dell' umanità in tre epo- 
che ; ma ne comincia la storia dai diluvii, come 
aveva fatto il Boulanger, cui se^ue anche in 
parte, nel descriverne gli effetti e la vita che do- 
vevano in seguito condurre quegli uomini anti- 
chissimi. — 11 Pagano dà una importanza gran- 
dissima» come il Boulanger, alle crisi o grandi 
catastrofi della natura, e dalla loro influenza egli 
vuol spiegare molti fatti primitivi dell' Umanità. 
Dopo la cessazione di quelle gli uomini, che erano 
.stati costretti a ricoverarsi nelle sommità delle 
montagne nelle caverne , dapprima vagarono, 
non in uno stato di violenza e di guerra come 
vorrebbe il Vico, ma in uno stato di debolezza e 
d'impotenza, quale appunto ci viene descritto dallo 
Stellini. — Il Pagano distingue quattro periodi 
nella vita selvaggia dell'umanità, dei quali i due 
' ultimi corrispondono all'età degli Dei o a quella 
delle monarchie &migliari nella terminologia 
nel Vico. 

11 Pagano pone l'origine delle famiglie, nel 
terzo periodo della vita selvaggia e le fa na- 
scere dai ratti delle donne, esagerando un' idea 
del Vico, come sogliono fare i copiatori, e per 
giunta rimproverando questo, perché anch' egli 
non ne avesse assegnata quell' unipa causa. Ma 
il più curioso si è, che secondo il Pacano, sola- 
mente coi rapimenti delle belle donne si fonda- 
rono le prime famiglie , perchè potendole solo 



quasi sempre del tutto opposte alla dottrina del Vico, né vi 
si trova poi accennata alcuna delle ide^ filosofiche di 
questo intorno al coTsp della civiltà umana. 



3J& 1 SEGUACI DEL VICO — M. PAGANO 

predare i più forti, questi se le conducevano poi 
seco e sapevano difendersele. Questi prkni con- 
lìubii degli uomini forti colle donne belle fu- 
rono i ceppi delle famiglie nobili, t- I plebei' 
usarono la vaga venere sino a tanto che per 
imitazione dei nobili e per altre cagióni vennero 
finalmente essi pure ad istituirò tra di loro le 
famiglie. Cosi queste, conchiude il Pagano, nac- 
quero generalmente dai bisogni naturali dei- 
Tuomo, e si fondarono sui suoi sentimenti più 
profondi e spontanei, e non furono unite mai 
da patto Q convenzione, come voleva la teoria 
del Rousseau, allora universalmente rigettata 
dagli Italiani (1). 

' Come la famiglia cosi anche la società comune 
degli uomini ebbe origine dalla natura stessa, 
perchè questa secondo il Pagano tende sempre 
ad associare fra loro gli esseri e tanto più gli 
uomini, dei quali moltissimi bisogni non si pos- 
sono in niun modo soddisfare fuori delia società. 
11 Pagano enumera alcuni di questi bisogni , 
e non è difficile lo scorgervi qualche remini- 
scenza* dello Stellini; ma egh vi si avvolge 
in un circolo vizioso, giacché molti di quei bi- 
sogni, a cui la società dovrebbe soddisfare, non 
possono sorgere, se non quando già questa 
stessa esiste. 

Del resto tanto il Pagano quanto lo Stellini 
avendo fondato la società sopra cagiohi del tutto 
soggettive, non seppero darle queli*altissimo va- 
lore morale, che noi abbiamo veduto nel Ca- 
po v darle il Vico. Solo in un luogo il Pagano 
tocca la dottrina vìchiana, senza saperla svol- 
gere, dicendo esser nepessario, che l' uomo sod- 
disfaccia a' suoi bisogni sociali perchè adem- 

(1) Saggio II; cap. 4, 6. Cito neirediz. di Capolagod«l 1837* 



CÀIHK SVI 8S>9 

pia U fm^km cwimmé^ mi grami ^m$ M 
mia (1), 

U Inailo aec#ima pure timidtninte n qn^- 
r^ltm ide& del \ko, c&e nd ogni (9tà eonriflq»o»da 
ano itato diverso mIU reUgiooe^ iM^e vti, nelle 
dottariM, ineooHM m tvtti ì diverti elebiejili dì 
mjkk, e « sfioarsai di correte anUe me teaece 
UN* veniMMte desmvendo le «rik$£Nr«ìA»o«i. 
Ila eg^ penetat^ molto raraoumte nei profondi 
fiaoimd del maestro. Come il Boulanger e^U 
ai pada di uba reUgiooe anteriore ai diliivii; 
ma Mjpiale fosse questa seligioae e eeioe si 
fiNPmMse MU'.wmo egli 9011 ee lo diee» per- 
«ho (^uaode teatla il sciggetto delle ongioi della 
rdigione , pMsuppone sempre oeme gii avve- 
nute le i^Ddi catestro£ delia oatUTa^ e qm^ 
sicbara ansi la religione antidiluvìefoa eome ub 
eij^meuto di questa aecooda, che Egli vuole spie^ 

fare. Pare che il Pagana ammettesse an^e pnma 
elle grandi catastrofi due ordini d' uomìiii» ^^U 
uni d^ tutto selvag^ gli altri alquanto incivilii. 
Venute ^eUe» i pruni imbestialirono del tutto> 
i seeondi eooséorvarono un barìume delle idee 
aaticJm^ dalle ^uali intrecciate con . quelle» che 

Sl^li straordiasrii avvenimenti aveano prodotto al 
orò ^rìto» si formarono tutte le wrole e mi* 
l^gie uitiche, — Ma non è questa la spiega- 
«O0e costante^ ohe Egli ne dia* Tal(Hm quelle 
£Btvele antiche sono anche poedotte dallo stra- 
volgimento del cervello» sofierto dagli uomini 
diurante le grandi catastrofi deUa natura, o dalla 
necessiti, di dare coi miti un senso a parole 
antiche» cèe ricordavano» e alle quali non cor- 
rìspondeva più alcun oggetto reale. Altre volte 
invece quelle favole non fanno che adombrare 

(1)11, '7. 



fiso 1 SEGUACI DBif VICe^<^ M. PAGANO 

quelle stesse tstm # oàtasli^ «nliebe^^e 
quindi una storia geologica e atmosferida della 
terta. In qiieillo modo ^ErIì i^e^ tulle, le lotte 
dei giganti, t«itle<le*fiivoIe rektive aU'Atlantiéó» 
la fii.voItt di Fetonte ecc. Né nieno.«08cillaiìtt( ò ia 
leoria dr Pagana nel- determittiMi'origtt» '«di 
qtieefe fiitolei Taldfer esse MrgODd iMUluraliaènt» 
presso tutti i popoli r eosi nel «apoxttnrdel primv 
Saggio afferma > ohe quella dottiTOa'iejgpzia^^daU» 
tre' età^ la qiialev^ eeeoado Rsgaac ^ éièimiigmf 
<iUa mièologia e le 9ommini^ù la wmaerixh 
k si trova pmsso tutti i pppoli, ipevdié^) no»^ 
4fUB dall' univer^U tv^adMone d»lltman ■ gmerA 
Ma in qU^ medesimo faggio kk^^gn^ poi, com» 
essa naseesse iiivece in Orienta, eéyiDatte for^ 
temefl^e l'idea -di Vico, che gli Orientali hoq 
avessero avuto una civiltà anterione a quella 
dei Greci, e che questi da quelli mohusimt 
cose non imparassero, ed afferma che anzi gii 
antkhi poeti greci vestivano eoUa poesia gli orien* 
tati racconti, come li aveufmo aditi, né pe- 
netravano i loro ascosi sensi, cioè il significato 
storico, che prima avevclnt) col contenere ui narrai^ 
zione delle grandi catastrdH e ciuindiil significato 
morale, che ^raggiunse dappoi, e che /tarmava il 
sacro arcano sotto il terribile silenzio della più prò* 
'fonda notte asc$so. Come et vede, il Pagano non 
seppe penetmre la bella dottrina de( Vica interno 
agh arcani e ai misteri antichi ; ma gli si rav- 
vicinò quando, non sempre in armonia colle 
cose suddette, cercò cagioni pia profonde e più 
vere per impiegarci le origini della reUgione e 
della civiltà. — Egli trovando allora, come il 
Filangieri e il Vico, die il seniimento della pro^ 
pria debolezza pienamente sviluppato ci sommi- 
nistra [idea della divinità, ci dice che i primi 
uomini furono naturalmente condotti alla reli- 



. .ì/ CAPO xì»Mi : 38!l 

'dÌ4ttàit§iJe mahurtdi patente fnpFQMtlth.^atf^ 
lrttO(pskK)logka^^]à-spÌ6giitan(kib>V^ ItaMM 

fa:iaQtiiàentro daU'uQivImo^f a^itintti gìitetmÉd 
«ttnbiiiécai io ^portai aji0ei^.{l> .* ., oK!> 
. Al qiiaiiQ pfÉrioda ifìlvagfioiiSiMQode j^««ppinQto 
^rb^oo^ Nel'idetccJva!» il.4ffmpq ]^i4)a,riflQ}iè 
iFagsDOi $i al|li€(ne àntieraineftte iidte 4d6fe .m- 
cfaMtais,jiddl6'4]]iali blcime sa^ adcbe: boo ck^ 
*a<ssefla«e mà^ s.vo]gea«k. «'iapplkam iiqlÌQénsmto. 
AacU figli parta daH' aam^ft^éél'. Vios^ iefa)9>itiitÉi 
t p<Q30tii fessare. «dgìonéi 4et httiufou ^àeKfà 
atntamojo^ e ofao: 4^iidi le.lri^ù Bi.ibfmMaefK) 
do^o i paghi e dopoti t^iel^Mett^è^^dopK^hè^la 
fingile jim di loro, tiispeme , èi: i ^b4£0 < atcait 
oala.pe^ rdedprocaidifesa o .pecRO&safalftim^*r^ 
Nel primo periodo ba^rbarioo qgmJByràiisircrca 
mi capo senza akcin <)rdinainefi4o.ipoHtÌDO;;SQt* 
lamento nel secóndo^ anaodo si .s^iUseon» le 
conabifi 0. radq4MKiìze.«ei singoli padn.Q tìapi 
'£uiùglia, àomtfx^ia varamefitr* uà triMeri^nleu 
Par €[«esto noe .fu neoessarÌQ alcuA' patto sòr 
oiale^.nè :che si stabilisserct auUto, deue. leggi; 
te oof» nac(}uero dà sé o^tuDsiiMfìtew^ Assodar 
le^i. le famiglie, per i loro tósógni.QEteofldxuae 
fiaturali, eiasounaJasoiòf il proprio osolufiiyisistMi^ 
e 60»! na^ue insieme ad un governo ootuuoe 
una', pubblica l'eKigione^ un pubhlicso costume , 
urm pubblica opiifl^neà -^ Come per < il Vico;, 
cosi per. il Pagano, i padri erano i^ un^tenopo 
cons^lieri, gueitrièri e saonfiòatorjé fiù. ^tardi 
si filabili fra loro un ordine partioolaare di aa*- 

(1) I, 16. 



m I SEGUACI DEL VIGO ~ II. PAGANO 

fK aiuffa» M» 1% eqwcioQi, uiÉumoBona (^^ 
jpwÉ» |i|ràdp«to Jiel^oimniQ degli wa(ti> «h» ne 
«fiinBéra isoerstici o ^iMlegj^nMno tra ia^ten^ 
«noia e Tttribtoiritfùu ^ fante Otti pdiM 
idM^4Del sedénda f^enodo ammétte il Paflano^ 
che vi fossero^ d^i ire, «a Egfi;dt4criv# taanorifeà 
4iì qqebti c<km di Vico qoella éti jpHm te di 

liaiali^ e iifljr attembtea del pojpolo^ cM.dA 
fk^olo dei Dobiii, perdié dì questo non fteero 
parte la ^lèbe, db^ now arem dritto idi sdlregìo 
# lenita doio^ i nt iit' wga ta in oaso di gueira» mo- 
'yendoai wwAre^ dì essa. Queste eeea Egti}»pva 
<prM80 i Greci e presso i Bomany espeoaMo, 
apedidnieiite «spetto a qaqstì^ le idc^ del Vico 
intorno at diritte^ idla :psArùi potestà eec, mwh- 
eeoatrando coUa ntedeàma recìsìoiio tisteniatiea. 
àà hii lo medesime cose neUaèadbtane cM;f|iedio 
ovo, quantum^ di questo stèsso il Psgmo (ue 
&oesso altrovie rimproToro al Viee (i). 

U Pagano coneaora «n Saggio sq^ecial^ il 
ivuafto, a deeoriwtie il terzo «d ultioto :atato 
curile Barbarie^ stato, che sefgna il paa^agi^o 
alte società cotte e poUte^ ìa esso il poftere so«- 
cìaie-si va seinwe ptu affi)i»zaodo: méirtre na 
«hio^ primi 'le omse private e^ano abbaondoo^ie 
aUa privata veiMJiettpi, in questo sianone ad<i»sa 
sostituendo Taaooe {«bbiiea eoa qm moi^ « 
gradi, ohe noi ab]|)iaoi già voebti ael Filafigini 
o ohe Mengqno mpetuti dal Pagano. Questi segue 
wA itttieraiaente il VJoo' nel (wscrivisre k qatara 
deMà GiarìspinKdenza barbarica, a trattane^ dei 
gsudisii dì^Dio, dei giummentì, dei dti^ ^Ua 

(1) h 7. 



GAPa XVI 

tì()rt8ni> ntrifeffiiioe ]« oayioiie- e l'ufi^tii a qNrt 
ìMd piiooIo^c#già vitr MsewtAo àà VAs^t^ 

Ado'i due: a»rifi< estrenir Mbu^gmnde héì»ìi 
degli' iflbMie-dMIe oéum, il «Étto smì»Im1q 4t ì^ 
«tmà aapréinii, in ogiti ctogstarìéM^Mft éMtf* 
tekBMte a queste; per li «her mftMiUMlo Iftfinhier 
di uto delMr si imptoitfvà ate anjHfiMtasmMi 
straordinatift di Dn. ' . 

hi ^i»sto ttno^ perioda della karbàna sm^ger 
l%ftficohurd> «ksptie fiéiMi g^ittosAobi ^wvtoe» 
9«4D4fiiQMciai0|bast(irìida» « ÌBtr»diio^ro8ptettli^ 
fi!{a|pealÌMC9oii0Ì seÉtìmeDtrrelig^re^i i^ii^haMy 
e fltaeereflOQSkO* (pelìB eegnàlioiri |tralwhe^ .daU« 
avaii doìiemM pai iarnsarsi teraei^maiMA.seM) 

Dì qmsta vien trattafi) sel^Spigigiò v^ (|na eoA 
emp e^ Mi w ipo fe detnriziona dal cerea Mia 
eittttày ccÉiinciete nei fiaggr ipreredenti; lì 9^. 
gena non vi meetara, oome m 41 Vieo) quab 
teme di governo ai svolgalo ' natiirakuNita 
nette addala errili» e quale tìaraMape vi vadancr 
livwMìdo' le diverse «istiltaiottiieoiali a gK ^er 
menti deQa eiviltiu £gii depa 'averci ìiidieatO! 
coinè knoUentela farmassera ttill|e le tepubbli^e^ 
e io ogni Slato aorgano natarafanente tee ele^ 
aranti Arerai cioè nafciktì^ pkbere ^miglia veelaj» 
eirtra in una trattaeiene dotlftinale, eioé pfeadf^ 
a dfeeertere del teitia fmorìto dèi pc^cd del 
seecdo paseàl6, ^aieUo delle diverse feraia 4A 
goveMD, <;ei«defate Hi $è fi»desniie^ e iMslmr 
ìiitfpettdeptemfflrte dai eeeeo eterico , quali #a- 
gtoni Aivoriscane Tana a i^udli l'altra^ iTP^ifei 
ne enmneva molte» talvolta oon* leggarezaa #^ 
smerfidediià^ e prendendo per e«i»a cià,( ohe! 
Mi è che una manifestatiQBe .diVeraa del jinat 
effetto. --^ Favorisooao^i. afct>i»}o il.iBi.-? 



%&> I SEGUACI DBU TICO ^-<- M. PAGANO 

gMD, Tifirtocrtzia m ianonarduv) Kmofsma w 

ékibiA drito "- rkMièzae %' drile ftitnè oMMoi irild^ 
ptwédaiAi 'wfònscn V9 itit dvmooiiiziBu . Irnfirf^ihBdo» 
mfitkfnà' Mli»^fiimiip1flÉln^enM'di>une*#tstor 
b«iiiR>^)»tanii(,'wc()iido M'tag&no^ iioììaw'eHf^^ 
verno delle potenze estere, etile «miMr^ si 'éf^tfr* 
i^^dJaafoRB. lQtMtei|iteslèiif96p3^^ icoige 

#rid««te^ Iteflnmsai dri IfenMqtwu »^ imiuwar 
aggiob^e^ ie^^ooi^^aitci guasta iit aipairi JMmtL ^ìta^ 
ssiD'ta^ie pmQ'Iarttfaria^ tM' tre* poisii ^M» 
Stailo, tMrkit|er6;<clie seooiido ìt Pa§^e^^^ 
g^'^Ì0$60 mi «ntìcbi^Sf^SNite ìnMiHssIoiSai^gM^ 
l'influenza delle dottrine dslla RivoliisioBO , ^Àè 
itata pei^ iscopf^aMi «llolt tJoBced&v^^eomsfl il 
il'Bki^Nwa, a timi i «ittadìai ogM^iiMNi m« 
Htfèi;) ma éi^st'tfttriQgQali .tLifmoìnlìy artfiee 
tfao è tiraniiide àbif^vero guyerao^iìofr^otwnui 
f^ofaKet)tfstlo,'ebr,^iqaaliiHque?star la sub fermav 
ncm istalMlisoaTla: {<i6erid mttoobèi/a^ profMr* 
zUncaa. t$^u^1émtm>^'^V'dmt$i;ììe* net Sfltggi6 
^gtiei^ sMi^ii)0mkniki Melts' ^nazioni '^ìbraan 
sm, <$0tti9'ìldisptitiscnd^sÉa. laicauda ì^rinèipsie» 
p<^ etti' le nacHmi'kncdoiiO'^inHa' odrruzittne^Til» 
qtoate putii dMeUTT'Si grande da ncòndvirie^rirm 
quaMe a^rv>emȎ0to straordinltncr nonfrunpstti^ 
ssa, coni€^<fu i^hvafeÌDne^^deif barbavi' aM»>ftse 4ik 
ìUapBTo * Etytm,m, ' ikfk pririnlÉvo siate' «f Iva^tfkk 
fior tfeonnimiar?! ^ poi il Ricotéo dsU» àviÉÉJa* > ^ 
'"Il 'hif^no mo^a i^cialmeiltB»m^qHèslitfeM 
trifliliii Baggi e A^'altre mteM' Qmpm afXaturm^ 
éelto JP&e^ quanta la 6uat mente^ si lòsse 
Molata guastare daUditéorìe'TSfflisisifeh»>^«ni^ 
t#mUstìcbft'firMc«8Ì'drt'saa::tciiqEK>i <t4'' AncMr 
Egli/come'ì Materìaiisti firahoesi, ta Qìpeadesè 



. . « CAPO XVI ' 9Xk 

3iÉi6fAméBte k vita «pirltuaie ^IslUt QOtt&nia-> 

aainiKfigti sÌ7mpoii«Jn«m)Capir4el5«<^Sa|nri^ 
i\tBòstiwei xome lù^^farMM^pemfimti i^ito^' 

•itoi |iiae^nib)cko; Ja'*fA«rrfhjmtttfii>.«4t«^ <i4 

éiMMlaMr d^siani ^M/a^^ii^im/a ^«m jn^re 9m4» 
immaochiyiè ai éy.e «Ki^ggiiln^t» eh» ì ^na/MrÀ 
mwtili. sm$0 MAi\e wm tddfiménii' che' si i kk 
4t^npgiftiiti0n e UrmÉecci»immté$l ncètro €iH(piK^ -^^ 
Noo è (^maài ta meniTigKare oa nel FagMOt 
«Mar piai.«b# n^l iftcnnagMsi ai loMifelsti qpMU 
fVMM^kmè^ iii^tQi4iAÉia Qtl fleeokt p84mto;.% 
QUtfopiltiB' Inondine iiioralQ«o«l.fiìicQ> a 8^ rMt 
4siMMglM» lat fona cke sptef^ ^ uomim itila 
società colla forza dì gravità, l'amor :^'proprto U 
MQdtaia deUa frojpria ooDfleryMicme/cQUa fotza 
4i . ?a8ÌetaMa;#:^iBarm« ^dieeaiiale>tatl» ugiUhal^ 
«senta ' /Mjs:* eMfefi/riMi(t). > ^ /..:. 

Da una tal» ptiookgìa àiorwra naaoetfa «na 
moral» • uaia: iiiosofia delia storta eemspon»- 
-dofta^ Cosi, secondo ìi Pagano» il .Mens a ti 
fimwe «ono <« (totf.unttfo- mMe ^d^animtkli 
mui Oì ^BdkJKjancke daU'uoikiQj.a il ^ piacereif 
^h&J ilprimoi i'unko.^ù^no MeffU anmaH /t«lliV 
é il imoèinm i(àÈfU Siati kìtfaestQ modow seconda 
il Pagano," la natura, determina all'uomo i* W-« 
iMaaeeHyNiw'e t .firn dimoivi :^ek* aGmo^.cioà.'la 
propria aomwìmtiimte feikiiài Vxkamo dttiu|ua 
BKUflpAdQ la libertà, che il Pagano nan g^inega , 
mamfostarà. ori vario oosm) éelkaua.atoriatftMkY 
lUàrmfmziaU ai vavamabitU La filosofia, orilft 
storia deve appunto studiar queste e mostrare, 
'Come esse si trasformino secondo i diyèi^ ac* 

(1) V, 13. /. . 



tÌ6 1 SEGUACI ML VICO -*- M. PAGANO 

eskimi • le drt^tte eondkkmiy nelle ^ii£ l^mao 
si tN^fVtti Ma ^[ueite tmferauaìofii n ftoiio^ >mk 
eottde il hi^iie/mi afta legge inwrUbile; 
fwébè fmH té tàUtifetmtame, h natimiàm^na 
di mew^ià ioH ifmiumi e $bUì Toe^mìr ^^ftmài 
Egli «e» 81 perìla di ^aAnmate cA Vim^ idi» 
Al fUmfiu éBua elorie pof ^ Jifira iieòttf 4^ «h 
^IttfNlì joféici^* ed è une «dietiM eoii dàltùsin^ 
Htè € $m)9rn étmm t$ nMenuUkh$ (t)« Siwdé 
dà queste» cbe il Rigane m^n diléritw diA ¥ìe» 
nd aiiMto di eonsidorwe il oòo^^ 4el fihvofo 
storico > aaeh'^Ii csteta die ai aoeoppiasaeM^ 
ìndetné la filosofia % la stolia^ a ehe qaeela 
divetiiSM ufMi sefensa étUB^ikUim^^ éMa mmme 
médifioationi delPmma^ pmlim imo: sievw; tome 
la tomidtfmzifme 'ditte umidetm-wùrU /kei iW- 

runMmad m 

Ma nel Vko iqmHe^^oot^baxiioaf essasdo ki 
9voigiitieÉto di mea patmm ; esioaiialBiwto: iqnri^ 
tuale, anche la ctvillà die ne éeriva ha laliva^ 
loro atoimenteinoide;iMwti^^dftM!^ 
le BiodìficazbBi delie epinto^etsendo c^eadentr 
dalk aherMióui d$th tnm:ckinay e dm ifuesu po^ 
iendosi gmndi mmurute i prùgreesi delfumé'- 
ni$à (8), la storia di questa* si MisÉNnaa in Ma 
stcNria wMogica« £ mentre nel Vice il bisogna 
e Potile non sono <be éccasioni ?é ewìtaiBesfd, 
dm quali la Provvìdema si serve per cosahttre 
Tuomo a osiebrare la e«a vem natura sodato 
e momle^ nel Pagano il Use^ è runieoau^ 
tOTB del progresso d^Unoonni! esso ft nasoer le 
famiglie, stabili w le «odeti, sorgete e miglio^ 
rare Tagneoltnra <4)> esse sriluppa VìngegnOy 

(1) 1, 1. 
(S) III, 18. 

(3) V, 19. 

(4) IV, 11. 



eàfo XVl : . 

efmk ie «rti eie keiMz6> opini' fe e<dtttii • ^iiw 
ginttdiiMàto drib spifitt) titnaati (I). 

L# ttiiAosaiKi tendmiM fteMHtìdM^ si trovane 
nel Sef^o voSmOrigim e NaM^dM» Pomim^ 
òmm Aeeitta ed «90De le idee iM Vke sul me- 
énriiBe «a09etto,.]W pev lo pm gneetsuriMr 
ofltte idee^MMiilkdiee òcm |nerilit£ *^ Seedndi^ 
il ngwo la poatia iipuckqiie dal nataiele e ne^ 
oeMario svQapfio ideHe iageoìle facelt& delb 
girile i«àseno; i priim uomini fwrkiroM poeti^ 
camenlr, ^rehè nette vtolwle psMMMri ai é &a^ 
tanloieiile poeta e «antoee. Ejg& 4ice, «heilft 
iMeeAine dell*at>ma eehra^gio A pii0 eooMbrace 
come uà' iktfunieiito di^ corde, wù». ^n^Hooiti- 
apondono mI cotpo uMUMiribbre; qwale ea^ 
aendo molto taàe doimu»o peederad ^bkoiiì acstr 
e dar ooirt diigiiie alla musica* Accetta la te<Mrìa> 
vMnaav che 4lttfe le opcowioni di quet^ primi 
uomini fonato peeéohe e ceÉeepisse» per fedire 
fmUMiùi; flNi^inon aa Bé approSflC^ né aiM^»^ 
gerìa. \ MMHen peatìcc del Vìoo «bimia 69ÌI 
/breie ed ^pirtmiom d^tfA^atsAf» grappi di 
tanle pai'tieaiati idee» com^ntandoai di dire» 
per iapìegatae l^ot%ioe, die qtianéc^ la nufmté 
dtUufma intomneiò é fmtoipitt te vmie imma*- 
§im Mtè cos^ydi mui pU ogfeitif ^ oMoti 
qwékh0 MmiflianssMtru lora^ flirmà lii$tma éàsa^ 
QVìMro -rapportò fé nu^ee àlCmtka mamne^ h» 
ìtea coai fermale paaegoaa* il J^eanotia pia 
ritratti eimiU eetrappoeti ITvao all^hro e* dei 
qmtf, il* primo lareaa il fendo di tutti^ i auaàe^ 
gQeBtì(3X Malgrado qoeete maackine i^gasioni 
dà €»fi€elli già trovali e pienamente evolti èli 
Vieo^ il -Pagano non si penta di eaelamaro come 

(Ì)V,"9. , 

(X) Sapido sulla Poesia, capo VI. 



I SEGUACI DEL VICO -t- V. CUOCO 

«oddiifaMo'fnenamraÉf di aè: E^eo^laatMrgm^ 
dei aaratieri ppeiMrdel VioaM4:k0 ni(UslmiMmntà'^ 
diaui^noi fiiàoittm^ VmaUBiy tom^mètéaémo 

pepfeikmttte l'orpein (M Vin) , ,6^^MMvamr*«ofc 
sùxÀSagyi dì «ter Mviotée 4e*mMÉiaa^aMippÌÉl» 
la fibsafiSiOolla ifolom^peR itaioferdallarildtia 
didlU idri»*é é$^ affetti ttm^ l'imàiamife 
cianati •4ifM'i4iiiar2Ì*i». fa^9id^«- wr« mitaremmte 
fikao/iip: mktim <:òmfìto pei* wfùì^-àegm^ à» 

iieniiM prajposito da -iiim- melila M^^k^^ 
«a tiMM m pttroeQme tiuelb-tdel'tBagaaov-iBft. 
tale^chtt fiep aaddUslìtm meaioftimKi.'ft'iui rie fam» 
deil'iisegoo ria i^retewHlà di^tlottiiittxi firn A. 
<}lii» cai']ìon*pewMK> ugarr^ ebttse il ffagft»> 
ooBtnfcvi *ttao pam a fur nfiovjni) ia Imnt> ii 
<ndtofe lo studio p»F il Vieo^ b'^cisi menonr 
èva già qua» spenta neHVRMwiq degli Haiiaittb 
tmtttviaf la filoàDfia éd^m atoaainift sMaa^eal 
^moinomB alottn/vero» progMseè* eeiaitiwoii.-t . 
Talaoi xoUocano ira .gli aecdandel .Vio# anelH». 
Yrneeiito Guaee AMolilanoy per iijfcio Pkéom im 
iéaUm, ob'EgU. pubico hi lltlatio mI: ISOi.— f A 
^[iiMla a^wgua m poirebb^o coasidererev. per 
ia€efan*i di uno eorittòre tutti (|iseIH/olie imgigeaip^ 
a easo ^a^suoi litoti ateiuùigii)dizi^ ^aloune ìAetr 
tthza peaeitrare nel loro epiiSto e amg#re il 
JiIq» <ba ie lega^ ma soki peeebèrMsiilaceale 
serveno m love inteati « aUe : kno rteorie. : : , * 
^ Il libro.dii Cuoco:è.eerìtto A» iénoa diiromaaso 
'Oome )!àmoar9Ì ^ AaiiyMll^myt PiaMM: e Qm^ 
bolo» partMo da. Atei» e yaa^Mpii viiiiare 
i'Uaiia^ per i$tttdiaraa*ie*4oiMlaiofii aelie^oieme i 
nelle arti, nei costumi e nella politica. Le cose 
vedute e udite e le osservazioni loro .ci ven- 
dono riferite in forma di lettere» /obe amen4ue 



■ CAM JKVI. : 

vanoo aorive^dcH: Mcm il fòi#co^4ion «oisevya isUm 
in pi^oola p9«te il oo^wfetete'j ^turna dai pofiiftp 
Mggi «he ptne in /Ì4«wa;*j^ veMr^feu^ 
le ideata^ «efttimeirti suok pkr4pHì^iM»tMA04^U^ìy^ 
tìQfai|à.itBliai)fi4.atgwndoottft'topÌAÌojN()« ob^ii^ty 
ttìn^ ptaiqMlofap te»p9> fM n«f ^} tt!*clMr^. 
ahmo-Vico nsp^^t^miBu mI m» MmcK m<40|^<#a «r 

Italia vi fosse stata una grande ctyilté^ Mteoitm) 
alla g^6a»:« ohe di «ìm aiapo4ialiiAUtai$ì»f U tjm- 
sM^ì ifunlr iiQ::tetepa) ^o^adoiil Gìkììcow ocicu* 
IK^no itetta ì^ peniaela^: vj< ooytiUùi^ltQO. wii 
p9p«b «0)0* lAiq^eoMi an|ic]Ù89ifDii^ civiltà. .4^fU|^ 
<H«^, prima abe ffiom» M9o««s«Hri^i> 'pW0di>; 
bari)%rìoo« Rapei4^Mtl..GuMo iC9toaideM^^jew^ 
parta di :(]|u0lla ^HiiJtomo ^oitt^i^ftiettoimiifee ^on 
em eoii^iintai In ^Si»^^ f^\é^gmii»in Ia^'#g«ir 
Mido> Ggti landio^iopJtp fdù antÌoc^«4i yiilteà'iJbr 
si *flde fi*n(m^^^.i)^^k(i(i6(ll».(ilmi^mQlt(tanr^ 
tm^e aUfi ^fikm^ ffrwt^ ^ Sfo esptwftdp* 
qufMa tfilQscAa figli è ,b0o> Ui^daU' att«Ki«é 
ad wa oritioa «t«n^ rig0itofia4.£gli <8i-«fii(kip a. 
«ohi libiti ^poerifi,, dbA^ ù imfm tF9m»n4^ 
dalL'miicbitàì a^^poolie. ^«a^'^nameiiei^oii» daltei 
da Arff4otil0 **m: Pit^gori^i Qìb^ lof^i fih»»^tfi^ 

da Platme :fti Pitngse^» d^' ami Malpgbi (««> # 
]|0n.8ii|^t8r.<li 9JgÌiafa.ta^v#lta«t.^cU.'lor9t»m). 
Libro Metafisico del MyiOf^^ ^m,ì% HwuAae^^nn 
dmmo av^va Wla t sue dotti^ipQst(m<M'i: tolto 
ogni y$ì^m «teri^o*. ^ * ^ / . .. 

Poco più sicura è la critica dei fatti da lui 
espósti, e del tutto ijoaderi^e spao^le spi^g^oni 
storiche .chd Egli jie> pone, in» lietsa %^smÀ ^mt* 
sonaggi , e chIÉgli trae specialmente (Hlle éòu 

(1) V. le Appendici nei IH volomf. • ,,; <. 



840 1 SEGUACI DIL VlCd -^ V. CUOCO 

trim del ¥foD ^ M flbngieri e Ari .h^^no , > 
q«ftli tihimi eitft -E^ ifMÀ sm^im incesi» d 
primo. -^ Sono viòhiane speeialttiMto alecuie cw». 
ndÉtiw «ite origini « al oorsb deUat eitikà^ alk 
stona o atta coMitsadono di Somay atta ^m- 
stioM dèlio Xn Tavolo ocoi (i). lin ^ aogut 
poi il iViiiana o ibo^o il mio toaipo nri dare «a 

Sftdo iaipoilanta allo afitiebe eatai$trofi a ciw 
la tMam (i). 

Ma^ c|tt08t6 idèo non Ibmaiio akrnn 'rfatema g 
né èono èompre collegato ad Un fino oomuMif 
(^ndi lo èi irodo > montro aoeotia albwe Jdw 
iM]^0!<MltÌ dol Vioo, rifiuiarfto o non uspmpm 
aòoo^ro idtré, dio hànito oon onolte^ una BteiMà 
rda^do. Coìr, moM^' atlenoMod allo mìm dal 
ì^eo ÉmàML talora ammollerò, che la citBtà 
no* auoi prinitMlfi ^é s^ròigOÉOe nei popoK apMk 
taMamoMo pev itnpulaè naiarato o colla Mida; 
di tina B«pioii£a*Hioramènto volgaro> o anw*ligK 
amflMUo ooiaó sorti natQH&liMmo e «pont»oa^ 
Bftomo 1 caratteri pootid, la wHìgiono^ b «dlo^ 
logia; altre v^e acooana 4tf?oèo #¥aier ìApé* 
toromilo lo ièlitwloal daO^rbitrio ìébì loglslMoti 
o ibfidaiori di dttà (t), e si^tiondo in patto te 
idèo 4A niMgteri» non ammettore di natorate^ 
cAio il soatmoolo di un Db Uk^ico^ éi una firca 
2iifimte> la ittoltoplidt& d(^ Dei atlrilMBto htftt 
artifirii dèi ÉUBtém o dei pooti^ initenifd unw 
pot^ingatittaro il ¥olgó (4>. 

Bèi roMo M Pitskmé ora un libro pimtoèio in- 
volto al trionfo di certo ideo dolfriitaif ^ poM^ 

(f ) È «tnuh) p«rè «fce in (]viwte queétlone, néfia qtrttlé'tt 
Vle# s'«rti rito eiMri, il (Meo ioli la cfla per nttftar^ 
t. I«, p. lèi. 

(2) m, 232 e segg. 

(3) r, 209. 

(4) I, 86, 158; III, 960. 



€A9a XVI M-t 

tkibe dtll'ftttUwe^ amifibò t dMcrirere om yariti' 
ilom& ì 4teBpi a»tkhi« Moki ^mortam «iggtfi^ 
sMntì (à pMQgeati aUuiioiu ai ▼Ì4U del 9IIP tMip^ 
&im9 sHQwra per U gÌQtnQ d'i^ggi^ altri imme 
per RI» peedoto ogm v^ove e delie aUoitcai 
ebmne iha poemmo più neaoea intendere. Per 
«piesle il libre non gede più al presente ohe 
«US pieeola^ parte iàla mna gr w iigg i a a ab» 
ebbe al ano ten^ . , 

Cefi una dottema più lai^ e profonda e èe» 
mie eeopo più soìentifioo inteapreodeva al prm^ 
eipìo de), «celo jproseDte lo jtadie deU'anti^faUi 
% del Vieo, CalaUo iai^lUi pur di Napoli, eitti 
die era ellosa inà^e oon Milano centro p&a- 
cipaìe degilà^etiMBi m Italia. 

Il JanelUi è Yumco fira gli ecelari dei Vioo^ 
à» quali (^abbiamo fiònera dÌ3eorao» obe abbia 
proptiamente capita tutta ^importanza del euo 
Hiaeatra e iscbiettamente ricwoeointala,, e cbe 
abbia cercato di addentrarsi nel suo pensim)^ 
propone»de«i seriamente di svolgerla e eocneg- 
gerlo. ~ figli etanipam nel tBi7 a Itopoli 
lui'c^rettat divisa i\due Serioni e intitolate^: 
C$xmi' di Cataldo JamlU mila naiura < mp&$méà 
della wmza etile cose e delle eierie utmme (i). 

Nel bbro del JaMlli convien considerare ow 
Bearti, le ^putli però sono sovente intrecciato 
lluna coU'aitra : Tona è la critica che Egli £» dri 
Vice e delle sue idee, l'altra un' eaposiriene o 
BBOgUo un disegno, un abbasEzo della prof^ria 
detirina intorno alla filosofia e alla critica storica. 
^- Siserboremo la prima parte al capitolo se- 
guente, tranne albani punu, strettamente colle- 
gati* coUa seconda, la quale viene qui trattata. 

(1) Il Janiellf era bibliotecario della libreria dell' Uni- 
versità. La sua opera venne ristampata in Milano nel 18Sd 
da Antonio Fontana. « 



SM I SEGUACI Dik^ym» -^ e. j anelli 

«^ <»lti gli fitttdii eb« vi ikÉì&6inimmm Ma^^ipfl^ 
<0llM*p0 quest'uSéltd; p^-ir9caM| «rfpte storca 

il ianelU^ neoefisa«i0 dueinoiMdlec^iicieMevtiBda 

nmm9f «ki ^ale eorrisMmée lìelc^ua i^^tloie 
ne' suoi intendimenti alla ^msfBL Sci0fnai rmbixi 
4e4 Vioo, e al; qxmÌB quitiiii^^potta rimom^èlla 
t^iajieMa, <y almcifHV qiiello Éi avvila iiiki«te; 
i'altarA novella eo^inttà ^i^•^1Rn^lvto^lklk^stM|8a 
Btcma, d«tm 4al Jiin^Uì Ì0«of^«^^4)MAia»9'e^ 
dc^i MMdctiOffia'e EnckfkfmdAi*^Ù^ 
Di questa si vanta soopritore-lo l3t6B8a Jai^iUt^ 
-ed affeirtfìa ebe la «uà' lÉaflrcaMa iìii tina^ dèlie 
loagiont |rrÌB^pali^ ^ev la qualril Vicoittonpaiè 
<pórtate a odmfHm^Àta lasiia t&ttfiiAi:]»uotio;^ 
questa no» fece dopo diJuiMSsua^gntiidepfot- 

•gresBO* V. .*; 

h»^ Sdenta delle cose umaM:*vìei]0i^ kt^ncil 
ea{^o^.^'deHa 2;" Sesiione donlpappotteatte Se^nea 
umane^ perchè que^t# stuiKano^^scttoBlb Im le 
Mfe^ ifì> loto i^t««se, qua» indipendenti; '« smsii 
t appQN^ eon noi, mentre la prèna (mervm ìe 
i0ò»e "iniuìi, piando tiùè e^peréhèi^ come da/noi 
rsieno injoent&te y ìrovmle, fatte -e diaposte; essa 
ricerca insottima le: cagiona, le origiiii e le^oon^ 
xlÌ2Ìoni di tutte le^ nostre idee ' ed aiiònr.' •CoA 
essa ti dà- una storia gmerale ^ comune , "^mà 
Moria in certo modo nuiwraie della socieià e dèi 
popoli, e si nropaner a seiorre; sin ^ve ti può> 
^ questo sublime e terrìbiie problema: hatx^ 
•e questa t^rer, questi olimiy questa razzaumamXy 
« determinare Sino a un dato segno le cono- 
« scense che si acquiste^rebbero^ le istituzioni che 
« si fonderebbero, i fatti che si eseguirebbero'». -^ 



/ CAPO x^<- M8 

Ib iìi obei-Medo» fmò -essa hrmam qttésta-PMCflK 
iopiaéiiptipóli$ gkcchè non t]x)viàmé^stltI«l;detlò^ 
mitiMiìsPi JMÙ'elWttB di^questa» osidiveiuteiccfa»» 
Imsnn Oemama, fwr determinar» di :CDiio8tt(>^ 
Jaiurili* 8i forala 68» piim «o dofio».r48loTtt^ 
sofia, ptfiiìa*0(Jdo{H>.l|t storia jdeiiangeììtpoiioM 
n. JaroHi noa^oiv rispondo molto nettameatQ^ R^ 
ffttarcb alle storie partieohró^i Jàs^ nel oapo^éx 
della Sezione lit^ esser uotessaria la lovoi ooiio^ 
Beenta per la iòmaziotie ddla Sùienm\delk dose 
nMmney nri eapo 6.^ gii dialo ci àké pnreicUe 
jqmsta $f forma^ ckMe- participi Blarwjàdle su*- 
«^ni; dMlU sinfidari iora riU^wniy Ungue^ icriif 
*luf«v <irti, ieggi ^^4o$tiuHi. Ma. pili sotto si ma- 
nifesta in Int'^ubito la tendensa di dire Vof^stc^ 
dicixiavando Egli »> die ' ma aiùm quasi ehé.vi 
Simo simne, faiii éummi atm$mui^ lasÉrae ^àUa il 
€ono fUttck reainvsnie dal gm^e tùmama • qqaiìi 

eoH INTBI;USTfO TVWOi, OCWiesi suol dwe A PBIOIOt 

iratia delle aziom umane ecc.: e il Jai^eUi^.diee 
die quella scienza .si potrebbe dMamare an^e 
Seienza Mia volante nemann; E^ manifiseta is^ 
«omma k atesse pretese del Vico nella seoonda 
Seienua imova^ an^'Egli vuol tarorare una siorta 
4deaU 4Unw senza Fajuto dei £stti psrticolaii 
Queste pretese si' manifestano più ofioffamMite 
ancora aoii« trattta dei rapporti tra questa Scienza 
delle c(^e umane e VIUarmofia. 

Llstoi^Ssofi^r deve naturalmente precedere k 
formazione della storia universale e delle storie 
particolari; essa si propone in&tti di raccogliere 
tutti i documenti, tutti i monumenti , . tutte le 
.^^nti oho esistono intorno ai fatti passati» e ae 
deve fare una critica accurata, esaminarne l'au^ 
tenticità, il valore storico, dare le regole , per 
interpretarli rettamente e intendqrh, nel lorp 
vero significato. — Quindi per il Janèlli Tlsto- 



I 8B6UACI WWL meù <— e. JANBLLI 



éàUMtatììk, della, fede dtUa tgrfponiw» 
«aanar la tcianza che Jteftttfnt ♦ fannmmmfiiéi 
t^rtmza ed inca^UMssa, éi ttiff^ffM tfi^iadtema. 
éiemBpUlnta dntompleluan érih storie wmmÈ; 
e ohe dero aeksglìftre il |iroblema: BaH akmd 
fitUh ièiiimgiOHi e omomm^c umannt dekrmmare 
fin dwe m pmò io Miato e candiMm hnm tftsMf 
ioemorù itèecessim €kffli tMmtm (1)« 

Cod ristoroBofia iraurefobe piar il Jbneili il firn- 
éameBÉft AeOa critiea atorioa, pomrAbe a tfm- 
età i materiah e le xion^e> eeèoiMb le qnali eaia 
deve etemtam e ci eoDdurebbe^ttiadi alU tera 
^QDoaeeo» dei fatti. Bla basta e«iè? abbiamo 
BCH sempre doeumenti safficieiiti per eoDOsoere 
i £itta di VLVL dato tenqaof e quaimo li abbiamo 
bastano esii a &m penetrare Jiel loro imo oarat- 
iore e nel loro qucìto? *^ U JaneUi risponde di 
jio e oi afferma ohe tanto per l'uno quanto per 
l'altro «ffido è necessaria la sua Scieiua Mie 
tose umane. Ed ecco questa, dhe propriamenie 
non eoo fimnarai se non d^ la storia uni- 
varsale e le storie particolan^ diventare neoss- 
«Biia per l'opem della stessa Istorosofia. «~ 
4}uindi ji€ila Sezione 3.* viene dimostrala in ap- 
jHmii euitoli la necessità tento detti Istoroecma 
coianto oelia Scienza dette co$e mnane mt con- 
durre la storia all' età na virile (9). £ infiditi 
descrivendo i passi che ^i studii. storici dove- 
li) Sez. X.\ caa. IX. 

(2) Il Janelli distingue tre età nello svolgimento della 
'persuasione -storica, corrispondenti secondo il tuo paragont 
prediletto, • tr# eU delFvomo, elee uo'stà Cisoiullisea, sells 
-qpale oredien» e tutto eiò^ che ei viene Burrstoi un'età 
giovanile oella ousle si vogliono prove, ma ci Jaseiam pure 
dominare dalla fantasia e jalla passione, un'età virile netla 
^le cerchiamo prove fondate sovra motivi ragionevoli e 
sicuri. 



CAPO xvr 3A5 

vano fere per raggiungere la loro perfezione, 
pone prima la formazione deiristorosofiai quindi 

Suella della Scienza delle cose umane, e dopo 
i esse quella della storia universale e delle sto- 
rie particolari. Solamente colla Scienza delle cose 
limane, dice Janelli , noi possiamo farci rivivere 
nella mente un fatto nella sua storica realità, 
poiché essa solamente ce ne dà la radice psico- 
logica, essa sola può formare esattamente e com- 
piutamente le storie nelVanimo nostro^ ed essa è 
poi necessaria airistorosofia neiresame dei fatti 
mverosimili e nello studio delle testimonianze 
incerte, oscure e manchevoli, perchè essa ci dà 
la storia eterna dell'umanità, e col chiaro e lu- 
minoso della natura illustra V oscuro e il duh- 
Ino d'uno, storico (1). 

Cosi il Janelli riduceva^ la sua Scienza delle 
cose umane ad una critica psicologica; e per ve- 
rità quella serve indirettamente a quest'ufficio, 
come noi pure abbiamo riconosciuto e dimo- 
strato nel capo vii. Ma il Janelli non si rese pie- 
namente consapevole del reciproco ajuto, che 
insieme si porgono la storia e ,la filosofìa della 
stona, quantunque di fatto l'ammettesse. Egli 
non vide che le scienze nel loro sorgere e for- 
marsi non seguono sempre strettamente un or- 
dine logico; spesso le conseguenze servono a 
schiarire e rettificare i principii e spesso le idee 
generali , che debbono sorgere dall' esame dei 
casi particolari, servono alla lor volta, quando 
sian trovate o divinate, come lo furono dal Vico 
alcune nella filosofia della storia , a schiarire e 
rettificare i casi particolari. In questo modo la 
Scienza delle cose umane, che deve pur scaturire 
dalla storia concorre ad un tempo alla forma - 

(l) Sez. 2.\ cap. VI. 

23 



340 I i>E(il'ACl DEL VICO — C, JANELU 

ziono di questa. Il Jatiellì, p&t cavarsi d*impa^lnó, 
slabili oltre la SèiehM éeUe nfMHè tbèè é tùthlé 
distìnta dà est$a una Filosofia o Spirito deiléi sto- 
ria, la quale èì propone qttelk ricerehe ptofbhS& 
ed astruse sulle cagioni produitrici 4h fàtìi , ^ 
dopò questa ancora utia Storia ddla mefite umana; 
le quali due nuove disòipli^e debbono òbM&W 
dopo la scienza delle coèe itfMnt e anéhe do^ la 
fortnafcione della stòria universale e dèlie partièò- 
lari (1). Ma evidòtttemente la sua scienza dtH& 
cose umane comprendeva anche natutalmetitd 
quéste due ultime discipline, e doveva essere dia 
lui tenuta per la «Uà vera filosofia della storia, 
come lo era per il Vico lit sua Scienza nnw^ 
dintorno alla comune natura delle nazioni; allà^ 
quale^ secondo la dichiarazione stessa del ia- 
nelli, corrispondeva la sua Scienza delle cose 
umane. Che del resto con questa Egli intendesse 
formare una vera filosofia della storia, secondo 
il suo concetto, ed esporvi le cagioni dei fotti 
storici, risulta evidentemente dal Piano gene-- 
rate, eh' Egli stesso ne porge nel capo viii della 
2.* sezione. 

In esso dopo aver parlato del metqdo che 
vorrebbe seguite neUa sua scienza e dichiarato 
che fì'a i due sohti ad usarsi nello studio delle 
scienze, cioè o di studiare le éose in sé , nei 
loro attributi essenziali, ovvero di studiarlo nei 
loro nessi cogli altri esseri. Egli sceglie auesto 
secondo; conforme a questo Egli divide la sua 
scienza in quattro grandi parti, le quali tratte- 
rebbero, la prima del nesso d origine cioè il rap- 
porto delle cose umane colle cagioni loro; là 
seconda del nesso di coesistenza cioè della simul- 
tanea comune vita delle nazioni; la terza del 

(1) Sez. 2.*, cap. X. 



cAÌPo XVI 347 

lièsào di successione cioè 'del corso ilélte òòfe'é 
umiBtnè; la quaì^ta Aéi hètóò di cì)MÌtnicbzitìfd 
cioè dei rapj)òrti *ó dell'itìfluenzà ré«fp*beà dèlfe 
iiazioni frisi lóro. — Ih tutte t}Udètb divèi'àè ^'am 
si mira peì-ò sèmpre ugualmente a Studiare lo 
caéiòhi aeirè éòse tiùiiaTie. Vèr Vèdèl^è cònie ciÓ 
si possa, secondo il Jaùèlli, óttèhèró è n'éfeèsèitìó 
conoscere le distinzioni òhe Egli stabilisce iieì}atli 
nelle stesse cose umane è nelle loro cagioni. 
Cosi É^li distingue quelli in naturali, civili, sociali 
e particolari e le cagioni in efficienti è aètermi-^ 
nauti. Le prime sono le forze, Io seconde i bisogni 
umani. \ bisogni ài distinguono in fisici , psico- 
logici, politici e scientifici, le foi^ze in animali o 
fisiche, razionali ò psicologiche, etiche o dicèo- 
logiche. Questi divèrsi elementi danno luogo irt 
ciascuna delle quattro parti, nelle quali si di- 
vide la filosofia della storia à diversi problemi, 
cui questa deve soddisfare. Cosi hfella prima 
parte si risolve la questione, qual nesso abbiano 
i fatti colle forze e co' bisogni umani, quali bisó- 
gni fisici determinino le religioni, quali forze psi- 
cologiche formino il politeismo, il panteismo ecc., 
nella seconda quali bisogni, quaU forze, quali 
fatti coesistan tra loro ecc. 

In alcuni punti della sua dottrina il Jànelli 
si dimostra vero scolaro e continuatore del Vico. 
Anch'egli capi che la vera opera di questo con- 
sisteva in una riforma degli studii storici, anche 
Egli voleva dare alla filosofia della stcfria, ossici 
alla sua Scienza delle cose umane un fonda- 
mentQ del tutto psicologico, trasformandola in 
una vera psicologia sociale. Ma sgraziatamente 
Egli segui il Vico più nelle sue ultime teorie che 
ne* suoi concetti primitivi e più veri, anch' Egli 
vagheggiò una Storia ideale eterna, e per giunta 
esagerò ancora e contorse in alcune parti ^ le 



548 I SEGUACI DEL VICO — C. JANELLI 

'pretese della seconda Scienza nuova ^ ne rese 
più meschino il' concetto, ne restrinse i vasti 
intendimenti. Vèntre il sistematismo storico del 
Vico traccia, arditamente il corso intiero della 
civiltà e lo svolgimento dei suoi diversi ele- 
menti e delle sue istituzioni, e mira a risolvere 
i più elevati problemi intorno al Vero e al Certo, 
aindea e al Fatto, alla Provvidenza e alla Storia, 
nel Janelli questi problemi scompaiono del tutto; 
e quel problema sublime e terribile cui si pro- 
pone la sua Scienza delle cose umane è del tutto 
talso ed impossibile. Ne la storia né la filosofia 
della stòria possono proporsi lo scioglimento di 
tali problemi ; perchè non potendosi essi risol- 
vere mai con sicurezza alcuna, essi non condur- 
rebbero ad alcun risultato scientifico. L' errore 
capitale incorso dal Janelli e in parte anche dal 
Romagnosi, ma sfuggito dal Vico, si è di consi- 
derare le forze che agiscono nell* uomo come 
forze meccaniche applicate ad uno o più punti 
determinati, e quindi soggette ad un calcolo ma- 
tematico ad una misura geometrica. Lo spi- 
rito umano operando liberamente è inesauribile 
nelle ^ue creazioni e nelle sue manifestazioni; 
in ogni occorrenza possono sorgere elementi 
nuovi ed inaspettati, e non si possono quindi, 
date alcune condizioni , determinare a priori 
con sicurezza i fatti reali, che da esse nascereb- 
bero. La filosofia della storia o la scienza delle cose 
umane non può dunque darci divinazioni sicure 

fer il passato ignoto né previsioni certe ' per 
avvenire. Suo ufficio proprio è di ricercare le 
leggi, colle quali i fatti a noi noti si sono ve- 
nuti svolgendo. Ma nel ricercare queste leggi e 
nel proporsi e sciogliere le questioni, che vi si 
riferiscono, non devesi seguire un Piano presta- 
bilito e modellato a priori, come vorrebbe il 



9aI>o XVI , à49 

Janelli , che ne por^ge uno d' altra parte cosi 
complicato e artifiziosò. Le questioni debbono 
scaturire dai fatti medesimi e quiùdi risòlversi, 
tenendosi conto, di tutte le loro' cìrcoatanze reali. 
Certamente quanto maggiore sarà il nurtiero 
delle questioni, che noi avremo in questo modo 
risotto, tanto maggior facilità troyererao a ri- 
solvere le altre che rimangono, per la cono- 
scenza maggiore che noi àcquistiaoio della na- 
tura umana , la quale è pur sempre idéntica 
a sé nelle feue innnite variazioni e mutazioni. 
Per la' niedesima' ragione potremo' projiorci il 
problema del Janelh per casi futuri, special- 
mente nella vita pratica; ma le soluzioni di 
esso non avranno che un .valore inerambnte 
ipotetico. 

Non debbònsi però dìsóónoscei^e anche i pregi 
e i meriti del Jahelli'. Noi scorgiamo anche 
in lui quel profondo sentimento speculativo e 
scientifico, che anche in mezzo a molte stra- 
nezze sovente lampeggia negli ycrittorf napo- 
litani; egli primo in Italia scorse la vera indole 
e l'importanza delle dottrine del Vico , e tentò 
svolgerle, dando anch' Egli alla filosofia della 
storia la sua vera base, la psicologia, e ideando 
un disegno ordinato di tutta la scienza. — Ma 
la sua gloria maggiore è di aver sentita e mo- 
strata la necessita e l'importanza degli studii 
critici sulle fonti storiche. Anche il Vico ci'aVeva 
posto mente; anch' Egli s*, accorse che i suoi 
principii doveanò produrre un nuovt) sistema 
d* interpjpetare le fonti e le ti*adizw)ni antiche; 
ma non s'accorse che questa inttei*prétazione do- 
veva in parte precedere lo stabilimento (Ìe*'slioi 
principii, che era necessario, per costruire sul 
sodo la storia, fkre sopra i suoi docamemti 
quello studio paziente , anafitico e compiuto , 



^^ f SEGUACI DEt VlCq — C. JANBLLf 

i^^ VQJ^4 il J|aA#. Non C(?i«ti|uiya (jijjestp ^ey 

piQte389 yan^rsi F inventore, vfx% nqovQ er^ il 
. postp jvel quale ?gf li Ip cqU^c^v^, e Tufficio che 
^If ^tltribuivq^; r^ellé <juali oo?,e Egli vejnji^ si^oza 
sapfrt^lq, ^4 2^ccQi:cUrsi pei;fettftp^ente colla sc.UQJa 
nlolog:i<?^ e stp^ica, che veniva allpra sojgen^p,. in 
tJ^pmania. Il Jan^l^ yi$$e pei^ ahbast^n;^a per 
utlire^ Hp'ecQ 4eUe g;ramii dQttrir^e, che sull» cjas- 
^c^ Mi^ticbità vedine (^u^ll^ avolgendp, i^piav nop yi 
teuA^ (tìe^oi^ ^ ^li aYveftoe co^ie a Bapqni^, ijl 
(jua^a ^pq q^^eim indiato di trovare e inget 
gf^e U yero ipetodo d% s^ujrsi neile ricerche 
i|Be^Ìm|B|ul|aÌJ, npn seppe poi egli $te§sQ.4rw a^- 
c»pi^, bjuow^ et g^*pta a^pljc^ipne. So.no i;^plti ^U 
errori stonci nei quali il Janelli incorse, ^ jl 
flQafHn^ei;^ ^yeya, trQPPP fa,cjle P^^(W< di ij|>et- 
t^^ft in c^^q^^ cjua^do giovane ^ptv?<a ^. r^ca^- 
tps;,^ I^pqli p^ir i^>i.u(}}arvi i raonù^ppqti aptfc^^i 
§9ri5jevj^ IR Ger,m^W/^.c|i lui, che Eg^ r?p*5t/()i ^ft*^» 
sri9}cipii B?ete)i4^Ya, cl^e la lingua q^p^ fpÉi?ft 4i 
pjfigine e^a^ca (1), Co§i se il fanelli seppe, vqd^re 
^P9Qftejpept|? Iagju3te2?a <?i ^lou^i priucM 4«l 
Vjpp^ rigi;jftyc(q alfapticbitjà e abbra^cp^rli jfl t»tt^ 
k Iqrq pjfo^m^ità e sqqrgerpie ^jf?i alJcu^i ^rrqn 
^ incoerej?ze , Eg^i ppp, ?pppe ^^oj % prpr 
g^edii;e, la sciem^a 4'U« pa,^tsa più m. 14, e qp^i 
^^he 9on ^ui c^dpya il t^eu^ta,tÌYp 4i fopda^e in 
|t^l^, qpa ^oja, viphiana. % queaiiia p?r y^rità. 
ei:% già 4lori^ 4ivftni;taj j>pp3SiibiIe, ìipn si pud^ 
i\qgQfh^ i/^ scienza h^ gift fa^ttpt tantiprq^f^^si, 
papti^ 4?^ mi punto più reo^otq ql^e 4^.1, preaw^e, 
si», p»^ qjUie^^p Imnino^q quanto ?; ypglia.. Per- 
ctó il iapqlli a^ve^se ppti;tp fofl4*r^ »Wt 3PHpJ^ 

(«t) NeUi. ZeiWihrift far ifie gHchichtHch^ Rechimi^-' 
sfmfàqf^ <ll Sa^'igj^y, Ipjq^ftrn ecc. 



CAPO xvr SSt 

che ?g(resse, per e^si (Jir^, ftisfo i pregi 4^1 Viogi 

;^*ul[Q ^P9^i>e ijM i^gegftQ p^^ri q ^lfw>w<?^ di 
pQQQ ifttewr^ a nxàeìh M VjcQ 8te»s(?^ i^J^ eglpi 
^Y^^ft ^ef^t^ I)i^ 9^ta e i»g^gn<ps^ oh# pro- 
{(^9i e «r^t^^, quindi fu pi^ttQ^to m sagq^e 
cjHti^ che npn uà contipnajtQFe del VÌot>. 

Cosi il J^ini^Ui lu il priiw critico del Vico, <?Qj»e 
11^ fu t'ultimo seguace, t^, qw^\\ì wtmor\ s^l 
recente a^vimen^o fìltxJg^icQ. Egli i^e fu per 
y^ifità aw^e il più Wus^Fe> egy spio può essere 
<3Ci^d#rato cwwe suq vero scolarQ; mentre gli 
^Upì é del^lj>Qw i?i^lÌQ dir^ copiatori, peir^bè 
dai Wr^ BW^strp nm seppero ritr^pr^ che ^1- 
cq^e pobe id^e irrigidendole e iii^qE^isereri^dQle, 
m^ il suo spiritp, uQu 1|^ vita del «uq penderò. 

Noi no#i ri^ereber^ma pi^ i 9^nm del Vico 
^opQ il feo/^Ui, perchè d^po oue^to h filQ$!*6^ 
d^M^ ^to?Ì5^ €> gli studj afttiQbi pwdoaQ up 
gr^i^e 3volgimQntQ sQtto ipipul^i CQSÌ wrj ? 
fl[iolt|9plÌQÌ , ch^ sapelt^W la?0PQ trpppQ ^fli^Q 
e talvplta impo^siMe il rintr^ci^re tra xmuQ 
Vk mol\e altr^ idee qwHe del Vico. Q^^PtQ 
^11^ filo8Q% civile e storica essa prende in Uajis^ 
^n ^o4 ampio ed wginsi-le svolgimento col Boa- 
n^ni, col Ferrari, cqI Gioberti , col Balbo , col 
Mis^paii^fii OQ^,, die neanoo per incidente §ftrebbe 
pc^iba^ dirne poGp. ^ quantQ ^gli sì^àjt% antichi' 
già al tempo del JanetK i^ Wolfe il Niebubrcon 
flùnor i|igegno del Vico^ ma con maggior am- 
pÌ€|^?A e solidità di dotii^ina, e temperanza di 
<;ritica erano venuti f(>ndando in Germania la 
4s^cuol* fll^Qgic^ e sto?ic^. A quelli nitri gv^di 
^^^^^ede^t^pp in tutti gli »ti^dj storici e filologi^ci,. e 
^ 5icien^ Uft^an^ dovette i?Qllegftrsi stFettam0nte 
con <93si p^r progredire e coì^i Ceceri i nostri 
ipigliofi in questo genere di studj. Forse con 



852 I SEGUACI DEL VICO — C. JAXELLI 

questo si spense aflfisttto T influenza del Vico i> 
venne meno T originalità dei nostri studi? No 
certamente. Taluno de'nostri più grandi filologi 
dovette in parte la facilità e la profondità colla 
quale seppe penetrare i concetti * più recònditi 
della filologia moderna alte luminose ed effi- 
caci inspirazioni del Vico. Posso tra questi men- 
zionare uno de' più illustri, quello stesso che 
iniziò gli studj indianisti in Italia, %'oglio dire- 
Gaspare Gorresio. E quanto ali* originalità for- 
sechè l'accomunarsi con altri la sminuisce ? Per 
buona ventura l'Italia vanta ancora negli studJ! 
antichi una buona schiera . d' uomini valorosi 
i quali promuovono i progressi ietìe scienze^ 
ovvero cercano coi libri o dalle cattedre dif- 
fonderne la conoscenza fra gli studiosi. Coltivano- 
con grande onore gli studj linguistici il Gor- 
resio stesso e il Peyron, il Flec^hia, l'Ascoli, 11* 
Lignana ed altri parecchi. Agli studj propria- 
mente storici e politici sull' antico Occiaente 
attendono lo stesso Peyron , il Vannucci , il 
Capei, il Barucchi, Matteo Ricci, lo Schiapjpa- 
pelli ecc. Più fiorente però pel numero è T archeo- 
logia, e possiamo ricordare fra i più insigni it 
Ronchi, il Minervino, il Fiorelli, il Fabbretti, il 
Visconti, il Rosa, il Salinas, il Conestabile, 
i\ Biondelli. Né dobbiamo dimenticarci, che nel 
Borghesi, or non ha molto rapito allltalia, noi 
avevamo il principe degli archeologi europei 
nelle cose di Roma, e a lui al dir dei Tedeschi 
medesimi deve |K/lMommsen più o almen altret- 
tanto che a' suoi maestri nazionali. 

Certamente malgrado tutto questo non si può- 
dire, che quegli studj abbiano una grande vita 
fra di noi; mentre in Germania tutti i cultori 
di essi sono uniti da un legame comune, e stu- 
diano con mirabile distribuzione di lavoro unitàc 



CAi»o XVI 35^ 

di mente e cospirazione di forze; mentre in Ger- 
mania quegli uomini sarebbero circondati da umt 
schiera di scolari e collaboratori, qui son costretti 
a lavorare isolati ciascuno per sé, a vivere la loro 
vita intellettuale più in comunicazione cogli stra* 
nieri che coi proprj connazionali e a rivolgere 
più a quelli che a (juesti i proprj studi. • 

E questa è la ragione, per la quale molli 
felici risultamenti della moderna filologia, i quali 
fuori d'Italia sono noti quasi universalmente, 
sene fra noi ancora il patrimonio di pochi stu- 
diosi. La scienza in Italia soffre di quel mede- 
simo male che rovina altri elementi della nostra 
civiltà. Eissa salirà in grande fiore il giorno 
che i suoi cultori avranno appreso a meglio 
avvicinarsi ed associarsi fra di loro, a legarsi 
con maggiori vincoli di reciproca stima, di re- 
ciproca tolleranza e di reciproca benevolenza. 



Capo xm. 

Vico e i suoi Espositori e Critici in Italia. 



Come abbiamo ffià veduto, del Vico si parlò poco 
in Italia nel secolo passato. Il Fabroni nelle sue 
Vitce ilalorum doc trina excelleniium ci pose 
ancho quella del Vico, ma lo trattò come uno 
degli ingegni minori. Loda moltissimo le sue 
poeisie e la vita del Caraffa; ma negli altri suoi 
scritti trova che Egli cercava piuttosto le cose 
aliene dalla credenza volgare che le vere, e 
che nella Scienza nuova abusò del suo ingegno 
in consectandis umbris et imaginibus veri. De! 



9SA ESPOSITORI E CBITICI — C. JANELU 

recito ij ff^W^roni npft «r^ utft I^W?i?|it<^ m»ltf> 
PTOtQnclf>. ift i^WQft^t- e ieln \m ^pi pQf>Q^ q 

^0^0. ch^ i Silfio ^ Pf^w^QblwQ ^tftCQ- 

Efi^ ax^»^ s^^p^r^, ^i sv^gliC^ k^ Nippli; un 
Kf«^()i^9J^^ ^pdppe pe?^ lui, ^w|qp^ <i^l qù^te H 
Mnrfli 8*i^9 cii fa t^gimptìii^n^ P dflj qq^le.finzii 
sìj ^g^ p^cbè t^Ipf^^Q ^sftgeij^tp , d'i?* Egli, 
ch^ cpo^ P?iin8^ ftpn si parlava (juajii pftntp 
^ Vm ppa. gli i?i vplj^Ya, ijftpfìftP U^pnp pgnj WQ 
diMtp.. -^ IM iSap^ il sup «p^^ 1^ dìffpp4^ya 
ijl. tMfta la pc^OMiota, v^piva, a pi^^wa?e sp^cwji- 
se^t^ ii> Mii^j^p, -dp.ve M BFÌp(pipva^ d^l, ^ppIp 

nuQUia, ^ pra^ ^tt^p ce^^bfe pip^a^p i (HiMtori 
delle lettere da alcuni detti del Foscolo a del 
Monti 9 i quali però mostrano di non essersi 
molto addentrati nelle sue idee. 

II primo a parlofpf 4i prjpj^sito e seriamente 
e fare sopra ai lui una critica sagace ed ac- 
cur^^. fn Ip $tps$p Janplli in qi^qI i^up ^ibjp^ del 
quale abbiam già parlato nel capitolo prece- 
dente. 

U Janelli fu il primo ad assegnare al Vico il 
yerp ^m PQ^Q n^Jl^ storia» ^ ^pe^e uqMki¥> > 
raapr^swltWvlQlq ^mp i;ixùzi3t.p:r9 4eUa Sci^^a, 
4él^ cQ^e mv,an^ M^atre prij^^^ 4^1 Vipp , ^hf 
il anelli, ixon 4i ?a^eva tr^v^i^ct n,\t}C9f cagfm^ 
4pl cprsp Qivjlp (Jtpir1tlaifinij:£^ cUe U Q^3P,, P ii 
t^tp, p. la Prpyvidejwsa, d%\a^ cpi^^ c^gipn^ iiur 
mp^i^to dei fa,tti ^rici. il V>^o & i; jfrivm % 
Sporgere ijiel moixdP delje n^j^j^ ipjfpP* atP;§3^ 
4?li* upipo e quindi s^ qerca.re in Im stesso p 
fiplila ^atura. su^ le cagioni e i principe d^ell^ 



cAi'p xvH 333 

stqria. — Quindi jl Janelli gli fa il grande me- 
rfto 4i aver trovanti i veri principj della cj^jiltà 
ii^m credenza \n un Dio e neH^ PrpYyjdenza, , 
nei connubi stabili, e nelle sepolUire; n^ìravep 
scoperto la vera n^tur^ delle religioni, le origini 
delj^ iingua , ; Ì^]i^' scritture ecc., ^ fieli* ayer 
CQsi rettamente deterniin^to^ Timportan^a^ il ca- 
r^^tere e le parti del linguaggio e delia, sapiepza 
g^o^tica, neiray^c trovato 1q leggìi del corso e ri- 
corso det'le^ nazjoni (1). Questi i^oi^o i meriti 
Srincipali del Vico nella dpien^a delle coseup%ne. 
^ ian^lji pe annovera poi al^i^i^ piie si ri%isconp 
ai per^ezìpnamepip ^eìì^ ^tQ"a univers{^),i^ e 
socialmente d^U^a storia ^ntic^ : il Vico hs^ ij 
meritp di aver, tpovs^to la vera natura ^e] governo 
apticp e, di molti antichi co3ti:vmi, ($ aver yecluto 
il giustQ corso 4^ììai g[ìurispruà^nza foii)an^ e 
(l^^ripa^atq con ^r|sind,e pi^ofondità la natura^ e 
io spirito delÌ0 i.Qggi romane, 4i aver distrutti 
naplti errori ir>tornp a^te s^ntichità d^^li EgizJ , 
dei Cal4ei;^ dei Chinasi e dei fenicj, e alla pre- 
tesa Ipjjo antichissima sa|pienza^ di a^ver trWate 
mpì$e giuste eà, esatte étixQplo^e ìatine, ecc. 
C^i ir panelli, rlcQnosceysi n^lto, acutj^menté Is^ 
giustezza d^ alcune importati àqtirì^e yichiane, 
i%a e^rraya nel giudicarne altre cpme vere. Acuto 
e ^ngegno^Q si mostra Egli pi^re t%lora np'suoi 
appunti, ma ti^a questi ve n* ha pure di falsi 
ed ineiùsti. 

Gii appiHiti^ che il Janelli muove al Vico, si 
riyolgonb, come le lodi,, ^li uni £|H^ sua filosofia 
del|a storia, gfli %ltri alle invita?ioni e corr^zipni 
da iui f&tle nella stpri^ in genera)^! e special- 
niente nella stpri^ antica. 
Ritardo alla tìlospiSa della storia p ajla 

(1) Sez. l.S c?p. lY. 



356 ESPOSITORI E tlllTICI — C. JANELLI 

scienza delle cose umane il Janelli rimprovera 
il Vico di confondere sovente ne' suoi libri la 
Provvidenza colla persuasione di essa , del che 
noi già lo scolpammo nel capo viii ; ed aggiunge 
esser molto manchevole la sua teoria sull'ori- 

fjine e sulla generazione degli Dei , e quindi 
a SUB. cronologia della storia poetica , e molto 
doversi correggere in quelle cose che Egli aveva 
scritto intorno agli Dei infepi, à^li Elisj, al Tar- 
taro ecc. Il Janelli non ce ne dice il come^ ma 
deride 1* opinione del Vico, che i primi uomini 
non credessero Tinferno più profondo di un solco 
o delle sorgive delle fonti Altri appunti si ri- 
feriscono alle cose discorse dal Vico intorno alla 
lingua divina, e in generale intorno al lin- 

fuaggio poetico ed al suo svolgimento. Anche la 
ella teoria vichiana sui caratteri poetici non 
vien risparmiata ; il Janelli trova impossibile che 
gli uomini sotto nonii individuali intendessero 
idee astratte e generali. Per lui , il carattere poe- 
tico è un nome proprio dapprima dato a^un 
solo individuo pòscia applicato a più altri per 
somiglianza di carattere , di ufBcii e di , vita^ 
Per questa parte la teoria del Vico é mólto 
più profonda di quella del suo scolaro, e non 
possiamo assentire al rimprovero, che questi gli 
fa altrove di ridurre ico^suoi caratteri poetici 
la storia a conversare cogli spiriti e coi JottetH^ 
con esseri generali ed . astratti ; quantunque 
abbiamo già noi pure ammesso che il Vico esa- 
gerò troppo quella' sua teoria. 

11 Janelli pertanto con chiude la sua critica 
sulla filosofia storica del Vico osservando an- 
cora che « quei fulmini che atterrano i giganti, 
« quei luogni fissi e certi, nei quali si portano 
« tali atterrati giganti, quello sboscamento della 
« gran selva per gli Ercoli, que' luci, quelle at'e 



CAPO XVII 337 

« dei forti , que* Ciclopi , quelloro poetico,^ ed 
« altrettali cose moltissime spn romanzetti filo- 
« iiefici » (1). 

Né è meno severo il Janelli nella seconda 
parjbe della sua critica. So nella storia uni- 
versale , dice Egli, il Vico seppe fare alcune 
{)0che giuste emendazioni ed illustrazioni , ci 
asciò pure moltissime cose oscure e non pro- 
vate, un cumulo di congetture, di opinioni ^ di 
paradossi, di giudizii precipitati e spesso contrarii 
agli stessi principii e dignità ^e. Cosi il Janelli 
rimprovera jl Vico, perchè senza ragioni suffi- 
cienti avesse voluto negare la venuta di Enea e 
di Evandro in Italia, e la spedizione di una 
ambascieria romana in Grecia per la legge 
delle XII Tavole, [perchè avesse distrutto l'esi- 
stenza di Omero e non ne avesse fatto piuttosto 
un ingegno meraviglioso sorto verso il ix o x se- 
colo A. C. « il quale raccogliendo le rapsodie 
« cicUche fatte e quasi da padrone servendosene, 
« colla forza del divino suo genio formasse Tlliade 
« e quindi l'Odissea, nelle quali tras|)arissero an- 
« cora i primitivi pezzi della formazion loro, ap- 
« punto come traspariscon tuttavia in Virgilio, 
5 Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Milton, Vol- 
« taire i pe^zi originali, dei quali essi con ogni 
« diritto e per originai loro forza si sono ser- 
. viti? ». (2) 

^1) Sez. 2.^ cap. vii. 

(2) La dottrina del Vico intorno ad Onderò era già stata 
combattuta alla fine del secolo passato da Melchior Cesarotti 
nel suo Easgionamento storico-cfitico premesso alla sua 
celebre traduzione o meglio travestimento dell'Iliade. H 
Cesarotti rivendica al Vico il merito di essere slato il primo 
a porre in campo la vera questione intorno all'esistenza di 
Omero, e si mostra quantunque di contraria opinione molto 
riverente verso di lui. Egli lo chiama scrittore originale se 
mai ne furono, metafisico profondo, filologo universale e 



àt)S ESPOSITORI E tillTICI — C. JANELLI 

Nòti isi Jiossbnò ttov&té tj^èfÈti apóotiti del 
Jaiielli tìè tìioìto ptofonfli tìè mólto gitìètì. atiii 
essi mostrano che alcuni concetti èssènriàli del 
Viéò eli sftìggiroùó. Ma 51 Jatielli ha l'anione 

Juàndò, éome par nói feceihtao, appunta ilVic* 
i èssersi rappresentate te nazioni atitrche ti^oppò 
disgiunte e se|)ahàte tra di loro, e di eitóer'^ 
reso tosi impossibile il riconóscere le itìoltè iù- 
ilùénie che essersi esercitarono tra di lobo é il 
fare altre importanti cot*i*ezioni nella stòtìa tihi^ 
. versale. ^ 

Ricercando il Janelli le ragioni degli ertoti 
storici del Vico e perchè Egli ifion avéssò po- 
tuto fare nella storia emendaziofni più nttmfe- 
rcf^ ed iin):^oHanti, ite trova una nella stessa in- 
fanzia ed imperfezione della Scienza delle cose 
umane da lui iniziata, la quale, cotìie già ve- 
demmo nel capo precedente , deve secondò il 
Janelli precedere la storia , quantùnque càtàe 
filosofia della storia la debba seguire; uh'altra 
cagione la scorge il Janelli nella mancanza che 
il Vico aveva dell' Istorosèfia e di una profonda 
e larga erudizione. Il Janelli rimprovera ancóra 

critico di sagacissima audacia; e riassinlie assai Imne fa sim 
teoria intorno ad Onsero dicendo, che i principii sui (girali esso 
si fonda sono nuovi, solidi e luminosi, ma che da essi Egli 
trae poi conseguenze stranissime, precipitate e violente; 
e tra queste pone pure V idea di un popolo-autóre^ idea 
bizzarra, dice il Cesarotti, e dfji un capo alquanto vesu- 
viano. Da questo si vede, che, quantunque H ^^ìésarotti fdsse 
uodK) di molto tn^tej^o e di grande dottrina^ tuttavia non 
seppe penett'are la vcrrtà dell'idea viehiada, e sd ne stette 
intorno ad Omeio all'antico punto di vistai, negaoéo ad 
esso bensì còme il Vico unsi sapienza riposta» ma conside- 
rando lui come un individuo, che forsse rea llhent e esistito e t 
suoi poèmi come un lavoro d'arte riftessà. li Cesarotti lit però 
il primo ad avvertire, come vedremo in seguito, la somigliiinzi 
delle dottrine vic^bìane con (|oetle, dite venne poi svolgendo 
n Germania il Wòlf. 



CAlPO XVII SS^ 

il Vièò tinti ^ùdchè féf^onfé^ quatitun<(|iie ^ 
poi tioli niò^ti'it^se di Vóiét- ptbteieì^ péih qo^éfdCa 

dairattiòi'i» d«)lÀ tioyilà ^ d^^ilò spiti^ di isififteì^ 
i i^tìàtt gli fecero piègftm violedtetme^tti i &tti 
smtb ite éuè idérè. 

Miilgmdo i gt^vi difetti, che 6i trovano laeite 
doWiilé dal Vìé!ó i iON) m^iti sono pur cosi 
gmtt<^i, che aiìHihe il tmèiìi non ptiò coti qu^ìii 
soli darsi ragioA^ dèi poco ignito <^.he esse 
ebbero e del poco o nessun j^ogresto, che ^soe 
dopo di lui la mà> fiio^fk stoi*ka. Quindi anche 
il Janelli si propone quello stesso proUemav the 
noi cercatfimo tisolvefe nel capo ^iv, e an^ 
chIEgli pone le principali cagioni del fatto nel 
modo stésso che il Vico venne «ponendo le 
suie doltrine, e nell'indole dei tempi. -^ Riguardo 
al primo punto il Janetti trova nel Vico un grande 
disordine, un pmcedere saltuario e sconnesso ^ 
mancanza di nesso logico, e un dedurre con-^ 
seguenze lontane dai prineipj senaa gli anelli 
intermedj , cose tutte che. il Janelli ci i^ieiga 
come effetto naturale dell'ingegno elevato e su^ 
bUme del Vico, che assai facilmente trascurava 
le cose minute, e che creando una scienza 
nuova doveva più presentire e indovinare j che 
dimostrar con evidenza e provar con rigore. 

il secondo punto viene dal Janelli ben diver- 
samente svolto che da noi. Non avendo deter- 
minato il carattere del secolo passato se non 
colla stregua di un suo strano sistema^ Egli lo 
giìttdicò molto superficialmente. 11 Janelli pre- 
tendeva dividere, il corso del sapere umano in 
cinque eta> corrisponde|)ti perfettamente alle età 
deir uomo. Secondo lui la scienza del Vico do- 
veva sorgere nella quarta età, cioè in quella 
della virilità; che era quella slessa del Janelli> 



360 ESPOSITORI E CRITICI — G. FERUARI 

mentre il tempo del Vico apparteneva aU>tà 
giovanile, nella quale dovevano essere in fiore^ 
come furono in effetto, gli studii sperimenUli e 
filosofici; giacché per (questi è necessaria» se- 
condo il Janelli^ una civiltà robusta e operativa, 
mentre per gli storici si richiede maturiti e ri- 
iBessione. — 11 Janelli credeva buonamente che 
nelle sciente fisiche a' suoi tempi non ci fofise 
più nulla a fare e che auindi tutti si sarebbero 
rivolti alla sua scienza delle cose umane, la quale 
insieme colY Istorosofia avrebbe condotto la storia 
al suo più elevato grado di perfezione. 

Àbbiam veduto come parlasse del Vico il Ro- 
mognosi, e non è qui necessario il ripeterlo. — 
Il nome del Vico dopo il libro del JaneUi si an- 
dava sempre più rendendo celebre. Nel 1818 si 
raccoglievano e ristampavano dal De^Bosa i suoi 
opuscoli e il Michelet traduceva la Scienza nuova 
in Francia nel 1829, e come suole avvenire tra 
noi parve a molti che solo allora al Vico si 
potesse concedere il titolo d'uomo grande. Si 
rendeva quindi sempre più necessaria un'edi- 
zione accurata e compiuta delle sue opere. Questa 
edizione veniva intrapresa nel 1835 da un giovane, 
che già s* era fatto conoscere con un bel lavoro, 
da noi già menzionato con onore, sul Boma- 
gnosi : vogliam parlare di Giuseppe Ferrari. 

Il Ferrari non si contentava di raccogliere 
tutte le opere fin allora edite del Vico, ma si 
procurava ancora qualche lavoro inedito, e pre- 
metteva alla Raccolta una splendida monografia 
sul Vico col tìtolo La mente di Vico^ la quale di- 
venne molto celebre. Noi malgrado il rispetto 
grandissimo che abbiamo verso l'ingegno, la 
dottrina e la fama dello scrittore, l'esamineremo 
tuttavìa con quella imparzialità, e franchezza che 
è ad un tempo diritto e dovere d'ogni scrittore. 



CAPO XVII 361 

Ma anzi tutto dobbiamo rendere al Ferrari le 
dovute lodi, più di quel che abbian fatto al- 
■cuni posteriori monografi del Vico, per l'edizione 
medesima da lui si felicemente compiuta. Si 
deve unicamente al Ferrari se il Vico potè es-* 
sere cosi ampiamente diffuso, se la sua fama si 
«tabili più fortemente, se noi tutti potemmo 
fare sui gr'ande scrittore studii accurati e com- 

Siutì. Col suo lavoro paziente e laborioso Egli 
iede al Vico già si trascurato un'edizione, pari 
^Ua quale hanno pochi altri dei nostri grandi 
scrittori italiani. 

Secondo quello che dichiara Egli stesso, il 
Ferrari si proponeva nella sua Mente di descri- 
vere r influenza delV Italia sul Vico , la storia 
<lella Scienza nuova, i suoi rapporti coi sistemi 
posteriori. Convien dire però, che Egli inten- 
<ie8se le sue parole in un senso molto più ampio ; 
perchè Egli consacra addirittura la prima parte 
«ioè un terzo e più dello scritto a descriverai 
V Italia e P Europa dopo il secolo xv, parlandoci 
non solo di scienze, ma di arti, di politica e degli 
altri elementi di civiltà; un altro buon terzo è 
pure rivolto nella terza parte, che è intitolata 
Progressi del pensiero dopo il Vico, a farci la 
storia della seconda metà del secolo passato e del 
principio del presente. — Al Vico non è con- 
sacrata propriamente che la seconda parte e 
una porzione della terza. — Malgrado tutto 
questo, r intendimento del Ferrari di farci una 
storia psicologica del pensiero del suo autore, 
fu un'idea felicissima e nuova in Italia; dove 
il suo esempio non mancò di imitatori. — Egli 
non si ferma a narrarci gli accidenti della vita» 
né ci espone le dottrine senza il loro legame 
intrinseco, prive del loro spirito , come è l' uso 
di molti nostri storici letterarii, ma Egli vuol 

24 



362 ESPOSITORI E CKITICI — G. FERRARI 

addentrarsi nella mente del Vico, fatci la genesi 
delie sue idee, mostrarci il filo^ che le collega, 
gli impulsi che le producono. Il compito era 
bello, ma molto arduo. Vedremo come il Ferrari 
lo abbia eseguito. 

Ferrari comincia col rappresentarci il Vico 
nella solitudine di VatoUa, che cerca a caso le 
inspirazioni d€dl*arte nella filosofia. Colà egli sì 
lascia affoLScinare da Platone, diventa ammiratore 
di Cicerone è della sua eloquenza, quindi av- 
verso al metodo geometrico degli Stoici. Tor- 
nato in Napoli e trovatovi Cartesio regnante^ 
il Vico ne è già preventivo nemico. Non mi 
pare che lo svolgimento, che ci descrive il Fer- 
rari dellopposizione vichiana contro Cartesio sia. 
esatto. Egh per ispiegarci come il Vico mal- 
grado la sua opposizione contro Cartesio ne ac- 
cettasse molti prmdpii ricorre a quelle astratte 
generalità e a quelle espressioni figurate, che 
Egli è solito ad usare. Lo spirilo elastico del 
Vico, dice il Ferrari, non poteva rimaner im- 
mobile neWurto dell'opposizione di Descartes. Non 
v'ha che l* idiotismo, che sia insensibile alla forza 
del gemo; chi ben lo combatte lo segue (1). In- 
sieme a Cartesio, Vico s'era pur dato a studiare 
Leibnitz e fu questi, secondo il Ferrari, che in 
grande parte lo condusse ad esumare e ricostruire 
le tradizioni italiane e quindi a scrivere il De 
anti^uissima. In questo hbro il Vico mentre ac- 
coghe le dottrine degli antichi Eleati e della 
Monadologia leibniziana, toglie da Spinosa o da 
Bruno uno slancio d' idealismo, che sembra disfi- 
dare il cielo colla sua freccia acuta (2). Nella 
Psicologia poi anch' Egli edta come Cartesio e 



^ 



1) Pag. 110. — Vico; Opere. Voi. 1.^ (2.' ediz.). 
^) Pag. 112. 



CAPO XVII S63 

Leibnitz a colmare l'abisso» che separa la ma^ 
teria e lo spirito nell'uomo. 

Insieme colle idee fiioaofiche^ 4ice il Ferrari, 
il Vico s'era disegnato nella meate la stoiia 
di Roma, tracciata nella sucoeesiane delle sua 
Le^i. Di questi studii fu frutto il De ratione 
stiuiiorum. Quest orazione e il libro sulI'il»(i€Ats- 
sima sapienza degli Italiam formano ciò, che il 
Ferrari chiama il primo periodo della mente di 
Vico, periodo nel quale Egli cercò di orientarsi 
ira Platone e il Diritto romano. A questo primo 
periodo tien dietro il secondo col Diritto uni- 
versale; e in questo 9 al dir del Ferrari, egli 
compi la crisi sistematica del conflitto di quei 
due principii e innalzò la Teoria storica del Di- 
ritto Romano, procedendo nel*aeguente modo : 
Vico continuando i suoi studii, viene abba- 
gliato da Grozio e nello stesso tempo si accorge 
delle contraddilioni , che vi sono nella storia 
antica. Come si può conciliare la pretesa sa- 
pienza filosofica ai Pitagora colla legge delle XH 
Tavole, che si dicono da esse compiute? Come 
conciliare il diritto filosofico di Grozio colla storia? 
Ecco, secondo il Ferrari, il primo problema che 
si presentò al Vico. Le contraddizioni, che que- 
sti aveva scorto nella storia non si potevano 
appianare, se non colla promulgazione in mezzo 
ad esse delle idee prestabilite; perciò il Vico lan- 
ciò arditamente in mezzo alla gran lotta V armonia 
prestabilita del Leibnitz e cercò nella vita del ge- 
nere umano la materia e lo spirito- la sensazione 
e Videa, la coscienza e la scienza, la fisica e la 
metafisica (.1). 

Il Ferrari vide assai bene^ che il penderò 
principale di questo secondo periodo è quello 

^ (1) P. 116. 



36Ì ESPOSITORI E CRITICI — G. FERRARI 

di accordare la Fisica colla Filosofia, cioè in- 
somma, come dice il Vico, e come avrebbe dovuto 
ripetere pure il Ferrari, il Certo col Vero, il Fatto 
coiridea, la Filologia colla Filosofia. La Fisica in 
Vico, dice il Ferrari, non ismentisce la Filosofia : 
tutti i fatti umani, le loro lotte, le loro passioni 
svegliate dalla necessita e dalla ricerca dell' u» 
tile proprio, sono tante occasioni prestabilite dalla 
Provvidenza per la realizzazione delle idee; le 
stesse azioni violente degli uomini gettano le prime 
basi del diritto , ne esse possono uscire mai dal 
codice eterno delle leggi divine. Cosi le idee del 
giusto e deir onesto svegliate in occasione del- 
l'utile stesso diventano norma delle azioni e ope- 
ratrici di civiltà (1). 

La prima storia, nella quale il Vico applica i 
suoi principii è quella di Roma e del diritto 
romano, ed Egli attraverso all'uno e all'altra sale 
a stabilire le origini della civiltà, dalle quali poi 
ridiscendendo rinnova tutta la storia politica e 
giuridica di Roma. — È inutile , che noi en- 
triamo in particolarità da noi già esposte e 
nelle quali non vi sarebbe grande differenza tra 
ciò che noi già abbiamo esposto e quel che 
dovremmo dire ora; ma noto i giudizii carat- 
teristici e del tutto propri del Ferrari. Secondo 
questo, il Vico si è già in questo secondo pe- 
riodo costruito un sistema. // Vico ha già sta- 
bilito il suo principio, diventa quindi inevitabile 
la lotta contro quanto gli è eterogeneo. Con 
queste e simili ragioni il l'errari spiega tutte 
le distinzioni e le innovazioni fatte dal Vico nella 
storia di Roma. Compiute queste il Vico doveva 
necessariamente procedere più innanzi; il pen- 
siero è una lotta, dice il Ferrari, perchè un 

(1) Parte seconda, cap. III. 



CAPO XVil S6U 

e&mbattimento perpetuo a lui impostò lo forza ad 
assumere una formai un metodo, ima logica. E 
questo metodo e questa logica richiedevano^ 
che la storia di Roma in quel modo ritatta diven- 
tasse il. modello, la storia tipica di tutte le 
altre. La stmùa di Ro7na, dice il Ferrari, non può 
indicare la fìsica del diritto sé non a patto di essere 
ripetuta nella storia di tutte, le nazioni. Quindi 
tutto piega sotto il modello di Roma^ Vico può 
descrivere il corso uniforme delle nazioni, la sua 
crisi è compiuta, la storia di Roma è diventata la 
storia universale e la storia è divenuta una 
scienza. In questa sua opera il Vico incontra 
molti ostacoli ; ma Egli non si disanima, il peso 
dei problemi raddoppia le sue forze , il suo 
genio getta lampi più vivi in mezzo all' oscurità. 
Cosi mentre Omero appare come un ostacolo 
insormontabile alle sue teorie, mentre tutto in 
esso sembra ripugnare a sottomettersi alla stregua 
della storia romana, gli sforzi che il Vi<jo fa per 
assoggettarvelo diventano cagione di nuove teo- 
rie , ma ad un tempo anche di nuove e grandi 
violenze fatte alla storia; quindi il Ferrari osserva^ 
che il metodo del Vico nniva per essere una 
tortura per forzare tutti i documenti della storia 
a deporre in favore del propria sistema. 

Al Diritto univermle succede la? prima Scienza 
nuova. Con questa abbiamo il terzo periodo 
della speculazione vichiana, periodo nel quale 
H Vico si scioglie dalle convinzioni antecedenti e 
ordina, secondo quel che dice il Ferrari, sapien- 
temente le sue idee sotto la forza di un nuova 
principio (!)• — - Il Ferrari ci rappresenta il sua 
Diritto universak come pieno di contraddizioni» 
un libro nel quale i nuovi sviluppi violentano 

(1) p. 160. 



366 ESPOSITORI E CAlTia -*- G. FERRARI 

le concezioni primitive , iin*o)iera eeeèntrwa para- 
gonabile aUa totre inelinaia di Pi$a. Ei^sa doveva 
auindi, die' Egli, dispiacere bì genio simmetrica 
él Vico (altrove es'so è detto elastico^; essa gli si 
era invecchiata prima di venir compiuta. Nel suo 
secondo periodo il Vico aveva cercato di mo- 
dellafe tutte le storie su quella di Roma^ liei 
terzo la storia di Roma si tra9fe>fma in un'idea, 
in un sistema, essa diventa la Btotia ideale eterna 
èomniie a tutte le nazitmi. Dinanzi ad essa tulle 
le Storie particc^larì soompajCHio e perdono il loro 
valdre; La st&ria ideale eterna^ stnve il Ferrari , 
quantunque non eia che il fantasma della storia 
romana, elide tutto nella sua generalità, assorbe 
tutto; essa stabilisce sé stessa come 9ìtodello eli 
tutte le storie ; in essa U tempo e lo spazio ^pa-* 
Hséùho , nàn vi sonò più che leggi eterne^ A 
trovar qUé^è léggi sono impotenti filòsofi e fi^ 
Mogi : è necessaria la scieni^a nuova, che le 
ricérca e studia là dove esse veramente sie- 
dono, òiòè nello spènto umano. In éò, osserva 
qui il Ferrari con ragione, il Vico sorpassa 4i 
secolo in tutta la mèa altezza (1). 

Ma il Vi<5o non si arì-esta» E^i deve trarre le 
èue teorie alle loro conseguenze estreme; e que^ 
sto Egli ftt nella seconda Scienza nuova, ohe foitea 
il quarto ed Ultimo periodo d^l Vico, periodo nel 
quale questi secondo il t^errari, è assorto nella 
fbtta febbrile del proprio pensiero, crea geome- 
ìrieamente tutta la storia délVumanita ^ tocca gli 
ultimi limili della sua potenza. In questo ^e*^ 
riodo infetti, il Vico non si coiilenta, secondo 
il Ferrari , di stabilire una storia ideale eterna , 
ma la vuole stabilire geometricamente, egli vuole 
tonnare quella storia colla pura meditazione, 

(1) Parte 2.% cap. Vf. 



CAPO XVII 36T 

&Tiie una storia ideoioffieà^ una Geomeiria umo 
^iiaria. È siaòilù»; è inteMo, ctièa il Ferrari 
Tiferendo il pensilo al Vìoo, che i fatti dilh' 
iomo easere iniarpreiatì gli tUiimi e stare oi- 
bedientÌBtimi «... ossi non si po3sono aocoz«- 
sare insieme, perchè V assurdo trionfa d' ogni 

stento e la storia è piena di mostri Si 

^uttrdi dunque al Dio delle genti e ali* intelli- 
genza dell' uom^f alla ragione delP universo e a 
-quella dell' umanità. ^ Quindi nella secooda 
JS^cienza nuova le violenze &tt6 alla storia, le 
innorazioni, dìstruziofii diventano, seconda il 
Ferrari, senea fine, e senza freno; perchè la sl><^ 
ria bisogna prima concepirla cogU assiomi della 
logica e coll'analisi del pensiero^ e solamente 
dopo eonfemarla colle mitologie, colle irasi eroi* 
4sbe ecc. Cosi in quest'ultimo periodo, Omero 
yien distratto come tanti altri personaggi antichi, 
-e in esso il Vico trova un perfetto riscontro tra 
Ja etoria greca e la romana, modificando que* 
sta con quella coma prima aveva fatto l'opposto. 
E qui il Ferrari insiste ancor più fortemente 
^ul fatalismo storico del Vico. Noi abbiamo già 
veduto come il Ferrari lo faccia pensare, sin 
'dal primo periodo alle leggi eterne e divine, che 
governano il corso de^i eventi umani. ìieh 
V ultimo periodo questa teoria si spiega ancor 
più, in esso si manifesta la dottrina dei Corsi e 
Ricorsi, e si veggono^ secondo il Ferrari, domi- 
nare i concetti, che ogni grande avvenifnento ttma^ 
miario è provvidenziale e inevitahile; chegH uo- 
mini non po^ono nulla; che tuttociò che è accaduto 
nelle nazioui.doveva succedere .. .. che nessun uo- 
mo, nessun genio può turbare quest'armonia eterna 
^lle nazioni, comandala dal modello eterno (i). 

(1) P. 155. 



368 ESPOSITORI E CRITICI — G. FERRARI 

Cosi il Ferrari espone la genesi della mente 
di Vico ; ma Egli mostra poi, che se il secolo xtx 
lo diseppellì dalla sua oscurità, esso lo sorpassò 
pure in ogni parte. — Tutta -quella storta dei pri- 
mordii, dice il Ferrari, è puerile e ci fit sorri- 
dere, quel suo principio del fulmine si rosso- ^ 
miglia intieramente a una sciocchezza napoletanap 
quella sua storia ideale è un sogno, il Vico vuol 
spiegare la civiltà colla civiltà, e tutto sfugge 
ai suo circolo. Nell'archeologia Egli non può reg- 
gersi dinanzi ai hiini di Creutzer e nemmeno di 
Bailly e Boulanger (1); e Ballanche lo supera. 
tuUe le volley che vuole; nella storia di Roma 
Vico è vinto dal Niebuhr. Il Vico non capi il 
Medio Evo, e il mondo moderno. Qual è dunaue 
il giudizio finale del Ferrari sul Vico? Eccolo r 
« Chi può attribuirsi » dice Egli « maggior ge- 
» nio di Vico? nessuno. Chi può sperarsi piùr 
» innovatore, più. originale di Vico? nessunojL 
» Quale scrittore vorrebbe ora accettare gli er- 
» pori enormi di Vico? Ecco, che. cosa è un' in-^ 
» dividualità; una follia per i contemporanei > 
» un errore per i posteri ; il genio s^iza popoio^^ 
» noD è che un* energia senza scopo, manca di 
» missione, non rappresenta nulla ; senxa il ri-^ 
»* scontro dell' infallibilità popolare travia per 
. » Teccesso delle sue forze » . 

Tale ò in iseorcio il Vico rappresentatoci dat 
Ferrari, Per essere più fedeli noi abbiamo so- 
vente lasciato la parola a lui medesimo ; ma or 
dobbiam pure dire il nostro avviso sulla sua crittea. 

Se leggendo questo libro si pon mente all' età 
allora ben giovane dello scrittore , non si pu6 
non rimaner meravigliato della sua grande dot- 



(1) Da quanto si è dello piecedentemenle si può scor^ep<h 
qnanto sia ingiusto questo giudizio. 



CAPO XVII ' 369 

trina e del sua splendido ingegno. Tra i lavori 
sul Vico al suo fu giustamente assegnato i) 
primo luogo; ma per questo non se ne deb-^ 
Dono dissimulare le lacune e le inesattezze che 
sono specialmente in quelle parti, dove paragona 
il Vico coi progressi posteriori della scienza e 
in alcuni punti della sua storia e spiegazione 
del pensiero vichiano. Per compiere la sua idea 
felicissima di fare la genesi di questo, si richie- 
deva anzitutto che il Ferrari facesse un' analisi 
accurata e minuta delle dottrine del Vico e una 
descrizione di esse nella mente con quell'ordine 
di tempo, col quale il Vico le era venuto real- 
mente manifestando ne* suoi scritti. A questo 
lavoro preliminare doveva naturalmente suc« 
cedere l'altro più filosofico, che ricercasse l'in- 
timo legame {Micologico dei pensieri del Vico^ 
che ricercasse di essi i diversi impulsi e le di- 
verse cause. Ora io credo, che il f errari abbia 
tenuto qualche volta il processo inTerso. Egli 
ideò lo svolgimento del Vico, come a lui parea 
il più verosimile e il più logico, e poscia forzò 
la successione delle idee vichiane ad adagiarvisi. 
Perciò la genesi di queste nel Ferrari non è 
sempre oonfonne all'ordine storico, col quale si 
vennero nel Vico manifestando; si vede infatti, 
che £gli nella descrizione de' suoi periodi è co- 
stretto talora a. spostare i concetti vichiani, ad 
afi&rettàre o ritardare il tempo del loro sorgere^ 
e più sovente ancora a riferire l'origine di un 
medesimo pensiero a diversi periodi. 

Un altro punto importante, nel quale io mi 
discosto dal Ferrari, come facilmente potrà scor- 
gere chi ha letto la seconda parte di questo mio 
scritto, consiste nel tracciare che quegli fa l'e- 
voluzione del pensiero vichiano, come se si trat- 
tasse di un sistema del tutto speculativo , nel 



/ 



870 ESPOSITORI E COITICI — G. FERRARI 

quale k idee si svolgono ìndipeBdeoteìaeDie dal- 
losserva^ae e dallo stadio dei &tti, e solo 
per la lotta iAtrìnseca ohe soi^e. tra di loro^ 
Che il Vico si sia lasciato trasportale nell'ul- 
timo periodo da uno s()ìrito sistematico, Tabbiam 
riconosciuto anche noi; ma ohe quello abbia 
prodotto per là {ub grande parte lo. STolginMSìto 
<lel pensiero viehiano» che ad- esso si debbano 
attribuire le più importanti sco^rte filologiche 
« storiche del Vico noi Io negtuamo. Se questo 
fosse vero, il Vico non si sarebbe mai cosi me- 
ravigliosamente incontralo eoUa positiva oritìea 
moderna. Bisogna dunque , come noi abbiam 
•cercato di fare, lasciare nel Vico la sua larga 

Sarte all'intuizione storica e al senso della realtà, 
on è vero poi ohe il Vico abbia affermato, come 
parrebbe dal Ferrari, con tanta pveobione e co- 
stansa, anche mei suo ultimo periodo, Tindi- 
pendenia dalle sue dottrino dai iìektti storici. 
Contamente si può dal Vico per le sue strane 
€OQÌusioni e oontraddizioni trarre la dottrina 
•che si voglia, quando altri si tenga solo a una 
part^ di quanto Egli dice. Ma conviene con* 
trontare insieme i diversi luoghi e le di^rorse 
sentenze e temperare e illustrare le une colle 
altre. Cosi se gli è vero che il Vico accenna in 
slcuni passi delk seconda Scienza nuova di 
voler costruire la sua sioria ideale eterAa dei 
tutto a priori, e quasi dispreaza l'ajuto, che gli 
potrebbe venire dalle prove filologiche, altrove 
però si scusa qussi della libertà, colia quale 
tratta delle cose anticbissioid, dicendo che esse 
^ sono m nuUim, perchè maotano i documenli 
storici e tutto vi è incertissimo; ma per questo 
non disprezza la storia ^tria^ che anzi vuole 
^^he le primiere origini da lui trovate e descritte 
siano tali, che i fatti da quella narrati sovr esse 



CAPO xvH 37! 

rùggcmOf e per ^sse fra toro convengano (1). E 
in quel capo medesimo Dei Principii^ nel quale 
maggiormente insiste sul carattere scientìfico 
deUa svia istoria ideale^ vuol osservare^anzì tutto, 
prima d'intraprenderne la formazionei « in quali 
» cose hanno con perpetuità convenuto e tut- 
» tavia vi convengono tutti gli uomini; perchè 

• tali cose ^ ag[giuage Egli « ne potranno dare 
» i pfincipii umveraali ed eternit quali devon 

• essere d*ogni scienza» sopra i quali sursaro e 

• tutte vi si conservano in naeioni^ » Non è dun- 
que solaiwate colla meditazione che il Vico vuol 
trovare h. sua ^($ria ideate; ^ià sin dal suo 
prìm^ipio E^U si appiglia anche ai fatti. E quello, 
•come molti altri passi , che io potrei arrecare, 
provalo chiaramente quanto io ho già dichiarato 
nella mia seconda parte , che ì^l Vico illuse sé 
medesimo, quando credette di poter fondare 
e di aver rondato a priori la sua scienza; 
motitre d'altra parte anche nel auo ultimo pe- 
riodo procede di fiitto molto diversamente. Gli 
è ben lungi <|uindi il Vico di voler rifiutare la 
scoria oeme piena di mostri e i &tó come stolti 
e oontradditorii, come gli fa dire il Ferrari. E 
poiché qtiesti aveva rioonosciutOi che il Vico in 
quest'ultimo periodo era assorto nella forza feb' 
bfiU del suo pensiero , non doveva vedere poi 
nelle anomalie, nelle q^li quella lo aveva fatto 
•caldere , gli ultimi limiti della sua potenza, e 
tionchò dare ad esse cosi grande importanza e, 
é^o averle esagerate e tratte alle loro estreme 
<:oneeg(ueji:^ , predicarle cerne il v^ro pensiero 
dell Vieo , Uoveva av^r maggior considerazione 
^1 metodo che, contrariamente alle sue stesse 
dichiarazioni, aveva il Vico realmente seguito. 

(t) Vico, Opere; V, p. 98. 



372 ESPOSITORI E CRITICI — G. FERRARI 

Nello stesso modo ci pare, che il Ferrari sia 
stato trascinato ad esagerare in alctme espres- 
sioni il fetalismo storico del Vico e a descri- 
vercelo con colori non sempre veri. E per ve- 
rità se il Vico, come vorrebbe il Ferrari, avesse 
costantemente professata e seguita nella seconda 
Scienza nuova l'idea di trovare il corso dell'u- 
manità a priori, questo doveva per lui diventare 
un corso inevitabile e fatale, nel quale gli in- 
dividui e Topera degli uomini più nulla potes- 
sero. Non v*ha dubbio che da alcune espres- 
sioni del Vico si potrebbero logicamente de- 
durre queste coTiseguenze; tuttavia gli è certo 
che nulla è più contrario alla mente di Vico, 
quanto una &talijlà o necessità storica intesa 
nel senso, che una forza estrinseca alla natura 
dell'uomo lo costringa ad operare in un dato 
modo. Essa non si potrebbe per nessun verso 
conciliare con q^uelia bellissima teoria, sulla 
quaje il Vico insistette più che sopra ogni altra 
cosa, cioè quella della naturalezza e spontaneità, 
colla quale sorge e si viene svolgendo in ogni 
popolo la civiltà. Quando volessimo cociore lo 
spirito delle parole del Vico è interpretarne il 
pensiero più generale potremmo dire, che la sua 
Storia ideale eterna è propriamente intesa a 
tracciare un ordine normale, cui in forza della 
loro natura, quando questa si può svolgere 
spontaneamente, o non viene modificata da con- 
dizioni straordinarie, seguono tutte le nazioni 
nel loro -corso storico. E in quel capo del lib, 5 " 
della seconda Scienza nuova, dove fe la Desori^ 
zione del mondo moderno, Simmette di fatto, che 
per cagioni particolari o straordinarie quell'or-^ 
dine possa venir rotto, asserendovi Egli che tre 
città antiche, per diverse cagioni non lo per- 
corsero, cioè Cartagine, Capua e Nomanzia. Per 



CAPO xvir 373 

il che non si può più attribuire propriamente 
al Vico il fatalismo storico. Gli è vero che Egli, 
specialmente nello Stabilmento dei principiti 
pretende di darci una storia ideale eterna ^ la 
quale tutte le nazioni dovettero, debbono e do- 
vranno seguire. Ma anche in mezzo a quelle 
sue esagerazioni, da noi rilevate nella seconda 
parte, appare evidentemente, che secondo il 
Vico gli uomini non agiscono mai forzati da 
leggi estrinseche alla loro natura. Il Vico aveva 
scórto nelle diverse nazioni una natura comune, 
credette quindi che anche le loro vicende fossero 
governate da leggi uniformi e costanti, e pretese 
talora tracciarle, fondandosi unicamente sullo 
studio delle modificazioni dell'animo umano, 
suW analisi dei pensieri dintorno alle umane 
necessità o utilità della vita socievole. Ecco quel 
che di più si può dire sulla necessità storica 
dal Vico; fessa è propriamente un'uniformità an- 
ziché una necessità, e in ogni caso una necessità 
psicologica cioè derivante dalle leggi interne 
dello spirito umano , non mai metafisica , cioè 
derivante da leggi estrinseche ad esso. 

Or non v'ha dubbio che il Ferrari dimostra 
pure in molti luoghi daver molto bene pene- 
trato questo carattere p.sicologico della filosofia 
storica del Vico in generale e in particolare della 
sua necessità, anch' Egli rilevò molto profonda- 
mente il concetto della spontaneità, special- 
mente nel suo scritto della Mente di Romagnosi, 
dove si trovano giudizii sul Vico considerato 
in paragone col Romagnosi, molto veri e lu- 
minosi. Ma talvolta, specialmente nel descrivere 
l'ultimo periodo della filosofia del Vico, trascinato 
dalla foga del suo pensiero Egli accenna chia- 
ramente a voler trasformare l'uniformità storica 
o necessità psicologica del Vico in una necessita 



874 ESPOSITORI È CRITICI — G. FERRARI 

metafiMca, come dalle espressioni sue sopra ar-. 
recate^ e da altre che nel suo libro ^ possono 
leggere, non è diflBcile lo scorgere. 

Queste mende non iscemano i meriti e i pr^i 
grandissimi di (]|uesto libro del Ferrari ; ma cer- 
tamente il suo mgegno e la «uà dottrina vi 
avrebbero portato un frutto molto maggiore , 
s'Egli avesse corcato di essere in questo libro 
cosi chiaro e temperante ne' suoi gmdizii come 
nella Mente del Rómagnosi, e avesse voluto es- 
sere più accurato e preciso nell* analizzare o " 
almeno nellesporre il pensiero del Vico. E a lui 
doveva questo esser facile, giacché non Vha dub- 
bio che il Ferrari fece sopra quest'autore degli 
studii pazienti e accuratissimi. Ne abbiamo la 
prova non solo nella Ahnte del Vico, ma anche in 
quelle sue Note alle Opere, nelle quali riassume 
e dilucida spesso molto felicemente le dottrine 
vichiane. Ma Egli distrugge talvolta da se il frutta 
delle proprie fatiche e de' propri studii colle 
frequenti contraddizioni, con quelle sue compa- 
razioni ed antitesi ricercate ed artìfizio»e , che 
Egli tanto ama, con queir abuso delle astrazioni 
personificate e delle frasi figurate ed immagi- 
nose; le quali cose fanno sì che il suo pensiero 
si perda talora intieramente in mezzo a lampi 
troppo abbaglianti o si dilegui come un tenue 
vapore. Sovente accanto ad una proposizione di 
mirabile giustezza e profondità ne sorge un'altra 
che non ài capisce più o che ci fa dubitare d'un 
tratto del senso e quindi della verità della prima. 
Per il che il lettore , pur sempre ammirando 
rin^e^no di chi scrive, si trova sovente leggendo 
questo libro del Ferrari nella condizione di chi 
guardando e movendo un caleidoscopio, scorge 
ad ogni tratto scomporsi la figura del quadro 
e prodursene una nuova. 



CAPO-XVH S75^ 

Prima ancora che il Ferrari pubblicasse la sua 
Monografia e Vedizìoo^e completa delle opere del 
Vico, oercaT^ di risvegliare fra gli Italiani la 
suia memoria Terenzio Mamiani nel suo libro del 
Rmnovamento della filosofia antica iuUiima, stam- 
pata a Par^i nel 1834. A lui tennero dietro il 
Kosmini e il Gioberti; e cosi i tre più illustri 
filoi^ della nostra eia e del nostro paese ga^ 
raggiarono nel tributare la loro ammirazione al 
grande ed infelice scrittore napoletano. Nessuno- 
di loro però lo fece oggetlfo di un lavoro par- 
ticolare , e tutti e tre , almeno allora , non 
considerarono priacipalmente che la parte meno 
importante delle sue dottrine, cioè la metafisica. 

Al Mamiani parve di scorgere nel Vico il fon- 
damento, e i principii della dottrina da lui allora 
professata nel Rinnovfmiènto. Cosi nel detto del 
Vico, che il vero fosse il fatto, egli trova il suo 
criterio della verità e scrive, che « quando il 
» sapientissimo Vico emise quel suo pronunciato, 
» che dice consistere il criterio del vero nel 
» farlo, egli non propose nulla, che escigse dai ter^ 
» mini deH* Intuizione, bensì andò riguardando 
» in lei oltre i carattari universali talune doti 
» ^iù peculiari e ciò fece con l'intento di prò- 
» ferire ad un tempo med^imo il criterio della 
» certezza a quello della scienza; noi vogliam 
» dire, che ei pose mente non solo al formale 
» della cognizione, ma eziandio al materiale 
» obiettivo » (1). 

Cosi il Mamiani credeva di attenersi alle dot- 
trine dei Vico e a quelle degli antichissimi 
Italiani (2) in molte cose , che egli scriveva 

(1) Rinn. p. 474. 

(2) È cosa da notarci come tanto il Mamtarvi quanto il 
Gioberti credevano che tali fossero realmente le dottrine 
degli antichissimi italiani quali il Vico le rappresenta, mentre 



376 ESPOS. E CRII. — MAMIANIy ROSMINI, GIOBERTI 

iotorno al tempo e allo spazio, intorno alla 
durata, alla solidità» al moto» alla natura dei 
punti metafisici e allaccusare, che "fanno tutti i 
fenomeni determinati e finiti un mondo di es- 
seri indefiniti e indivisibili ; e dichiarava di aver 
pure se^te le scòrte del Vico nel riconoscere 
v,na più larga realtà obiettiva nelle idee uni- 
versali e in qualunque massima astrazione (1). 

Ma il Rosmini in quel grosso volume, che 
frìsse per esaminare il libro del Mamiani, non 
volle lasciare a questo T onore d'aver il Vico 
dalla ^ua. Egli difende anzitutto il Vico dalla 
taccia di sensista » nel che per verità Egli ha 
ragione, giacché per quante cose si possano 
vedere nelle confuse- dottrine metafisiche del 
Vico non si potrà per questo mai trovarvi il 
sensismo. Ma secondo il Rosmini non è neanche 
propria del Vico la dottrina che il vero sia il 
fattOy ossia che l'uomo sia autore o facitore del 
vero e che criterio di questo sia il farlo; se- 
condo il Rosmini il Vico avrebbe anzi rifiutata 
quella teoria» come contraria alla teologia cri- 
stiana e l'avrebbe solo accettata modificandola» 
pigliando cioè l'espressione di fare il vero nel 
senso di conoscerlo, che è appunto per l'uomo 
un farlo, un farlo cioè con quelle forme e limi- 
tazioni che a lui sono proprie. 

Ed il Rosmini per chiarire ancor meglio, come 
die' Egli, la mente del Vico e non lasciar che 
si ripeta continuamente « che i più chiari nostri 
» filosofi striscian per terra, e che il gretto 
• sensismo sia la cara eredità dei nostri padri » 

non nacquero esse realmente che nel cervello del Vico; ne 
altro miglior fondamento storico ha quel!' antica sapienza 
pelasgicay della quale con tanta compiacenza parla il 
Cioberti. 
(1) Rinn. p. 487. 



CAPO XVII 377 

<50sì riassume le dottrine del Vico: 1.° La prima 
verità è Dio, dal vero increato deriva il vero 
creato ; Dio è la fonte, è la regola d'ogni vero. 
Sono i pensieri del .Vico, sui auali più insiste 
il Rosmini. 2." Alla norma della verità divina 
devonsi rapportare tutte le verità umane. 3." Noi 
facciamo il vero in questo senso, a) che ne 
scegliamo gli elementi, b^ li disponiamo , e) li 
protraiamo per mezzo dei postulati (1). 

Non v'ha dubbio che queste dottrine nel 
Libro metafisico dd Vico si trovino , ma con 
quanta costanza e conseguenza noi V abbiamo 
veduto ; che poi il Vico coli' espressione fare il 
vero, volesse dire semplicemente conoscerlo, non 
mi sembra esatto ; fare il vero per il Vico non 
-è un semplice conoscerlo, ma uii esserne causa, 
il che è Condizione necessaria per averne vera 
scienza; per questo scriveva veri criterium ac 
regulam ipsum esse fedisse. 

Ma non potevano sfuggire alla critica acuta 
e allo studio coscienzioso del Rosmini le oscu- 
rità e confusioni della Metafisica del Vico , 
-quantunque anch'egli inclinasse a trovare in 
lui una dottrina più solida e conseguente nelle 
«uè parti, che non fosse in realtà. Cosi quando il 
Rosmini nega, che la dottrina del Mamiani sui 
punti e sulla materia metafisica fosse conforme 
a quella del Vico, dice esser a lui bensì chiaro e 
provato che questi distingue la materia in fisica 
e metafisica, e che attribuisce a quella il moto, 
a questa il conato, comunicatole da Dio, ma 
che poi Egli trovava oscura la dottrina del Vico 
intorno alla materia metafisica e non giungeva a 
conciliare tra loro i diversi luoghi in cui l'autore 
napoletano ne ragiona. 11 Rosmini osserva, che 

(1) Rosmini, Rinn. p. 234. 

25 



378 ESPOS. E CRIT. — MAMIAM, LOSMIM, GIOBERTI 

il Vico ora. la considera come qualche cosa d? 
reale e di sussistente, ora la descrive coinè una 
mera astrazione; quantunque a lui piacesse poi 
che il Vico r accettasse più comunemente in 
questo secondo senso, e la intendesse come la 
materia intelligibile di S. Tommaso, Oltre i di- 
versi luoghi, sui quali il Rosmini fonda la sua 
opinione. Egli la conferma ancora coU'osservare, 
come il Vico fosse sempre aderenle alla cristiana 
Teologia , colla quale ^uell' opinione più si 
conforma. Ma che il Vico vedesse mai andar 
contro a questa ninno l'asserirà, che vi andasse 
di fatto in molte sue idee in quel suo Libro 
metafisico è cosa che altri potrà difficilmente porre- 
in dubbio, quando si faccia a studiarlo senza 
prevenzione e parzialità alcuna. 

11 Rosmini osserva molto acutamente ancora^ 
che il Vico confonde sovente la sostanza coli* es- 
senza, che Egli si perde talora in troppe sotti- 
gliezze scolastiche e quindi si avvolge in con- 
traddizioni ed oscurità. Non v*ha dubbio quindi^ 
che il Rosmini avrebbe portato sul Vico un 
giudizio più compiuto ed esatto, quando se^ 
ne fosse occupato di proposito e non per in- 
cidente, e colla sola mira di mostrarlo in op- 
posizione col Mamiani. Solamente io credo, che- 
questi, salve le conseguenze che egli ne volle 
dedurre, nel suo Rinnovamento interpretasse più 
giustamente del Rosmini l'aforisma vichiano 
il vero essere il fatto, e quinai non sian giusti 
gli appunti, che su questo riguardo vengon 
fatti dal Rosmini al Mamiani. 

Il Gioberti parlò con maggior entusiasmo ancora 
del Mamiani; ma con minor esattezza del Ros- 
mini della grandezza speculativa del Vico. — 
Specialmente negli Errori filosofici egli lo no- 
mina parecchie volte ponendolo insieme a 



CAPO XVII 379 

Leibnitz, Platone ecc. e contrapponendolo insie- 
me a questi al Rosmini; e cosi nella Lettera ll."^ 
afferma, che chi ha misurata V altezza anche 
solo di Platone, di S. Agostino o del Leibnitz e 
del Vico non potrà mai in eterno essere rosrni- 
niano. Neil' Introdniione poi Egli trova che la « 
« sua dottrina sulF origine delle idee concorre 
«€ nella sostanza con quel gran principio del 
«e Vico, che in Dio il vero si converte ad intra 
« col, generato, ad extra col fatto ». 

Ma quantunque il Gioberti avesse pur rico- 
nosciuto , che la sua maggior grandezza con- 
sisteva 'nella filosofia della storia, deplorando 
però che non si fosse dato principalmente agh 
studii speculativi , nei quali sarebbe riescito 
sommo, tuttavia non pare, che delle idee del 
Vico sulla filosofia storica abbia tenuto molta , 
conto nelle sue opere (I). Cosi in quel capo 
stesso àeìY Introduzione, nel quale tratta deìYAl- 
terazione della formola ideale e porge alcuni 
tratti della sua filosofia storica, il Vico non 
viene quasi mai citato anche nelle questioni, 
che questi trattò ampiamente come sono quelle 
della mitologia, mentre invece vi si tien mag- 
gior conto del Creuzer, del Gòrres e di altri 
scrittori tedeschi e tVancesi. 

Ma non dobbiamo tacere quanto la fama del 
Vico abbia dovuto al Gioberti. Questi con quel 

(1) Il Rosmini sì occupò brevemfnle delle idee sloriche g3- 
neraii del Vico aella sudi Filosofia della politica. Fra V altre 
cose osserva che il fatalismo storico a'nostri ^ioroi dominante 
è un'esagerazione e un traviamento di alcuni principii del 
Vico, rifiuta la sua teoria dei Ricorsi^ e dice che Egli non 
seppe sufficientemente apprezzare il nuovo elemento intro- 
dottosi nella civiltà moderna col Cristianesimo e quindi la 
rassomigliò troppo coU'antica. Il Mamiani toccò appena della ,/ 

filosofia storica del Vico nelle sue prime opere. Vedremo ^ 

qual giudizio più lardi ne facesse. 



/ 



380 ESPOSITORI E CRITICI — N. TOMMASEO 

cuore pieno d'entusiasmo per ogni cosa , che 
avesse onorata la sua patria e con quell'affetto 
vivissimo che lo animava verso i nostri Grandi, 
specialmente se infelici, seppe scrivere del Vico 
in modo cosi ardito ed elevato da infiammare 
;li animi italiani d'incredibile ammirazione per 
ui e pungerli di vergogna per la trascuranza 
in cui era stato da loro per tanto tempo ab- 
bandonato Colui, cui la Provvidenza aveva su- 
scitato acciò non perisse intieramente V onore 
italiano. 

Verso il medesimo tempo, cioè nel 1843, il 
Tommaseo pubblicava in Venezia i sUoi Studil 
critici, dei quali il pnmo era consacrato al Vico. 

Il Tommaseo amava bel Vico il suo carattere 
profondamente morale e religioso; quindi nel 
suo libro Egli non lascia sfuggire alcuna occa- 
sione per mettere in luce i sentimenti e le 
idee, che a quel carattere s'informano, stac- 
candole talora dalle dottrine venerali, colle quali 

connettono e in mezzo alle quali hanno un 
gnificato non sempre identico a quello , che 
loro dà il Tommaseo, Questi si proponeva di 
fare sul Vico un lavoro analitico e minuto. 
* Sulle idee dell'uomo oramai meglio note, 
« dic'Egli » ci fermeremo noi meno : i germi di 
« verità innovatrici e coraggiose nascoste in un 
« inciso, in un epiteto trarremo con più cura 
« alla luce. » Con un tal metodo Tommaseo 
non avrebbe certamente potuto, malgrado la sua 
somma acutezza , addentrarsi molto profonda- 
mente nel pensiero e nelle dottrine del Vico; e 
s'Egli stesso ci dice d'averne pur tratto in quel 
modo un forte ed ampio ordinamento di pensa-- 
menti intorno ad ogni maniera di cose trattate 
dal Vico, gli è perchè alla considerazione degli 
incisi e degli epiteti accoppia lo studio e la com- 



CAPO XVII 381 

prensione del pensiero generale. E a questa 
infatti si debbono attribuire molte delle sue 
belle osservazioni , mentre la soverchia con- 
siderazione del particolare talora gli nocque. 

Brevemente espone il Tommaseo le idee del 
Vico intorno all' educazione , alla poesia , alle 
lingue, alla filosofia metafisica e fisica, alla mo- 
rale e alla giurisprudenza , alla storia civile 
religiosa. Fra le idee del Vico il Tommaseo 
ammira sovratutte le seguenti « che la sa- 
« pienza volgare è madre della sapienza riposta , 
« — che la scienza proviene dall'arte e il bello 
« è ai popoli non meno necessario che il vero — 
« che l'equo è più alta cosa del giusto, la co- 
« scienza, più sicura norma del diritto, la con- 
« suetudine più possente forza della legge. In 
« questi canoni semplici e innocui e perfètta- 
« mente conformati all'alta legge cristiana e la 
« salute del mondo » (1). Il Tommaseo non 
ha certamente torto di ammirar tanto queste 
idee, e di avvertirne la profonda verità e la 
capitale importanza, che esse hanno in tutto il 
sistema del Vico; e di speciale considerazione 
era giustamente degna quella che riguarda la 
sapienza volgare e la spontanea civiltà dei 
popoli , idea che da molti scolari e critici del 
Vico era stata del tutto quasi trascurata o 
non compresa. 

Il Tommaseo approva poi con ragione l'oppo- 
sizione del Vico contro il metodo soverchiamente 
critico di Cartesio, e dopo aver lodate alcune 
sue dottrine intorno al linguaggio e ad altri 
punti di filologia osserva giustamente contro 
ateuni critici, che se il Vico fu ingegno possente 
de* generali concetti e delle ardite congetture, men 

(1) p. 126. 



382 ESPOSITORI E CRITICI — N. TOMMASEO . 

rado che non appaja egli conserva la sua lena 
inspirala nelt esame dei fatti particolari e con- 
giunge la poesia e la filosofia della storia con 
la critica paziente (ì). E per verità il Vico non 
avrebbe giovato a nulla nella filosofia storica, 
se cosi non avesse fatto. 

Ma non possiamo assentire ad altre lodi, che 
il Tommaseo dà al Vico o perchè non le troviamo 
giuste ia sé, o a quello non applicabili. Cosi 
anche il Tommaseo espone come cosa originale 
e di grande valore la sua teoria sui punti me- 
tafisici, suir estensione ecc., e mostra anch' Egli 
di tenere in grande stima la sua metafisica, 
osservando che se essa non è compiuta, nessuna 
pure non ia è mai, ma che essa ha i suoi 
principii, se non dimostrati, toccati. — Cosi il 
Tonraiaseo non si perita di affermare , che 
nelle idee del ^ico si trova abbozzata la dottrina 
del Rosmini (sulF ente) (2). Come si vede le 
autorità contrarie alle idee da me manifestate 
sulla metafisica del Vico si accrescono a4 ogni 
passo, che facciamo nella nostra esposizione; 
ma sono esse cosi poco d' accordo fra di loro 
nello stabilire i principii stessi più capitali della 
Metafisica vichiana e nel determinarne l'indole; 
anzi sono cosi opposti, che ciascuno vi trova le 
teorie più disparate e ci vede e riesce in un 
modo o nell'altro a farci vedere la propria , 
come abbiam visto aver fatto Mamiani e Gio- 
berti, qui vediamo il Tommaseo e vedremo 
anche altri in seguito. Dal che potrei senza 
indiscrezione concluderne che quelle autorità 
xli fatto mi sono più favorevoli che contrarie. 

fili è certo che nel modo, col quale il Tom- 

<l) p. 72. 
<2) p. 30. 



CAPO XVII 38S 

maseo espone le dottrine metafisiche del Vico, 
rscompajono tutte o quasi le sue contraddizioni; 
ma queste fanno pur parte del pensiero di un 
aiitore e. il loetoao critico jconsiste, parmi, nel 
rappresentar questo nella sua integrità, e nel 
mostrare , come esso si venne manifestando, 
non già neir accomodarlo in quel senso che 
a noi pare avesse voluto esprimere l'autore, 
giacché con tale maniera si corre sovente ri- 
schio di far dire ad uno scrittore non già ciò 
che ha voluij, ma ciò, che secondo nói, avrebbe 
dovuto dire. 

Il Tommaseo si compiace poi di mostrare 
il Vico, come un avversario preventivo delle 
dottrine del Rousseau, dell'utilitarismo di Ben- 
tham e di quel Criticismo, che E^li chiama fu- 
moso di Kant. Per quei due primi il Tommaseo 
ha piena ragione; per riguardo all'ultimo, 
vedremo invece come un Tedesco trovasse ap- 
punto nel Vico un precursore di Kant. In 
mezzo alle lodi il Tommaseo appunta il Vico 
in diverse parti con molta acutezza, incon- 
trandosi sovente col Janelli nelle sue osser- 
vazioni. Cosi Egli disapprova il soverchio sim- 
bolismo dei nomi, il negare ogni trasmissione- 
•di civiltà tra i popoli antichi, alcune confusioni 
ed errori rispetto alle diverse specie di lingue 
da lui distinte, il voler di forza apprendere 
laddove nulla da apprendere era, e quindi il 
soverchio correr dietro ad ogni sorta di tradi- 
zioni ecc. Al Tommaseo non piace che il Vico 
ammetta un completo disumanamento dopo il 
-diluvio, e che in parte sconosca l'unità d'origine, 
7ion come filosofo per verità, ma come critico. — 
Al Moloch della critica dubitante, dice il Tom- 
maseo, doveva anch' Egli inchinarsi il grand* uomo 
j)er poco. Visse tra ti Bayle e il Fréret. 



384 ESPOSITORI E CRITICI — N. TOMìMASEO 

Il Tommaseo esamina ampiamente qua e là 
la dottrina del Vico intorno al corso dell* uma- 
nità, la quale è il punto principale della sua 
filosofia storica. Egli lo riprende perchè troppa 
sovente dia come storia del mondo le proprie idee^ 
ma lo loda anch'Egli come il Ferrari per aver 
trasformata la filologia e la storia in iscienza 
e d'esser stato il primo a conoscere che to 
storia deve essere a leggi certe soggetta e d! a^ 
verne fermate alcune (t), tra le quali questa> 
che gU uomini operano in modo uniforme al- 
lorché si trovano in occasioni uniformi; legge- 
che pare essere accettata dal Tommaseo, il quala 
nulla vi oppone. L'umanità è per il Vicp come 
per il Tommaseo una città governata dalla Prov- 
videnza. Il Tommaseo mostra come su questa 
concetto il Vico fondasse la sua Storia ideale- 
eterna, la quale secondo le pretese della seconda.. 
Scienza nuova « comprende non solo lumanità,. 
« ma mondi infiniti ». Al che il Tommseo che 
più non può seguire il Vico soggiunge : n audace- 

< parola, perdonabile a solo quest'uomo, ar- 

« dito ingegno, ma credente, e perchè forte- 

« mente credente, però felicemente ardito 

« Dopo i libri ispirati da Dio non c'è Ubri, che 
« contengano verità più varie e con più feconda 
« unità cospiranti del suo » (2). Bellissime pa- 
role, ma che non ci spiegano fino a qual punto 
e come il Vico accordasse la Provvidenza col? 
libero arbitrio e l'una e l'altro colle sue leggi 
storiche, accettate dal Tommaseo. Ma questi dice- 
in un luogo che la libertà umana e C onnipos- 
sente provvidenza di Dio si contemperano mi- 
steriosamente ne' concetti del Vico, siccome nel- 



(1) p, 94. 

(2j p. 96. 



CAPO XVII 385 

l'ordine delle cose. 11 che taglia per verità il 
nodo, ma non lo scioglie. 

11 Tommaseo rifiuta espressamente la teorìa, 
vichiana dei Ricorsi; ma Egli non la trova nel 
Vico cosi recisa, come i più, ed avverte, che 
se questi disse le nazioni cadere e risorgere, non 
intese con questo che non potessero essere sem- 
pre men ruinosi i cadimenti e i risorgimenti più 
splendidi: se alle cose umane vide un corso e 
ricorso in orbita fissa, non disse, che Vorbita 
non si potesse più e più sempre, col volger de'^ 
tempi, allargare. Le quali supposizioni non so 
quanto siano conciliabili colle dottrine espresse 
del Vico (1). 

Del modo col quale nella mente del Vico si 
venne svolgendo la sua filosofia storica poco si 
occupa il Tommaseo. Egli volle, dice questi, co- 
struire la storia dell' umanità « spiegando la> 
« storia favolósa dei Greci colla certa romana 
« e con amendue supplendo alla tronca degli 



(1) pag. 125. In altro modo giustificava il prof. Francesco' 
Bertioaria la teorica dei Ricorsi vìcbiani in una sua pregievole 
operetta Sull'Indole e le Vicende della Filosofia Italiana,, 
stampata a Torino nel 1846 e nella quale si trovano alcune 
brevi ma giuste osservazioni sopra la filosofia storica del Vico. 
Secondo il Bertinarta il Vico u non ebbe già in animo di d.-ire 
« la filosofia della storia^quale si concepisce oggidì (da taluni 
tt almenoj, cioè la teoria generale delia vita una dell'umanità 
u progrediente di continuo verso un ideale, ma solamente 
« la scienza gecerale della vita delle nazioni, concepite come 
fe. unità ultime, come pianeti fra loro indipendenti *>. Non^ 
avendo il Vico abbracciato la filosofia dell'umanità intiera do- 
veva necessariamente stabilire k teoria dei Ricorsi, falsa per 
la vita una, ma vero, per quella dei singoli popoli anìichi 
non legati fra loro col vincolo dell'universale incivi'^ 
limento, — Né questo deve , secondo il Bertinaria, farci 
diminuire la nostra stima per il Vico, perchè questi compi 
la sintesi allora appena possibile a qualsivoglia ingegno 
gì andissimo , cioè trovò la legge comune dei fenomeni 
comuni, l'ideale storico di ciascuìia nazijne^ 



S86 ESPOSITORI E CRITICI — G. ROCCO 

-• Egizii e rischiarando 1* affatto oscura del- 
• V Oriente. » La storia romana ebbe certo 
grandissima parte nella Filosofia storica del Vico, 
^ il Tommaseo esclama: « Buon per lui, che a 
« modello Egli prese la città che fu tanta parte 
. « del mondo europeo, quella che più di tutte 
« ebbe ed ha tuttavia vincoli con tutte le 
genti» (i). Il Tommaseo sa però, che laver 
voluto seguire un modello fisso nella sua storia 
universale fu causa precipua di molti errori del 
Vico. 

Tale è in breve il Vico rappresentato dal 
Tommaseo, il quale manifesta anche in questo 
scritto la sua mente acuta e profonda e quel- 
l'elevato sentimento morale , che lo predomina 
sempre anche nelle minute critiche d'uno scrit- 
tore. Ma talvolta, esposto in quella torma cosi 
f)ropria e soggettiva, in quei riscontri cosi vio- 
enti, in quelle frasi cosi nuove e peregrine, ii 
{)ensiero del Vico non conserva più il suo co- 
orito , la mente del Tommaseo si sostituisce 
inconsapevolmente alla sua. 

Dopo quello del Janelli non era apparso più 
per lungo tempo in Napoli alcun lavoro impor- 
tante sul Vico. Un anno dopo la pubblicazione 
del libro del Tommaseo usciva ia Napoli un 
grosso volume di Gennaro Rocco col titolo di 
Elogio storico di G. B. Vico. L'autore si dichiara 
égli stesso giovane e pare abbia composto il libro 
in occasione di un discorso tenuto sul Vico. 

li libro si compone di tre parti : nella prima 
si parla brevemente deltó condizione della scienza 
pnma del Vico e si danno i lineamenti gene- 
rali del suo sistema; nella seconda si fa la 
esposizione particolareggiata di ciascuna sua 

(1) p. 120. 



CAPO XVII 387 

opera: nella terza si tratta del valore delle 
-dottrine vichiane, della influenza avuta per il 

f)assato e di quella che debbono avere per 
'avvenire. 

Il lavoro è scritto con uno spirito di ammi- 
razione esagerata e cieca per il Vico; quindi 
esso ò di nessun valore per la parta critica e 
^i poco anche per la parte espositiva, perchè 
in questa affastella b idee le une sulle altre, 
senza curarsi di legarle insieme , mostrandosi 
Egli sempre sovra ogni altra cosa preoccupato 
di manifestare ^d ogni linea la profonda ammira- 
zione, dalla Quale è compreso. Le scoperte filo- 
logiche del Vico vengono poco considerate dal 
Rocco, cqI pretesto che il Vico stesso essendosi 
elevQfio alla parte più eminente e spirituale della 
•sua sden^^a^ poco aurossi di discendere alle con- 
seguenze e alle minute disquisizioni, — Per il 
Rocco il grande merito del Vico è di aver sco- 
perto leggi costanti e inesorabili, che governano 
il mondo degli uomini, e di aver quindi consi- 
<lerato la storia come una vera scienza fondata 
■^opra principii certi ed universali come tutte le 
altre scienze* 

Egli esagera quindi assiti più del Ferrari, 
da cui copia molto senza citarlo mai, il fatali- 
smo storico del Vico. Cosi'tutti gli eventi umani 
hannoy secondo il Vico commentato dal Rocco,. 
un esistenza necessaria , sono i ' rappresentanti 
dello s^pirito della loro età, la parola del loro 
secolo, e un ordine immutabile e fisso regola 
le immutabili loro regolarità. Per questo la sto- 
ria ideale del Vico è infallibile, la storia reale 
deir umanità la dovrà sempre seguire^ e lo spi- 
rito di ^'ico ajutato da quella potrà assegnare 
leggi al mondo futuro, antivedere il nascimento 
e lo scader degli Stati, i quali son desitinati a 



388 ESPOSITORI E CRITICI — G. ROCCO 

descrivere un cerchio eterno (1). — Ma il più 
strano si è, che il Rocco non trova per nulla 
inconciliabile con queste idee l'esistenza del libera 
arbitrio, anzi Egli ha fatto la curiosa scoperta di 
un libero arbitrio che si governa con leggi ne- 
cessarie. Quindi Egli afferma ingenuamente che 
« in Vico^si vede il genere umano dirigersi con 
« leggi proprie ed inflessibili, quelle cioè del 
« lib*»ro arbitrio dell'uomo, del suo pensiero e 
« della sapienza ingenita delle moltitudini ». 
Altrove a queste forze produttrici e regola- 
trici della civiltà aggiunge la Provvidenza, e 
dice che questa, il libero arbitrio dell'uomo e 
la sapienza ingenita dell' uman genere costituì- < 
scono la triplice base, sulla quale il Vico fonda 
la sua Scienza nuova. Quelle tre potenze rego- 
lano il tutto, sicché nulla avvi più di casuale e 
fortunevole in questo mondo; il Vico slancian- 
dosi sino air essere supremo ha penetrato e ma- 
nifestato il suo disegno sublime (2). 

Non è difficile lo sco^-gere con quanta poca 
intelligenza il Rocco discorra di queste cose e 
con quanta semplicità sorvoli su tutte le diffi- 
coltà, che si presentano nei concetti del Vico, sulle 
contraddizioni delle proprie idee e il non- senso 
di molte sue parole. 

Stranissime sono alcune lodi che il Rocco dà 
al Vico ed esposte sempre con singolare in- 
temperanza. 

Il Vico nasce, come tutti gli uomini grandi, 
secondo il Rocco, nel suo tempo giusto, pre- 
parato dalla Provvidenza; ma questa prepara- 
zione doveva essere V opera combinata di m^lti 
secoli. Altrove non è più la Provvidenza, ma 

(1) p. 7, 10, 83, 188 ecc. 

(2) p. 310, 189, 81 ecc. 



CAPO XVII 389 

la Natura che fa sorgere il Vico e allora il 
Kocco ci dice che quella per generarlo doveUe 
fare un grande sforzo^ perchè la sua scienza è 
il posto più eminente, cui sia ascesa X umana 
ragione e perciò tutte le scienze e tutte le 
età dovevano gareggiare per presentare al Vico 
quegli strumenti e quei grandi materiali, coi 
quali EgU elevar doveva il suo edifizio. La Na- 
tura si era già ben provata di produrre il Vico 
in Platone e in Tacito, ma « essa non ebbe » 
« scrive il Rocco » valentia di crearlo in una 
« sola età e formare di quei due saggi un 
« solo ». Convien dire, che taluno scrivendo 
pel pubblico si creda obbligato di rinunciare al 
senso comune. Il Rocco già scòrge il Vico « ele- 
« varsi al goyerno universale delle menti, ar- 
« bitro assidersi e dominatore degh spiriti' 
« intimar silenzio ai dotti, dar loro la legge ed 
« i popoli sommessi seguirne gli oracoli e fin 
« divinarne i pensieri ». Anche il Vico , ' per 
grand' uomo che fosse , fu però talora preso 
dair ira, « da quella passione cioè, che spinse 
« Alessandro a trucidare il suo amico e la 
« filosofante regina di Svezia il suo amante ». 
Ma il buon Vico non ammazzò mai alcuno , 
e s* Egli vivesse farebbe assai volentieri senza 
tali panegiristi (1). 

Ricercando quindi il Rocco gli efifetti, che 
il Vico eserciterà sull'umanità futura. Egli ne 
trova di meravigliosi: Tutte le scienze morali 
raggiungeranno sotto la sua influenza la loro 
massima perfezione , la metafìsica non farà 
più sintesi orgogliose, non più si negherà la 
Provvidenza, non vi saranno più sette in fi- 
losofia, i politici, conoscendo per mezzo del 

(l) p. 21, 28, 65, 85, 88. 



390 ESPOSITORI B CRITICI — G. ROCCO 

Vico le leg:gi delle cose umane, sapranno sem- 
pre dar leggi buone ; le arti e la religione stessa 
piglieranno in grazia del Vico un grande in- 
cremento; e qui il Rocco per poco non para- 
gona lui con Cristo e gli effetti della sua Seienza 
nuova con quelli della religione cristiana. Egli, 
vede nell'avvenire sorgere una grande civiltà 
cogli ajuti scambievoli dell'una e dell'altra* 
« Questa civiltà » scrive il Rocco « penetrerà 
* in tutte le regioni del globo, e quindi sen* 
« tirassi a pronunciare con laude e riconosci- 
« mento il nome del Vico, di gran parte di 
« Questi beni principali datore ». 

Il Vico non è dunque solo per il Rocco l'uomo 
più grande, che sia apparso sulla terra; Egli è 
quasi un nuovo Dio ; Egli ha irradiato il mondo 
coir opera sua e la sua tomba corrisponde co' deli. 
Quindi il Rocco termina il suo libro con que- 
ste entusiastiche parole: « Ruineranno le tombe, 
« trascorreranno le età, passeranno i secoli, il 
•e suo nome resterà. La gloria lo ha scolpito in 
« fronte a Partenopei essa si appella la patria 
« di Vico ». 

Bisogna certamente in questo libro perdonar 
molto all'entusiasmo giovanile e all'amor pro- 
prio nazionale. Dopo l'esposizione fatta e i passi 
citati ciascuno vede di per sé , essere inutile 
ogni commento per mostrare, c:>me questo libro 
manchi di critica, e qualche volta anche di 
buon senso ; e come tutto sia ripieno da uno 
spirito rettorico' e declamatore, del quale non 
v'ha cosa più atta a farci traviare nei nostri 
giudizii, cadere nel falso e scrivere senza frutto 
alcuno. E ci fa meraviglia infatti come il Rocco 
malgrado tanti encomiì mostri bene spesso 
d'aver cosi male capito i pensieri del Vico. Non 
vuoisi perù tacere come il Rocco là dove pa- 



CAPO XVII 39 1 

ragona il Vico cogli altri filosofi della storia 
e specialmente col Bossuet, aanifesta idee giu- 
ste e non volgari e una critica ingegnosa. 11 
che ci fa creder^ , che Egli , ove avesse me- 
ditato con maggior serietà il suo lavoro e raf- 
frenato la foga panegiristica avrebbe potuta 
darci sul Vico un libro molto migliore. 

Dopo quello del Rocco non apparvero più 
per qualche tempo lavori di lunga lena sul 
Vico; ma nel 1837 stampava Epifanio Fa- 
gnani in Alessandria un' opera di due volumi 
molto benemerita degli studii vichiani. Conside- 
rando Egli come molti si tengano lontani dalla 
lettura del Vico per il suo stile incolto, e il lin- 
guaggio astruso, pieno di oscurità e confusioni 
pensò di rifare la Scienza nuo\)a, riproducendo 
con esattezza le sue dottrine, e dando loro una 
forma più appropriata all'intelligenza comune 
e un ordine più chiaro e facile a seguirsi. Il 
libro del Fagnani è intitolato: DMa necessità e 
deir uso della divinazione testificati dalla Scienza 
nuova di G. B, Vico. Esso è preceduto da una 
lunga introduzione, nella quale l'Autore espone 
la sua dottrina e porge la spiegazione di quel 
titolo singolare. 

Il Fagnani è pur del numero di quei filosofi, 
che vogliono trovare nel Vico le proprie teorie, 
teorie eh' Egli in quel libro manifesta, n a che si 
trovano già pure ampiamente esposte in un altro, 
che Egli publicava in Mortara sin dal 1833 col 
titolo: S/oria naturale della potenza umana. Non 
è qui il luogo di esporre i pensamenti di questo 
scrittore, a cui altri non potrà negare una 
singolare originalità e potenza di mente, anche 
quando non si accordi con lui. Accennerò solo 
quei punti principali , che mostrino la sua. 
attinenza coi Vico. — La mente del Fagnani 



392 ESPOSITORI E CRITICI — E. FAGNAM 

è specialmente dominata da questi due pen- 
sieri , r uno che la filosofia deve fondarsi sui 
fatti , in questo senso , che d' ogni idea si 
debba cercare il fatto umano , che vi cor- 
risponde , e che quando si vuole trovare il 
«enso e la spiegazione di un idea si debba 
sempre consiaerare come e in quali fatti si 
manifesti negU individui e nei popoli. L'altro 
si è che non sarebbe possibile la vita umana 
in nessun modo senza la divinazione, la quale 
al di sotto della materia e dei fatti sensibili ci 
fa ravvisare la causa o forza immanente , che 
vi sta sotto e li produce. In questo modo essa 
ci fa conoscere le leggi della natura e quindi 
ci dà notizia del futuro, perchè d* ogni fatto 
nostro e della natura ci insegna quel che ne 
seguirà. 

Questa divinazione si fonda, come è facile lo 
scorgere, sulla coscienza che ha Tuomo dell'or- 
dine e della costanza. delle leggi della natura ; 
quindi essa pòrge alla vita ragionevole del- 
Tuomo quella sicurezza che l'animale bruto trova 
nell'istinto. Il Fagnani vede in quel fatto della 
divinazione l'origine della stessa intelligenza del- 
l'uomo, l'origine della parola, del Hbero arbitrio, 
della religione, della società e dei suoi legami. 
La stessa Provvidenza infinita, dice il Fagnani, 
non è altro in sostanza che lultima astrazione 
o V essenza stessa della divinazione universale 
ed eterna (1). 

La divinazione porge alla volontà il modo e 
i motivi di esercitarsi; e quindi essa, non la 
mente, forma coll'ajuto di quella i giudizii e òon 
questi trova i generi intelligibili, come li chiama 
il Vico, ossia « i fatti generali, dai quali sono 

(1) I, p. 52. — 2.* edizione, presso Pomba; 1861 — Torino. 



CAPO xvH B93 

41 a dir cosi, generati i fatti particolari che ne 
•« dipendono, n Questi generi intelligibili erano 
ie forze uersonifieate dagli uomini antichissimi, 
aeoondo la dottrina del Vico, e alle quali i mo- 
derni filosofi vollei'o sostituire > come dice il 
Fagoani. delLo idee cioè delle vane astrazioni ; 
mentre la vera filosofia ci deve mostrare secondo 
lui, come sotto la materia p^cepita stanno 
sempre le forze, che noi concepiamo coli* ana- 
logia di una forza che abbiamo in noi stassi , 
t)ÌQÒ della volontà* L'unico errore degli uonxini 
fwrimitivi era, secondo il Fagnani, di concepire 
tutte le forze della natura come volontà, e non 
come specie diverse di un medesimo genere. 

Quindi, secondo il Fagnani, il gran merito, 
il merito capitale del Vico, non prima notato 
-da altri si è « di avere indagato e scoperto 
« che il punto centrale della naturale e voi- 
-« gare cUssitìcaaióhe di tutte le cose e delle 
«r idee, che ne dipendono, è il carattere della 
« vita e dove non c*è vita, della forza od at- 
^ tivitày che crea e fa essere ed attua tuttociò 
€ che in alcuna maniera è capace di fare al- 
< cuna impressione sui nostri sensi esteriori o 
« suirintimo nostro sentimento » C\\ 

Non sarà difficile lo scorgere nelle idee del 
f a^oani, che noi abbiamo esposte, quelle ana- 
logie dalle quali Egli dovette essere indotto a 
' credere, che la propria daottrina non fosse che 
uno svolgimento e un compimento di quella 
del Vico; giacché Egli si dicnjara apertamente 
scolaro .di questo, e lo dice colui, dal quale 
^bbe h vita infermala agli etudii. Ma quelle 
idee sono per verità ben sovente tutte proprie 
4el Fagnani anziché del Vico, col quale hanno 
raramente una grande attinenza. 

(1) I, p. 94. 26 



394 ESPOSITORI E CtilTlCi — -A. CONTI 

Oltre quelli da iloi sin aui trattati non ajp- 
parvero m Italia sul Vico altri lavori speciali^ 
tranne qualche scritto dì poca importanza e che 
non potetti avere nelle mani (1); e sarebbe fatica^ 
di dubbio vantaggio e d'effetto quasi impossibile* 
il voler, scrivere di tutti coloro, che in questi ul- 
timi anni fecero nei loro Ubri qualche cenno sul' 
Vico. I più naturalmente si rannodano chi coiruna 
chi coir altro dei critici da noi finora esami- 
nati. jVla non ci parrebbe giusto però di terminare 
questo capo, senza fare almeno un cenno delle 
idee testé manifestate sul Vico àbI Conti nelle 
sue Lezioni di Filosofia stampate in Firenze 
liei 1864, e dal Mamiani a proposito della sua 
Teorica del Progresso nelle Confessioni dun 
Metafisico, stampate pure a Firensse or fan due 
anni. 

Il Conti tratta del Vico nella sua ventesima 
lezione colla sua solita perspicuità, temperanza 
e giustezza di giudizio, 

A me è caro essermi pienamente accordata 
con lui nel dar tanta importanza a quelle idee 
e a quei sentimenti, che mossero il Vico ad 
opporsi si foptemente al metodo, più che no» 
ai principii metafisici, del Cartesio. Anch' Egli 
insiste sulla stima che faceva grandis^ma il 
Vico del senso comune, del senno pratico, del 
metodo comprensivo eh' Egli voleva, dell' avver- 
sione alle soverchie acutezze e sottigliezze della 
mente. Ma nota assai bene il Conti, come dal 
Cartesio Egli pigliasse la parte buona, cioè il 

«. 

(1) Ve n'ha uno del Duca Della Valle di Ventignano^ 
uscito a Napoli poco prima di auello del Bocco e intito- 
lato: Saggi sulla Scienza delta Storia, ossia Sunto 
della Scienza nuova di G. B. Vico, V ha pure un Saggio 
di considerazioni sulla scienza nuova (Napoli 1821) di 
<;iolangelo. 



CAPO XVII 3^95 

metodo (t osservazione interna. E il Conti os- 
serva ancora assai giustamente, che nelle ap- 
plicazioni e nell'uso che Egli fece di questa per la 
spiegazione dei fatti storici sta il merito e la 
novità principale del Vico « La Scienza nuova 
« è per Vico » dice assai bene il Conti « un 
« disegno eterno della Provvidenza nei secoli 
« della storia. Anche l'Alighieri e il Bossuet 
« accennarono a tal disegno; ma mentre essi 
•t riguardano i fatti esteriori come ordinati alla 
« chiesa, il Vico ne cerca le leggi nel nostro 
« spirito » . E questo s accorda perfettamente 
con quanto io ho detto nella seconda parte. 

Non ugualmente conformi alle mie vedute 
sono quelle del Conti, che riguardano la filo- 
sofia metafisica del Vico; tuttavia anche in questa 
parte mi conforto dj non trovarmi cosi distante 
da lui come da altri egregi prima esaminati. — 
Il Conti vuol provare contro la sentenza di 
taluni, che il Vico co* suoi principii non con- 
fuse, come il Cartesio ;le scienze di osservazione, 
o de* fatti colle scienze a priori di deduzione 
o delle idee, cieè la psicologia e la fisica colle 
matematiche pure , e che quindi non poteva 
né aderire né condurre co' suoi principii al 
panteismo di Spinoza o di Hegel e neppur al- 
l'idealismo di Fichte. Secondo il Conti ^ il Vico 
resistette anzi a quella confusione con tre prin- 
cipii: Vere scire est per causas scire: il vero 
si converte col fatto; Dio com'è il principio del- 
tessere così lo é anche del conoscere. . 

Noi non neghiamo, che si possa da questi 
principii del Vico come da altre sue proposizioni 
trarre quella dottrina che il Conti gli attribuisce; 
ma per darcela cosi omogenea e conseguente, 
come Egli fa, doveva appunto scegliere del Vico 
solo quelle parti, che insieme s'accordavano, la- 



396 ESPOSITORI ? cfiiTia — a. conti 

sciando le altre che loro sono eontrarìe. Ed i\ Conti 
si accorge per verità di questa difficoltà q la oon- 
fessa francamente scrivendo : « Ed è da notare, o 
« signori, che discorrendo il Vico di tali dottrine, 
« ha frasi cosi al suo soUto ardite, involute, n^eta- 
« foriche, da non interpretarsi una per una, (che 

« PARREBBESO DI PANTEISMO), Hia nel tUttO e COH 

« la dichiarazione, che il Vico aggiunse alle 
« sue Risposte, e co'principii fondamentali già 
« spiegati e che escludono affatto V identità tra 
« Dio e Tpniverso, tra Dio e la ragione umana ». 
Al che noi osserviamo, che se il Conti vuol dire, 
che era lontanissimo dal pensiero del Vico di 
voler fondare una dottrina idealistica fichtiana 
o in qualunque modo panteistica, noi siamo per- 
fettamente d accordo con lui; ma non lo sa- 
remmo più, ov'EgU negasse, che a quelle dot- 
trine molte proposizioni del Vico chiaramente 
conducano. E appunto per questo di non averle 
saputo evitare e di non essersi accorto delle 
loro conseguenze , noi abbiam dovuto franca- 
mente conjfbssare, parerci molto esagerata la 
fama di grande metafisice fin qui goduta dal 
Vico. 

Della filosofia della storia il Conti tratta bre- 
vemente in fine e qua e là per incidenza. Ab- 
biam visto dove Egli ne ponga ottimamente il 
fondamento. Esposti alcuni principii e canoni prin- 
cipali della sua Scienza nuova, Egli scusa in 
parte il Vico di parecchi errori, dei quaU que- 
sti venne soverchiamente aggravato , notando 
con giustezza, che la dottrina dej Ricorsi non 
appare che nella seconda Scienza nuova; del 
che noi demmo ampia spiegazione. 

Il Conti conchiude quindi la sua lezione con 
queste belle parole che noi riportiamo, perchè 
vi assentiamo pienamente : 






CAPÒ XVII 397 

« Ad ogni tnodo, che mai resta ddl Vico quanto 
« alla filosofia civile ? il metodo, eh* Egli de- 
« scrisse primo ; e poi la glande verità, che 
t la sciènza dell'uomo intéro non si compie 
« nell'interna riflessione, ma col riscontro di- 
« tutti i fet^i umani, delle lingue, delle tradi- 
« doni, de' proverbi, de'canti popolari, dell'arti, 
« delle leggi e d'ogni istituto; perchè la co- 
« scienza dell'Uomo si ripete in ogni coscienza 
« e da ogni coscienza escono segni comuni, come 
<t da trh capo all'altro della terra gli occhi di 
« tutti gli uòmini per un pensiero stesso si 
« levano a' cieli ». 

Il librò delle Confessioni di un Metanico e 
specialmente le pagine sulla Teorica del Pro- 
gresso, oltre quei grandi e conosciuti pregi del- 
l'ingégno, della dottrina e dello stile, manifestano' 
nello scrittore un amore cosi vivo e ardente 
per la verità, una tale onestà di inten(Ìimento 
e gentilezza d'animo, òhe leggendole altri s'in- 
duce a malincuore a criticarne le idee, quando 
queste non si accordino colle proprie. Ma sarebbe 
cosa poco saggia il voler trattare per incidente 
le teorie filosofiche del Mamiani sul progresso. 
Noi ne accennerenio solo alcuni punti per faró 
intendere la sua Critiea sul Vico. 

Il Màmiani, il grande teorista del progresso, 
doveva naturalmente rifiatare la dottrina del 
Vico sui Ricorsi e la rifiuta recisamente, mo- 
strado anzi di non sapersi dar pace, che il Vico 
l'abbia sostenuta. A quella teorica il Màmiani con- 
trappone la sua del progresso mondiale indefinito, 
cui Egli cerca provare con argomenti a priori 
apodittici. Gli è vero che la nostra specie non 
parteciperà sempre sul nostro pianeta a questo 
progresso indefinito, perchè pur progredendo 
mcessantemente verrà un' età , V età eèìrmna 



398 ESPOSITORI E CRITICI — T. MAMIANl 

apocalittica, nell^ quale dopo essersi svolta la 
nostra Scolta intiera di perfezionamento e 
accomunata con tutta la specie, questa muterà 
di soggiorno per dar luogo quaggiù ad un'al- 
tra più perfetta. Anche questo progresso limi- 
tato, ma sicuro e continuo dell' Umanità > lo 
trova il Mamiani richiesto da' suoi principii on- 
tologici e cosmologici; e senza tali prove a priori^ 
mal crederebbe Egli di poterlo fondare con ar- 
gomenti storici sperimentali. Questi sonp^ se- 
condo il Mamiani, mcerti, e solo ci darebbero 
della cosa una qualche probabilità. 

Come si vede, noi siamo già ben lontani dalla 
mente del Vico. Mentre questi voleva unica- 
mente fondare la filosofia della storia sulle leggi 
dello spirito, sull'analisi dei pensieri e dei bi- 
sogni aelFuomo, il Mamiani vuol fondarla sui 
f)rincipii generali delle cose. Non è più la Psico- 
ogia^ che ci^deve spiegare i massimi problemi 
storici^ ma la Metafisica e la Teologia razionale. 
Non già, che il Mamiani non lasci più a quella 
alcun posto nella filosofia della storia; ma essa 
vi deve rappresentare, come in tutto il resto 
della filosofia, una parte subordinata. Egli ri- 
conosce però, che solamente col punto di vista 
psicologico abbracciato dal Vico rispetto alla fi- 
losofia della storia Qbbe auesta il suo vero, 
principio « La filosofia della storia nacque » 
die' Egli « parlandosi con rigore, quel giorno 
« che dal Vico si dichiarava essere il mondo 
« delle nazioni fatto per intero da^li uomini e 
« la notiz^ delle leg^i dello spiHto umano 
« porgere /la sola bussola atta a condurre l'in- 
« gegno speculativo nel mar tempestoso della 
« vicende dei popoh » (I). 

(1) Confessioni II, p. 863. 



CAPO XVII " 399 

Ma il Mamiani rifiuta poi molti priacipii vi- 
<;li)ani^ e specialmente quello, che la civiltà sì 
Tenga sempre svolgendo in ogni popolo per 
propria spontanea forza o dalla prima selvati- 
•«hezza o dall'estrema corruzione. Il Mamiani 
sostiene invece, che « nessuna congre^zione 
e d'uomini giunse ad una altezza più che 
-M mediocre di civiltà e vi si mantenne per 
f soltanto l'opera propria » e che quando una 
nazione cada in una profonda depravazione mo- 
rale, essa non può solo per forza propria rial- 
izarsi(l). Ma quello, che al dir del Mamiani {ii 
forse la cagion principale di tutti gli errori del 
Vico ed isterilì la miglior parte de'suoi profondi 
trovati in filosofia, si è faver meditato una sola 
forma di origine delle congregazioni sociali umane; 
perchè avendo il Vico fatto rampollare la ci- 
viltà dalle facoltà umane, non considerò che se 
•queste- in sostanza non variano da una stirpe 
all'altra, possono tuttavia quante sono nei singoli 
uomini, manifestarsi tiltrettante diversità di na- 
ture e caratteri nei singoli popoli (2). 



Capo JLlfUL 

La fama del Vico in Geilbanìa e in Francia. 



Dopo i pochi cenni coiìtempòranei fatti sul 
Tico dalle Neuere Nachrichten e dagli Ada Erudi- 
Aorum^ il primo, che a mia notizia facesse in 
Germania menzione del Vico fa il Goethe, in 
quel modo che noi già riferimmo. 

(1) II, p. 781, 810. 

(2) II, p. 878, 784. 



400 " LA FAMA pUr VICO IN GERMANIA 

Quelle poche parole non andarono perdtife , 
e verso lo stesso tempo T Herder volle in una^ 
pagina delle sue Lettete per il ptomovimentih 
dell'Umanità rinnovare la memoria dd Vico, dì 
un uomo, die' Egli , che fondò una scuola d> 
scienza umana nello schietto sensa della parola,, 
che cercò il principio deilia civiltà nei popoli 9 
gli elementi comuni di questa (1)* Ma dalle pa^» 
role dell' Herder trassero poco frutto i Tedeschi,, 
e il Vico continuò per qualche temjlo ad esser a- 
da loro del tutto ignorato nelle università e^ 
nei libri. ^^^^ 

Ma il Vico aveva percorso <rSoIó am l'Herder 
per la filosofia della storia, ma eziandio altri 
suoi connazionali, che vennero dopo di leti, int 
altre dottrine. Il suo nome doveva quindi ve- 
nire di tanto in tanto a rìsuonare nelle loro- 
orecchie come un ricordo, ohe non siaitìo poi 
de^i di tutto quel disprezzo, che alcuni di loro 
sono soliti a mostrare verso di noi nell'ordine 
scientìfico. • 

Anche in alcuni concetti del Vico il Jacobi (2) 
potè scorgere, e non a torto per vero, un lon- 
tano accenno alla filosofia del Kant, inquantochè- 
anch' Egli come (jiiesti avev^ stabilito che in 
senso stretto non si conoscono con verità se non 
le cose che noi stess» facciamo^ ossia 1^ figure 
e i numeri, e che quindi Tunica vera scienza 
è la matematica ; alla quale il Kant aggiungeva 



(1) Herder, Sawm. Wèrke II, p. 834. — L'He^de^ehiam*. 
il povero Vico fondatore di quella cattedra che poi fu oc- 
cq)ala dal Genovesi e dal Galanti. — - L' Herder intende- 
certo parlare delh cattedra d'economìa polìtica, fondata ve- 
ramente dal Genovesi neir Università di Napoli, e che ftb 
prima in Europa. 

(2) Nel suo scritto Von der gòlllicìieti Diktfen fcnd ihter^ 
Offenbarung (Sàmm., Werke; HI. Bd.— Leipzig 1816). 



CAPO XVIII 40f 

pei* verità qttèlk delle forme stesse del pensiero^ 
ossia la Logica. 

Più frequentemente che non d%ì filosofi tro- 
veremo però men^onato il Vico in Germania 
dai filologi e filosofi storici; e ne dovevano 
presto sorgere le occasioni nei successivi prò* 
gressi della scienza tedesca. 

Nel !795 uscivano i famosi Prolegomeni ad 
ùmtù di F. k: Wolf. Il Cesarotti , che come 
già vedì^mmo, aveva ampiamente trattato la aue^ 
stione d'Omero, e che era in relazione col Wolf, 
appena ricevuto il suo libro vi scorse le grandi 
analogie, che v'erano tra le sue idee e quelle 
già manifestate dal Vico, e ne si^riveva al Wolf 
spedendogli il Vico e dicendogli com^ le sue 
idee si trovavano già quasi in sogno presagite 
dal Vico. Il Wolf era già allora salito in grande 
ritìoman:ta in Gerniania viveva in Berlino^ 
tronfio della sua gloria, dirigendo una rivista 
filologica, il Museum der AlterthumwUsenschafl. 
Presa conoscenza del libro del Vico Egli pub- 
blicò un articolo intorno a Lui in un fascicola 
della sua Rivista del 1807. 

Il Wolf tratta il Vico con grande sussiego 
(rOrelli dice mt vornehmen Tone), come un 
maestro òhe trova Una aualche buona idea in 
un tenia di un suo scoiato. Egli non si piglia 
la Guiia di riassumere il pensiero intiero del 
Vico e di dilucidarlo; per dare un'idea della 
sua nuova sapienza,- come quasi per isch^rio 
la chiama il Wolf, dà tradotti o meglio raflfa- 
zonati e mocorciati alla carlona alcuni prin- 
cipii filologici del Vico sulla Discoverta del veto 
Omero , dimeriticando del tutto quelli , che il 
Vico chiama filosofici e che hanno pure, come 
vedemmo, una grande importanza storica e 
compiono gli argomenti filològici: Procedendo in 



40:2 LA FAMA DEL VICO IN GERMANLV 

«questo modo il Wolf può con molta facilità mo-' 
strarci il Vico come un Ragionatore saltellante 
^ein lehhafl umher spr ingender Ragionatore) che 
tratta a fascio e senz' órdine degni cosa, e non 
mostra quasi in alcun luogo di aver manco 
avuto idea di rigore storico; al dir del Wolf 
tutto ha nel Vico l'aspetto di visione, e il ^uo 
libro è uno de*più strani, che siano usciti dalla 
testa d'un Italiano di molta lettura e di ingegno 
Acuto e cavilloso. Il Wolf dubita se per il suo 
tempo vi fossero ancora vedute utili o non vi fos- 
sero che sogni, né vuole occuparsi della maggiore 
o minore somiglianza delle sue colle proprie idee> 
ma confessa che se il Vico invece che italiano 
fosse stato inglese sarebbe giunto a grande ce- 
lebrità, e che le sue Visioni hanno maggior va- 
lore, che non una fede cieca e senza fondamento^ 
come la si era seguita universalmente sino ad 
un certo tempo negli scritti dei dotti e dei 
letterati del proprio paese. 

C'era io queste parole più il desiderio di fe- 
rire certi suoi avversarii , che di rendere un 
dovuto omaggio al Vico, del quale mostra aper- 
tamente di tenersi tanto superiora; ma per ciò 
non sono quelle lodi meno vere. 

Nel 181^2 il Niebuhr stampava la sua Storia 
romana e grande fu ratteuziorie e il rivolgi- 
mento che essa produsse negli spiriti dotti della 
Germania; però niuno pensava quante delle 
nuove verità da lui annunziate si contenessero 
^ià nel libro di quell'oscuro saltellante ragio- 
natore menzionato dal Wolf Ma nella Svizzera 
tedesca viveva un insigne filologo, Gaspare Orelli, 
probabilmente italiano d'origine, e che aveva forse 
recato dalla madre patria i volumi del Vico e 
il culto per lui. Questi, ad onorare giustamente 
la sua memoria scriveva nel Museo Svizzero, 



,CAP0 XVIII 403 

che usciva in Aarau, Tanno 1816, un articolo 
intitolato Vico e Niebuhr, nel (juale poneva a 
confronto i concetti di ameadue intorno alla sto- 
ria romana e ne enumerava le molte somi- 
glianze e insieme le differenze^ L'Orelli però non 
crede che il Niebuhr conoscesse il Vico, giacché 
altrimenti, Egli dice, quegli ne avrebbe parlato, 
come aveva fatto di Beaufort, Lévesque ed altri. 

L'Orelli è verso il Vico molto più giusto che 
non il Wolf, anzi riprende Questo di alcuni suoi 
ingiusti e sconvenienti giuaizii. Egli lo chiama 
uno dei più profondi pensatori dltalia « né. creda 
« alcuno » Egli dice « a cui un felice caso faccia 
« capitare il suo meraviglioso libro nelle mani 
« di aver a fare solo con un saltellante ra- 
« gionatore, come asseriva il Wolf. Le sue ve- 
« dute intorno alla storia romana sono più prò- 
« fonde ancora che non i suoi geniali sogni 
« sopra Omero. » \ 

L'Orelli col suo articolo e co'suoi colloqui spinse 
Guglielmo Ernesto Weber a tradurre la Scienza 
nuova del Vico, la quale fu appunto da lui pub- 
blicata in tedesco a Lipsia nel 1822. 

La traduzione del Weber non è per nulla atta 
a far conoscere il vero pensiero del Vico, e meno 
ancora a farne amare la lettura. Egli, pur 
cadendo in moUi errori, cercò tradurlo lette- 
ralmente quasi, mentre e per il modo stesso, 
che il Vico teneva n^llo scrivere e per il genio 
diverso delle due lingue , doveva farne una 
compiuta trasformazione. Egli inoltre premette 
alla sua traduzione' una prefazione, la quale 
sembra piuttosto rivolta a screditare il libro, 
che a tarlo rettamente apprezzare. Egli si 
mostra pieno di profonda venerazione per il 
Wolf e il Niebuhr, e niente gli sta più a 
cuore che di mostrare, che essi non debbono 



404 LA FAMA DEL VICO IN GERM'aNIA 

rmlla al Vico , e che d* altra parte gK sono di 
molto superiori, avendo essi congiunto il genia 
coir erudizione e colla critica. Nessuno, diòe 
il Weber , dopo essi potrà fondare i suoi 
studii critici sopra V ardito disegno del Vico. 
Egli non nega però a questo un ingegna 
grande e divinatore, uno studio infaticabile ài 
comparare le diverse cose per conoscere la ve- 
rità, un profondo sentimento religioso, e il con- 
cetto nobilissimo di mostrare la mente della 
Provvidenza attraverso a tut^ i fatti storici. Ma. 
il suo debùie stava, secondo il Weber, nell'eWi"^ 
dizione e nel modo, col quale ne usava. Non già^ 
dice questi , che il Vico mancasse d'erudizione, 
ma Eg'Ii l'aveva iitìpehfètta e molte volte faka^ 
11 Vico era statò, dice il Weber, educato dal 
Gèstaitì e irt tin paese ancor immerso nella- 
scolastica; molte cose dovette imparare da 8è, 
Di qui la grande confusione tìella sua dottrina. 
Il suo spirito ntyn aveva pace, noti lasciava ri- 
posare e maturare le Idee ; aveva sfiorato ogYii 
maniera di l^cietize, é appena gli si presentava 
un* idea le correva dietro , e vedeva o^i co^ 
attraverso di essa; nessuTia critica egh faeeva 
sopra di sé, rrè sognava pur antio, che le éoi^e 
da lui immaginate potessero essere state diV6N 
samentè da quello, che Egli aveva immaginato. 
' Non è maravigliare, conchìude quindi il Weber,, 
che il Vico non rièscisse a dat»e uaa forma alla 
sua Scienza fiuovai che vi si trovino mòltissiilii di* 
fotti e persino grandi assurdità. 

Non tfé dubbio, che parte delle cose dette otìi 
sono vere, ma solo una parte ; il resto è motto 
superficiale, ed è a meravigliartì, che dòpo esser 
vissuto cosi lungo tempo nel pensiero del Viòo- 
per tradurlo non sapesse il Weber darne nu 
giudizio più profondo e più compiuto. 



(:apo XVI» 405 

Non si creda, che per la traducane fatta dal 
Weber, il nome del Vico si diffondesse molto 
in Germania; quasi tutti i più celebri non si de- 
gnarono di occupsa*si di luìy e i minori andarono 
loro dietro. Ma m mez^o al turbipio continuo di 
id^e e di studii, che si fa nei libri e nelle univer- 
sità di Germania non v* ha soggetto, a cui non 
v^nga il turno d*e$sere trattato da qualcuno e 
talora assai bene. Cosi anche il Vico trovò un 
insigne* scienziato, il Gòschel , il quale ne' suoi 
Fogli sparsi (ZerstreuU BlàUerJ del 1837 (1), 
seppe scriver© di lui con concetti giusti e con 
parole generose e degne del nostro grande 
concittadino. 

Al noniq di Vico, scrive il Gòschel, si oom- 
giunge ur^a grande filosofia, la quale con rifles- 
sione acut^ e profonda imprende a derivare il 
Diritto daÙf^ sua propria storia, e sa accordare 
colla storia il pensiero. Quindi Egli dopo aver 
toccato con affetto della sua vita, cosi entra a 
parlare nobilmente delle sue dottrine : « D' ogni 
cosa toccò Vico il fondo e mentre nei nostri 
giorni si c^r^ di risolvere la storia in miti, e di 
dedurre questi da idee soggettivamente imperso- 
nali, oggettivamente non reali perchè universali 
{accenna all'Hegel), l'occhio del Vico fu abbastanza 
esperto perariconoscer6 anche nei miti un fonda- 
mento storico, senza scioglierli panteisticamente 
in idee non reali. Da questo procedimento sano e 
verace si svolsero i suoi studii sulla poesia e sulle 
lingue » • Il Gòschel non isprezza^ come & il pedante 
filologo Weber, la figura premessa dal Vico alla 
sua Scienza nuova, né la chiama ridicola e inu- 
tile in un lavoro tedesco^ ma ne dà la spiega- 



(1) Erano una Rivista giuridico-fìlosofica, che Egli stam- 
pava a Schleussingen. 



406 V ' U FAMA DEL VICO IN GERMANIA 

zione e la connette cosi con un* esposizione suc- 
cinta de* principi! fondamentali della sua filosofia 
storica, riconoscendo in questa assai bene accop- 
piato il ragionamento colle severe indagini dei 
tatti, « 11 suo libro, soggiunge quindi il Góschel^ 
•ò ad un tempo filosofia del diritto e filosofia della 
storia; sotto guest* ultimo rispetto esso è anzi uno 
dei fenomeni più notevoli aello spirito umano. 
Il Vico vede nella storia, che si compie sotto la 
condotta della Prv)vvidenza> nei fatti particolari 
i momenti, per i quali si svolge il concetto del 
Diritto e dello Stato ; (juindi per il Vico la storia 

• è la miglior scienza giuridica e politica. Per lui 
la storia non è solo la scuola del mondo, la 
guida di Dio, ma essa è anche il tribunale 
del mondo, il giudizio di Dio. Anche il Vico in- 
segna che tuttociò che avviene, avviene per 
giudizio di Dio; ma la grande parola che la 
storia del mondo è il tribunale del mondo non 
lo conduce a confondere il giusto e l'ingiusto. 
Ciò che è oggettivamente giusto e serve allo 
svolgimento del Diritto e dello stato può tuttavia 
essere ingiusto riguardo al soggetto, da cui 
parte, e cosi rimanere malgrado le buone 
conseguenze, che ne derivano ». — Si vede 
nel Góschel una tendenza jiperta a contrapporre 

. il Vico air Hegel , per mostrare come si possa 
fare una filosofia della storia senza distruggere 
la morale e giustificare tuttociò che avviene, 
perchè avviene, o perchè serve di strumento 
alla Ragione assoluta. 

I giudizii, come si vede, sono però molto fa- 
vorevoh al Vico , e , a parte quel linguaggio 
particolare dei filosofi tedeschi, col quale bi- 
sogna addomesticarsi per intenderli^ sono anche 
generalmente giusti. 

Dopo Tarticolo del Gòschel Vico acquistò una 



CAPO xviii 407 

celebrità alquanto niaggrore in Germania. ^ Cosi 
in un suo articolo stampata nel Museo tedesco 
del 18S7 il Cauer si mostrava ugualmente giusto 
estimatore di lui. Egli seppe abbracciare il pen- 
siero vichiano in tutti i suoi lati , e toccando 
delle grandi molteplici attinenze che Egli ha 
colla scienza presente della Germania indicare 
come in diverso modo Egli prevenisse il WolfV 
il Niebuhr, il Savigny, il Miiller, THerder. Egli lo 
riconoscerebbe copie padre della filosofia della 
storia se non trovasse nel suo libro da una parte 
più dellaltra meno. Lo dice però infelicissimo 
nelle sue etimologie e molto manchevole nell'eru- 
dizione. Ma se il Vico non ebbe quella grande 
fama che si meritava, il Cauer lo attribuisce 
alla universalità del suo genio , che avendo 
toccati diversissimi punti non potò esservi se- 
guito da nessuno. Il Cauer lo loda ancora per 
aver Egli saputo accoppiare nel suo spirito la 
fede e il dubbio scientifico. Vico, dic'Egli, ist einer , 
dar ersten und wurdigsten Vertreter jener àchten 
Wisienschafìlichkeit, die des Glaubens-und des 
Zweifels gleich sehr hedarf. 

Mosso da questa fama maggiore che andava 
acquistando il Vico in Germania e dal deside- , 
rio di accrescerla ancor più, intraprendeva la 
traduzione de' suoi scritti minori C. E. Miiller 
nel 1854 (1). Io credo però che finora non ne 
sia apparso che il 1.^ volumi^ contenente il De 
uno universi juris eie. 

La traduzione è fatta con molta cura. Il Mùller 
vi fa una prefazione, nella quale sono con suf- 
ficiente esaltezza esposti i tratti più essenziali 
del sistema del Vico, verso del quale egli pro- 
fessa una maggiore stima che non il Weber. 

(1) G. B. Vico*s Kleine Schriflen-, Neubrandeburg , 1854. 



♦i)8 LA FAMA mjU VKIO IN FRANCIA 

— Egli ©nwofira con compmem^ qum Tedeschi 
che Jo lodarono, e lo dif0nd^ vivamente dagli 
^ttepchi, c^QM^ ignoto acrittor^ gli aveva mo3^ 
xi%lX Indicatore di GoUingc^ d$l 1819. Costui 
aveva rappresentato il Vico oome uno scrittore 
mediocrissimo' e pieno di presnn^ioi^ Nel suo 
libro Egli non vede che confusioni e stranezze, 
nessuna novità, nessun ordine s<?ientìfico,* nes- 
suna critica storica; e se ne parla lo fa solo 
aJl'occaaione di una nuova edwione, che allora 
s'era fatto della Scienza nuova in Italia, per 
mostrare come in ouesto paese, anche dopo 
Filangieri, la filosofìa della legisladone.pareva 
seguir sempre un corso segregato dalla rima- 
nente scienza europea. 

U Miiller gli osserva giustamente che dai suoi 
stranissimi giudi^ appare non aver lui pur letto 
r opera del Vico. 

Si tjpoverà difficilmente qualeh' altro scritto in 
Germania nel quale sia fatto cenno del Viijo; 
nessuno ne trattò fì6ora di pfoposito. Sola- 
mente ehi vuol ora esser giusto verso Tltaha 
confessa anche colà che il Vico è uno dei più 
^ratodi pensatori di cui pogsa gloriarsi una na- 
zione, il Savigny lo menzionava con grande 
onore nel suo Elogio di Niebuhr, e il Gans nella 
sua prefezione alla filosofia della storia dell' Hegel 
annovera il Vico come uno dei quattro autori 
di una vera filosofia della storia, e come il 
proprio iniziatore di questa scienza. 

Il primo a far conoscere il Vico in Francia 
fu il Salfi in parecchi articoli bibliografici sul- 
ritalia, che E^li stampava nella Jìevue encyclo- 
pédique di Parigi negh anni 1819, 182p. Ma Egli 
ne parlò molto brevemente, e per incidente, 
discorrendo dei lavori, che allora uscivano in 
Italùt sul Vico della ristampa» delle sue ppere. 



CAPO XVHI 409 

Egli sì rallegrava allora cogli Italiani, percltè 
ripai^vaDo^ la dimervtiean^, in cui ave^iAQ la^ 
sciato per lungo tempo un Pensatore di 3Ì 
grande originalità e profondità; e mauifestava 
il desiderio, che si facesse delle sue dottrine 
un'esposizione più netta e precisa^ per diffoa* 
derne meglio la conoscenza Ira gli stranieri. 

A ouest'uiScio volle adempiere lo stesso Giulio 
Micbelet, ohe nel 1827 pubblicava in Francia 
una traduzione della Scienza nuova dol Vico, 
dandole però una torma più adatta all'intelli- 
genza e al gusto de' Francesi, riordiiiaDdola e 
accorciandola in molte parti. 

]1 Michelet non è, come il traduttore tedesco, 
un critico pedante del suo autore; Egli ne è 
uno dei più caldi e sinceri ammiratori ; e com- 
pose sopra di lui, sul suo sistema e suUa 4ua 
vU0 un discorso succoso e pieno d'affetto* Il Mi- 
chelet vuol mostrare come l'Jtalia fosse il paese 
più adatto per le sue condizioni e le sue tra- 
dizioni a &r sorgere un Vico. Questi reagisce 
nel suo paese contro il disprezzo dellanticbità^ 
delle tradizioni e della storia che era stato di- 
vulgato 'per tutta l'Europa dal Cartesianismo, e 
svela e dilénde la sapienza che si conserva nella 
lingua, negli istituti, nei costumi, nelle arti, e 
nelle diverse manifestazioni storiche dello spirito 
umano. Ma il Vico non è esclusivo, dice il Mi- 
chelet: Egli combatte con gran senno il metodo 
cartesiano dove lo trova difettoso ; ma riconosce 
pure i suoi pregi. Il Vico non ripudia l'autorità 
ma la vuol congiungere colla ragione; Egli 
vuol riunire in un solo vasto sistema tutte le 
conoscenze, che riguardano l'uomo , accordare 
la filosofia colla storia, la scienza colla religione. 

Mentre il Michelet attendeva alla traduzione 
del Vico, un altro insigne scrittore francese, il 

t7 



410 LA FAMA DBL VICO IN FRANCIA 

Ballanche, lo faceva oggetto di amorosi studìi, 
e a lui s'inspirava in molti punti de' suoi Prole- 
gomeni alla ralingenesia sociale e dell'Or/feo, pub- 
blicatisi pochi mesi dopo il lavoro del Michelet (1). 
Grande è la stima che il Ballanche mostra 
del Vico, Egli deplora , che la sua filosofia 
non avesse avuto una larga diffusione nel 
suo secolo. Essa, avrebbe, dice Egh*, frenata la 
foga distruggitrice , avrebbe dato alla scienza 
un andamento più profondo e più religioso, 
avrebbe salvato il Rousseau, il Voltaire e gli 
altri grandi scrittori della rivoluzione df'grandi 
errori; avrebbe perfino salvato il mondo dalle 
violente catastrofi dell* 89 e dalle loro perniciose 
conseguenze (2). « Singolare destino di questo 
e uomo » esclama il Ballanche « E<rli esce ora 
« dalla tomba, Egli che tante cose aveva intuito 
t e preveduto, ora che più nulla EgH può pre- 
« dirci ». Malgrado ciò il Ballanche esorta i Fran- 
cesi a leggere e studiare il Vico, e studiarlo, 
potendo, nell* originale. Vi troveranno, dic'Egli, 
una rozzezza gualche volta selvaggia, ma sovente 
piena di poesia, ardite incoerenze, ma dalle quali 
sorge di tanto in tanto una luce viva e che 
scmotono con maggior efiìcacia la mente , che 
non una forma troppo didattica e troppo prudente. 
11 Ballanche, essendo alquanto mistico, ammira 
grandemente lo spirito religioso del Vico, e lo 
encomia assai, perchè nella sua filosofia si era 
tenuto nei limiti dell'ortodossia, ma trova poi, che 
dalla logica del suo sistema Egli fu condotto a 
far violenza a quella, a dare alla civiltà una spon- 

(1) Ballanche, Oeuvres. — Paris 1880, 4 volumi — v. il 8.^ 
e il 4'^ 

(2) Idee simili manifestava il Mailer nella sua Storia 
delle dottrine morali e politiche tiegli ultimi tre secoli. 
Parigi, 1836, 



CAPO XVIM 41 i 

taneità assolata, a supporre un completo disu*- 
manameiìto dopo la corruzione, a costruire in- 
somma una civiltà al di fuori della tradizione, una 
spontaneità indipendente dalla rivelazione (1). 
Salvo questo punto capitale, il Ballanche ac- 
cetta ed espone in quella sua prosa armoniosa 
e tutta ripiena delle grazie antiche molte idee 
del Vico intorno al corso della civiltà , ai ca* 
ratteri poetici, ai costumi primitivi, alla poesia, 
alla mitologia e al modo d* interpretarla , e 
specialmente intorno allo svolgimento dei di- • 
ritto civile e politico nella storia di Roma. E 
cosi egli semina d'idee vichiane la sua Pa- 
lingenesia e il suo Orfeo ; quantunque esse vi 
siano date, come le proprie, senzia prove e senza 
alcun ordinamento e svolgimento scientifico. 
Egli dà grande importanza come il Vico alla 
Provvidenza nella storia; ma le civiltà, anche la 
greca, sono per lui trasmesse e tradizionali. 
Ammette degli errori nella filologia del Vico, 
ma dice che è vera U ispirazione alla quale Egli 
in essa obbedisce. Ninno fu, dice . il Ballanche» 
dotato come il Vico Ui quel sonnambulismo del 
genio, che penetia nel midollo delle cose. 

1 lavori del Ballanche e la traduzione del Mi- 
chelet, dififusero largamente e stabilirono in Fran- 
cia la rinomanza del Vico^ nell'estìmaùone del 
quale i Francesi si mostrarono generalmente più 
giusti dei Tedeschi, e ci fecero conoscere che essi 
non sono poi cosi sempre invidi delle nostre glorie 
come noi ce li immaginiamo. E per verità il Vico 
riscosse in Francia l'ammirazione di molti fra*suoi 
più insigni filosofi e storici. Noi lo vediamo in- 
fatti subito dopo la pubblicazione del iMichelet 
menzionato con grande onore dal Cousin e dal 

(1) ni, 334 e segg. 



4if LA FAMA MBL VIOd IN FRANCIA 

Lerminier. 11 primo (1) aflTerma che ìa Scienza 
nuova fii il modello, forse la fonte dell' Esprit dé$ 
loie, e rìconosee che essa ha indicato alla critica 
moderna qualcuno de' suoi più grandi punti di 
veduta* Il Cousin lo appunta però di aver am- 
messo nella storia dei popoli una soverchia uni- 
formitày dì aver stabilito i ricorsi, di aver data 
soverchia importanza all'elemento politico , di- 
menticando l'arte e la filosofia; ma osserva 
^ustamente, che al Vico si debbo riconoscere 
il grandissimo merito di aver introdotto per il 
primo il punto di vista umano nella storia, e 
mostrato come ogni elemento di civiltà , la re^ 
lìgione stessa, fa, parte dell'umanità e in essa 
è contenuta. 

Non meno caldo di ammirazione per il Vico 
è il Lerminier (2). Questi lo dice precursore di 
Wolf, di Niebuhr e di Hegel. 11 Vico, ebbe die Egli, 
il sentimento di Roma primitiva più di qualunque 
altro moderno, E^li stabili chiaramente, come 
l'Hegel, l'identità della natura umana e della storia; 
Egli è il fondatore dell' ecleìticismo moderno, 
avendo riconosciuto l'autorità del senso comune 
in opposizione all'astrazione filosofica. — « E 
quandk) si vede quest'uomo, dice il Lerminier, 
in mezzo agli spregi di una filosofia superba e 
ostile, in mezzo alla indifferenza e alle derisioni 
di tutti, resistere impavido al torrente del secolo 
xv« e XVIII per preparare il xix, pieno di fiducia 
in so e nella propria immortalità, noi possiaino 
con sicurezza assegnargli il titolo di Genio 
originale. » 

Mentre il Cousin rendeva al Vico nelle sue 



(1) Jntroduclion à VHistoire de la Philosophie, lèg ìì'\ 

(2) Jntroduction generale à V Histoire du DroU. Pa- 
ris, 1899. 



CAPÒ ZVItt hit 

tosìòni qneirohfxiaggio, dhè noi abbiamo rifMto, 
uno de* suoi più illustri scolari^ il Jouffiroy stam^- 
f)ava finsi Globe un articolo, nel qunle parago- 
nava il Vico con bodsuet e cton Herder (i). 
Secondo il Jouffroy il Bossuet in il primo a 
cercare le leggi dello svotamento dell' Umanità, 
Vico il secondo; ma quegli le cerea nella Bib^ 
bia, Vico nella Storia ; que^i fii quindi il prinlò 
à tmttarki in modo filosofico. Il Vico non in- 
dagava come il Momtesquieu il carattere delle 
istituzioni, ma voleva, dice il Jouffroy, trovar 
Ift ^g^^ di esse e di tutte le ahre cose, nelle 
quali si manilOiSta il pensiero umano, per poi 
formar la legge di questo medesimo, nel quale 
ogni cosa umana si riassume. Se il Vico, dice 
il Jouffiroy, avesse Caputo colla scòrta della 
storia trovar questa legge, Egli avrebbe col 
sruo libro innalzato il più grande monumento 
filosofico. Ma per far questo era necesìsario 
conoscere tutta la storia del passato ; e il Vico 
non la conosceva, e non la poteva conoscere 
che imperfettamente. Ciononostante Egli fu, 
secondo il giudizio del Jouffroy, il vero inizia* 
tare della filosofia della storia, perchè p^'r il 
primo vide che Io svolgimento dell Umaitità è 
soggetto a una legge propria. Ma Egli non po^ 
tendo scoprire questa legge nei latti, dove pur 
Voleva trovarla, cercò d'indovinare, formò un si- 
eterna, cercando ad un tempo di appoggiarlo sopra 
qualche tatto. Come il Vico aveva riferito tutto lo 
svolgimento deirumanitàalle leggi generali dello 
spirito umano, facendo questo quasi del tutto 
indipendente dalla natura esteriore, Y Herder 
vuole invece spiegar tutto da questa, e cosi essi 
rappresentano nella storia, osserva il Jouffroy, 

(1) Vedilo nei Mélanges philosophiquet. 



414 LA FAMA mOL VICO IN FRANCU 

i due opposti sistemi metafisici dello spirituab'smo 
e del materialismo. 

Il Jouffroy nota come carattere comune a 
tutti e tre i filosofi da lui esaminati il di- 
sprezzo della storia « ed osserva che solo in 
Questo modo essi poterono creare un sistema. 
Questo giudizio rispetto al Vico non sarebbe 
del tutto esatto ; ma lo corregge Egli stesso^ 
soggiungendo, che di tutti e tre i lavori il più 
storico è quello del Vico, nui che appunto per 

Siuesto è il più mal fatto. Era facile, dice il 
uuifroy, essere eloquente al Bossuet, che con- 
vinto dei disegni, che Egli attribuisce alla Prov- 
videnza, costruisce dall'alto ia storia, come se 
l'avesse latta tutta Egli stesso. Scrive certa- 
mente sempre con maggior facilità e copia chi 
si abbandona alla corrente delle proprie idee, 
senza mai dubitare di esse, senza assogget- 
tarle ad una continua critica, od esporle al con- 
fronte dei fatti. 

Un lavoro speciale sul Vico non comparve 
però più in Francia dopo quello del Michelet; 
e noi, dopo aver menzionati i più illustri che 
ne parlarono, passeremo gli altri sotto silenzio. 
Per mostrare però come la fama del Vico si sia 
mantenuta salda in Francia sino a questi ultimi 
giorni, voglio ricordare i due belli articoli, ch^ 
scriveva l'illustre Ad* Franck nel Journal des 
Savcmts dello scprso anno sul De uno del Vico, 
pigliandone occasione dalla traduzione italiana 
del Sarchi. 

Il Fianck dop*» aver dato del libro del Vico un 
intelligente ed esatto riassunto, toccandone tutte 
le idee più profonde e più importanti, e mo- 
strandone il carattere e le relazioni con quella 
dominanti al suo tempo^ conchiude asserendo, 
che se molte cose nelle sue dottrine si debbono 



CAPO xviit 41 Ji 

rigettare, tuttavia i fondamenti e il metodo, sui 
quali esse poggiano, sono incontestabili. Il suo 
metodo, Egli dice, è superiore a quello del 
Bo^suet e dell'Herder, perchè Egli s'innalza sopra 
il fatalismo storico, senza disconoscere le leggi 
costanti dei fatti , e non fa , come l'Herder , 
l'anima umana schiava della natura. Che se, os- 
serva acutamente il Franck, il Vico non potè 
esercitare nella scienza del diritto e della le- 
gislazione quell'efficacia, che ebbe il Montesquieu, 
questo si deve attribuire a due scogli principali, 
nei quali il Vico urtò; giacché quaiwlo Egli 
vuole appoggiarsi ai principi! assoluti della ra- 
gione, ninna cosa l'arresta nelle sue astrazioni 
e firnsce per confondere la giurisprudenza colla 
metafìsica; quando invece vuole appoggiarsi sui 
fatti umani. Egli non sa vedere quasi altra storia 
che quella di Roma. 

Siamo finalmente giunti al termine del nostro 
lavoro, — Abbiam voluto coronarlo col recare 
i giudizii più importanti, che sopra del Vico si 
sono recati nei due paesi stranieri che più si 
occuparono di lui, per mostrare col loro esempio, 
che quando sorgono fra di noi degli spiriti ve- 
ramente grandi, anche gli stranieri giungono 
tosto tardi a riconoscere il loro valore e a cele- 
brarli. E r Italia ebbe certamente questa rara 
fortuna, che anche nei tempi della più profonda' 
decadenza seppe produrre grandi individui, i 
quali sostennero il nostro onore nei lavori e nelle 
lotte del pensiero. Ma oggi per esercitare una 
grande efficacia e per occupare un posto onore- 
vole fra le nazioni letterate di Europa, non bastano 
individui isolati ; convien presentare una falange 
serrata di pochi grandi con molti minori i 
quali svolgano e compiano l'opera di quei primi. 
èe i nostri migliori incontreranno sempre la 



4i6 LA FAMA DWi VIGO IN FRANCIA 

sorte del Vico, cioò 36 non avranno scuoli^, poi 
noD cKverremo mai molto influenti n«lIa«oiei)c(i. 
Non $i può certo pretendere , che 1% ^d^fizfk 
ahl^ a aiventar del tutto popolare; ma che es^a 
nel no^o paese debba e possa diffond^^ì assai 
più> che il fìostro paese debba e possa nelle 
sciente produrre assai più, assai più contribuire 
ai progressi generali della scienza europea, ne»r 
SUDO lo deve negare, ti riconoscer questo tatto é 
anzi una delle prime condizioni , perchè noi 
giui^iame ad uguagliare nella coltura scienti- 
Ica le altre nazioni letterate d*i^uropa. 

E dove a noi resta specialmente moltissimo 
a fare gli è nella storia e non solo nella storia 
universale» ma nella nostra mede^sima^ nella storia 
delle nostre vicende politiche e sociali e in 
quella non meno importante e forse più del 
nostro pensiero. Noi dobbiamo arrossire al ve* 
detre ogni anno apparire nei paesi stranieri 
mw<^i^e importanti sopra cose nostre, pri- 
machè su queste medesime se ne siano ia^e 
presso di noi. La nuov# generazion^ faccia 
cessare questa vergogna» or che le colazioni 
politiche ci lasciano Tagio a serii e forti studu. 
^nr Una nazione , che non conosce > che non .^ 
fa la proj)«ia storia» non ha pinna coscienza di 
sé, manca di un me^^o efficacissimo per ^m* 
piere e consolidare la sua unità e grs^ndezza 
mpmle. 



flNE, 




Thia book shouid be retumed to 
the Xiibrary on or before the last date 
Btàmped below. 

A fine of fi^ve oents a day is incurréd 
by retaming it beyond the spocifled 
time, 

Flease return promptly. 






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